Il 28 ottobre La Stampa di Torino pubblicava una articolo firmato Barbara Spinelli intitolato "Quel mea culpa che manca nell'ebraismo" che suscitava forti reazioni nel mondo ebraico e no. Non abbiamo mai creduto che fosse utile per gli ebrei in genere "rincorrere" le sollecitazioni del mondo esterno, perché crediamo nelle nostre capacità propositive, tuttavia le reazioni a questo articolo costituiscono sicuramente una spinta al dibattito interno ebraico, sempre vivace. Morashà vi contribuisce pubblicando gli articoli pervenuti in redazione, di cui solo alcuni apparsi sulla stampa "cartacea". Chiunque volesse inviare degli altri, l'indirizzo è sempre quello: redazione@morasha.it. Buona lettura.

Chi deve fare "mea culpa"

di Giorgio Israel

L’articolo "Ebraismo senza mea culpa’" pubblicato da Barbara Spinelli su La Stampa del 29 ottobre ha scoperchiato il vaso di Pandora. Centinaia fra articoli, interventi e messaggi, addirittura un sondaggio in rete, cui hanno partecipato finora quasi trentamila persone. Il tutto per "decidere" la questione del giorno: se l’ebraismo sia colpevole oppure no, e se debba fare "mea culpa" oppure no. Si badi bene: l’ebraismo, non un gruppo di ebrei, o il governo di Israele, ma l’ebraismo, come aggregazione di uomini e di idee, come popolo e religione, nella sua dimensione storica universale, per ciò che è e per ciò che è stato. Cosa può succedere di fronte a una problematica di simile portata? Per l’appunto, che si scoperchi il vaso di Pandora.

In un simile contesto, l’intervento concreto e razionale di Piero Fassino (La Stampa, 3 novembre) è apparso persino ingenuo. L’impotenza della ragione di fronte allo scatenarsi delle passioni coatte.

Osservava Fassino che, anche se l’intento della Spinelli fosse stato quello di ricordare agli israeliani la legittimità dell’aspirazione palestinese a una patria, la sua espressione era "inopportuna ed infelice"; e che, se invece il suo intento era di mettere in discussione il diritto ad esistere ad Israele, la sua sollecitazione ad un "mea culpa" sarebbe stata "infondata e sbagliata". E argomentava con equilibrio l’idea che la pace in Medio Oriente può nascere soltanto dal riconoscimento dei "due diritti", dei diritti paralleli dei due popoli.

Già, il problema è che questo non era - e ancor meno è ora - il tema in discussione. Il tema posto dalla Spinelli non riguardava Israele o il Medio Oriente, gli israeliani e i palestinesi, non toccava prospettive concrete. La realtà era soltanto lo spunto o il pretesto. Il tema era, ed è, se l’ebraismo contenga un fattore corrotto in sé, una colpa originale che esiga un "mea culpa" profondo e assoluto da parte "sua". Un ebraismo che avrebbe la pretesa di "vivere una condizione di libertà assoluta, mentre il resto dei mortali perdurerebbe nel duro regno della necessità".

Quale grottesco rovesciamento della verità, parlando di gente che - per quasi due millenni e fino a pochi decenni fa - non ha conosciuto mai una condizione di libertà piena, che è stata sistematicamente privata dei diritti civili, spesso privata della vita, mediante persecuzioni e stragi in un crescendo inarrestabile...

Ma non è di questo che vogliamo parlare, non intendiamo replicare a simili affermazioni. Sarebbe persino umiliante. E non soltanto per la miseria del loro sostegno argomentativo, espressione di letture mal digerite e di una cultura da dopolavoro confezionata a vestito d’Arlecchino, goffamente imbellettata da qualche parola in tedesco. Bensì soprattutto perché simili affermazioni possono evocare, nelle menti rette, soltanto un senso di repulsione. La parola è forte, ma non ve n’è altra più adeguata: repulsione, come quella che si proverebbe di fronte a un cadavere putrefatto che ritorna alla vita. Un cadavere ben noto e che ha un nome preciso: razzismo. Nella fattispecie, razzismo antisemita, ma comunque razzismo.

Come ha detto Amos Luzzatto, "tutto quello che, partendo da una critica al contingente, sempre ammissibile, passa a un giudizio di condanna generale e senza appello dell’ebraismo nella sua totalità […] è antisemitismo". Ma, più in generale, l'emissione di condanne generali e senza appello nei confronti di un popolo o di un gruppo di uomini è semplicemente razzismo. All’ebraismo, alla "religione di Mosé", Spinelli imputa la colpa di "abitare il nostro pianeta" concependo diritti metastorici come se fossero storici, al popolo ebraico di sentirsi "invulnerabile" in quanto "prescelto da Dio". Imputazione che ricade su tutto l’ebraismo, in quanto tale, e su tutte le persone che fanno parte di questa entità. Razzismo da manuale. E che, in perfetta coerenza, chiama a un "profondo ravvedimento religioso e terreno".

Lasciamo da parte gli aspetti ridicolmente megalomani di questa richiesta, in cui la Spinelli si impanca al contempo a Presidente di tutte le religioni (non Papa, ma Papa dei Papi) e a Presidente del Consesso Universale dei Popoli e, in questa duplice veste, chiede un duplice ravvedimento (addirittura religioso e terreno), accettabile - si badi bene - soltanto a patto che sia "un mea culpa solenne". Il fatto solo che mezzo mondo si affanni a discutere roba simile, invece di considerarla materia da barzelletta, la dice lunga sulla tristezza dei tempi in cui viviamo. Osserviamo soltanto: come si considererebbe un articolo come quello della Spinelli in cui la parola "ebraismo" venisse sostituita con la parola "islamismo"? Come un articolo razzista. E sarebbe un giudizio corretto.

Tanto basti su questo punto.

Esaminiamo invece più da vicino quel che esce dal vaso di Pandora.

Riteniamo eccessiva la tesi di Rosa Luxemburg secondo cui la qualità delle idee è determinata dalle persone presso cui esse trovano consenso: più o meno, "dimmi con chi vai e ti dirò chi sei". È difficile invece negare che gli effetti prodotti dall’enunciazione di certe idee hanno un significato ben preciso che non può essere trascurato. Guardiamo al dibattito che è stato suscitato dall’articolo della Spinelli, sulle pagine cartacee e soprattutto su quelle informatiche de La Stampa. Dopo alcuni vani tentativi di mantenere la discussione attorno al tema concreto della risoluzione del problema israelo-palestinese (fra cui spicca l’intervento di Fassino), essa si è rapidamente concentrata attorno al tema dell’ebraismo - dell’ebraismo in sé e per sé. Ecco allora un proliferare di interventi che plaudivano alla Spinelli per aver "finalmente" osato dire quel che gli ebrei sono: un popolo piccolo quanto prepotente, invasato dall’idea dell’elezione divina, convinto di poter fare quel che crede e specialmente proiettato verso l’obbiettivo del dominio del mondo. In breve, abbiamo assistito a una riproposizione testuale di tutti i temi del famigerato testo di un secolo fa, I Protocolli dei Savi anziani di Sion, manuale riconosciuto del razzismo antisemita del Novecento. A questa riproposizione si è accompagnata, da parte di parecchi lettori, l’esplicita rivendicazione di questo testo come di un riferimento serio e "scientifico" di discussione. È venuta infine la terza fase: la discussione dei temi del "revisionismo" e del "negazionismo", ovvero se i campi di concentramento nazisti e le camere a gas siano realmente esistiti, e se lo sterminio degli ebrei sia una leggenda e una montatura dell’internazionale ebraica.

Quanto alla Spinelli importi che il suo intervento abbia fatto emergere una simile campagna, non è rilevante. È invece rilevante chiedersi se coloro che stanno maneggiando una simile sentina - in particolare la redazione de La Stampa - e il mondo politico, intellettuale e giornalistico, si rendano conto della gravità di quel che sta accadendo. E cioè la degenerazione di un dibattito perfettamente legittimo sulla questione mediorientale in un processo all’ebraismo in quanto tale, in forme così virulente da determinare una circolazione di veleni che a tutto può servire salvo che a favorire un clima positivo e costruttivo. La scarsa consapevolezza dei rischi, in certi casi persino l’incoscienza con cui viene manipolato questo materiale esplosivo è quel che da più da pensare. Non è difatti l’esistenza di razzisti e di negazionisti che preoccupa - una simile categoria di persone è sempre esistita ed è velleitario pensare che la sua presenza possa estinguersi - quanto l’ambiguità, ad essere eufemistici, della reazione degli intellettuali.

Nel corso delle ricerche che condussero chi scrive e Pietro Nastasi alla pubblicazione di un libro sul razzismo italiano nel periodo fascista, apparve evidente la fondatezza di una tesi già espressa da Renzo De Felice: e cioè che alla scarsa diffusione del razzismo antisemita nella popolazione italiana nel suo complesso corrispose invece una massiccia adesione nel mondo intellettuale e giornalistico. Come scrisse De Felice "che la cultura italiana […] abbia aderito su larghissima scala all’antisemitismo non è un mistero per nessuno. […] Pochi uomini di cultura anche tra coloro che godevano di tali posizioni di prestigio da non avere nulla da perdere, seppero mantenersi estranei alla canea di quegli anni. […] E non si venga a gettare la colpa di questa abiezione sul regime solamente: chi non volle unirsi alla canea lo fece, rinunciando agli onori e alle prebende, è vero, ma salvando il suo onore e la sua dignità di uomo cultura".

Chiediamoci allora se, pur non essendo alla canea, non si stiano manifestando i primi sintomi di un ennesimo "tradimento dei chierici", tanto più grave in assenza di un regime che promuove un attacco di stato di tipo razziale.

In un recente articolo, Antonio Socci (Il Foglio, 2 novembre) ha rimproverato a buona parte del mondo cattolico di assistere indifferente a un processo morale contro l’ebraismo, se non di civettare o partecipare a questo processo. "Cent’anni fa - scrive Socci - il mio amato Péguy scriveva: "Conosco bene il popolo ebreo. Non ha sulla pelle un punto che non sia doloroso, dove non vi sia un antico livido". La faccio io la difesa cattolica di Israele".

La domanda è: quante adesioni incontra una posizione come quella di Socci?

Leggiamo allora l’articolo di Vittorio Messori su "Bergson, l’ebreo che voleva chiedere perdono" (Corriere della Sera, 3 novembre). L’autore si riferisce al testamento del filosofo francese Henri Bergson, scritto nel 1937 e pubblicato nel 1941, alla sua morte. I fatti sono noti: Bergson, ebreo, negli ultimi anni della sua vita, si era convinto che il cattolicesimo fosse la "realizzazione completa del giudaismo" e aveva meditato la conversione. Se ne astenne, di fronte allo scatenarsi della persecuzione antiebraica, e decise di subire tutte le restrizioni razziali riservate agli ebrei. Sostiene Messori che nel testamento fosse contenuta una frase fra parentesi poi omessa (non è chiaro perché) in molte edizioni: "Mi sarei convertito se non avessi visto prepararsi da anni (in gran parte, ahimé, per colpa di un certo numero di Ebrei interamente privi di senso morale), la formidabile ondata di antisemitismo che sta per scatenarsi sul mondo".

E qui Messori si chiede quale sia il senso di questa frase (scritta peraltro nel 1937, quando l’entità dell’"ondata" non era chiara neppure a Bergson), e chiede "aiuto" per capirla, "in spirito al contempo fraterno e desideroso di quella verità che sola, parola di Vangelo, può rendere liberi".

A noi, in verità, il senso di quella frase appare perfettamente chiaro. Forse Messori non sa - cosa strana per chi dovrebbe avere una cultura di storia delle religioni - che la domanda circa i peccati e gli errori che hanno anticipato persecuzioni e sventure costituisce un tema ricorrente, e anzi centrale, nel pensiero ebraico. La letteratura profetica ne costituisce la manifestazione più evidente e clamorosa. Ma non soltanto essa. Il rabbino Adin Steinsaltz ha ricordato in un suo libro un passaggio del Talmud in cui ci si interroga sul perché il Secondo Tempio fu distrutto, proprio in un periodo in cui il popolo ebraico seguiva in modo irreprensibile i precetti e studiava intensamente la Torah. Il Talmud nota con amarezza che "Gerusalemme fu distrutta unicamente perché vi si seguiva scrupolosamente la legge della Torah". Steinsaltz osserva che "questa formula imbarazzante è complessa: il popolo di Gerusalemme è stato punito perché non giudicava altro che in stretta conformità con le leggi della Torah". Potremmo ricordare l’intenso dibattito teologico seguito alla catastrofe dell’espulsione degli ebrei dalla Spagna. Ma anche in tempi recenti, le riflessioni teologiche legate all’ultima grande tragedia che ha colpito l’ebraismo - la Shoah - hanno sollevato riflessioni analoghe: da quelle di chi ha ritenuto che l’"ira del Signore" fosse stata suscitata dalla presenza di ebrei che non avevano seguito scrupolosamente le mizvoth (i precetti) ad altre interpretazioni meno ortodosse.

Più in generale, al centro della religione ebraica sta la ricerca costante dell’errore e delle vie per superarlo e ritrovare la retta via. Il giorno più importante dell’anno ebraico non è forse il Kippur, il giorno dell’esame di coscienza e dell’espiazione? Una pratica che trova in un giorno la sua espressione massima, ma che percorre ogni istante della vita ebraica. Come ha scritto Steinsaltz, la Teshuvah (nel triplice significato di "ritorno a Dio", di "ritorno a sé" e di "risposta") "è uno dei principi fondamentali dell’ebraismo. La sua portata supera largamente il senso ristretto delle traduzioni usuali di questo termine: contrizione, penitenza, rimorso. Essa è iscritta nella struttura dell’universo, e manifesta che, prima ancora di essere stato creato, l’uomo è stato dotato della possibilità di cambiare il corso della sua vita. E costituisce la più alta espressione della libertà umana".

Insomma - se vogliamo dirla terra terra, ricorrendo alla infelice terminologia di Barbara Spinelli - la vita ebraica è intessuta di "mea culpa" […]

Questo naturalmente non significa affatto che l’ebraismo cerchi nelle sue colpe delle giustificazioni delle persecuzioni che lo hanno colpito, e che assolva su tali basi anche i crimini e i criminali più efferati. Difatti, un simile modo di porsi sarebbe soltanto il sovvertimento di ogni principio morale. La ricerca della colpa è una partita aperta fra l’uomo e Dio, e dell’uomo nella sua coscienza - una partita volta al fine di un perpetuo e incessante miglioramento e non un’indagine che si svolge nell’aula di un tribunale terreno.

In tal senso, la frase di Bergson - nel caso in cui sia stata scritta - ha accenti profondamente e tipicamente ebraici e non crea né imbarazzi né esigenze di censura. Casomai sarebbe interessante approfondire - ma non è certo questa la sede per farlo - in che modo Bergson concepisse il prolungamento di questa sua coscienza ebraica nell’adesione al cattolicesimo.

Tuttavia, Messori, invece di considerare la questione sotto questo aspetto - evidente a chi conosca un poco la storia del pensiero religioso ebraico - propone due sole alternative: "rassegnarsi ad ammettere che fu una diffamazione verso i fratelli circoncisi quella di Bergson" (che modo per indicare gli ebreiS ); "o rassegnarsi ad ammettere che c’è, all’origine di quella immensa tragedia che fu l’antisemitismo europeo, qualcosa di non ancor detto, di non chiarito; qualcosa, cioè che va indagato e sui cui riflettere, in questi tempi davvero apocalittici, proprio per evitare che riappaiano i mostri". Insinua Messori che Bergson "grazie ai suoi incarichi ufficiali, era a conoscenza di ogni retroscena europeo".

Cascano le braccia, se anche un intellettuale che pretende di essere degno di questo appellativo, si avventura su simili terreni. Certo, nessuno pensa che Bergson fosse un diffamatore dei suoi "fratelli circoncisi" e allora resta soltanto un qualcosa di oscuro e non chiarito, su cui indagare, un "retroscena europeo", un tenebroso retroscena di azioni di alcuni ebrei privi di senso morale che hanno scatenato il progetto di genocidio. E che sarebbe bene scoprire, perché, a quanto pare lo scenario si starebbe riproponendo e rischierebbe di far "riapparire i mostri". Traduzione: ebrei attenti, perché se perseverate nell’errore, si abbatterà su di voi un nuovo sterminio.

Egregio Signor Messori, non giochiamo con le parole. Le parole possono essere dinamite. A quali retroscena allude? Davvero lei pensa che Bergson alludesse a fatti molto determinati e che le sue parole aprano un caso investigativo degno del Commissario Maigret? E perché cerca umilmente aiuto negli altri, negli ebrei stessi, per scoprire questo "retroscena"? Lei non è dotato di ragione e non può delineare a sé stessi i possibili scenari?

Si trattava di qualche losco affare della finanza ebraica, magari dei soliti Rotschild? Oppure della partecipazione di qualche lobby ebraica alla tratta delle bianche? Oppure di una pratica di stupro sistematico delle suore? O anche del fatto che il complotto dei Savi di Sion era un fatto vero, sia pure promosso da parte di "alcuni" ebrei privi di senso morale?

E quand’anche scoprissimo che esistono ebrei privi di senso morale, che scoperta sarebbe? La scoperta dell’acqua calda. A che servirebbe questo? Forse a giustificare, o anche soltanto a spiegare perché il nazismo abbia progettato e attuato lo sterminio totale degli ebrei? Lei davvero è così sprovveduto da crederlo?

Lei crede davvero che quando si scoprisse che un gruppo di ebrei immorali aveva fatto chissà quali loschi traffici, un ebreo dovrebbe accettare l’esistenza di una "ragione", di un "motivo", di una "causa" per il fatto che gran parte della sua famiglia sia stata gassata e cremata? E, oltretutto, dovrebbe darsi da fare per epurare l’ebraismo di ogni presenza immorale, altrimenti il resto vivente della sua famiglia sarebbe destinato a seguire la stessa sorte? Lei crede che qualcuno avrebbe diritto di chiedere conto a lei della mafia e avrebbe il diritto di dirle: "liberate l’Italia dalla mafia, altrimenti non sarà evitabile che sugli italiani, nel loro complesso, si abbatta una persecuzione tesa a eliminarli?"

Riflettendoci bene, non si capisce perché mai lei si arrabatti a scoprire chissà quale oscuro retroscena di delitti, quando ne ha a disposizione, pronto all’uso, uno celebre: il delitto più grande di tutti, l’uccisione di Gesù Cristo. Forse lei non ricorre a questo "retroscena" perché, da Giovanni XXIII in poi, la Chiesa Cattolica l’ha espunto dal suo corpo dottrinale e ne ha condannato il riferimento. Si faccia coraggio. È l’unico grande "delitto" che può dar senso al suo discorso, l’unico che riempie di senso preciso le sue oscure parole. Vedrà allora che esse possono essere riscritte in modo perfettamente comprensibile. Basterà ricordare quanto ebbe a dire in un’omelia del 1939 frate Agostino Gemelli: "Tragica senza dubbio e dolorosa la situazione di coloro che non possono far parte, e per il loro sangue e per la loro religione, di questa magnifica patria; tragica situazione in cui vediamo, una volta di più, come molte altre nei secoli, attuarsi quella terribile sentenza che il popolo deicida ha chiesto su di sé e per la quale va ramingo per il mondo, incapace di trovare la pace di una patria, mentre le conseguenze dell'orribile delitto lo perseguitano ovunque e in ogni tempo."

I tragici fatti della persecuzione nazista non attenuarono - anzi confermarono - in certe menti cattoliche la validità di questo ragionamento. Cosi, nel 1947, il popolare gesuita Riccardo Lombardi S.J. (detto "microfono di Dio"), così si esprimeva alla radio italiana: "Il popolo che ufficialmente volle rifiutare Gesù, sono venti secoli che giace sotto la condanna divina per questa ostinazione, la sua storia si è spezzata con Cristo e da popolo eletto è diventato reietto […] tutti i tempi e tutti i popoli dovranno essere testimoni d'uno scherno autentico del Cristo: i suoi avversari della prima ora, gli ebrei vaganti e indistruttibili e insieme religiosamente svuotati con un peso misterioso da scontare davanti all'umanità come popolo prevaricatore, salva sempre la libertà dei singoli di convertirsi a Gesù e uscire da quel corpo condannato. […] Né può negarsi un terribile destino che li accompagna di generazione in generazione eco di un grido orribile lanciato dai Padri: "Cada, gridarono, cada il sangue di Gesù su noi e sui nostri figli; se Gesù è l'inviato di Dio, come pretende di essere, si vedrà nel destino che ci accompagnerà per sempre"".

Questa è l’unica interpretazione possibile dell’approccio adottato da Messori: l’unica che ha un senso, in quanto fa riferimento a un delitto metastorico e universale, e non a piccoli delitti contingenti che rendono miserevole e persino ridicolo il discorso. Esiste, per fortuna, un cattolicesimo che ha espunto da sé questa visione sanguinaria. Ma l’impulso a stabilire una connessione perversa fra "colpe" dei singoli e colpa di un "popolo" nella sua totalità non è affatto spento. Esso è pronto a risorgere non appena il tema del "mea culpa" viene proposto non nella forma più e nobile profonda che è radicata nella tradizione ebraico-cristiana (quella stessa di un Bergson!), ma in quella che confonde in modo torbido delitto e castigo, nella logica che fu alla base della Santa Inquisizione.

Sono l’una di fronte all’altra l’Europa migliore e quella peggiore, quella che non è capace o persino non vuole fare "mea culpa" per i propri delitti e i propri orrori, e cerca giustificazioni e alibi oscuri per un impossibile lavacro di coscienza. Ed è proprio questa la via attraverso cui si ripresentano i mostri.

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