Il 28 ottobre La Stampa di Torino pubblicava una articolo firmato Barbara Spinelli intitolato "Quel mea culpa che manca nell'ebraismo" che suscitava forti reazioni nel mondo ebraico e no. Non abbiamo mai creduto che fosse utile per gli ebrei in genere "rincorrere" le sollecitazioni del mondo esterno, perché crediamo nelle nostre capacità propositive, tuttavia le reazioni a questo articolo costituiscono sicuramente una spinta al dibattito interno ebraico, sempre vivace. Morashà vi contribuisce pubblicando gli articoli pervenuti in redazione, di cui solo alcuni apparsi sulla stampa "cartacea". Chiunque volesse inviare degli altri, l'indirizzo è sempre quello: redazione@morasha.it. Buona lettura.

Maurizio Piperno Beer

Torino, 29 ottobre 2001

Egregio Direttore,

Le scrivo in relazione all’articolo di Barbara Spinelli "Ebraismo senza mea culpa" apparso su La Stampa del 28 ottobre. L’articolo mi pare contraddittorio, impreciso e non mancano affermazioni che denotano pregiudizi e luoghi comuni.

Scrive l’autrice: " Per milioni di uomini, infatti, e non solo per i terroristi che sfruttano il conflitto medio-orientale senza realmente occuparsene, Israele costituisce uno scandalo: e non necessariamente per il fatto che la nazione è tornata ad esistere nelle terre d’origine, ma per come essa fu instaurata, per i sacrifici che la sua nascita impose a cittadini palestinesi che non avevano preso parte all’annientamento degli ebrei d’Europa. Non per ultimo, per il modo in cui la religione di Mosè abita il nostro pianeta, facendo valere diritti che spesso sono metastorici più che storici, connessi a testi sacri più che al divenire ordinario dei popoli e del tempo."

Vorrei far presente all’autrice che il vero scandalo è che l’esistenza d’Israele sia considerata, evidentemente anche dalla Spinelli, uno scandalo. E ciò proprio per il richiamo alla storia fatta dall’autrice. L’esistenza di Israele è ormai un fatto storico, è una realtà consolidata costituita da milioni di persone e da istituzioni democratiche ed è vergognoso considerare ciò uno scandalo. Vorrei inoltre ricordare all’autrice che la nascita dello stato ebraico è stata delineata, su basi prettamente laiche e nazionali, alla fine dell’ottocento da Tedore Herzl, molto prima della Shoà; che insediamenti ebraici nell’area sono sempre esistiti; che lo "scandalo" della presenza di Israele è stato deliberato e sancito dall’Onu nel 1947 (il rispetto di quella risoluzione dell’ONU è sempre stato dimenticato da coloro che continuano a reclamare l’applicazione delle risoluzioni di quell’organismo!). Quindi lo scandalo è quello di parlare di diritti metastorici di fronte ad una realtà storica consolidata. O la Spinelli propone di ritornare alla situazione ante 1947, al mandato britannico e forse all’impero ottomano?

L’America, dice l’autrice, ha subito un risveglio la mattina dell’11 settembre. Israele in realtà si è svegliata molto prima, anzi è stata sempre sveglia, ha sempre denunciato la compagna di odio antisraeliano e antiebraico dei paesi arabi che hanno sostenuto e ospitato i criminali nazisti, ha reso noto a tutto il mondo che i libri di testo scolastici utilizzati nelle scuole palestinesi hanno semplicemente cancellato dalla storia la presenza dello stato d’Israele, e aizzato all’odio contro gli ebrei (testi spesso sovvenzionati con fondi dell’Unione Europea). Israele per prima ha capito il pericolo rappresentato dall'Iraq e dai suoi tentativi di dotarsi di armi nucleari. Israele è profondamente immersa nella storia e non accusa gli europei di insensibilità come sostiene la Spinelli. Li accusa invece di bieco opportunismo e di anteporre interessi economici e una miope real politik, alla difesa dei propri principi e di quelli del modello occidentale di cui dovrebbero essere orgogliosi portatori.

La Spinelli stessa peraltro ci parla dell’estremo allarme del papa che vedrebbe in gioco la civilizzazione urbana dell’occidente, la sua idea del diritto, le sue recenti tradizioni di convivenza pacifica tra individui e popoli. Ci dice anche che questo allarme è assente in Israele. Questa è una palese contraddizione visto che proprio Israele, accusato dai paesi islamici di essere l’avamposto del modello occidentale nel cuore del mondo arabo, da oltre 50 anni si confronta direttamente con questo pericolo. Israele, dice ancora l’autrice, dovrebbe fare "un mea culpa nei confronti di popolazioni e individui che hanno dovuto pagare il prezzo del sangue o dell’esilio per permettere ad Israele di esistere." Ma perché non si chiede un mea culpa anche ai giordani che nel settembre del 1970 hanno massacrato decine di migliaia di palestinesi, o al Libano o a tutti i paesi arabi confinanti che hanno strumentalmente tenuto i profughi in uno stato di degrado indicibile incassando i contributi dell’ONU. Come è possibile che esistano ancora dei campi profughi 53 anni dopo la nascita dello stato d’Israele? Si tratta di un caso unico al mondo e non può essere spiegato che con la deliberata intenzione di voler mantenere quei profughi per poterli usare come un’arma politica. Se Israele si fosse comportata nello stesso modo sarebbe piena di campi profughi di ebrei marocchini, libici, egiziani, iracheni, yemeniti, etiopi, per non parlare dei russi.

Credo che Israele non ignori "le radici di un risentimento che coinvolge almeno un miliardo di uomini fedeli all’Islam". Credo che conosca molto bene quali sono le radici di questo risentimento e come le masse islamiche siano state strumentalizzate. Basta un’occhiata alla carta geografica e alle dimensioni di Israele per rendersi conto che solo la necessità di dirottare lo scontento su un obiettivo esterno può giustificare un tale risentimento tra popolazioni che non sanno neanche dove sia la Palestina.

 

La Spinelli chiede un "ravvedimento religioso e terreno" dell’ebraismo e ripropone il tema della doppia lealtà. Non è un argomento nuovo. Era molto di moda negli anni ’30 ed è stato largamente utilizzato da tutti coloro che in Germania, in Italia, e in molti altri paesi europei hanno contribuito all’affermazione di quelle ideologie che hanno portato al secondo conflitto mondiale e all’annientamento degli ebrei d’Europa.

Vorrei aver trovato nell’articolo qualche invito altrettanto pressante rivolto ai musulmani per una revisione critica dei loro principi religiosi, ma non ne ho trovato traccia.

Come può la Spinelli affermare che "i rabbini non possono continuare a far finta di nulla se non vogliono essere complici dell’integralismo dei propri correligionari e di quello palestinese. Se vogliono presentarsi di fronte all’Islam come eredi della filosofia europea dei Lumi"? Ma cosa ne sa la Spinelli di cosa fanno i rabbini, di cosa pensano i rabbini e quali rabbini? Ce ne sono di tutti i generi. E cosa fa pensare alla Spinelli che vogliano presentarsi come eredi della filosofia europea dei lumi? Sono affermazioni che denotano una scarsa conoscenza delle correnti dell’ebraismo attuale e dell’ebraismo tradizionale. Un maggior approfondimento, per un’intellettuale come la Spinelli, sarebbe certamente opportuno.

Nessuno nega che Israele abbia fatto dei clamorosi errori storici e politici e non a caso esiste in quel paese una molteplicità di partiti e di movimenti che sostengono le posizioni più diverse e che alimentano una vitalità democratica sconosciuta in quell’area del mondo. Lo stesso si verifica tra gli ebrei della diaspora. Questo non cancella l’amarezza che si prova nel constatare come, in modo sempre più palese, si tende a far ricadere su Israele la responsabilità ultima della complessa situazione che si è determinata dopo l’11 settembre e a mettere in discussione la legittimità stessa dell’esistenza dello stato d’Israele. L’articolo della Spinelli sembra estendere questa responsabilità agli ebrei e all’ebraismo in generale. Anche questo è un meccanismo che è stato utilizzato con grande successo nella storia recente e remota.

Distinti saluti.

Maurizio Piperno Beer

Presidente della Comunità Ebraica di Torino

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