Il 28 ottobre La Stampa di Torino pubblicava una articolo firmato Barbara Spinelli intitolato "Quel mea culpa che manca nell'ebraismo" che suscitava forti reazioni nel mondo ebraico e no. Non abbiamo mai creduto che fosse utile per gli ebrei in genere "rincorrere" le sollecitazioni del mondo esterno, perché crediamo nelle nostre capacità propositive, tuttavia le reazioni a questo articolo costituiscono sicuramente una spinta al dibattito interno ebraico, sempre vivace. Morashà vi contribuisce pubblicando gli articoli pervenuti in redazione, di cui solo alcuni apparsi sulla stampa "cartacea". Chiunque volesse inviare degli altri, l'indirizzo è sempre quello: redazione@morasha.it. Buona lettura.

Fiamma Nirenstein

2 novembre 2001

Barbara Spinelli, la collega che ammiro e di cui vado fiera, conosce la storia del popolo ebraico. C'è poco da suggerirle. Ecco quindi un'equazione da dimostrare: l'ebraismo non deve recitare un "mea culpa" perché Israele non ha mea culpa da recitare. È una democrazia in guerra, e non ci piace guardare questa realtà che riguarda tutti, ormai.

Israele deve essere fiero e problematico allo stesso tempo, applaudito e compatito. Applaudito perché ha dimostrato una meravigliosa vitalità, e per la sua forza. Perché è restato tremila anni unito mantenendo il senso della nazione e della cultura oltre persecuzioni inenarrabili. Perché ha fondato con la genialità dei Dieci Comandamenti tutta la storia dei diritti umani, e ci resta ancorato. Ha fondato uno Stato non per orgoglio, ma per senso di necessità (come dice A. B. Yehoshua). E si tratta di uno Stato democratico in cui i religiosi sono il venti per cento. I teleschermi non lesinano donne seminude e politici che si sbranano, con kippà e senza. La democrazia è di fatto una scelta tutta ascrivibile al retaggio dell'ebraismo in quanto cultura e dottrina, così come l'integralismo di alcuni lo è alla sua versione minoritaria. Come per i cristiani negli Usa.

Lo Stato ebraico è capace di difendere i suoi, ma l'esercito è sempre sotto la sferza della critica pubblica. Israele deve essere anche compatito, perché è dentro la storia contemporanea nella sua forma più dolorosa (Spinelli invece ritiene che non abbia capito l'11 settembre): già da anni paga per essere sulla faglia dello scontro fra Islam e mondo secolare (di origine cristiana o ebraica che sia). Sì, la grande esplosione è stata negli Usa, ma Israele dentro quel vulcano vive dalla sua origine. La dimensione territoriale dello scontro è molto più tarda di quella filosofica, molto più recente del "rifiuto arabo", e oggi con la Intifada di Al Aqsa, che non a caso viene dopo il rifiuto palestinese di un compromesso a Camp David, si è tornati all'origine. È molto difficile immaginare una dimensione biblicamente espansionistica di Israele nel suo insieme, anche se il suo esercito dilagò nella guerra del Œ67. Ma non ha annesso i Territori e ha lasciato il Sinai e il Libano non appena ha potuto. E anche la West Bank contiene ancora insediamenti e posti di blocco, pure l'intenzione si vede nella pratica, ovvero nel lasciare le città palestinesi col 98 per cento della popolazione in mano all'Autonomia.

Sì, c'è del cammino da fare perché uno Stato palestinese possa avere confini accettabili, ma ce n'è tanto anche perché Israele possa essere garantito nella sua sicurezza. Israele non nasce nella colpa, ma nel consenso internazionale dell'Onu; nasce nella necessità e nel sogno, genitori della storia. La Bibbia ne è il nutrimento ma non la madre; il sionismo non è religioso, non ha desiderio di dominio; il numero degli ebrei e degli arabi nella terra contesa non era distante nel ‘48; non vi era né Palestina-Stato né Israele-Stato, ma due nazioni sul suolo del Protettorato Britannico. I motivi del loro diritto alla terra attengono all'indispensabile catena degli umani, la memoria. Se i palestinesi hanno diritto alla Moschea di Al Aqsa, gli ebrei l'hanno alle vestigia del Tempio di Salomone e poi di Erode. È la memoria di Israele costantemente assediata, mentre quella palestinese è in costruzione. Bisognerebbe cessare dall'idea che una vada a detrimento dell'altra.

L'esperienza del colonialismo, per cui uno Stato manda un esercito di conquista per procurare ricchezza, niente ha a che fare col dissodare con le proprie mani la propria patria; gli insediamenti sono risultato di guerre di difesa: sono una spina da togliere, ma non la causa del conflitto. Infine: la continua infinita sequenza di attentati terroristici deve essere finalmente individuata come una causa e non una conseguenza del conflitto. La cronista seguì l'autentica estasi israeliana durante il processo di pace; vide quanto era radicata nell'albero dello Stato democratico la speranza nella gente, quanto Israele era pronta a smantellare l'apparato bellico, e gli autobus scoppiavano. La narrativa che ha vinto in Italia è stata quella della sofferenza dei poveri. Barbara in una pulsione generosa, invece di pregare i palestinesi di abbandonare il terrorismo e di sedersi con gli israeliani, prega Israele di chiedere scusa. E avrebbe ragione a estendere la richiesta agli ebrei, che anche quando criticano Israele non possono sentirsene lontani, come se Israele avesse un torto biblico ontologico: ma il torto non ce l'ha, non nella radice ebraica, non nella radice del conflitto, anche se può commettere violenze inutili e causare ingiustificabili sofferenze alla gente.

L'essere una democrazia in guerra, il chiedersi come restare viva nel terrorismo ha caricato Israele e gli ebrei di responsabilità micidiali. Chiedere scusa perché si porta la croce di problemi futuri? Certo che no. Contribuire alla pace? Sì, con tutto lo sforzo possibile.

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