Il 28 ottobre La Stampa di Torino pubblicava una articolo firmato Barbara Spinelli intitolato "Quel mea culpa che manca nell'ebraismo" che suscitava forti reazioni nel mondo ebraico e no. Non abbiamo mai creduto che fosse utile per gli ebrei in genere "rincorrere" le sollecitazioni del mondo esterno, perché crediamo nelle nostre capacità propositive, tuttavia le reazioni a questo articolo costituiscono sicuramente una spinta al dibattito interno ebraico, sempre vivace. Morashà vi contribuisce pubblicando gli articoli pervenuti in redazione, di cui solo alcuni apparsi sulla stampa "cartacea". Chiunque volesse inviare degli altri, l'indirizzo è sempre quello: redazione@morasha.it. Buona lettura.

Amos Luzzatto

Presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche

BISOGNA premettere che non si tratta di un insulto né di una messa all'indice ma semplicemente di una classificazione. Tutto quello che, partendo da una critica al contingente, sempre ammissibile, passa a un giudizio di condanna generale e senza appello all'ebraismo nella sua totalità, che viene presentato come una premessa ideale che non può che condurre all'errore se non al crimine, è antisemitismo. Perché è importante qualificarlo come tale? Evidentemente, perché è l'unico modo per capirne le radici e le motivazioni profonde e, in ultima analisi, per cercare di porvi rimedio.

Secondo l'articolo di fondo di Barbara Spinelli su "La Stampa" del 28 ottobre 2001, l'ebraismo e la comunità israeliana apparterrebbero ad "élite e nazioni" che paiono ignorare ciò che è accaduto l'11 settembre. Perché? Ecco la risposta: "per il modo in cui la religione di Mosè abita il nostro pianeta facendo valere diritti che spesso sono metastorici più che storici, connessi a testi sacri più che al divenire ordinario dei popoli e del tempo" (La sottolineatura è mia). Potremmo fermarci qui. Se questa è la premessa (non dico la verità, che è una cosa più seria), la conseguenza operativa può offrirci solo due alternative: rinnegare noi stessi o prepararci a una nuova meritata persecuzione. Si può dire che esagero.

Tutto quello che mi chiederebbe come ebreo la Spinelli sarebbe infatti di "uscire dal mito per apprendere l'arte del buon senso e immergermi infine nella storia". Dubito che questa frase abbia un significato preciso. Essa può significare tutto e il contrario di tutto. Per capirla non si può fare altro che cercare, nel lungo testo dell'articolo, qualche suggerimento, qualche spunto interpretativo. Forse lo si può trovare nella sollecitazione ad assumere anche noi quell'"attitudine al dubbio filosofico e teologico che fonda le virtù d'Europa e che caratterizza il monoteismo cristiano, in particolare cattolico". Già, il dubbio. Dunque il contrario dell'infallibilità del Papa, decretata a fine Ottocento da un pontefice, oggi proposto come beato. Le "virtù" d'Europa. Nazionalismi esasperati, due guerre mondiali in un secolo. E molto, molto altro. È vero che non ha peccato solo l'Europa; ma spero tanto che i peccati degli altri non bastino a cancellare i propri: e che non basti neppure una richiesta di scusa alle vittime di secoli passati, che nulla possono rispondere.

Il metastorico ebraismo, nel suo (più volte arso) Talmud condanna coloro che affermano: "peccherò e mi pentirò, peccherò e mi pentirò". E quel libro biblico mitologico di Giona narra del perdono di Dio per la città di Ninive i cui abitanti non solo si pentirono e digiunarono, ma "si ritirarono dal loro agire perverso". Se è questo che intende la Spinelli per "immergersi nella Storia", allora siamo d'accordo. Ma l'Europa ne è terribilmente lontana. Ci verrà probabilmente detto che abbiamo interpretato male, che non abbiamo saputo leggere l'articolo. Fortunatamente ci viene in soccorso la stessa Spinelli.

Cito due passi inequivocabili. Il primo: "urge un profondo ravvedimento dell'ebraismo; ravvedimento religioso e terreno". Il secondo: "... l'iniziativa... almeno prenda avvio dalla diaspora, dove tanti ebrei vivono una doppia e contraddittoria lealtà: verso Israele e verso le Stato cui appartengono e in cui votano". Abbiamo già sentito questi concetti. Il primo, nel corso dei lunghi secoli dell'antigiudaismo cattolico, del quale la Spinelli ci indica come esempio la domanda di scusa del presente. Il secondo, nel corso della campagna razzistica del 1938 fino alla Liberazione, anche passando per la "Carta di Verona".

Che dire, dunque? Che cosa possiamo esprimere? Tristezza, profonda tristezza. La strada per la tolleranza è ancora lunga e la conquista del dubbio, della modestia, della rinuncia alla superiorità dell'Occidente che si loda da solo e regala ai perfidi giudei tutti i propri difetti, è tutta in salita. Vogliamo provare a percorrerla? Se dobbiamo evitare nuovi lutti, nuove lacrime (e futuri pentimenti) in questa Europa che si attribuisce da sola tutte le virtù, non abbiamo molto tempo.

Indice di tutti gli articoli sulla questione Spinelli


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