Il 28 ottobre La Stampa di Torino pubblicava una articolo firmato Barbara Spinelli intitolato "Quel mea culpa che manca nell'ebraismo" che suscitava forti reazioni nel mondo ebraico e no. Non abbiamo mai creduto che fosse utile per gli ebrei in genere "rincorrere" le sollecitazioni del mondo esterno, perché crediamo nelle nostre capacità propositive, tuttavia le reazioni a questo articolo costituiscono sicuramente una spinta al dibattito interno ebraico, sempre vivace. Morashà vi contribuisce pubblicando gli articoli pervenuti in redazione, di cui solo alcuni apparsi sulla stampa "cartacea". Chiunque volesse inviare degli altri, l'indirizzo è sempre quello: redazione@morasha.it. Buona lettura.

Sentiamo il peso della responsabilità storica

Elena Loewenthal - (Del 30/10/2001 Sezione: Interni Pag. 5)

Nella religione di Mosè c’è una "cauzione" che si trasmette da una generazione all’altra

NON c’è peccato originale, per Israele. Quel boccone di frutto dolce e amaro che Eva porge ad Adamo è la condanna ad esistere, il passo necessario, financo atteso, che innesca la Storia e inventa il futuro. Ignaro di una generica colpa primigenia, l’ebraismo conosce invece assai da vicino il peso della responsabilità storica. La religione di Mosè, chiamata in causa nel sofferto editoriale di Barbara Spinelli che ha innescato reazioni di voci diverse, si fonda su un vicendevole impegno fra uomini e Dio, siglato in un patto di parole e tavole di pietra. Questo impegno terreno e celeste è descritto dalla tradizione ebraica con un’immagine che strazia: al momento di dare la Torah (cioè la rivelazione) a Israele sul Sinai, il Signore chiese a quel popolo errante nel deserto un pegno, a garanzia di rispetto della Sua legge. Quel pegno sono i propri figli, che gli ebrei esposero al cielo a mo’ di cauzione. Altro che peccato originale accolto con passiva rassegnazione: questa è un’assunzione di responsabilità civile e morale che si trasmette di generazione in generazione, in un continuo domandarsi motivo di ciò che avviene, a noi stessi e agli altri. Il mea culpa è un esercizio che da quel giorno in poi l’ebraismo pratica con costanza inguaribile. La tradizione è tutta percorsa, ad esempio, dal perché di un esilio tormentoso che pare infinito, e si risponde con una litania antica almeno quanto il canto dei profeti biblici: Israele ha peccato e per questo Dio l’ha punita. Dopo il castigo deve giungere il ravvedimento, che è innanzitutto riconoscere ciò che di male si è fatto e poi percorrere a ritroso il cammino fatto, per guardare in faccia il passato e rimediare, nei limiti del possibile. Il mea culpa dell’ebraismo giunge alla recente aberrazione di quel rabbino che ha attribuito la Shoah alla colpa di precedenti generazioni di ebrei, diventa un tormento macerante per quella storiografia revisionista israeliana compromessa dai sensi di colpa, di cui qualche tempo fa su questo giornale parlò con la consueta lucidità Fiamma Nirenstein. "Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te", declina lapidario un grande maestro a quel pagano irriverente che pretendeva di conoscere tutta la Torah nel poco tempo in cui si riesce a stare in piedi su una gamba sola. E’ una morale spicciola ma tenace, che impregna tutti i valori sui quali si fonda l’ebraismo e che esso ha trasmesso allo Stato d'Israele, i cui presunti errori sono casomai contingenza politica e non una connaturata incapacità di ammettere le proprie colpe. Anzi: in quella originale geografia del tempo propria dei figli d’Israele, l’uomo volge le spalle al futuro, irrimediabilmente ignoto, e lo sguardo fisso verso il passato, che l’ebraico chiama anche "davanti". La storia l'abbiamo in faccia, ogni giorno che passa in terra.

elena.loewenthal@lastampa.it

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