Il 28 ottobre La Stampa di Torino pubblicava una articolo firmato Barbara Spinelli intitolato "Quel mea culpa che manca nell'ebraismo" che suscitava forti reazioni nel mondo ebraico e no. Non abbiamo mai creduto che fosse utile per gli ebrei in genere "rincorrere" le sollecitazioni del mondo esterno, perché crediamo nelle nostre capacità propositive, tuttavia le reazioni a questo articolo costituiscono sicuramente una spinta al dibattito interno ebraico, sempre vivace. Morashà vi contribuisce pubblicando gli articoli pervenuti in redazione, di cui solo alcuni apparsi sulla stampa "cartacea". Chiunque volesse inviare degli altri, l'indirizzo è sempre quello: redazione@morasha.it. Buona lettura.

La pace, il cavaliere e l'armatura svuotata

4 novembre 2001 - di Barbara Spinelli

Più volte, ripensando alle dispute suscitate dal mio articolo sui mancati mea culpa nell’ebraismo, mi è venuto in mente quel che ha scritto David Grossmann, scrittore israeliano, poco dopo l’attentato di Manhattan: "Se non arriverà la pace in Medio Oriente, a poco a poco ci trasformeremo tutti in una sorta di armatura vuota, priva del proprio cavaliere". Non saremo capaci di ascoltarci l’un l’altro, perché l’armatura parlerà al nostro posto. Non saremo capaci di metterci in questione, di interrogare il nostro passato, le nostre parole, le nostre conoscenze storiche, le nostre certezze, perché tutto questo - passato, parole, conoscenze, certezze - sono diventate l’armatura che abbiamo messo fra noi e i fatti reali, fra noi e la nostra coscienza. In alcuni momenti ho perfino avuto l’impressione che questo esistere a partire dall’armatura restringesse la vocazione al pensiero individuale, solitario.

Il collettivo Noi prendeva il sopravvento sul più scabroso io penso, io dubito. Non poche lettere inviate alla Stampa - e per le quali vorrei comunque ringraziare: ogni dissenso aiuta a pensare - sono firmate da piccoli collettivi, da persone che reagiscono in gruppo. Da piccole chiese, che si mobilitano contro l’eresia di individui non ortodossi. Un epiteto mi ha colpito, per la sua singolarità e per le assonanze che risveglia: "rinnegato". Questo vuol dire che discorrere su diaspora e Israele è oggi impresa ardua, sia fuori che dentro l’ebraismo. Ne fecero l’esperienza spiriti ebrei liberi come Hannah Arendt, Arthur Koestler, Henri Bergson, Simone Weil, Gershom Scholem, Ernst Gombrich, Raymond Aron, Judah Magnes, in tempi travagliati.

Per parte mia non ho mai pensato che l’ebraismo fosse un monolito, e ho memoria delle voci dissidenti da esso scaturite, a cominciare dalla denuncia del bellicismo israeliano pronunciata da Primo Levi nell’82, su questo giornale. È di prese di posizione come la sua che oggi - dopo l’11 settembre - si sente crudelmente la mancanza. Anche negli altri epiteti non mi riconosco: antisemita, seguace di Göbbels, filo-terrorista, e senza pretendere di replicare a tutte le accuse - non ho competenza teologica - vorrei tentare alcune risposte provvisorie che chiariscano un poco la mia posizione. In primo luogo il mea culpa, che forse ha suscitato più sdegno. Non ho trovato altro termine, per esprimere qualcosa che secondo me non rimanda solo alle tradizioni della liturgia cristiana: le due parole latine possono esser tradotte in vari modi, ma restano un tratto costitutivo della cultura occidentale.

Nei suoi momenti migliori - che sono sempre stati momenti di esame di coscienza, soprattutto dopo le guerre di religione - la cultura occidentale ha saputo coniugare lo spirito critico, un’alta idea del diritto, una vocazione a farsi piccoli di fronte all’enormità degli errori compiuti. Il mea culpa di Giovanni Paolo II sullo sterminio degli ebrei ha concentrato l’attenzione del pubblico su un male estremo, ma il ravvedimento riguarda anche mali diversi, e non a caso il Pontefice ha pronunciato molti mea culpa, non uno soltanto. Non mi sembra giusto aggrapparsi a un termine per respingere compiti che tutti siamo chiamati a assumerci - ebrei e non ebrei - se vogliamo fondare le nostre azioni sull’etica, la coscienza e la ragione.

Chiedere scusa per le sofferenze arrecate, guardare il dolore dell’altro oltre quello proprio e dei propri cari: qui è la nobiltà degli esseri umani, quale che sia la loro appartenenza religiosa o etnica. Ho detto che gli ebrei faticano ad assumersi tale compito, sia in Israele sia nella diaspora, e che questa riluttanza può rivelarsi nefasta, all’indomani dell’11 settembre: per la prima volta infatti il destino di Israele è veramente in pericolo. L’America è stata la sua fondamentale garanzia di sopravvivenza, ma oggi l’ombrello protettivo si chiude: sono bastati tre aerei terroristi, scaraventati contro le Torri Gemelle e il Pentagono, perché gli Usa smettessero di essere la superpotenza invulnerabile che avevano voluto rappresentare. Non lo sono più, non si sentono più tali, e in prospettiva il loro comportamento diverrà più europeo: dunque più impaurito, negligente verso lo Stato ebraico.

Questo espone gravemente Israele: la sua solitudine non è mai stata così grande e il suo sgomento si può comprendere. Ma dallo sgomento toccherà pure uscire e ripensare l’intera situazione e rimeditare anche sul passato, perché il tempo non lavora in favore della nazione israeliana. Il tempo, se lo si lascia passare senza iniziative forti anche sul piano simbolico (il ravvedimento è una di esse, oltre a gesti di pace unilaterali come il ritiro dai territori) lavora in favore delle forze di distruzione, e di un terrorismo cui urge far fronte sollecitamente. Mettiamo che Arafat abbia in mente una deportazione degli ebrei fuori dalle loro terre. Un modo sicuro per secondarlo è quello di dare tempo al tempo: dunque non fare nulla, aspettare che sia lui a fare la prima mossa. Dal suo punto di vista, sempre che abbia in mente la distruzione di Israele, sarebbe la soluzione ideale: gli basterebbe aspettare.

Quello che mi preoccupa nelle lettere e negli articoli dei miei critici è la scarsa inquietudine che essi sembrano provare per la sorte effettiva degli abitanti d’Israele. Il fatto è che non c’è tempo per discutere sull’orgoglio degli ebrei e sulla vera giustizia. Israele è condannata a fare il primo passo, proprio perché più matura e più razionale delle élite arabo-palestinesi, pena una catastrofe. Ma il vero punto controverso riguarda la natura delle colpe israeliane, e se esistano colpe, e se le élite politiche e religiose - in Israele e fuori - siano disposte ad alcuni atti di contrizione o ripensamento. Atti certamente difficili, perché nulla di simile sembra venire da parte palestinese o araba. Ma atti ineludibili, e che non possono ridursi alle prese di posizione isolate di alcuni storici eterodossi, peraltro malvisti nel mondo accademico israeliano, come Tom Segev o Benny Morris. Sono le classi dirigenti (politici, rabbini) che a mio parere potrebbero utilmente aiutare Israele e l’ebraismo a uscire dall’età dei miti, e a entrare nella nuda storia dei fatti.

Nella storia dei fatti non esistono persone o popoli esenti da colpe, errori. Né si capisce come mai Israele dovrebbe, unico, sottrarsi a quest’umana ventura. È il motivo per cui ho parlato di mitologia ebraica, e di un’antica tendenza a vivere nella metastoria piuttosto che nella storia: storia che è sempre fatta di cadute e riprese, errori e correzioni, dogmatismi e ritorno alla razionalità. Uno dei miti che mi sono apparsi ricorrenti è quello dell’antisemitismo eterno, che caratterizzerebbe la storia ebraica dai tempi della distruzione del Tempio ad opera dei romani, nel 70 d.C., ai giorni d’oggi. Mito temibile, perché esso ingenera l’illusione - come diceva Hannah Arendt - di "un’identità ebraica eternamente buona, la cui monotonia è stata turbata solo dall’altrettanto monotona cronaca di persecuzioni e di pogrom". Ne consegue l’incapacità di tanti israeliani di guardare la propria storia passata, e non solo passata. Penso in particolare alla genesi di Israele e ai rapporti tra ebrei e palestinesi, fin dall’inizio inesistenti o impossibili. E penso anche a vicende recenti: al dilatarsi di un integralismo ebraico che non di rado è sfociato nel terrorismo, entrando in una dialettica micidiale col terrore palestinese; alla condiscendenza di tanta parte della diaspora verso i molti rabbini che in Israele propugnano l’integralismo e ne legittimano le violenze.

L’eccidio perpetrato dal medico colono Baruch Goldstein nella moschea di Hebron, il 25 febbraio ’94 (29 morti, tutti in preghiera come i 16 protestanti trucidati da fanatici islamici in Pakistan, il 28 ottobre scorso) è stato approvato da un certo numero di rabbini, alcuni dei quali hanno addirittura chiamato Goldstein "santo vendicatore". Le omelie del rabbino Yussuf Ovadia a Gerusalemme prendono regolarmente di mira l’Islam e i "serpenti musulmani": "Dio si è pentito di aver creato gli arabi", ha detto il 5 agosto 2000, senza esser condannato dai principali rabbini della diaspora. È la ragione per cui ho suggerito un mea culpa non solo verso i palestinesi ma anche verso l’Islam, non senza sperare che il mea culpa venga un giorno anche dai palestinesi e dall’Islam. Ma le obiezioni più forti riguardano la nascita di Israele, e la guerra successiva alla proclamazione dello Stato il 14 maggio ’48.

Molti lettori sono convinti anche in questo caso che l’innocenza sia tutta dalla parte di Israele, e le colpe tutte da parte degli arabi-palestinesi, che avrebbero "rifiutato" di convivere con gli ebrei. Alcuni ripropongono addirittura l’originario mito sionista di un "popolo senza terra in una terra senza popolo", quasi che la Palestina fosse un paese vuoto quando gli ebrei cominciarono a trasferirvisi nell’800. La verità dei fatti è diversa dalla leggenda su cui Israele ha costruito la propria identità.

La politica di espulsione e spesso deportazione dei palestinesi non è successiva all’offensiva militare degli stati arabi, il giorno dopo la proclamazione dello Stato, ma la precedette, nel corso di quella che Benny Morris, in un lucido libro sulla nascita di Israele, chiama la guerra civile nella Palestina sotto mandato britannico (Benny Morris, Le Vittime, Rizzoli 2001). L’esodo di circa 700.000 palestinesi dai villaggi, prima e durante la guerra, non nacque da una strategia araba di rifiuto delle buone intenzioni israeliane. Fu attizzata da attentati terroristici ebraici (condotti a Haifa dalla Banda Stern e dall’Irgun di Begin) ma innanzitutto da un eccidio, a Deir Yassin il 9 aprile ’48, che costò la vita di 350 civili e che si incuneò come un incubo nelle memorie palestinesi e arabe, fin dall’esordio della guerra scoppiata nel maggio ’48. Sono fatti noti, prima ancora che i nuovi storici israeliani li riscoprissero.

Nell’ottobre 1948, in una lettera al direttore di Commentary, Judah Magnes, presidente dell’Università ebraica, fu il solo a ergersi contro il mito della piccola nazione incolpevole: "Se gli arabi di Palestina hanno abbandonato i loro territori "volontariamente", sotto l’urto della propaganda araba e in preda a un autentico panico, non si può dimenticare che l’argomento più potente, in questa propaganda, era la paura di una ripetizione delle atrocità compiute dal gruppo Irgun-Stern a Deir Yassin, dove le autorità ebraiche furono incapaci di prevenire l’azione o di punire i colpevoli, o non vollero farlo". Fu Magnes stesso a porre, fin da allora, la questione morale: "Ogni tentativo di affrontare una situazione umana tanto ampia da un punto diverso da quello umano e morale ci porterà in un pantano". E ancor oggi è cruciale per Israele darsi quella legittimazione etica che allora vacillò, per tanti ebrei e non ebrei.

D’altronde questo è vero sempre: non si può agire né governare senza fare appello alla coscienza, specie la propria. L’idea stessa di morale non ha senso al di fuori di una qualche visione della colpa, o della responsabilità per gli sbagli commessi. È in questo quadro che ho accennato al cristianesimo cattolico, come modello europeo di apprendimento dagli errori e di responsabilizzazione personale. E non per sostenerne la superiorità o irreprensibilità, o per spingere gli ebrei a conversioni o acculturazioni, ma solo per costatare come un solo monoteismo sia stato capace di una secolarizzazione autentica, mutando strutture e natura della propria religione. È la tesi sostenuta dall’orientalista Bernard Lewis, secondo cui Islam e ebraismo sono, da questo punto di vista, più simili di quanto si creda. C’è da domandarsi se l’ebraismo sia in grado di affrontare simile secolarizzazione, ma per quanto riguarda il passato la risposta è negativa.

La stessa Aufklärung ebraica (l’età dei Lumi che faceva capo a Moses Mendelssohn) fece una scelta di secolarizzazione - propugnando la separazione tra potere civile e religioso, l’indipendenza della cultura dalle certezze della fede - ma i suoi esponenti si sentirono costretti a abbandonare l’ortodossia, anche quando conservarono la consapevolezza delle proprie origini. È quello che sostiene Hannah Arendt: "Il laicismo e il sapere laico furono identificati esclusivamente con la cultura non ebraica, cosicché a questi ebrei non venne mai in mente di avviare un processo di secolarizzazione relativo alla loro stessa eredità". Accadde in tal modo che l’eredità spirituale della religione di Mosè divenne più che mai monopolio dei rabbini.

Un altro punto dolente è quello che concerne la doppia lealtà nella diaspora. L’espressione è magari infelice e me ne scuso ma non è, la mia, un’argomentazione antisemita. Inquietudini analoghe - sulla società tribale che può nascere da un multiculturalismo legalistico - furono formulate da Raymond Aron e, nel 1996, dallo storico dell’arte Ernst Gombrich, in un discorso che suscitò scandalo perché negava l’esistenza di una specifica cultura ebraica in Europa ("Queste definizioni preferisco lasciarle alla Gestapo: io parlo di cultura europea"). Invece di indignarsi converrebbe forse chiedersi cosa significhi oggi essere ebrei. So che non esiste praticamente risposta, ma un tentativo lo si può fare. Secondo molti, e io tenderei a aderire a tale posizione, è essenzialmente una fede religiosa. Il resto - razza, popolo nazionale, legame di sangue - è tutta materia incandescente, alla luce dei nazionalismi e di Auschwitz.

Per quasi due millenni, la Terra è stata di fatto marginale nel pensiero ebraico. Era sostituita dal Libro. E certo si può capire il nazionalismo ebraico, dopo la catastrofe immane che sono stati i Lager. Si può capire anche la crisi della religione: per alcuni Dio velò il proprio volto e perfino scomparve, nella cenere dei forni. Ma siamo sulla terra per interrogare e interrogarci, e anche l’identità di un popolo o una religione possono divenire oggetto di indagine. Ci si può domandare se non sia nazionalismo etnico, quello che resta dell’ebraismo. Se le sue forme non siano perniciose, nella politica israeliana come palestinese, anche il giorno in cui fra i due Stati s’innalzerà quel muro che tanti auspicano, illudendosi che esso scioglierà ogni nodo di ieri e di oggi. Pernicioso perché in ambedue i casi lo sciovinismo si collega al concetto religioso di popolo eletto.

Ci si può domandare se Israele e la diaspora facciano bene a vedere il mondo come raffigurazione di un antisemitismo eterno, e se sia giusto che la shoah continui a essere elemento fondante dell’ebraismo statuale e spirituale. Infine ci si può chiedere se gli ebrei non siano in qualche modo affezionati al proprio dolore: paradossalmente, a forza di chiamarlo destino, molti di loro dimenticano il pericolo concreto che hanno di fronte. Ci si può chiedere se l’antisemitismo non sia durevolmente divenuto un "elisir di vita" (Lebenselixier), come lo chiamava Theodor Herzl quando fondò il sionismo: una minaccia che conferisce identità all’ebreo, quasi più della preghiera.

Sono domande che questa polemica giornalistica ha reso ancora più attuali, ed è il motivo per cui vale la pena sforzarsi insieme e tentare di attenuare il timore di tanti pensatori ebrei: il timore che l’ebraismo abbia bisogno di crearsi sempre nuove emergenze, per provare la propria esistenza individuale o collettiva. Il timore che non ci sia più il cavaliere, dentro l’armatura vuota.

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