(Del 22/11/2001 Sezione: Cultura Pag. 20)

La Stampa — Torino — 22/11/2001

Viaggio fra i traumi e gli orgogli del più popoloso nucleo israelitico d’Italia

Di Maurizio Molinari

La designazione di Riccardo Di Segni a nuovo rabbino capo di Roma suggella il risveglio della vita ebraica in Italia avvenuto durante gli ultimi venti anni. A renderlo possibile è stato l’impatto avuto sulle ultime generazioni dal successo delle scuole ebraiche di Roma e Milano, le Comunità più numerose, e la capacità dimostrata dai rabbini italiani, primo fra tutti Elio Toaff rabbino capo di Roma nell’ultimo mezzo secolo, nell’interpretare una crescente attenzione per i valori dell’ebraismo, una maggiore determinazione ad essere presenti nella società italiana ed un più intenso legame con lo Stato d’Israele.

Se le premesse del rinnovamento devono essere rintracciate nell’evoluzione interna alle singole Comunità - i cui iscritti in tutto sono 35 mila - a farlo scaturire fu una terribile scossa, che ha una data precisa: le 11,55 di sabato mattina 9 ottobre 1982. È Sheminì Azeret, ultimo giorno della festa di Sukkot (delle Capanne). I fedeli escono dalla Sinagoga Maggiore di Roma attraverso il piccolo cancello di ferro annerito su Via Catalana. Il mediorientale che sosta sul marciapiede opposto infila la mano destra nella sacca, sorride, guarda negli occhi chi sta uscendo. Lancia una granata. I fedeli cadono a terra. Poi arrivano le sventagliate di mitra. Gli attentatori sono una decina, si mettono in fuga: l’unico nome noto, il giordano-palestinese Osama Abdel Al Zomar, sarà condannato all’ergastolo solo dopo essere svanito su un volo dell’Olimpyc Airways Atene-Tripoli a fine 1988.

Trentacinque i feriti. Stefano Tachè, tre anni, è la prima vittima della violenza antiebraica in Italia dalla sconfitta del nazifascismo nel 1945. La Comunità è ferita. Il rabbino capo Elio Toaff comprende che nulla sarà come prima: l’attentato segue quelli analoghi dei mesi precedenti a Vienna, Anversa, Parigi, è la conferma che in Italia è tornato l’antisemitismo, questa volta sotto la veste antisionista, l’odio contro Israele, la negazione agli ebrei del diritto di avere una patria.

Chi sono i colpevoli? Quelli materiali sfuggono e gli ebrei puntano l’indice contro il pesante clima antisionista dell’epoca. Neanche due ore dopo l’attentato viene distribuito un volantino redatto frettolosamente dagli studenti ebrei, intitolato ironicamente "Grazie!". È un atto d’accusa contro Giulio Andreotti e Bettino Craxi che flirtano con Yasser Arafat, allora ancora sostenitore della distruzione di Israele; contro il Pci filo-sovietico schierato dalla parte degli arabi; contro quotidiani e settimanali dove fioccano i paragoni fra sionismo e nazismo confusi fra le critiche all’invasione israeliana del Libano; contro gli autonomi romani che avevano affisso lo striscione "Bruceremo i covi sionisti" sulla piccola Sinagoga di Via Garfagnana; contro i sindacati che avevano deposto una bara di fronte alla Sinagoga Maggiore fra sventolii di bandiere rosse; contro Sandro Pertini, capo dello Stato ed attento alle ragioni di tutti ma non degli ebrei, ai quali nel discorso di fine anno si sarebbe poi rivolto con tono brusco chiedendo "Ma che cosa vogliono questi ebrei?".

Gli ebrei si sentono soli, isolati in un’Italia schierata con i palestinesi, silente di fronte agli atti di terrorismo arabo contro le Comunità ebraiche europee così come contro scuole e kibbutzim della Galilea. Quando i politici tentano la strada di Portico d’Ottavia per portare cordoglio e solidarietà, il cuore di una Comunità di ambulanti, ricordari, negozianti e docenti universitari batte forte e si chiude a riccio. Tocca a Toaff far capire a Pertini che non è il caso di farsi vedere. Il suo abbraccio ad Arafat al Quirinale è avvenuto neanche dieci giorni prima. Solo in due vengono accolti dall’applauso della folla in cerca di solidarietà: Giovanni Spadolini, leader repubblicano allora premier, e il radicale Marco Pannella.

Entrambi sempre rimasti dalla parte di Israele. Il gelo per tutti gli altri cela la rabbia di chi si sente tradito. "Tollerando l’antisionismo l’Italia - sono le parole di Bruno Zevi, fra i fondatori del Partito d’Azione - è diventata teatro dell’antisemitismo". Toaff tiene le redini di una Comunità che vuole far percepire all’Italia ciò che provano gli eredi di quei naviganti giunti lungo le rive del Tevere oltre duemila anni fa. La scelta è di farlo capire anzitutto a Pertini.

Quando la piccola bara bianca di Stefano Tachè sfila in un mare di folla davanti alla Sinagoga Maggiore che fu inaugurata da Vittorio Emanuele II, un gelo impenetrabile accoglie il presidente abituato a ricevere solo applausi. Pertini è scosso. Altri comprendono meno quanto sta avvenendo. Il Paese ufficiale, la cultura dominante, i partiti di sinistra, l’associazionismo cattolico, preferiscono dedicarsi alla tutela dei diritti dei palestinesi più che alla difesa degli ebrei italiani. Bruno Zevi lo dice, lettera per lettera, in un vibrante intervento in Campidoglio, accusa la sinistra ed il Vaticano di favorire l’antisemitismo chiudendo gli occhi sull’antisionismo arabo e palestinese che uccide gli ebrei e gli nega il diritto ad una patria.

Quei giorni di ottobre del 1982 fecero comprendere agli ebrei che il detto delle Massime dei Padri - "Se non sono io per me chi è per me" - valeva anche per loro. Se la strage degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco del 1972 aveva posto per la prima volta il problema di difendersi dai terroristi palestinesi, l’attacco del 9 ottobre 1982 porta il pericolo dentro ogni casa. Le parole di Bruno Zevi passarono di casa in casa per mesi, la scelta di Toaff divenne la spina dorsale delle Comunità di tutta Italia, il volantino "Grazie!", scritto dallo studente universitario Dario Coen, restò quasi una settimana attaccato al cancello di Via Catalana. Giovani e meno giovani si ritrovarono in gruppi e movimenti, per difendere il sionismo, per spiegare le ragioni di uno Stato costretto sin dalla sua nascita a combattere per sopravvivere. Dai religiosi del Benè Akiva ai socialisti dell’Hashomer Hazair, al Maccabi, al Movimento Culturale Studenti Ebrei le tante sigle ebraiche divennero un laboratorio di idee, iniziative, voglia di riscatto.

"Dobbiamo essere noi stessi per nostra scelta e convinzione, non per concessione degli altri" recitava un passo del "Nostro Manifesto" degli studenti ebrei. Con questo spirito sarebbero nati nel 1995 l’Unione Giovani Ebrei d’Italia e, poco dopo, il "Quarantotto" il cui scopo principale è di "dare voce agli umori della base". Gli ebrei incominciarono a scendere in piazza come mai prima, si riunirono al Pantheon per cantare l’Hatikwa - l’inno del popolo ebraico divenuto poi inno d’Israele - sfilarono per il centro di Roma contro Craxi e Andreotti, bombardarono di proteste i giornali accusati di ignorare le ragioni di Israele.

Gli intellettuali della sinistra ebraica tentarono invece un dialogo con la cultura dominante pronunciandosi a favore della pace con il popolo palestinese: prima del 9 ottobre avevano sottoscritto l’appello "Davide discolpati" su Repubblica contro "Pace in Galilea", la guerra in Libano, dopo si ricosceranno nelle parole analoghe di Primo Levi. Il mea culpa ebraico a scapito delle scelte compiute dal governo di Menahem Begin in Israele e per difendere le "ragioni della pace" piaceva ai salotti romani, conquistava titoli di giornali e tv ed era politicamente corretto nell’Italia di Dc, Psi e Pci ma aveva ben poco a vedere con quanto stava maturando nelle Comunità. Per accorgersene bastava sfogliare le pagine di Shalom di Lia Levi e Luciano Tas, andare a comprare i dolci di "Boccione" al Portico d’Ottavia o parlare con uno dei volontari che la sera affiancavano da Roma a Torino a Firenze, la polizia per sorvegliare scuole e sinagoghe nel timore di attentati.

Qualcosa di profondo stava mutando. Gli ebrei italiani dopo la Seconda Guerra avevano abbandonato la vita pubblica, preferendo dedicarsi alle professioni. L’emancipazione e l’integrazione degli ebrei nell’Italia liberale era stata azzerata dalle Leggi Razziali volute da Mussolini e promulgate da re Vittorio Emanuele III. "Una delle conseguenze delle persecuzioni in Italia è stata la fine della presenza degli ebrei nella vita pubblica" ha scritto lo storico Vittorio Dan Segre, ricordando che fra il 1870 ed il 1938 l’Italia aveva registrato un numero record per l’Europa di deputati, senatori e membri del governo ebrei.

Dopo il 1945 la tendenza si invertì. Furono due i nomi di spicco che diedero voce nei partiti politici del Dopoguerra all’identità ebraica: Umberto Terracini, che sfidò il suo Pci per difendere il diritto di emigrare degli ebrei sovietici, e l’architetto Bruno Zevi, radicale, liberale e socialista. Il 9 ottobre segna la fine del basso profilo ebraico nella vita pubblica, delegato ad un pugno di intellettuali. È la base delle Comunità che incomincia ad emergere, facendosi portavoce di istanze chiare: difesa delle ragioni di Israele, lotta all’antisemitismo, affermazione della propria identità. Ci vorranno oltre dieci anni prima della maturazione politica di questo fenomeno che porterà la "Lista per Israele" di Riccardo Pacifici alla fine degli anni `90 a guidare la Comunità di Roma prima con Sandro di Castro e poi con Leone Paserman.

Ma i primi effetti si fecero sentire quasi subito. Quattro anni dopo l’attentato, a metà aprile 1986, Elio Toaff riceve nella Sinagoga di Roma Giovanni Paolo II. È la prima visita di un Pontefice in una Sinagoga. Il discorso di Toaff è sui valori, conclude due anni di trattative segrete. Quello del presidente della Comunità, Giacomo Saban, è più politico: "Il Vaticano deve riconoscere l’esistenza dello Stato d’Israele". Il riferimento del Papa ai "Fratelli Maggiori" non basta, la nuova frontiera dell’emancipazione è far accettare l’esistenza di Israele e le ragioni del sionismo, il Risorgimento di Teodoro Herzl parente stretto di Giuseppe Mazzini. (1. Continua)

(Del 27/11/2001 Sezione: Cultura Pag. 24)

Nel 1996 l’assoluzione dell’ex capitano delle ss infiamma le coscienze: nasce uno "zoccolo duro" che provoca la svolta politica

Priebke libero: l’ebreo scopre l’ira della piazza

Il nuovo ruolo dei volontari del "Quarantotto": con questo movimento la base popolare diventa protagonista e si oppone alla Sinistra. Obiettivi: difesa di Israele e lotta all’antisemitismo

"Lei può andare". In un caldo pomeriggio di giovedì 1 agosto 1996 il giudice Agostino Quistelli del Tribunale militare di Roma acconsente alla scarcerazione di Erich Priebke, ex capitano delle SS coinvolto nel massacro alle Fosse Ardeatine che costò la vita a 335 italiani il 24 marzo 1944. Da quando è riapparso in tv in Argentina questa è la prima volta che l’ex SS, braccio destro di Herbert Kappler, respira aria di libertà. Quistelli concede le attenuanti, il crimine è prescritto, Priebke è libero. I parenti delle vittime lo guardano attonite mentre si alza, fa per avviarsi all’uscita impassibile come sempre.

La presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Tullia Zevi, si allontana sdegnata, chiedendo ai presenti di andare alle Fosse Ardeatine a deporre fiori in memoria delle vittime. Priebke sta per tornare in libertà, è sufficiente che varchi il portone. Ma i parenti delle vittime delle Ardeatine non si rassegnano. Mentre Priebke avanza verso il portone si fa avanti un giovane trentenne con la kippà, il tradizionale copricapo ebraico. "Lui non va da nessuna parte" dice Riccardo Pacifici, consigliere della Comunità, ai carabinieri. I carabinieri hanno il compito di far uscire il criminale nazista ma Pacifici non molla, al suo fianco c’è "Zì Raimondo", Raimondo De Neris sopravvissuto ad Auschwitz. Assieme erano arrivati al Tribunale in motorino per assistere alla sentenza. "Zì Raimondo" temeva una nuova beffa come la fuga del colonnello delle SS Herbert Kappler dall’Ospedale militare del Celio nel ferragosto del 1976.

Fra i fondatori dell’associazione "Figli della Shoà", Pacifici è il nipote dell’omonimo rabbino di Genova trucidato con la moglie ad Auschwitz. Riccardo Pacifici nonno si era fatto prendere dalle SS perché non voleva abbandonare la sua Comunità nel 1943, Riccardo Pacifici nipote si frappone fra Priebke ed il portone del Tribunale per non abbandonare i parenti dei caduti alle Ardeatine. Il gruppo di circa trenta persone, ebrei e non, che è dentro l’aula lo sostiene, fronteggiano i carabinieri.

L’assedio al Tribunale Quistelli ammonisce Pacifici, che chiama dal cellulare il rabbino capo di Roma, Elio Toaff, all’isola d’Elba. "Professore se lasciamo l’aula Priebke è libero, che cosa dobbiamo fare?" chiede. "Restate lì" replica Toaff. È l’inizio del braccio di ferro che durerà tutta la notte. Dentro il Tribunale si tratta con il ministro di Grazia e Giustizia Giovanni Maria Flick, fuori la folla cresce. "Trovi lei la soluzione da qui noi non ce ne andiamo" dice a Flick Dario Coen, dell’associazione "Europa-Israele". Flick tratta ed una provvidenziale richiesta giunta dalla Germania fa restare Priebke in prigione. Per gli ebrei è una vittoria morale e politica. Scendere in piazza è servito.

Non è la prima volta che la base della Comunità dimostra la propria forza mobilitandosi. In una domenica di fine gennaio del 1991, mentre i missili scud iracheni cadevano a grappoli su Tel Aviv durante la Guerra del Golfo, duemila bandiere di Israele accolsero Giovanni Paolo II al momento dell’Angelus. Fu allora che per la prima volta il Papa pronunciò le parole "Stato di Israele": cadde un tabù e tre anni dopo il Vaticano avrebbe riconosciuto ufficialmente lo Stato ebraico.

L’anno seguente, il 5 novembre del 1992, fu la volta di Via Domodossola: all’indomani della scoperta di scritte antisemite e stelle gialle con la scritta "Fuori i sionisti dall’Italia" sulle serrande dei negozi (di ebrei e non) in tutta Roma 400 giovani raggiungono la sede del gruppo neonazista "Movimento Politico Occidentale", la mettono a soqquadro e prendono come trofeo la bandiera. L’ex deportato "Zi Raimondo" venne portato in trionfo nelle strade dell’antico Ghetto con la bandiera catturata. Toaff chiederà di restituirla con un gesto di pacificazione.

Il blitz anti-nazista scuote l’Italia, pone al governo la questione del riemergente neonazismo: sarà la legge Mancino a porvi rimedio. L’assedio a Priebke, il blitz in Via Domodossola e le bandiere d’Israele a San Pietro segnano la maturazione di un fenomeno iniziato venti anni prima. Nel 1975 si incominciò con un asinello, portato davanti alle sede romana dell’Onu per denunciare il testo che equiparava sionismo e razzismo. Poi le occasioni di scendere in piazza non mancarono.

Nel maggio 1980, all’indomani della profanazione del cimitero ebraico di Carpentras, in Francia. Durante gli anni Ottanta, contro ogni visita del leader palestinese Yasser Arafat a Roma, denunciando i legami fra Olp e Brigate Rosse. Nel 1985, contro la decisione del governo Craxi - ministro degli Esteri Giulio Andreotti - di lasciar andare Abu Abbas, capo del commando palestinese che aveva sequestrato l’"Achille Lauro" uccidendo a sangue freddo l’ebreo americano paraplegico Leon Klinghoffer: gli ebrei arrivarono a lanciare monetine contro il portone di Montecitorio accusando il governo di essersi "venduto ai petrodollari". Nel 1987, contro il presidente austriaco Kurt Waldheim ricevuto in Vaticano nonostante le rivelazioni sui suoi trascorsi di ufficiale nazista nei Balcani. Nel 1992 per impedire allo storico revisionista David Irving di negare l’Olocausto di sei milioni di ebrei per mano dei nazifascisti in un hotel di Roma. In ognuna di queste occasioni la "piazza" - ovvero la base della Comunità romana - si mobilita dal basso, con i passaparola, tutto nasce dal volontariato del "Quarantotto". I protagonisti sono i tanti "Zi Moretto", "Cioccolato", "Baffone", "Zi Leone", "Zi Raimondo", "Petaccu", "Cavallo", "Leporino", "Pennellone", "Botticella" e molti altri ancora. Gianni Zarfati, detto "Rapone", è il responsabile del servizio sicurezza e controllo della Comunità, creato dopo la strage delle Olimpiadi di Monaco del 1972, è lui l’uomo di raccordo della Comunità con le forze di polizia.

Dietro ogni soprannome del "Quarantotto" c’è una storia, molte famiglie, valori semplici ma radicati. Si deve a loro se la "piazza" diventa protagonista. Riccardo Pacifici è l’unico fra gli emergenti leader della Comunità che nasce dentro questo fenomeno, ne condivide i valori, ne comprende l’effetto politico dirompente. "Badiamo meno alla politica e più ai valori" ripete Pacifici. La sinistra ebraica sottovaluta quanto sta avvenendo, per lunghi anni ha considerato la "piazza" come una realtà "di destra". L’attenzione degli "Ebrei per la pace", come delle altre sigle della sinistra ebraica, è diretta altrove, al dialogo con i palestinesi. Inseguendo la pace in Medio Oriente la sinistra ebraica perde di vista quanto sta avvenendo dentro le Comunità.

Le sue sorti sono così legate a doppio filo al processo di pace: sulla scia del negoziato che porta agli accordi di Oslo del 1993 coglie il risultato migliore che le garantirà la guida della Comunità di Roma fino al 1997, ma poi i kamikaze di Hamas sugli autobus di Gerusalemme e Tel Aviv ne polverizzano il sostegno. La seconda Intifada, che inizia nel settembre del 2000 ed usa non più pietre ma armi, è il colpo di grazia.

La sinistra, in Italia come in Israele, paga il prezzo politico di aver ritenuto inevitabile una pace che non arriva. La "piazza" esprime invece valori condivisi da tutti: Israele si difende perché è sotto assedio, all’antisemitismo si risponde, sia esso di destra, sinistra o di matrice cattolica. Attorno allo zoccolo duro elettorale della "piazza" si forma una coalizione di studenti universitari e professionisti che in comune hanno due idee fondamentali. Primo: il popolo d’Israele e lo Stato ebraico sono due realtà differenti ma si ritrovano in un’unica comunità di valori. "Accusare gli ebrei di doppia lealtà è come accusare gli italiani di doppia fedeltà all’Italia ed all’Europa perché viviamo oggi in un mondo di società interrelate e sovrapposte" osserva Amos Luzzatto, presidente dell’Unione della Comunità Ebraiche Italiane. Secondo: l’osservanza dei precetti è una componente determinante dell’essere ebrei a prescindere da quanto si può essere religiosi o meno in casa propria. "La riscoperta dell’identità ebraica è ciò che oggi accomuna gli ebrei italiani - dice Luzzatto - tanto i laici quanto i religiosi".

I primi effetti concreti di cambiamento arrivano dai movimenti giovanili: nel 1995 la tradizionale e laica Federazione giovanile ebraica d’Italia nata nel Dopoguerra si dissolve e lascia il posto alla nuova Unione Giovani Ebrei Italiani. Quando Riccardo Pacifici corre per la prima volta nelle elezioni comunitarie come unico candidato con la "Lista per Israele, progresso e tradizione" nel 1993 la base comunitaria vota per lui.

Nel 1997 il voto si ripete, porta alla conquista della maggioranza relativa dei seggi in Consiglio ed all’elezione di Sandro Di Castro a presidente. Nel marzo del 2000 la vittoria è ancor più schiacciante: maggioranza assoluta dei seggi in Consiglio e Leone Paserman nuovo presidente. Paserman è un pragmatico ed il suo programma è un segno dei tempi: difesa degli interessi degli ebrei e di Israele, rafforzamento e rinnovamento del rabbinato, risanamento economico, nessuno schieramento con questa o quella forza politica. "Neutrali ma non indifferenti" è il suo motto.

Tullia Zevi guanto di velluto L’intesa fra il pragmatismo di Paserman e lo slancio di Pacifici è il volano dei cambiamenti.

La "Lista per Israele" diventa un punto di riferimento nazionale, trova come interlocutore Guido di Veroli, presidente del Benè Berith Italia, Cobi Benatoff, milanese e futuro presidente del Consiglio degli Ebrei d’Europa, e altri ancora. L’elezione di Amos Luzzatto al posto di Tullia Zevi nel giugno 1998 al vertice dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane conferma che il trend è nazionale. Luzzatto è un intellettuale di sinistra, ma non esita a far propri i valori della base: priorità all’educazione ed allo sviluppo della vita ebraica, nessun compromesso sulla difesa di Israele e sulla lotta all’antisemitismo, nessuno sconto alla destra sulle origini nella Repubblica di Salò e ai post-comunisti sull’antisionismo ereditato dall’Urss.

Per sedici anni Tullia Zevi aveva guidato l’ebraismo italiano con il guanto di velluto, cercando di frenare gli umori della base. Era una ricetta adatta all’Italia ibernata dall’equilibrio fra cattolici e sinistra. Ma l’Italia ora è cambiata, tutti corrono a ridefinirsi ed anche gli ebrei vogliono mettere l’accento sui loro valori. "Solido rapporto con Israele, rispetto della memoria e sviluppo della cultura è ciò che oggi ci unisce" è la risposta che dà il veneziano Luzzatto. Nelle Comunità maggiori - Roma e Milano - il rispetto dell’osservanza ebraica si diffonde, le sinagoghe il sabato si riempiono, i giovani in gran numero vanno a studiare in Israele. La scossa dell’attentato del 9 ottobre del 1982 è stata un momento di non ritorno nei rapporti con l’Italia politica, il successo nel braccio di ferro su Priebke ha dimostrato che scendere in piazza a viso aperto è vincente. La riscoperta dei valori si fa sentire nel mondo della cultura: a Milano è il boom delle case editrici, a Torino della libreria "Luxemburg", a Roma di "Menorah".

Tutti di nuovo in sinagoga Direttore di Shalom diventa nel 1998, Massimo Caviglia, osservante e di sinistra. A Milano spopola la Sinagoga di Via dei Gracchi. A Roma il Tempio dei Giovani, sorto nel 1986 sull’isola Tiberina nei locali dove il rabbino David Panzieri riuniva i fedeli in segreto al tempo dell’occupazione tedesca. Sandro di Castro e un gruppo di amici creano con il rabbino Mino Bahbout una Sinagoga dove oltre a pregare si discute e si studia, si alternano riti e musiche.

Il successo del Tempio dei Giovani si spiega con un dato: nel 1980 le macellerie casher erano 2 oggi sono 11. I corsi di studio serali di studi religiosi si affollano. I giovani ebrei di origine libica e libanese, egiziana e persiana - figli della generazione cacciata dai Paesi musulmani dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967 - diventano un pilastro delle Comunità a Milano e Roma.

"Non c’è fondamentalismo religioso - spiega Amos Luzzatto - ma maggiore consapevolezza del proprio essere ebrei, una vera riscoperta della propria identità che ci lega a Israele in un unico laboratorio di idee e valori".

Nelle piccole Comunità si fanno spazio nuovi presidenti: da Maurizio Piperno Beer a Torino, a Dora Lisa Bemporad a Firenze. A Milano il giovane emergente è Claudio Morpurgo, divenuto in pochi anni consigliere dell’Ucei. La riscoperta dei valori dello studio si deve anche all’onda lunga dovuta all’arrivo a metà degli anni Settanta del movimento ortodosso Lubavitch in Italia, che introdurrà con i rabbini Garelik a Milano e Hazan a Roma l’uso di accendere sulle pubbliche piazze delle principali città la Chanukkià, il candelabro a otto braccia che ricorda la rivolta dell’Antica Giudea contro gli ellenizzanti. "I Lubavitch italiani hanno meriti anche a livello europeo perché hanno contribuito alla rinascita dell’Est ex sovietico - osserva Paserman - come dimostra il fatto che uno di loro, rav Lazar di Milano, è diventato rabbino capo di Mosca". (2. Continua)

(30/11/2001 Sezione: Cultura)

La stagione della seconda repubblica comincia il 13 settembre del ‘93 quando Rabin e Arafat si stringono la mano

La sinistra e gli ebrei segnali di pace

Per gli ebrei italiani la stagione della Seconda Repubblica inizia il 13 settembre 1993, quando sul prato verde del giardino delle Rose della Casa Bianca il premier israeliano, Yitzhak Rabin, ed il leader palestinese, Yasser Arafat, si stringono per la prima volta la mano suggellando il riconoscimento reciproco degli accordi di Oslo.

Fino a quel momento nella vita politica della Repubblica la posizione degli oltre trentamila ebrei italiani era stata quasi obbligata: impossibile andare a destra dove c’era il Msi fondato dai reduci della Repubblica filo-nazista di Salò; difficile identificarsi con la Dc trattandosi di un partito confessionale; lacerante il rapporto con le sinistre eredi della Resistenza ma condizionate durante la Guerra Fredda, con sfumature differenti, dalle posizioni ideologicamente antisioniste dell’Urss. Per la gran parte degli ebrei italiani l’unica scelta era votare per i partiti laici (Pri, Pli, Psdi, radicali) che non appartenevano a nessuna Chiesa, sostenevano le ragioni di Israele in politica estera in nome dello schieramento filo-occidentale e condannavano senza remore ogni antisemitismo, fosse dei militari argentini, dei regimi arabi o del blocco sovietico.

Il 13 settembre 1993 cambia lo scenario politico. La scelta di Rabin di riconoscere i diritti dei palestinesi ha un forte impatto sulla sinistra italiana. Se il Pci con Giorgio Napolitano, Piero Fassino ed Achille Occhetto aveva compiuto dopo il 1991 - anno di dissoluzione dell’Urss - una prima autocritica sulle crociate antisioniste condotte in passato ora non ha più remore nell’apertura a Israele. È il via libera alla ricomposizione dell’intesa fra sinistra ed ebrei.

Il primo a giovare degli effetti della nuova atmosfera è Francesco Rutelli, nella corsa a sindaco di Roma del 1992. Viene accolto e portato in trionfo da migliaia di ebrei in strada a Portico d’Ottavia. Venuti meno per effetto di Tangentopoli i partiti laici e la Dc gli ebrei si trovano di fronte alla scelta fra la sinistra non più filosovietica ed antisionista e uno schieramento di destra dove ci sono ancora simboli e nomi dell’Msi. Il risultato è un voto di massa per le liste del centro-sinistra sia alle elezioni politiche del 1994 che a quelle del 1996.

L’unica eccezione è Milano, dove i buoni rapporti di vecchia data di Silvio Berlusconi con la locale comunità aprono una breccia politica, portano voti a Forza Italia ed aiutano il leghista Formentini a diventare sindaco. Il caso di Milano ha un forte valore simbolico: per la prima dal 1945 gli ebrei tornano a votare a destra, per una destra non fascista ma sempre a destra. Gli ebrei italiani non si fidano ancora della svolta di Alleanza Nazionale ma su Forza Italia e Ccd le remore svaniscono: in molte case cade il tabù della destra nato con le Leggi Razziali del 1938, volute da Mussolini e promulgare dalla monarchia Savoia.

Ad accorgersi che spira un vento nuovo è un diplomatico di razza, l’ambasciatore d’Israele a Roma, Avi Pazner. All’inizio del 1995, al termine del lungo mandato, durante una conferenza a Roma, svela con semplicità quanto sta avvenendo: "Oggi come mai prima in Italia gli ebrei ed Israele hanno amici e trovano ascolto a sinistra come a destra, nessuno dei due schieramenti politici ci è ostile". Le conferme arrivano nei mesi seguenti. Nasce l’Associazione parlamentare di Amicizia Italia-Israele con deputati e senatori di entrambi i campi.

Quando l’Unione Giovani Ebrei Italiani organizza il suo primo congresso nazionale vi è un oratore per schieramento, a fianco di Giorgio Napolitano c’è Giuliano Urbani. La morte di Rabin il 5 novembre 1995 viene titolata in prima pagina dall’Unità ed Il Secolo d’Italia con la stessa parola: Shalom. Resta il nodo dei rapporti con Alleanza Nazionale ma nell’Italia bipolare il dialogo con il centrodestra è iniziato.

La coincidenza fra gli accordi di Oslo e l’inizio della stagione del bipolarismo pone gli ebrei italiani di fronte ad una realtà nuova: nessun interlocutore è precluso, tutti si dicono interessati ad ascoltare e sostenere le ragioni di Israele. E’ in questa cornice che si afferma un nuovo modo di fare politica dentro le Comunità. Non più votando per questo o quel partito o candidato ma chiedendo senza remore agli opposti schieramenti di essere ascoltati su questioni concrete. Nell’estate del 1995 il sindaco di Roma, Francesco Rutelli, ebbe l’idea di dedicare una piazza cittadina a Giuseppe Bottai, già ministro durante il fascismo, coinvolto nell’applicazione delle Leggi Razziali. Il presidente del Benè Berith romano - un’associazione di assistenza ebraica nata a fine Ottocento - Guido di Veroli intavolò con Rutelli una delicata trattativa, affiancato da Dario Coen, di "Europa-Israele", e Riccardo Pacifici, consigliere della Comunità, per chiedergli di tornare sui suoi passi. Rutelli accettò di partecipare ad una riunione del Benè Berith all’Istituto Pitigliani: l’ultimo tentativo di difendere la proposta di "Largo Bottai" fallì quando intervenne Bruno Zevi, che imputò al sindaco mancanza di memoria storica.

L’anno dopo fu la volta del caso-Priebke: in prima linea ancora Coen e Pacifici, entrambi poco più che trentenni, trattarono durante tutta la notte fra il 1 e 2 agosto con il ministro della Giustizia Giovanni Maria Flick per non far rimettere il libertà l’ex SS e ci riuscirono, conquistandosi anche la sua amicizia. Coen viene da una famiglia laica, attivo in numerose organizzazioni ebraiche, nipote di un anarchico anconetano, passato per la Voce Repubblicana e pur lavorando nel commercio ha, come ripete spesso, la passione per "la politica per far coicidere gli interessi dell’Italia e di Israele": è lui che ha accompagnato Berlusconi e Rutelli in visita ufficiale in Israele, a pochi mesi di distanza, alla vigilia delle ultime politiche.

"Israele è l’interlocutore naturale dell’Italia nel Medio Oriente trattandosi di una democrazia solida con un’economia avanzata, in comune i due Paesi hanno non solo i valori ma l’interesse a promuovere stabilità e prosperità nel Mediterraneo e - sottolinea Coen - questo è vero indipendentemente da chi governa in Italia". La sua equidistanza fra Polo e Ulivo è parallela a quella che la Comunità di Roma ha osservato nel duello per la guida del Consiglio comunale fra Walter Veltroni e Antonio Tajani.

Le gare per Palazzo Chigi e per il Campidoglio si sono svolte fra concorrenti ugualmente attenti alle ragioni degli ebrei ma con accenti differenti: più antifascista il centrosinistra, più vicino a Israele il centrodestra. "Siamo stati e restiamo neutrali ma non indifferenti" riassume Leone Paserman, presidente della Comunità di Roma. Ovvero: si vota in base a ciò che i candidati dicono e fanno, ogni ebreo decide chi scegliere. "Non rinunceremo ai valori antifascisti per difendere Israele - dice Riccardo Pacifici - ma neanche alla difesa di Israele per i valori antifascisti".

L’imparzialità politica è anche l’eredità che Toaff lascia: "Gli ebrei devono essere e restare di sopra dei partiti, mai farsi coinvolgere". Il comune impegno di Polo e Ulivo contro razzismo ed antisemitismo rende cruciale la questione del Medio Oriente. "Dalle forze politiche ci aspettiamo che riconoscano i valori democratici che accomunano Italia e Israele - sottolinea Paserman - e che chiedano all’Autorità palestinese di porre fine al terrorismo". Da qui il fatto che Rifondazione è l’unico partito con cui il dialogo è proibitivo. Durante i governi Prodi, D’Alema ed Amato l’ebraismo italiano, con Tullia Zevi prima e Amos Luzzatto poi, ha trovato ascolto ed interlocutori, sia nella maggioranza che nell’opposizione. Ma in maniera alterna e su argomenti differenti. L’Ulivo ha guidato gli sforzi che hanno portato alla proclamazione del 27 gennaio "Giornata della Memoria" della Shoà di sei milioni di ebrei trucidati dai nazisti. Il Polo si è distinto nella solidarietà ad Israele aggredita dal terrorismo della seconda Intifada e nella campagna per la scarcerazione degli ebrei iraniani imprigionati a Shiraz ed Ishfan.

La vittoria del centrodestra non ha mutato la situazione ma ha portato in primo piano la questione aperta di Alleanza Nazionale. Negli anni passati Gianfranco Fini ha aperto un varco con gli ebrei italiani grazie al Congresso di Fiuggi ed salotto romano di Mauro Bevilacqua ma è soprattutto la posizione del governo di Israele a giovargli: i governi di Gerusalemme danno da tempo un giudizio positivo sulla rottura di An con le radici fasciste del Msi. Gli ebrei italiani sono più prudenti e per il momento restano alla finestra, nella memoria collettiva è indelebile l’ombra di camice nere e repubblichini che razziavano gli ebrei a fianco dei nazisti.

Ciò non toglie che le bandiere di An e di Israele fianco a fianco a Piazza del Popolo durante l’Usa Day sono un segno dei tempi: se il nemico è il terrorismo fondamentalista islamico ci si trova dalla stessa parte, tantopiù se alla parallela manifestazione dei No Global si bruciano le bandiere con la Stella di David. "Il dialogo di An con noi passa attraverso l’ammissione da parte loro - tiene a precisare Luzzatto - della responsabilità politica e morale del fascismo e della Repubblica collaborazionista di Salò, da cui nacque l’Msi, per i crimini commessi in Italia contro gli ebrei perché fanno parte della Storia dell’Olocausto".

Il paradosso vuole tuttavia che nel chiedere ad An di fare i conti con la Repubblica di Salò gli ebrei italiani siano soli. Pur essendo centrosinistra e centrodestra interlocutori a tutto campo del mondo ebraico, gli ebrei appaiono isolati su una questione che riguarda la memoria e l’identità del Paese. "L’atmosfera della riconciliazione nazionale fra destra e sinistra che ha segnato la nascita della cosidetta Seconda Repubblica ha sacrificato la memoria storica" osserva Amos Luzzatto.

L’equiparazione fra i partigiani ed i giovani di Salò, oramai ricorrente nel linguaggio politico del Paese, è inaccettabile per gli ebrei perché i partigiani combattevano il nazismo e i repubblichini lo sostenevano. Fra i pochi a comprendere queste ragioni c’è stato Massimo D’Alema che intervenendo nelle vesti di premier al Congresso di Stoccolma sulla memoria dell’Olocausto il 26 gennaio del 2000 disse: "Pochi sanno che anche l’Italia ha delle responsabilità nell’Olocausto degli ebrei". Infrangendo così per la prima volta il mito degli italiani "tutti brava gente" durante le persecuzioni razziali.

(3-Fine. Gli articoli precedenti sono usciti il 22 e il 27 novembre)

Maurizio Molinari


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