Unione delle Comunità Ebraiche Italiane - Documento programmatico

Il Consiglio del 5 novembre 2000, allargato ai Presidenti delle Comunità, ha approvato il documento predisposto dal Presidente Amos Luzzatto relativo alla situazione politica. Si tratta di un documento di grande importanza e di natura programmatica. Si ritiene, pertanto, opportuno inserirlo integralmente in Ioman, con preghiera di diffonderlo tra gli iscritti delle Comunità.

Come italiani, dobbiamo parlare oggi alla società civile e politica del nostro Paese con la franchezza, la sincerità, la durezza di chi vuole il bene comune. Come ebrei italiani abbiamo il diritto di farlo perché abbiamo una cultura che travalica le frontiere e che per questo è stata in passato osteggiata, discriminata, violentata. Come ebrei abbiamo il dovere di farlo per far rispettare, la nostra storia, la nostra tradizione, i valori in cui crediamo. Come cittadini abbiamo l'obbligo di farlo per contribuire a una sviluppo sociale e democratico, che rifiuti la sopraffazione di chiunque in nome della diversità di genere, religione, cultura o colore della pelle. Le ragioni della nostra presa di posizione odierna sono diverse, ma, nel loro insieme, determinano condizioni e rischi proprio su questo terreno.

L'anno del Giubileo ha segnato una novità non positiva nei rapporti fra la Chiesa cattolica e lo Stato. A tappe ravvicinate, la Chiesa ha cercato di fare del Giubileo una manifestazione di massa, molto suggestiva ed efficace dal punto di vista dei mass media, che insiste sull'affermazione del carattere cattolico della città di Roma e sottolinea la natura fondante del cattolicesimo per la stessa identità nazionale italiana.

Le affermazioni del Card. Biffi non sono state smentite ufficialmente ed anzi, sono servite successivamente nel campo sociale, come ad esempio quando il Presidente della Confapi regionale marchigiana le ha riecheggiate nello stesso Consiglio regionale, marchiando come "incitatori all'odio contro la religione cristiana" non solo i musulmani immigrati di recente - e sarebbe già grave - ma, con l'occasione, tanto per non perdere l'abitudine, anche noi ebrei. L'invito, che compare anche in un fondo del Corriere della Sera, a conservare l'omogeneità culturale del Paese, è molto più preoccupante di quello che potrebbe apparire a prima vista. Ricordiamoci infatti che persino nella legislazione razzistica del 1938 la definizione di "ebreo" non attingeva esclusivamente a ipotetici criteri biologici , ma si avvaleva anche di una definizione giuridica, nella quale comparivano già allora dei precisi criteri religiosi. Ma fu proprio quella legislazione a concludersi con le deportazioni anche degli ebrei italiani. Non possiamo fare a meno, pertanto, di considerare le posizioni di Biffi e di coloro che lo seguono degli autentici manifesti razzistici. Sarà forse il razzismo "spiritu ale" di Evola, ma questo non ci consola affatto.

Gli altri eventi rilevanti sul versante cattolico sono stati, come è noto, la beatificazione di Pio IX (e quella, attesa, di Pio XII, dopo il lavoro di un anno e mezzo, in gran parte inutile, della Commissione paritetica cattolico-ebraica di storici), il documento "Dominus Jesus" e la relativa conferenza stampa del Card. Ratzinger, la campagna antirisorgimentale del Convegno di Rimini di CL, gli ulteriori vantaggi di cui godranno le Scuole cattoliche in virtù delle ultime Leggi sulla parità scolastica.

Sulla nostra posizione di principio, che ci spinge a scendere in campo per la difesa dello Stato laico, non possono esservi dubbi. Noi ebrei italiani abbiamo contribuito al Risorgimento da cui abbiamo ottenuto l'equiparazione giuridica e siamo diventati allora per la prima volta cittadini (o sudditi) come gli altri. Sappiamo bene che quello che abbiamo ottenuto allora come individui non corrispondeva a quello che abbiamo faticosamente ottenuto come collettività dopo l'Intesa; l'esplicito richiamo alla "Legge e alla Tradizione ebraiche" è contenuto solo in quest'ultimo documento. Non intendiamo idealizzare o assolutizzare il Risorgimento, ma intendiamo semmai partecipare anche noi con altri agli sforzi per cercare di sviluppare quel processo, ostacolando i tentativi in atto per farlo retrocedere.

In questa logica intendiamo non solo mantenere, ma rafforzare il confronto, l'analisi, la riflessione comune con tutte quelle forze che in ambito cattolico, come in quello di tutte le altre culture religiose e laiche del Paese, vuole proseguire incontri basati sulla pari dignità di tutti coloro che vi prendono parte, senza gerarchie di giudizio o di valore tra l'una e l'altra. Con la stessa ottica, è sviluppata in quanto segue la nostra diagnosi della situazione.

Il problema dei rapporti con le forze politiche, culturali e sociali del Paese presenta infatti delle analogie con quanto abbiamo detto per i cattolici.

Qui però abbiamo di fronte a noi almeno due blocchi, sia pure con numerose varianti interne. Con l'avvicinarsi delle elezioni politiche e con una campagna elettorale che durerà di fatto alcuni mesi e che minaccia di essere aspra e spietata, la nostra posizione non sarà semplice. E' evidente che noi non possiamo identificarci, neppure parzialmente, con un determinato Partito o schieramento politico, ma tutti dobbiamo e vogliamo esprimere le nostre ragioni e le nostre preoccupazioni.

Il razzismo sta acquistando anche in Italia una veste relativamente nuova, più adeguata alla cosiddetta globalizzazione e alle migrazioni di massa che da esse in parte derivano. Come ideologia, esso probabilmente contamina trasversalmente tutta la società italiana, e non solo alcuni settori politici. Questa società appare tuttora ancorata psicologicamente e culturalmente alle proprie radici contadine, è tuttora gelosa della sua "terra", ancorata al miraggio della conservazione della piccola comunità di paese, anche se essa va scomparendo, (e anche della sua "cattolicità"). Non è un caso che il riferimento si trovi in situazioni non molto diverse, come quelle che sono rappresentate in Austria da Haider. Che questa società sia stata spazzata via non attenua il fenomeno, semmai costringe i nostalgici a individuare il capro espiatorio, il malefico straniero che si accinge a demolire gli antichi, sobri e puritani costumi. Oggi lo straniero è musulmano, il nordafricano, anche l'albanese, ma spesso e volentieri vi si assimila anche l'ebreo.

La nostra lotta contro l'antisemitismo, anche per questo, è e deve diventare sempre più, una lotta contro ogni forma di aggressione e di discriminazione contro chi vive nel nostro Paese rispettandone le leggi e dando il proprio contributo alla sua crescita. Noi non possiamo essere condiscendenti nei confronti di nostalgie per un passato che non c'è più, di nostalgie che creano attorno a ogni "diverso" una rinnovata ostilità. Dobbiamo pertanto operare, e questo significa inevitabilmente operare politicamente; l'unico modo per non essere l'eco di qualche Partito è quello di essere propositivi. La nostra proposta politica è quella di assumere la necessità di guardare al di là dei nostri confini, di proiettarsi in avanti, sul piano concreto così come su quello delle idee e delle relazioni. La nostra proposta si chiama innanzitutto "Europa", come contesto di civiltà e di democrazia, di confronto e di dialogo tra coloro che storicamente ne fanno parte. La nostra proposta e di riconoscimento dei diritti di cittadinanza per tutti coloro che vivono nel continente, senza escludere coloro che vi accedono oggi. La nostra proposta è verso l'esterno e verso l'interno dell'ebraismo, per recuperare una unità delle nostre Comunità europee che oggi, insieme, possono avere maggiore ricchezza culturale e sviluppare un dialogo più ampio, tra loro e con la realtà circostante.

Un capitolo a parte è quello della sinistra italiana, che alcuni ebrei condannerebbero in blocco mentre altri vi militano. E' strano fino a quale punto questa parte d'Italia, erede del marxismo, e più generalmente dell'analisi strutturale delle dinamiche collettive della società, sia in realtà più illuminista dei più puri liberali. L'Emancipazione è da una parte significativa di essa ancora considerata una emancipazione individuale, che deve spingere la minoranza, dunque per primi gli ebrei, a una gioiosa integrazione, cioè a perdere la propria identità di gruppo. Lungo questo percorso, la sinistra stessa non ha mai metabolizzato i movimenti ebraici che rifiutavano di comparire e di assimilarsi, in particolare quelli nazionali. In Europa orientale ha combattuto il Bund, ovunque è stata ostile (tranne brevi parentesi) al Sionismo. Si aggiunga poi una sua adesione di principio, spesso acritica e dogmatica, a tutte le rivendicazioni dei popoli ex-coloniali, idealizzati e giustificati anche quando si combattevano fra di loro, e il rifiuto sostanziale, che risale almeno alla Rivoluzione francese, di vedere negli ebrei nulla di più di una "religione" (nel senso cristiano del termine, cioè nel senso di una relazione personale con la divinità, che attiene al privato). Tali pregiudizi rendono difficile la comprensione del rapporto che lega gli ebrei di tutto il mondo con Israele, che li porta costantemente a ribadire il valore stesso della sua esistenza, che li induce, anche quando le loro critiche su una determinata politica israeliana sono severe, a non prestare il fianco a chi attaccandone le scelte e le azioni ne mette in dubbio il valore come Stato. Il rapporto privilegiato degli ebrei con Israele ha recentemente reso difficili i nostri rapporti con una parte della sinistra, che è quella tendenzialmente più ideologizzata; è un fatto che questa pare tende a compensare il trauma della scomparsa delle ideologie (che danno fiducia perché saprebbero risolvere tutto a priori) non con un nuovo sforzo di analisi scientifica della realtà, situazione per situazione, ma rifugiandosi in una ideologia terzomondista, dove per noi non c'è posto.

Il nostro rapporto con Israele rimane un punto irrinunciabile. Si possono configurare anche divergenze con questo e quel Governo, con questo o con quell'aspetto della politica israeliana (succede anche all'interno dello stesso Stato ebraico, come del resto in qualsiasi Stato democratico). Due cose devono però essere evitate: la prima, quella di diventare i "grilli parlanti" di Israele, pur vivendo in Italia. La seconda, quella di non capire che lo Stato di Israele è stato, ed è sempre di più, uno dei fattori principali che garantiscono la nostra identità ebraica e il suo stesso sviluppo e potenziamento. In questo consiste il nostro Sionismo ed è per questo che quando viene comunque messo in discussione il diritto di esistere dello Stato di Israele, siamo consapevoli che può essere la nostra stessa identità che viene messa in discussione. Per quanto riguarda la stampa italiana, va detto che in gran parte è stata faziosa con giudizi unilaterali e affrettati che non possono contribuire a un'opinione pubblica equilibrata e capace di esercitare una corretta opera di mediazione.

Amos Luzzatto


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