Il 28 ottobre La Stampa di Torino pubblicava una articolo firmato Barbara Spinelli intitolato "Quel mea culpa che manca nell'ebraismo" che suscitava forti reazioni nel mondo ebraico e no. Non abbiamo mai creduto che fosse utile per gli ebrei in genere "rincorrere" le sollecitazioni del mondo esterno, perché crediamo nelle nostre capacità propositive, tuttavia le reazioni a questo articolo costituiscono sicuramente una spinta al dibattito interno ebraico, sempre vivace. Morashà vi contribuisce pubblicando gli articoli pervenuti in redazione, di cui solo alcuni apparsi sulla stampa "cartacea". Chiunque volesse inviare degli altri, l'indirizzo è sempre quello: redazione@morasha.it. Buona lettura.
Quale mea culpa per Israele
Sulla scia di un articolo di Barbara
Spinelli si sta svolgendo sulla Stampa di Torino un lacerante referendum: debbono
o no gli ebrei - tutti gli ebrei, quelli israeliani e quelli diasporici, i religiosi
e i laici - pronunciare un profondo mea culpa collettivo per il prezzo che la
nascita d'Israele ha inflitto ai palestinesi? Che si organizzi una consultazione
di massa sulla "colpevolezza" ebraica, quale premessa pacificatrice
dopo la svolta tragica dell'11 settembre, è sembrato intollerabile a
molti degli interlocutori.
Eppure se, oltre a numerose critiche, l'articolo ha ricevuto tanti plausi, da
Dini a D'Alema, attenti alle vicende internazionali, gli è che esso pone
sul tappeto questioni ineludibili. Dunque, proprio chi considera ingiuste alcune
delle argomentazioni addotte, deve affrontare ancora una volta (non è
vero che non lo si è mai fatto) il tema dei dolori e torti subiti dai
palestinesi dopo la guerra dei Sei giorni, nel 1967, quando - anche questo non
va dimenticato - gli arabi avevano cercato per l'ennesima volta di distruggere
la nazione ebraica.
Questo troppo lungo capitolo di umiliazioni e ferite è relativo allo statuto di occupazione militare dei Territori, alle condizioni di vita delle popolazioni che vi risiedono, alla frustrazione per le innumerevoli misure vessatorie e, sopra ogni cosa, alla follia degli insediamenti, proseguita contro ogni logica anche durante il cosiddetto «processo di pace», da Oslo a Camp David. Si deve ripetere che questi insediamenti precostituiscono uno spezzettamento inaccettabile del futuro Stato palestinese. Che obbligano l'esercito israeliano a difendere piccoli agglomerati disseminati in un territorio inevitabilmente ostile, incentivo naturale di ostilità aggressive e di attacchi armati. Che rappresentano una palese contraddizione con l'idea stessa di uno Stato degli ebrei e per gli ebrei, visto che configurerebbe un paese binazionale, con crescente e irriducibile componente araba.
Se le possibilità di una pace
duratura appaiono fragilissime, in primo luogo per il riemergere di un sempre
più determinato fronte del rifiuto da parte palestinese, bisogna pur
dire che la opzione di riaprire una prospettiva di lungo periodo resta affidata
al coraggio di Israele nell'affrontare e risolvere il pur difficilissimo problema
degli insediamenti.
Qualora Barbara Spinelli avesse incentrato il suo invito critico su questo punto,
sottolineando la permanente sordità israeliana, e sollecitato l'urgenza
accresciuta di affrontarlo dopo l'attacco di bin Laden, avremmo potuto tranquillamente
sottoscrivere il suo testo. Così non è poiché la scrittrice
trae da una critica sull'oggi conclusioni assai più totalizzanti sia
su Israele che sull'ebraismo, addentrandosi oltre i limiti del giudizio politico.
Non mi riferisco, però, al fatto che dopo l'11 settembre è cambiata
non solo la percezione che l'America ha di se medesima, disfacendosi d'un colpo
il suo storico senso di sicurezza e invulnerabilità, ma che anche è
mutato il suo rapporto col resto del mondo e con Israele in particolare. La
difesa di quest'ultimo è posposta, infatti, ad altre priorità,
compresa l'esigenza di strutturare una alleanza che comprenda il maggior numero
possibile di paesi islamici. Da questo punto di vista lo spazio della politica
israeliana si è ristretto e le decisioni per giocare un ruolo attivo
nel concerto antiterroristico fruiscono di tempi brevi. Se il governo di Gerusalemme
si attardasse in un solipsismo deluso e inerte il pericolo di una Monaco medioorientale,
paventato da Sharon, tra proteste ipocrite e di maniera, non sarebbe poi così
irrealistico.
Va, però, aggiunto che sta
diventando strumentale e alquanto irritante, se rivolto al mondo ebraico, il
ripetitivo ritornello secondo cui dall'11 settembre «nulla sarà
più come prima». Questo è senz'altro incontrovertibile per
gli Stati Uniti, mai aggrediti in casa loro dal XVIII secolo; lo è assai
meno per l'Europa che ha non solo sofferto le guerre e gli orrori del XX secolo
ma ha convissuto per decenni col terrorismo dalla Spagna all'Irlanda, dall'Italia
alla Francia, dalla Germania alla Russia, convivenza non scevra talora da connivenze,
opportunismi, complicità, anche solo politiche. Per contro vi è
un paese, Israele, in cui «tutto è come prima», il solo da
sempre oggetto del terrorismo e purtroppo aduso a considerarlo come dato permanente
della vita quotidiana dei suoi cittadini. E' lecito fargliene una colpa o addossargliene
la responsabilità ?
S'innesta a questo punto il mio dissenso
da alcuni assunti del discorso di Barbara Spinelli. Un discorso che contesta
alla radice l'esistenza stessa dello Stato d'Israele e il suo legame storico
e religioso con l'ebraismo. Cito per quanti non hanno letto la Stampa: «Per
milioni di uomini e non solo per i terroristi... Israele costituisce uno scandalo...
per i sacrifici che la sua nascita impose... per il modo in cui la religione
di Mosè abita il nostro pianeta, facendo valere diritti che spesso sono
metastorici più che storici, connessi a testi sacri più che al
divenire ordinario dei popoli e del tempo... come se a un unico popolo fosse
dato per volontà divina di vivere una condizione di libertà assoluta,
mentre il resto del mondo perdurerebbe nel duro regno della necessità».
Non posso nascondere l'attonito stupore che questa frase suscita e che mi spinge
a cercare in quale periodo della sua storia plurimillenaria il popolo ebraico
abbia vissuto «una condizione di libertà assoluta». Forse
in qualche breve stagione del regno di Giuda. Non certo sotto Babilonia e i
Faraoni, sotto i Romani o il Papato, sotto i regimi feudali d'Europa o sotto
quelli maomettani. O sotto Hitler, Mussolini e gli altri dittatori del Novecento.
Solo con l'avvento di Israele gli ebrei hanno conquistato un'oasi di libertà
e democrazia, insidiata e messa in permanente pericolo fin dal giorno della
nascita. Ed è proprio questo evento che ora viene posto sotto accusa
e se ne chiede il mea culpa ai propugnatori e ai loro eredi e sodali, in Giudea
e nel mondo intero.
Il dossier dell'accusa ha molti capitoli
ma quello che forse meglio spiega come una persona, pur dotata di raffinatissimo
spirito critico, se ne faccia carico è quello che riguarda lo speciale
rapporto tra Israele e la religione ebraica. Nessuno può negarlo né
ignorare il peso relativamente condizionante dei partiti religiosi. Ma da questo
a pensare che lo Stato ebraico cerchi nella Bibbia il suo diritto politico ad
esistere e a lottare per la sopravvivenza dei suoi cittadini corre una distanza
incommisurabile. Così è altrettanto ingiusto immaginare che la
stragrande maggioranza di quanti difendono Israele, pur criticandolo nella concretezza
dei comportamenti, lo faccia per motivazioni religiose, addirittura teologiche,
e non storicopolitiche. D'altro canto ogni analisi storica apparirebbe monca
e spesso inspiegabile senza l'apporto della storia delle religioni e del modo
come i popoli hanno vissuto e interpretato il sentimento religioso. Dalle Crociate
all'Inquisizione, dalla dialettica tra Impero e Papato alla Questione romana,
dal «non expedit» alla scomunica dei comunisti nel 1948 come si
potrebbero interpretare le vicende italiane ed europee, espurgandone gli influssi
della religione cattolica? E come si potrebbe leggere l'Islam di ieri e di oggi
senza considerare il peso preponderante del Corano e delle sue interpretazioni?
O il mondo anglosassone senza il Protestantesimo? O l'Asia senza Confucio ?
Così è per la storia di Israele. Anche dopo la cacciata ad opera
dei Romani, e per tutti i secoli successivi, la presenza ebraica non sparì
mai dalla Palestina, tanto che nel XIX secolo essa rappresentava la maggioranza
della popolazione di Gerusalemme. Quanto agli ebrei dispersi e perseguitati
nei paesi europei, nord africani e medio orientali, che l'invocazione diasporica,
ripetuta senza interruzione per secoli, «l'anno prossimo a Gerusalemme»,
non suonasse nel loro animo solo come una frase rituale, lo provò nell'Ottocento
il sorgere del movimento sionista. Coevo, per concomitanza ideale, all'irrompere
dei movimenti patriottici che rivendicavano contro il dominio dei grandi Imperi
(l'asburgico, lo zarista, l'ottomano e, poco più tardi, il francobritannico
nelle colonie) l'affermazione della unità nazionali, con le loro capitali,
declassate e perdute da secoli (Roma, Budapest, Varsavia, ecc.), il sionismo
trasse dal proprio popolo disperso le forze e la sacrosante giustificazioni
per ricostituirsi come nazione, laddove era stato espulso. Erano i tempi in
cui, non a caso, i patrioti italiani intonavano il verdiano «Patria mia,
sì bella e perduta» che faceva del popolo ebraico il simbolo dell'iniquo
esilio. Va rammentato che, quando il movimento di ritorno riprese e quando ancora
si moltiplicò per sfuggire alle persecuzioni naziste e quando, infine,
si gonfiò per l'accorrere dei sopravvissuti al Genocidio, in Palestina
- dominio turco e, dopo il 1918, mandato britannico - non esisteva alcuno Stato
palestinese precedente, né i nascenti nazionalismi arabi lo rivendicavano,
sognando, se mai, una grande patria araba sotto la dinastia hascemita. Del resto
non lo rivendicarono nemmeno nel 1948, quando l'Onu proclamò la spartizione
e gli eserciti dei paesi confinanti (Egitto, Giordania, Libano e Siria) attaccarono
con l'intento di spartirsi quella regione. Solo verso la fine degli anni Sessanta
comincia ad emergere con forza la rivendicazione di uno Stato palestinese. Si
può, dunque, tranquillamente affermare che senza la nascita di Israele
una nazione palestinese indipendente non sarebbe neppure stato concepita.
Queste sono, comunque, le radici originarie dello Stato d'Israele, potenziate
e tradotte in decisione dell'Onu, quando il bilancio della Shoah obbligò
la coscienza internazionale a fare i conti su cosa aveva significato abbandonare
il popolo ebraico ad un destino di disperazione e di fuga, senza un punto di
arrivo e di rifugio. Rimettere in questione questa acquisizione fondamentale,
che senza dubbio provocò anche danni e lacerazioni, inevitabili purtroppo
in tutti i contenziosi di confine, avrebbe un solo esito: rafforzare le crescenti
pulsioni arabo islamiche - da Hamas a bin Laden - che reclamano la «la
liberazione totale della Palestina dall'entità ebraica» e prepararsi
a nuove e ancor più fosche tragedie. Del resto il rigetto delle proposte
di pace di Barak, seguito dallo scoppio della seconda intifada, accompagnata
dal terrorismo kamikaze, mirante alla lunga a provocare un nuovo esodo ebraico
e ad estremizzare oltre ogni limite il conflitto, ripropone nei fatti il fantasma
di un altro genocidio e di un'altra diaspora. In questo contesto suona come
uno straniante rovesciamento emotivo il riconoscimento che «Israele è
effettivamente in pericolo... e ,proprio perché il timore è fondato,
urge un profondo ravvedimento religioso e terreno dell'ebraismo ... quel mea
culpa che fa crudelmente difetto, pronunciato a fronte... dell'Islam».
Non è tutto. L'amaro calice
dello scritto di Barbara Spinelli va bevuto fino in fondo. Due affermazioni
conclusive percuotono il lettore: la prima paventa «una tentazione apocalittica»
e avanza il sospetto che «il popolo di Israele, per rigenerarsi, voglia
strappare nuovi dolori dai giorni futuri, sognando una specie di secondo olocausto».
Torna qui l'antico stilema secondo cui il popolo deicida, rifiutando la conversione,
è il vero e primo responsabile dei mali che lo perseguitano. La seconda
affermazione è altrettanto inspiegabile in bocca a una persona dalla
biografia culturale e politica impeccabile, a meno che non la si ricolleghi
a quel filone del pensiero illuminista e liberale che, da Voltaire a Benedetto
Croce, mostrò una dichiarata insofferenza di fronte al permanere di una
specificità ebraica, una volta realizzata la democrazia. Non ci sembrava,
peraltro, che finora Barbara Spinelli si richiamasse a quegli illustri, quanto
angusti, schematismi, respinti dalla esperienza storica dell'ultimo secolo.
Eppure solo in quest'ambito riusciamo a spiegarci perché ella stigmatizzi
il legame fra la diaspora e Israele, chiedendo agli ebrei degli altri paesi
di metterlo in causa, «rinunciando alla cittadinanza automatica concessa
a chi discende dagli ebrei». Si tocca qui, anche se involontariamente,
un tema particolarmente significante e ricorrente, quello della doppia fedeltà,
imputata agli ebrei dalla antichità - quando la comunità giudaica
dell'Urbe venne accusata da Cicerone per l'obolo versato al Tempio di Gerusalemme
e, quindi, sottratto all'erario di Roma - fino all'affare Dreyfus, che scatenò
l'antisemitismo francese a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Quanto alla «legge
del ritorno», che permette ad ogni ebreo di ottenere la cittadinanza israeliana,
non si tratta affatto di «un vincolo di sangue» di natura religiosa
(il rabbinato tende anzi a restringerla al massimo), come viene scritto ma di
una «carta della speranza e della salvezza», di quel passaporto
per una meta spesso inesistente e negata, che milioni di ebrei durante la persecuzione
nazista agognavano invano. Con Israele e il «diritto al ritorno»
quel passaporto e quella meta si sono tradotti in realtà. Ne hanno goduto
gli ebrei sfuggiti alle persecuzioni comuniste nell'Urss e nei paesi dell'Est,
quelli scampati ai pogrom e all'oppressione nei paesi islamici, i falascià
etiopici, liberati dalla minaccia di Menghistu. Solo un inguaribile ottimismo
nel trionfo globale e permanente della democrazia nel mondo potrebbe rendere
quel diritto inutile e superato.
Ciò detto confesso di non aver capito fino in fondo cosa abbia inteso Barbara Spinelli rivolgendo questo invito al mea culpa ebraico. E con quale fine, dato che nessun pronunciamento verbale potrebbe sostituire la concretezza delle trattattive di pace e delle reciproche concessioni. Credo, tuttavia, che sia valsa la pena addentrarci dolorosamente nelle pieghe di quel sofferto scritto. Preferisco, però, concludere con le parole, ancorché problematiche, con cui Barbara Spinelli termina, proprio riferendosi all'ebraismo, il suo recente e bellissimo libro Il sonno della memoria (ed.Mondadori): «La storia, ciclica, tende a ripetersi, l'uomo resta il giunco fragile e credulo che è sempre stato. Ma giunco pensante che può avere il coraggio e non il culto della memoria. Il popolo ebraico e gli ebrei della diaspora hanno insegnato l'uno e l'altra: la faccia luminosa e quella buia dell'arte di ricordare. Chissà che non trovino la via stretta che conduce a una sapienza storica capace di farci vivere accanto a un male costantemente vicino, mortale, ma non irresistibile».
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