Kadosh di Amos Gitai - Un film che ha fatto discutere le Comunità ebraiche in Italia

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L'ultima opera di Gitai è una severa critica al mondo ortodosso - Shalom - Maggio 2000

Religione come sterilità

La sterilità è il tema dominante di 'Kadosh', l'ultimo film di Amos Gitai già presentato a Cannes nel '99 e giunto, a quasi un anno di distanza, nelle nostre sale. È un'infecondità di natura fisica che si allarga emotivamente a macchia d'olio sui protagonisti, e diventa il velo attraverso cui lo spettatore può osservare la vita di alcuni membri della comunità ortodossa del quartiere di Mea Sharim a Gerusalemme. Ed è in questo ambiente, in cui la vita è depauperata da ogni ricchezza poetica e in cui si parla sempre di bambini ma non se ne vede uno in tutto il film, che Gitai dà vita al dramma dell'intolleranza religiosa. Rivka, la moglie di Meir, figlio del Rabbino, non riesce ad avere bambini. "E un uomo senza figli" - dice il Rabbino - "strappa una pagina della Torah". Meir si chiude in un silenzio rassegnato ed è costretto a ripudiare la moglie pur amandola, mentre Malka - sorella di Rivka - è costretta a sposare Yosef, non riuscendo però a dimenticare il suo amato Yakov, guardato con sospetto dalla comunità religiosa perché è andato a fare il servizio militare.

Più manifesto politico che prodotto cinematografico, Kadosh offre al mondo il punto di vista dell'Israele laico su quello religioso: una visione unilaterale (considerato che un'operazione analoga da parte ortodossa sarebbe impossibile) che forse proprio a causa di questo suo intento politico presenta una serie di forzature allo scopo di predisporre lo spettatore ad una visione manichea della vita.

I personaggi raccontati da Gitai vivono in un mondo di claustrofobica e severa solitudine, di sterilità umana e spirituale, in cui anche il matrimonio e l'erotismo sono vissuti in una forma estrema di burocraticità religiosa senza speranza. A Kadosh non manca il crisma del realismo, ma della realtà nella sua complessità: il suo lento andamento sulle orme di un Bergman minore fa sì che i dettagli della storia diventino dominanti sulle coscienze dei protagonisti, fornendo un'immagine inevitabilmente sempre negativa dell'ortodossia religiosa.

Una pellicola che potrebbe quindi venire male interpretata da uno spettatore meno attento o al quale sono ignote certe motivazioni e caratteristiche delle comunità ebraiche ortodosse, gioie comprese; anche le gioie di quelle donne che nel film sono invece sempre vittime dei loro mariti chassidici, accusate ingiustamente di essere sterili ma in realtà martiri di una società israeliana maschilista tout court (vedi la scena nel 'pub'), sterile talvolta nelle sue preghiere e talvolta nei suoi film.

Marco Spagnoli


Nel film Kadosh un'analisi priva di sfumature - Shalom - Maggio 2000

La guerra santa di Gitai

Lo sappiamo: i film di fiction (e perfino i documentari) non rappresentano mai la realtà così come è realmente, ma piuttosto una visione personale del regista, il suo sguardo sulle cose. Certo, però, quello di Amos Gitai sul mondo ultraortodosso israeliano nel suo Kadosh può sollevare più di qualche perplessità.

Il film, presentato in concorso al Festival di Cannes del 1999, risente della prossimità delle elezioni politiche israeliane di quel periodo, che in qualche modo possono avere inasprito i già difficili rapporti fra laici e religiosi nello Stato ebraico.

Gitai è uno dei registi israeliani più noti fuori di Israele, e si è occupato varie volte, nei suoi film, dei rapporti fra arabi e israeliani; ma se sono apprezzabili i suoi tentativi (talvolta realizzati in modo un po' retorico) di rappresentare la convivenza fra culture differenti, sembra che questa volta il risultato del suo nuovo film sia di stampo diverso.

È ovvio che la "visione del mondo" di un laico, come è il regista, sia diversa da quella degli ortodossi di Mea Shearim, ma quando ci si pone in relazione con una cultura e con stili di vita differenti si può avere un atteggiamento aperto pur senza condividerne i princìpi. Gitai invece finisce per rappresentare quel mondo in modo semplicistico, privo della complessità del reale. Il suo è uno sguardo sprezzante, caratterizzato dallo stesso tipo di chiusura e ostilità con cui i gruppi religiosi più estremi guardano al mondo laico.

Il regista formula così un giudizio assoluto, e seleziona accuratamente quanto gli può essere utile per dimostrare la propria tesi tralasciando gli altri aspetti.

Kadosh risulta quindi privo di sfumature e Gitai guida per mano lo spettatore verso l'unica interpretazione possibile, riducendo la pratica religiosa ad una serie di rituali svuotati di significato su cui accanirsi con sarcasmo. La sola possibile alternativa ad una mortifera e cieca accettazione delle leggi che governano quella società è l'abbandono totale di quel mondo.

Sembra insomma che Kadosh sia non la lucida e illuminata analisi di un laico, ma un film tanto estremista e ideologizzato quanto il mondo che attacca. Un'opera probabilmente pensata per compiacere i gusti degli spettatori europei, che potranno gradire la manicheistica e semplificativa contrapposizione fra un Israele (e un ebraismo) laico "illuminato, pacifista e progressista" e quello "diverso, retrogrado, e reazionario" degli ortodossi, ma rischiano di non coglierne la complessità e le sfumature.

Simone Tedeschi


Orgoglio e pregiudizio

Shalom - Maggio 2000

Ho visto il visto Kadosh di Amos Gitai e sono rimasto molto colpito dalle terribili storie che racconta. Sul film e su queste storie non voglio soffermarmi, forse tornerò a parlare sui problemi generali che toccano e che sono molto più universali di quello che l'ambientazione folcloristica può far credere.

Nella giusta indignazione che il film solleva, mi è scoppiato dentro il ricordo di una storia vera ed attuale, che vorrei condividere con qualcun altro. La verità è vera se ha molte facce.

Conosco personalmente un rabbino di Mea Sha'arim, il quartiere di Gerusalemme abitato in grande maggioranza da ebrei che osservano con rigore, e spesso con amore, le norme della Legge. Questo rabbino è sposato da oltre trent'anni ed è legato da una tenerezza tanto evidente quanto pudica, alla moglie. La coppia non ha figli naturali, perché non può averne. I due continuano ad essere sposati. Hanno risolto il desiderio di avere dei figli, crescendo in prima persona diverse decine di bambine e bambini orfani o in miseria. Con una scelta molto consapevole, il rabbino e la sua rebbetsin, hanno deciso di non adottare questi figli, ma di crescerli fino al matrimonio, lasciando intatta la loro identità personale o familiare. Nonostante i due coniugi occupino entrambi una posizione molto importante nella società, i loro mezzi non consentirebbero di crescere, anche nella frugalità, tutti questi figli. Questa difficoltà economica è rimasta coperta ufficialmente dal segreto, ma come dicono gli ebrei ortodossi la voce di D. corre nel silenzio. La rebbetzin riceve piccole offerte da molti ebrei religiosi e laici di tutto il mondo (anche dall'Italia).

Il vecchio rabbino è un uomo burbero, abituato a nascondere i suoi dolori e - per chi lo conosce - le sue passioni ed i suoi dubbi.

Non abbiamo parlato di questo particolare, ma credo che lui non sia del tutto sicuro di aver completamente adempiuto alla norma biblica di avere dei figli, crescendo la sua piccola tribù adottiva. Qualche teorico della logica assoluta potrebbe dire che i figli, in ogni caso, non li ha fatti biologicamente con sua moglie. In realtà, secondo le parole del rabbino, il problema è un altro: la maggior fatica di crescere le molte decine di ragazze e ragazzi l'ha fatta sua moglie. Per questo motivo non mi sono meravigliato quando, qualche hanno fa, ho saputo che il rabbino aveva scritto un libro, naturalmente sulla toràh (la Legge). Non mi sono neppure meravigliato quando ho visto che, secondo l'uso ebraico, nel titolo del libro era riconoscibile il nome dell'autore. Ho invece avuto un attimo di sorpresa quando, dopo qualche minuto di riflessione, nello stesso titolo del libro ho individuato il nome della rebbetzin. In posizione dominante. Poi ho capito: il rabbino aveva partorito un figlio per-con sua moglie. Chi scriverà questa piccola storia ebraica?

Gavriel Levi


Intervista a Yael Abecassis, la Rivka del film Kadosh - Shalom - Maggio 2000

"Al cinema non parlate di ebrei all’israeliano"

Come ogni vera ‘star’, Yael Abecassis accompagna le sue parole con un’aria ispirata, emanando un fascino in cui le contraddizioni di scelte e di idee, spesso in contrasto, riescono quasi a sublimarsi. Protagonista del Kadosh di Gitai nei panni di Rivka, la moglie ripudiata perché non riesce a dare figli a suo marito, la Abecassis considera il film una vera storia d’amore.

Shalom l’ha incontrata.

SHALOM: In Kadosh lei ha il ruolo della vittima. Di un sistema religioso, di un marito debole, di un mondo gretto. Ma non le sembra strano che in una pellicola dominata dall’idea di avere figli non si veda un bambino neppure per un istante?

Abecassis: Io sono un’attrice e quando leggo una sceneggiatura mi innamoro del contesto e della gente che lo popola. Sentivo di poter interpretare il ruolo di Rivka a patto di non giudicare i personaggi, perché non è una storia ordinaria. Si tratta di una donna costretta ad un matrimonio non per scelta, ma che scopre comunque l’amore per suo marito. Quando l’amore se ne va, lei stessa vola via con lui. Così, non credo che sia necessario trovare dei bambini in questa pellicola. La storia riguarda una società che tradisce gli individui. Non mi interessano né gli aspetti ebraici, né quelli femministi. Guardate la storia, quella conta: con i suoi uomini poveri, deboli e incapaci, con le due sorelle maltrattate. Nell’educazione di queste persone manca l’educazione all’amore. Quante famiglie non ortodosse ancora oggi non sanno cosa dire ai propri figli riguardo al sesso. Kadosh per me è una storia d’amore profondamente umana. È vero, si vedono un sacco di cose sgradevoli in questo film, ma per le persone la vita non è mai del tutto piacevole.

SHALOM: Il recentissimo cinema ebraico, o comunque riguardante gli ebrei, ci ha abituato a figure femminili molto forti: Minnie Driver ne La governante, Renée Zellwegger ne Il prezzo dei rubini e perfino Cher nella pellicola diretta da Franco Zeffirelli Un tè con Mussolini. Non le sembra che Rivka, invece, faccia qualche passo indietro rispetto a queste donne?

Abecassis: Il mio personaggio è una figura tragica, ma anche romantica. Non credo che rappresenti il passato: è come se fosse di un unico colore ed è incapace di sopravvivere senza di questo. Ci sono un sacco di donne come lei e ci sono molte persone che vivono come questi personaggi. Solo che noi non ce ne accorgiamo. Gitai è stato bravo a raccontare quello che sta tra le righe. Molte donne ancora oggi indossano quella che rimane solo una maschera. In questo film si vede la conclusione della storia, mentre io stessa ho molte amiche che mentre vivono la loro vita, muoiono dentro. Non è arcaico né stupido dire che l’amore governa le nostre vite. Questa è la realtà delle cose ed è per questo motivo che molte persone si arrabbiano quando vedono questo film. Non accettano l’idea di amore che sta alle sue spalle.

SHALOM: Cosa ha provato quando ha letto la sceneggiatura: paura, preoccupazione o ammirazione?

Abecassis: Paura. Ero tremendamente spaventata. Mi dicevo: "Chi è che parla? La Yael politicamente corretta, che giudica Gitai e la sua politica?" La politica è come una maledetta religione, ma io ho voluto lasciarmi prendere dalla storia su un piano emozionale. Guardandomi intorno ho scoperto tanti uomini e tante donne comportarsi come Rivka, anche se loro mi dicevano che stavo sbagliando. Noi non siamo così avanzati come sembra. Quando io dico che credo in Dio molti si irritano, ma il nostro laicismo fatto di soldi e computer è una sorta di fanatismo.

SHALOM: Non crede che film come questo possano — fornendo un’immagine non completa di Israele e dell’ebraismo — fomentare l’antisemitismo?

Abecassis: Ma certo, purtroppo. Però chi vuole essere antisemita a tutti i costi non capirà la vera tematica del film.

SHALOM: Perché in Europa vediamo così pochi film provenienti da Israele?

Abecassis: Non ci sono molti soldi e il nostro cinema è ancora troppo giovane. E poi abbiamo un evidente problema legato alla nostra identità: le nuove generazioni stanno uscendo dai nostri confini per capire davvero chi siamo. Il cinema non sa ancora come raccontare Israele e i suoi problemi. I giovani sono troppo acerbi per riuscire davvero a capire chi sono e potersi quindi raccontare: siamo ancora alla ricerca di noi stessi.

SHALOM: è duro essere un’attrice in Israele?

Abecassis: Durissimo. Mi hanno chiesto più volte di andare in Francia a lavorare, ma io rimango in Israele, perché spero che le cose possano cambiare. Adesso sto scrivendo una sceneggiatura augurandomi di poterla realizzare in un paio d’anni quando — ne sono certa — il cinema israeliano sboccerà. In Israele trovo il senso delle mie radici e rimarrò lì per lavorare.

SHALOM: Cosa pensa della Jewish Renaissance cinematografica degli ultimi anni che ci porta a vedere almeno una decina di pellicole ebraiche all’anno. È un fenomeno apprezzato anche in Israele?

Abecassis: Assolutamente no. Gli israeliani amano il cinema, ma solo quello americano. Se una nostra pellicola guadagna 50.000 shekel si può considerare un grande successo. Se un film americano al box office fa meno di due milioni di shekel si può considerare un fiasco. La gente in Israele vuole dimenticare la realtà. Amano Bruce Willis e Schwarzenegger, impazziscono per i film di James Bond. Non parlate di ebrei o di Israele agli israeliani, non compreranno certo il biglietto…

Marco Spagnoli


Il tè del Sabato

Shalom - Giugno 2000

Non credo che Amos Gitai sapesse, quando inserì la scena sulla preparazione del tè durante il sabato nel suo ultimo film Kadosh, che la parola "kadosh" (sacro, santo) è usata per la prima volta nella Torà proprio in relazione al sabato. Alla fine del racconto della creazione è infatti detto: "E D-o benedisse il settimo giorno e lo santificò" (Genesi 2: 3).

Il film di Gitai è assai discutibile e zeppo di grossolani errori, inesattezze e incongruenze. Il problema che affronta, ossia il ruolo della donna fra gli ebrei cosiddetti "ultra-ortodossi" (e non solo fra questi e non solo fra gli ebrei), è un problema reale, ma esso va trattato approfonditamente e non banalizzato con una visione parziale ed essenzialmente errata come è nel film. Sarebbe alquanto auspicabile che se ne parli su queste colonne (si veda anche la lettera di Gavriel Levi nel numero scorso di Shalom).

Qui vorrei trattare dell'osservanza del sabato e della "pignoleria" delle sue norme che tanto infastidiscono, fin dai tempi degli antichi Romani, il mondo non ebraico e coloro, fra gli ebrei, che non hanno scelto la Halachà, la legge ebraica, come modello di comportamento nella vita.

Scrive La Repubblica (16/4): il film di Gitai ci dà "il senso, più che del sacro, dell'assurdo: che dire di quella discussione su come preparare il tè durante il sabbath, con quel complicato gioco di recipienti e le disquisizioni sul crudo e il cotto?". E Il Sole-24 ore (23/4): il film ci mostra "un universo claustrofobico, inesorabilmente dominato dalla Legge biblica, seguita alla lettera. Estenuanti discussioni su come preparare il tè nel giorno di sabato...".

Bene ha invece detto Erich Fromm: "Ci troviamo di fronte a esagerazioni eccessive e coercitive di un rituale originariamente 'sensato', oppure forse siamo noi che non capiamo fino in fondo il rituale e dovremmo rivederlo?" (Voi sarete come dèi, cap. 6; Il linguaggio dimenticato, cap. 7, che consiglio vivamente di leggere).

Non è questa la sede opportuna per entrare nel dettaglio delle prescrizioni della Halachà sull'osservanza del sabato. Chi vuole può rivolgersi al proprio rabbino o consultare testi specializzati (p. es., in italiano: Lo Shabbath, di I. Grunfeld, ed. "La Giuntina", 2000). Vorrei invece solo spiegare brevemente alcuni principi di base.

L'ordine di osservare lo Shabbat ricorre più volte nella Torà e nei Profeti, ed è uno dei Dieci Comandamenti (l'unico a carattere, per così dire, "rituale"): "Ricorda il giorno dello Shabbat per santificarlo. Sei giorni lavorerai e farai ogni tua opera, ma il settimo giorno è Shabbat per il Sign-re D-o tuo; non farai alcuna opera né tu né tuo figlio né tua figlia né il tuo servo né la tua serva né il tuo animale né lo straniero che abita nelle tue città. Perché in sei giorni il Sign-re fece il cielo e la terra, il mare e tutto ciò che è in essi e si riposò nel settimo giorno. Perciò il Sign-re ha benedetto lo Shabbat e lo ha santificato" (Esodo 20: 8-11). Nella ripetizione dei Dieci Comandamenti, in uno degli ultimi discorsi di Mosè al popolo ebraico, l'ordine è riportato in forma simile, ma con alcune significative differenze: "Osserva il giorno dello Shabbat... affinché il tuo servo e la tua serva possano riposare come tu stesso; e ti ricorderai che schiavo fosti in terra d'Egitto e il Sign-re D-o tuo ti trasse di là con mano forte e con braccio disteso. Perciò il Sign-re D-o tuo ha comandato di attuare il giorno di riposo" (Deuter. 5: 12-15).

Se è sì prescritto in molti passi della Torà di "non fare alcuna opera (melachà)", meno chiaro è cosa la Torà intenda con "opera" o "lavoro". I Chachamim (Saggi) della Mishnà hanno identificato 39 categorie principali di "lavori" proibiti, che essenzialmente coprono tutte le attività "produttive" e "creative" dell'uomo: dai lavori di carattere agricolo (arare, seminare, mietere ecc.) a quelli necessari per la preparazione di vestiti (tessere, cucire, tagliare...), dallo scrivere al costruire una casa o perfezionare un oggetto, al trasportare oggetti in un luogo pubblico. Da un'analisi delle 39 melachot si ricava che il "lavoro" proibito di sabato è "un atto che manifesta il dominio dell'uomo sulla natura (e sul mondo sociale - il divieto di "portare"), eseguito mediante l'uso costruttivo della sua intelligenza e abilità" (Grunfeld, cit.). In effetti, la distinzione fra "crudo" e "cotto", intesa come contrapposizione fra Natura e Cultura, non è affatto fuori luogo.

Solo due "lavori" vengono esplicitamente menzionati nella Torà come vietati di Shabbat: l'accensione del fuoco (Esodo 35: 3) e la preparazione del cibo mediante cottura (Esodo 16: 4-5, 22-30). Quest'ultimo passo, che tratta della manna, viene prima dei Dieci Comandamenti, e ciò sottolinea fra l'altro l'antichità dell'osservanza di questa norma nel popolo ebraico.

"Cuocere" può essere definito come "sottoporre qualcosa all'azione del fuoco o di un intenso calore, sia direttamente, sia in recipienti asciutti o pieni d'acqua". Questa definizione non è tratta dallo Shulchan Aruch, bensì dal "Dizionario Garzanti della lingua italiana": essa è comunque ben vicina alla definizione di cuocere data dalla Halachà stessa.

Secondo quanto esplicitamente affermato dalla Torà, quindi, non possiamo preparare di Shabbat alcun cibo mediante l'uso del fuoco o altra fonte di calore. Questo non significa che di sabato bisogna mangiare cibi freddi: al contrario, è bene conservare al caldo il cibo per lo Shabbat. Le due espressioni presenti nei Dieci Comandamenti, "ricorda" ed "osserva", non sono alternative ma complementari (i nostri Maestri affermano che furono dette con un'unica voce): lo Shabbat è sì costituito da una serie di proibizioni (shamor - "osserva"), ma anche da atti positivi (zachor - "ricorda"), quali il vestirsi eleganti, l'accendere le candele alla vigilia, il fare il kiddush con il vino e, appunto, il mangiare cibi caldi e migliori degli spuntini freddi e frettolosi a cui siamo abituati nel resto della settimana.

Farsi un tè caldo di sabato comporta pertanto un problema: non si può accendere il fuoco per riscaldare l'acqua né si può utilizzare l'acqua tenuta in caldo da prima del sabato, perché immergere le foglioline di tè nell'acqua calda rientra nella definizione halachica (e comune) di cuocere; d'altra parte, però, non prepararlo significa, per chi ha piacere nel berlo, rinunciare a una delle soddisfazioni della giornata di riposo. Come fare quindi? Ecco che interviene il "gioco dei recipienti". Non è un'assurdità, ma solo l'utilizzo della logica e della comune esperienza. Come sa bene chiunque abbia o abbia avuto bambini piccoli, se si vuole raffreddare una minestra che scotta la si trasferisce in un secondo o un terzo piatto. In questo modo si riesce a dare un cibo caldo al bambino senza che questo si bruci la lingua. Ugualmente, nel caso nostro, i rabbini ci insegnano che se si trasferisce l'acqua bollente dal "primo" recipiente che sta sul fuoco in un secondo o terzo recipiente, e soltanto dopo vi si immerge la bustina di tè, non si rientra più nella definizione corrente di "cuocere". Il tè forse non risulterà all'altezza degli standard della buona società londinese, ma sarà ancora bevibile e sufficientemente caldo da recare piacere.

Ognuno è libero di accettare o meno la Torà come base del proprio comportamento, ma non si può accusare di assurdità chi decide di seguirne i comandamenti. Sul sabato la Torà ordina esplicitamente di "non accendere il fuoco" e di "non cucinare": farsi il tè nel modo usuale è quindi impossibile per chi segue i dettami della Torà. I rabbini, che non sempre aggiungono proibizioni, ma spesso limitano quelle della Torà, ci hanno insegnato un modo per farsi il tè di sabato senza trasgredirne i divieti: non è raggirare la legge, ma è piuttosto preservarla e allo stesso tempo adattarla, rendendola una legge di vita e non di oppressione o di soli divieti.

Scrive Abraham J. Heschel: "Il lavoro è un mestiere, ma il riposo perfetto è un'arte, il risultato di un'armonia tra il corpo, la mente e l'immaginazione. Per raggiungere la perfezione in un'arte si deve accettarne la disciplina... Il settimo giorno è un palazzo che noi costruiamo nel tempo. ...(Le) restrizioni sono canti per coloro che sanno vivere in un palazzo insieme con una regina" (Il Sabato: il suo significato per l'uomo moderno, cap. 1). Se costruendo un palazzo si sbaglia anche di poco l'esecuzione di un calcolo sul peso della struttura o sulla resistenza del cemento armato, il palazzo poi può crollare. Ciò che al profano sembra un dettaglio minore, per l'ingegnere è di fondamentale importanza: ugualmente, per chi vuole osservare lo Shabbat e goderlo pienamente, il "gioco dei recipienti" non è solo un dettaglio di poco conto, ma una delle tante regole che fanno sì che l'atmosfera sabbatica sia alquanto diversa dal giorno di "riposo" trascorso in macchina in mezzo al traffico di migliaia di altre macchine che vanno al mare. E Umberto Eco, pur dal di fuori (o forse proprio per questo) ha capito benissimo tutto ciò e lo ha espresso mirabilmente (nel box di seguito).

David Gianfranco Di Segni

L' altro giorno, al mare per il week-end, mi sono spaventato. Mi sono accorto che non stavo facendo niente. Avevo letto alcune pagine di un libro, avevo fatto una nuotata, e mi trovavo sdraiato sul letto senza neppur la voglia di accendere il televisore. Ho avuto un sussulto, da etica protestante e spirito del capitalismo, e mi sono sentito colpevole. Poi mi sono detto che avevo avuto una settimana snervante, e forse mi faceva bene poltrire; ma mi sono subito detto che "poltrire" è una brutta parola, e cercavo disperatamente una giustificazione morale. Mi ero semplicemente dimenticato (da quanti anni?) che il riposo domenicale non è un diritto, bensì un dovere.

Talora ci pare insopportabile il Sabato degli ebrei ortodossi, che debbono accendere il televisore la sera prima e, come accade a Gerusalemme, salgono in quel giorno su ascensori "accelerati", che si fermano a ogni piano, in modo che non si debba neppure schiacciare il bottone. Eppure tutte le prescrizioni rituali nascono da una saggezza arcaica, e solo la rigidezza del comando garantisce l'osservanza del precetto. È come nelle diete: riescono se osservi in modo dogmatico le prescrizioni del medico, non più di ottanta grammi di carne, non più di mezzo bicchiere a pasto. Non è che novanta grammi o tre quarti di bicchiere ci facciano ingrassare in modo sensibile, ma se passi da ottanta a novanta grammi sei finito, niente ti impedirà il giorno dopo di salire di dieci grammi, e via mangiare.

Qual è la saggezza del Sabato ebraico? Che se devi riposarti dopo una settimana di lavoro il riposo deve essere assoluto, devi dimenticare tutto, abbandonare ogni pensiero, non devi più affannarti sui problemi della settimana trascorsa. E se solo ti corre il pensiero che potresti finire quella lettera, o dare una lavata a quella camicia, non ti fermi più, saranno venti lettere e il bucato della settimana.

Nell'universo cattolico il riposo domenicale non è mai stato sentito in modo rigoroso e rigoristico. (...) L'intenso armeggio che precedeva la partenza della famiglia de' Tappetti per la vacanza, oggi si ripete ogni venerdì sera o sabato mattina: accaldato nella sua canottiera madida, l'aspirante al riposo carica la macchina e dà di frizione in code estenuanti sull'autostrada, se è ricco lavora di sartie e colpi di timone sulla barca, fa il punto, scruta il faro nella notte, si affanna alla radio di bordo per captare il messaggio della capitaneria del porto. E tutti, in mare come in terra, lavorano di posteggio di coda, di manutenzione, cercano disperatamente un meccanico per sostituire le candele, danno di crick per cambiare le gomme, mugolano sulle bronzine fuse, si ustionano le palme dando strappi di corda per far partire il fuori bordo. (...) E d'altra parte, anche chi rifiuta il rito della vacanza e decide di passare la domenica tra quattro mura, dà di pialla per costruirsi la libreria, monta da sé il computer comperato a pezzi sfusi, digita sul Videotel come un impiegato aeroportuale. E poi ci lamentiamo se durante la settimana l'impiegato è neghittoso, il funzionario fuori stanza (...)

da l'Espresso del 28.7.91


Kadosh. Luci e ombre su Gerusalemme

Karnenu - Maggio-Giugno 2000

Amos Gitai, regista e uomo che, per scelta, vocazione e educazione è totalmente estraneo al mondo religioso e a e tutte le sue manifestazioni, ha fatto un film sul mondo religioso, dal suo punto di vista. Vale a dire da estraneo. In breve il film narra la storia di un gruppo di haredim, che vivono a Gerusalemme nel quartiere di Mea Shearim, in un ambiente poverissimo e squallido. Ognuno ha la sua personalità, c'è il cattivo e il malvagio, ma ciò che caratterizza tutti i personaggi è il loro agire nel loro misero mondo come marionette obbedienti, guidati dalla loro interpretazione della Legge per eccellenza, la Torah. Solo due sorelle hanno il coraggio di fuggire da questa legge, ciascuna nel modo a lei più congeniale. Mentre la maggiore sceglie per se la fuga più tragica e ineluttabile, l'altra osservando il mondo che ha appena lasciato da lontano, ne esce estranea, ma - speriamo - vincente.

Kadosh è un film che mette in luce la spietatezza dei protagonisti e la loro lucida follia di esseri senza volontà propria, totalmente piegati alla volontà della Legge, tanto da sacrificare la loro parte migliore, o mettere in bella evidenza la loro parte peggiore, protetti da una patina di legittimazione che la religione intesa e registrata su pellicola in quel particolare modo - offre.

In ebraico Kadosh significa santo, sacro. Esporre il Sacro, farlo diventare fenomeno mediatico fino a renderlo odioso e ridicolo. Era questo il fine che si è proposto quando ha realizzato questo difficile film? Per un ebreo ortodosso l'attaccamento e la devozione con cui si compiono i precetti hanno un significato molto preciso e profondo. In qualche modo l'adempiere i precetti eleva fino alla santità. Nel film di Gitai tutti i gesti, tutti i precetti che scandiscono la giornata di un ebreo ortodosso, sono accuratamente ripresi nel dettaglio. E nel dettaglio viene messo in evidenza un esasperante vuoto. E, infatti, è proprio questa una delle chiavi di lettura che il film offre: il vuoto delle azioni. Mostrare solo il fanatismo estremo con cui gli atti vengono compiuti, può produrre diversi effetti: di sicuro uno di questi effetti è quello di alienare il senso del sacro insito negli atti. Ma dove c'è il fanatismo - anche nelle migliori cause - c'è sempre il rischio di degenerazione. Kadosh è un film di denuncia politica, qualora correttamente inserito nel suo contesto naturale - Israele, (Israele laica e religiosa con tutte le sfumature molteplici affascinanti che offre a chi sa coglierle). Ad elezioni chiuse da un anno -il film è uscito in Israele proprio a ridosso delle difficili elezioni politiche che hanno visto fronteggiarsi in modo esasperato lo schieramento laico e quello religioso - visto in un qualsiasi paese della diaspora, Kadosh rischia di dare un'immagine di Israele deviata e distorta: i haredim del tipo descritto nel film sono una minoranza esigua, anche se considerati solo all'interno del mondo religioso.

Gitai si è schierato, e questo è giusto, legittimo e corretto; quello che è sembrato meno corretto è il suo entrare indiscretamente e senza nessuna pietas, ma con l'occhio fugace dell'osservatore estraneo e severo in uno spazio e in una dimensione che non gli appartiene. Il regista compare nel film (come faceva Hitchcock nei suoi film) per un momento e solo come un'ombra fugace, ma fuori del quartiere, fuori del "recinto sacro". Forse fuori di esso doveva rimanere anche con la macchina da presa. Mea Shearim, spesso tradotto come il quartiere delle cento porte, significa in realtà il quartiere delle cento misure. E se settanta sono i volti che vengono tradizionalmente attribuiti alla Toràh, la legge, cento dovrebbero essere le misure e le sfumature all'interno di questi settanta aspetti. E invece purtroppo la gamma che ci propone Gitai è così limitata che va solo dal grigio scuro al nero. Ma forse è proprio questa gamma scura che determina il fascino del film, un film che getta molte ombre e poche luci su Gerusalemme e sugli ebrei.

Sira Fatucci


A proposito di Kadosh

Hatikwa - Maggio 2000

Sono seduta su una comoda poltroncina davanti al gigante schermo cinematografico, ma non vorrei essere qui, mi sento tremendamente a disagio. Le scene che ho davanti agli occhi, i commenti delle persone sedute intorno a me, le loro risatine sarcastiche mi feriscono profondamente.

Mi chiedo perché sono venuta a vedere Kadosh quando sarei potuta starmene tranquillamente a casa. Ad essere sincera, so benissimo la risposta: per essere in grado di rispondere a eventuali domande o commenti di amici non ebrei, che sicuramente, visto che in questi tempi siamo di moda, si accalcheranno nei cinema per accaparrarsi una preziosa poltroncina.

Ma che cosa potrei dire loro? Come ho sentito affermare da alcuni correligionari, dovrei sottolineare che io sono "normale", che la maggior parte di noi non vive certo così, che quello descritto nel film è solo un fenomeno ristretto e limitato? Oppure dovrei dire che Amos Gitai ha messo in scena, non una realtà, ma una esasperazione portata all’estremo in modo volutamente lezioso di una delle diverse facce del popolo d’Israele?

Egli ha posto l’accento solo ed esclusivamente sugli aspetti negativi, ridicolizzando ciò in cui crediamo senza rendersi conto che così facendo non si sarebbe limitato a mettere in cattiva luce "solo" una parte di noi, ma il popolo tutto.

Fin dalla prima scena sono curati in modo perfetto tutti quei dettagli utili a denigrare il mondo ortodosso. E ciò che è peggio, il film riporta a galla tutti quei luoghi comuni che per anni sono stati facile strumento nelle mani dei nostri persecutori. Faccio solo un paio di esempi che mi hanno colpito particolarmente. Nella prima scena vi è una minuziosissima descrizione del risveglio del protagonista. Vediamo Meir mentre fa Netillat Yadayìm, mentre recita le benedizioni del mattino (condite dalle risate del pubblico, che sembra particolarmente divertito nell’udire la berakhà: "Benedetto Tu o Signore che non mi hai fatto donna", mentre indossa i tefillin ed infine mentre si veste di tutto punto, indossando camicia, pantaloni e giacca al di sopra del pigiama senza passare per la toilette (!!!).

In una delle scene successive si vede un rabbino che incita il popolo ebraico a riunirsi per vendicarsi di tutto il male che ci hanno fatto i goyìm (non ebrei, n.d.r.) nel corso dei secoli, per prendere il potere infliggendo la legge del taglione "occhio per occhio, dente per dente". Come tutti tristemente sappiamo una delle accuse con cui gli antisemiti aizzavano le folle contro gli ebrei era proprio questa: fin dai tempi del Faraone e poi in Spagna, in Russia, in Germania l’ebreo era accusato di volersi imporre al potere dominante.

E deve essere proprio uno di noi a risvegliare nel mondo questi sentimenti sopiti? E deve essere proprio uno di noi a farsi beffa dei principi portanti della nostra religione?

Le regole riguardanti la purezza della famiglia, e la miqvè (il bagno rituale, n.d.r.) stessa, appaiono come usanze tribali e il profondo valore che rivestono all’interno dell’ebraismo viene banalizzato e nullificato.

Alcune scene sono rese in maniera volutamente grottesca. Mi riferisco alla prima notte di nozze di Malka e Yosef e alla visita ginecologica di Rivka. Persino quei momenti che tutti sappiamo essere caratterizzati da una particolare atmosfera di gioia e spiritualità, come la celebrazione del matrimonio, qui sono stati spogliati di tutta la loro essenza e della loro carica positiva.

Ho sentito alcune persone porre l’accento, invece, sulla storia d’amore delle due sorelle, sulla ricchezza dei personaggi e non tanto sul contesto in cui la vicenda si svolge. Non credo che un approccio di questo tipo sia possibile e non credo che questo fosse nelle intenzioni, peraltro ben esplicitate e manifeste, del regista.

Per contro, mi viene spontaneo ripensare ad "Un estranea fra noi", alla delicatezza e alla sensibilità con cui venivano descritti i modi di vita, le usanze, la religiosità degli ebrei ortodossi newyorkesi, a come sia possibile parlare dello stesso argomento in due modi così diversi e alla soddisfazione e al compiacimento che provai quel lontano sabato sera guardando Melanie Griffith scoprire, giorno dopo giorno, le straordinarie ricchezze della nostra religione.

Deborah Schor


Süss vive a Mea Shearìm

Bollettino Comunità ebraica di Milano — Giugno 2000

"Perché noi dobbiamo fare tanti figli, in maniera di battere gli "altri"…" sono queste improbabili parole che Gitai fa dire al padre di Meir, senza figli, per convincerlo a ripudiare la amata moglie Malka. Parole improbabili quanto fondamentali perché sono la chiave di volta del film. Non perché testimoniamo un’inesistente guerra demografica da parte della "tribù" ultraortodossa, ma piuttosto il senso di accerchiamento da parte della "tribù" laica e "illuminata", dei fondatori dello stato, a cui il regista appartiene.

Tanto è forte questo senso, che Gitai, regista "dissidente" in uno stato democratico, non risparmia mezzi nel dimostrare la non-umanità della "tribù" avversaria. Lo fa sfruttando uno dei pochi miti occidentali che ancora resiste, perlomeno in Israele, quello del femminismo.

Inventa dunque un girone dantesco, manicheo, dove nessuno si salva: trogloditi che violentano la moglie la prima notte di nozze, ma che presto perdono inspiegabilmente la loro carica erotica. Pesci lessi che ripudiano la sterile moglie, e che non si svegliano quando gli si infila nel letto (dov’era la seconda moglie?). Il tutto condito da figure minori senza salvezza, senza appunto umanità. E dire che non siamo in Iran, basterebbe attraversare la strada.

Le tecnica di Gitai, l’attenzione cioè ai minuscoli dettagli antropologici (le mille benedizioni, le pseudo discussioni talmudiche, le immersioni "forzate" nel bagno rituale) è purtroppo rodata da film anteguerra che pensavamo dimenticati, quando si voleva dimostrare l’inferiorità di una razza.

Gitai riesce dunque a fare dimenticare all’immaginario cinematografico i talletòt di Tevie del "Violinista sul tetto" e quelli di "Un estranea fra noi", dove credevamo di aver imparato che esistono ebrei buoni e ebrei cattivi.

Nelle dichiarate intenzioni politiche di un film presentato alla vigilia delle elezioni, viene abbandonato qualsiasi tentativo di capire la "tribù" avversaria, perpetrando la tensione interna densa di violenza che sembra scuotere Israele proprio quando si profila una soluzione pacifica con i vicini arabi.

David Piazza


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