Tesi di laurea di Marta Brachini - Israele e l'ebraismo in due giornali della sinistra: L'Unità e Il Manifesto (1982-1993)


Capitolo 1: L’eredità negativa del sionismo

Achille Occhetto, segretario del Partito Democratico della Sinistra nato dalla scissione interna del PCI nell’ottobre del 1990, dichiarò in un intervista all’Unità subito dopo il suo incontro in Israele coi rappresentati del MAPAM e del Ratz (Partito comunista israeliano non sionista) :

Il sionismo è un movimento di liberazione nazionale, che affonda le sue radici anche nel movimento operaio. Ma di questo la sinistra ha perduto memoria…

“L’immagine di un Israele nemico della pace, quando non ‘razzista’ o ‘imperialista’, ancora diffusa in settori della sinistra e del movimento pacifista, esce dunque definitivamente dal bagaglio politico del PDS”1. La nuova identità di parte della sinistra italiana si svelava anche sotto il profilo della posizione che aveva sempre tenuto nei confronti di Israele e del conflitto israelo-palestinese.

Il 1991, anno cruciale dei grandi mutamenti in corso sulla scena internazionale, esigeva da parte dei leaders politici una nuova lettura delle vicende mediorientali e indirizzava la stampa di sinistra vicina al PCI a un ridimensionamento del sostegno incondizionato fino allora dato alla causa palestinese. Nella pubblicistica di sinistra degli anni ’80 il sionismo non venne mai trattato nella sua complessità di movimento politico ma menzionato spesso solo come aggettivo qualificante di governi o personalità politiche israeliane.

Ciò che emerge dall’analisi delle due principali testate giornalistiche, l’Unità e il Manifesto, è una concezione del sionismo complessa e articolata quanto fortemente negativa. Il sionismo veniva rappresentato come una ideologia pervasiva di aspetti politici, sociali e culturali della realtà israeliana e ridefinito nei suoi contenuti caratteristici. Ne risultava una visione generale ostile: il sionismo rappresentava una rottura con la ben più elevata cultura ebraica europea; si era trasformato negli anni in un movimento di carattere coloniale, avamposto degli interessi americani in Medio Oriente, tradendo coi fatti i principi fondanti delle origini ( principi generalmente associati al socialismo ); aveva creato una questione israeliana nella rivendicazione di un “presunto diritto” a quella terra ( dopo il ’77, con l’ascesa della destra israeliana al governo, si accusava il sionismo in generale di avere per obiettivo la costruzione della Grande Israele e di perseguirlo con l’espansionismo militare ); il sionismo era un’ideologia anacronistica che impediva l’integrazione dei popoli autoctoni e la spartizione della terra contesa, ovvero l’ideale che si opponeva al diritto dei palestinesi ad una patria; il sionismo, infine, era foriero di una colpa originaria: quella di aver spodestato un popolo intero della terra che aveva posseduto per secoli.

Partiti e movimenti della sinistra diedero voce al clima di forte opposizione che l’invasione israeliana del Libano aveva suscitato nell’opinione pubblica italiana. Ad allargare gli argomenti di discussione politica nelle pagine dei giornali contribuì non poco il caso sollevato dall’ appello contro l’invasione del Libano, “Perché Israele si ritiri”, pubblicato da Repubblica il 16 giugno 1982, firmato da un gruppo di ebrei italiani tra i quali vi erano personaggi di spicco del panorama culturale italiano ( tra cui Primo Levi, Natalia Ginzburg, Fiamma Nirenstein, David Meghnagi e Rita Levi Montalcini ). Tale specifica presa di posizione diede adito a una vivace e periodica discussione sul rapporto tra ebrei e Stato d’Israele, un argomento alimentato dai primi veri e propri atti di violenza antiebraica in Italia (un fenomeno ricorrente da tempo in Europa che scosse e continuava a scuotere le comunità ebraiche europee) in coincidenza con le vicende che coinvolgevano direttamente Israele. Si trovano quindi tra le cronache ampi interventi di critica e a volte di protesta da parte di cittadini ebrei che intendevano ribadire la non riducibilità dell’argomento a spiegazioni univoche e allo stesso tempo ampio spazio veniva dato alle opinioni di ebrei militanti in partiti e movimenti di sinistra. La straordinaria rapidità con cui si successero notizie di guerra e morte dal Vicino Oriente e la realtà di uno scenario politico internazionale dominato da lungo tempo dalla guerra fredda costituivano il terreno materiale e la cornice ideale di uno scontro che si rifletteva nel dibattito politico italiano con caratteristiche fortemente ideologiche.

L’accezione in senso negativo del termine sionismo arrivava a stravolgere il significato storico e culturale del movimento sionista. Il sionismo aveva avuto successo nella realizzazione dei sui obiettivi politici e Israele ne costituiva certamente il risultato tangibile. Il sionismo aveva creato Israele, e sionisti erano dunque i suoi governi e la sua società, sioniste le sue guerre e sionista era la sua politica nei confronti dei suoi vicini arabi. Rimaneva inesplorato il rapporto del fenomeno sionista con la storia dell’ebraismo europeo, un rapporto esistente da prima della fondazione dello Stato ebraico e che si era espresso nelle vivaci discussioni sul senso politico e sull’opportunità storica della fondazione di uno Stato per gli ebrei, e dopo la nascita di Israele, sulla rispondenza e assimilabilità della cultura israeliana a quella diasporica. Nella pubblicistica analizzata il sionismo viene trattato analiticamente in maniera distinta dalla sua realtà culturale d’origine. L’ebraismo tuttavia non perdeva la sua valenza positiva e diveniva lo strumento principale per misurare il grado di eticità dello Stato israeliano, sganciandolo da qualsiasi diretto riferimento alle circostanze storiche in cui era nato. Non mancano i riferimenti a noti intellettuali che condividevano largamente questa posizione, “ebrei antisionisti” che non avevano mai supportato l’idea della necessità di una patria per il popolo ebraico né creduto che questa sarebbe stata la soluzione definitiva della millenaria questione ebraica. Wlodek Goldkorn, sosteneva per esempio che:

Il sionismo è nato con il proposito di rompere con la continuità del popolo di Roth, di Kafka, di Freud e di Marx, per creare ex novo un altro popolo, di agricoltori-soldati e non più intellettuali critici e scettici.(…)I veri eredi della grande tradizione universalista e umanista ebraica di cui l’insurrezione del ghetto di Varsavia fu il punto più elevato sono gli ebrei antisionisti2.

La sua opinione non era condivisa da coloro che consideravano l’antisionismo una forma di antisemitismo o meglio osservavano come certe affermazioni fossero spesso comode basi teoriche per argomentazioni antisemite, soprattutto, e in quanto, provenienti da un intellettuale ebreo, e come servissero poi da scudi sicuri per difendersi da una accusa di antisemitismo. Il dibattito storico interno all’ ebraismo avrebbe corso il rischio di essere frainteso se riproposto ad un pubblico disinformato. Goldkorn però sosteneva con forza la non identificazione tra antisemitismo e antisionismo scendendo nei particolari del dibattito:

(Il Bund)...pur rifiutando l’idea dello Stato ebraico, si batteva per un’autonomia culturale degli ebrei nella Russia degli Zar e i cui militanti lottarono per la democrazia e per il socialismo in Polonia tra il 1918 e il 1939, per poi partecipare in massa ai movimenti antinazisti nell’Europa occupata e alle insurrezioni nei ghetti. Secondo Zevi (che aveva paragonato l’antisionismo all’antisemitismo), il Bund, che ha dato vita alle prime squadre di autodifesa contro i pogrom e che coltivava la cultura yiddish, e che fece tradurre in questa lingua opere di Marx, Lasalle, ma anche Dostoevskij, Tolstoj ecc., era un partito antisemita?3.

Nella sempre più diffusa opinione antisionista di sinistra il popolo nuovo di “agricoltori-soldati”, gli israeliani, sarebbero stati eredi indegni dei movimenti socialisti ebraici russi e dei loro teorici. La memoria dell’insurrezione del ghetto di Varsavia (in Israele un simbolo di rinnovamento del popolo ebraico) veniva reinterpretata alla luce dello sciovinismo della destra beginiana che si presentava con lo slogan in cui si esaltava la nascita di “un nuovo esemplare umano, sconosciuto negli ultimi milleottocento anni: l’ebreo combattente”. Figura assai negativa quando alcuni giornalisti ritenevano opportuno distinguere tra l’ebreo che si difende da una volontà persecutoria e discriminatoria e l’ebreo che combatte per discriminare e perseguitare. Menachem Begin veniva decritto come un noto terrorista, “il capo della più violenta organizzazione sionista, (…) un uomo che vuole sterminare i palestinesi”, l’uomo a cui otretutto “hanno dato il Nobel per la pace”. Si costruiva così lo stereotipo del sionista:

Begin crede nell’odio come alimento indispensabile della lotta e il suo odio si divide tra il nemico e coloro che, nelle stesse file ebraiche e sioniste, non accettano il suo credo”. (…) L’Irgun si è riciclata come partito politico, sotto il nome di Herut e agita il programma di sempre: la conquista dei territori cui si è dovuto, per il momento, rinunciare, la creazione di un grande Israele, comprendente i territori palestinesi, oltre il Giordano, il Sinai, parte della Siria e del Libano. D’altra parte, le barriere tra governo e opposizione sono elastiche. Scompaiono quando il gruppo dirigente tradizionale riprende la via dell’espansione militare, interrotta con gli armistizi del ’48-’49 . Nel ’56, quando Israele invade il Sinai, Begin è con tutto il cuore e con tutta l’anima a fianco del governo. Nel ’67, alla vigilia della guerra dei sei giorni è cooptato in esso4.

Destra e sinistra venivano accomunate dall’essere entrambe espressioni del sionismo, identificato con quella volontà espansionista confermata dalla storia dei conflitti arabo-israeliani che avevano visto governi e opposizioni uniti allo scopo dell’allargamento territoriale. I contenuti teorici e ideologici del sionismo ne uscivano del tutto alterati e puntuali giungevano gli interventi di coloro che prevedevano gli effetti della diffusione di tali analisi devianti:

(...)Siamo veramente convinti che l'unificazione e la demonizzazione di tutti i sionismi oltre a costituire una grave falsificazione della storia in questo secolo (del tipo Mussolini come Mazzini, Cattaneo, Pisacane e Gramsci) non costituisca obiettivamente una attacco rivolto contro tutti gli ebrei? Non fu lo stesso Marx ad invitare a guardare oltre la forma la sostanza dei processi? E non fu Freud a invitare a leggere dietro le righe di un discorso la struttura nascosta e il significato latente? Se il liberale Herzl è accomunato a Jabotinski e il generale Sharon all'umanista Buber e al marxista Borochov non è la stessa storia del nostro secolo che tanto sangue ebraico ha visto scorrere ad essere riscritta secondo parametri che offendono le vittime, uccidendole come dice Benjamin per una seconda volta? La storia ebraica è ricca più di quanto gli stessi ebrei non immaginino e gli apologeti del moderno nazionalismo ebraico non pensino. Ma su un punto mi pare i vari filoni del marxismo rivoluzionario di Rosa Luxemburg e il liberalismo assimilazionista, le varie correnti del socialismo bundista e del sionismo hanno qualche cosa in comune: l'essere il prodotto di una civiltà di 'paria', anche quando i singoli personaggi di essa che assursero alle alte cariche dello Stato e dei partiti si chiamavano Rotshild.(...)5.

Rappresentazioni superficiali ed eccessivamente sintetiche del sionismo rievocavano alla memoria di molti quelle forme di pregiudizio antiebraico mai sopite nella generale percezione comune. Un intervento sul Manifesto di Giorgio Agamben denunciava indirettamente l’assenza nelle discussioni in merito al successo o al fallimento dell’ideale sionista di ogni esplicito riferimento alla Shoah. In una forma provocatoria Agamben sottolineava il legame esistente tra gli orrendi crimini perpetrati ai danni di quella tanto elogiata espressione culturale dell’ebraismo europeo, e la scottante realtà dell’esistenza dello Stato d’Israele. Un parallelo storico ampliamente trascurato nei pochi riferimenti alla storia del sionismo e a volte apertamente denigrato in quanto arbitrario, pretestuoso e inattuale ai fini della difesa di Israele. Valga per tutte questa affermazione: “L’olocausto non ha fatto degli ebrei i giusti per definizione, e meno ancora poteva fare giusto il loro Stato. (…) Bisognerà pure un giorno acquisire questa constatazione, uscire dalla leggenda costruita di una massa secolare di dolore”6.

Dato “il tono generale di alcuni articoli del Manifesto”, Agamben invitava i responsabili di simili affermazioni a far attenzione al “rapporto tra linguaggio e politica” dal momento che esistevano “responsabilità etiche implicite nell’uso del linguaggio”. Bastava riflettere su questo aspetto: nel momento in cui “per coincidenza” la sinistra si fosse accorta di aver usato un linguaggio vicino alla “pubblicistica fascista degli anni trenta” avrebbe immediatamente realizzato che ciò non aveva senso per una sinistra “ideologicamente ben distinta dal fascismo” poiché “uno stesso linguaggio non può esprimere due realtà eticamente e logicamente contrapposte”. “La distinzione che la sinistra ha sempre avanzato fra popolo ebraico e Stato d’Israele” era “una verità lapallasiana” e allo stesso tempo una distinzione “profondamente falsa”. L’interesse degli intellettuali di sinistra per la cultura ebraica dell’Europa orientale era un fenomeno vivo e diffuso ma da non identificare né con l’ebraismo né con gli ebrei:

Non ci sono più chassidim, sono morti nei campi, tanto tempo fa. (…) Gli ebrei sono oggi in Israele, sono Israele, con le sue industrie e i suoi missili, con i suoi kibbutz e le sue rappresaglie, con la sua lingua e la sua religione.

Gli ebrei della diaspora – continuava Agamben – “sono cittadini degli stati in cui vivono e come tali è giusto considerarli”. I “distinguo” della sinistra erano a suo avviso fuori luogo perché “gli ebrei sono Israele” e sarebbe stato “più sincero e meno antisemita” riconoscere il rifiuto che questa nuova espressione della cultura ebraica suscitava a sinistra pur nella consapevolezza che si trattava di un fenomeno europeo7.

Come accennato sopra, a sinistra si interpretava questo tipo di precisazioni come una improponibile limitazione alla libertà di critica dell’operato dei governi israeliani, non riuscendo o non volendo riconoscere la continuità storica che esisteva tra le vicende del popolo ebraico della diaspora e Israele. Rossana Rossanda rispondeva ad Agamben sostenendo che sebbene fosse innegabile l’importanza del linguaggio in politica non era invece condivisibile l’affermazione secondo cui “chi è contro lo Stato d’Israele nelle sue scelte è contro il popolo ebreo”. Era innegabile, per Rossanda, l’esistenza di un “vincolo simbolico profondo fra gli ebrei e la sola versione esistente della terra promessa” ma le considerazioni che ne discendevano erano altre: “buona o cattiva che sia la coscienza degli ebrei fuori da Israele” essa “esplode” in concomitanza di eventi che lo riguardano e ben pochi avevano scelto di recidere i “legami costituiti in terra d’esilio” per andare a “difendere con le unghia e coi denti” una terra sulla quale “era passata troppa storia” e soprattutto fondata “privando altri d’ un diritto altrettanto millenario quanto la loro spossessione”. Inoltre il motivo per cui quando si discuteva del rapporto ebrei/ Israele tutto assumeva “quella carica etica, quell’interrogativo di ordine morale che sentiamo in questo caso”, era questo:

…Accanto all’immagine dell’Olp è lo Stato d’Israele che viene in ballo, e Israele per essere stato a lungo negato è anche, anche, un simbolo dell’ebraismo. Ma un simbolo, un riferimento, non la sua interezza, che è più complessa e diversamente drammatica: dico diversamente, perché ben drammatico è lo scenario che Agamben delinea, nessun ebraismo fuori di Peres e Begin.

Il “distinguo” tra ebrei e Israele si rendeva necessario perché esisteva “una passata e presente realtà di ebrei che non si riducono e contraddicono nella categoria dell’assimilazione”. L’antisemitismo era certamente “il lato più torbido della nostra coscienza” ma era dubbio che l’antisionismo costituisse una forma di manifestazione antisemita, dal momento che posizioni antisioniste erano state fatte proprie anche da “nobili figure della cultura ebraica” nel presente e nel passato8. Israele, per l’autrice, era purtroppo la triste e “unica versione della terra promessa”, un “simbolo” dell’ebraismo che veniva rappresentato da pessime classi dirigenti e per ciò assai sconveniente da rapportare all’ebraismo intero o comunque da difendere con tali spiegazioni.

Un'altra argomentazione classica e ricorrente emerge dall’ultima citazione. Israele aveva una colpa originaria: quella di aver leso il diritto dei palestinesi a uno Stato, un diritto “altrettanto millenario” quanto quello avanzato dai sionisti. Il sionismo aveva preteso di risolvere il problema dell’autodeterminazione ebraica sulla base di un diritto storico-religioso, sotto la copertura dell’ideale laico sionista, con l’appoggio delle potenze coloniali e l’ aiuto del senso di colpa europeo. Gli assunti e le tesi del sionismo politico venivano contestati con decisione. Sempre nelle pagine del Manifesto leggiamo:

La prima di queste tesi è che tutti gli ebrei del mondo formano un popolo, non più solo in senso biblico ma nel senso moderno e politico della parola e che significa il diritto ad avere una patria, che questo popolo discende tutto da Abramo e dagli ebrei dei tempi del regno di David e che ha quindi un diritto storico sulla terra degli avi , il diritto al ritorno. In altre parole la Bibbia viene presa come libro di storia dal quale si fa partire un’operazione politica contemporanea, senza mai spiegare il passaggio fra il momento mitico -religioso e quello politico reale. Questo comporta, per forza, la necessità di tacere il sistema di alleanze colonialistiche e imperialistiche che ha reso possibile la nascita, la sopravvivenza e l’aggressività dello stato d’Israele. Comporta però anche la necessità di omettere il popolo palestinese che per novemila anni ininterrotti su questa terra è vissuto.”(…) “E’ proprio questo che va combattuto nel sionismo: la distinzione continua tra ebrei e non ebrei9

Secondo uno schema d’analisi largamente utilizzato lo Stato d’Israele appariva come uno stato fondamentalmente coloniale che aveva occupato quei territori in linea con la peggiore tradizione imperialista occidentale: “Israele diventa di fatto il centro nevralgico di un sistema di relazioni regionali che rende più penetrante il cuneo strategico occidentale dentro una nazione araba decomposta strategicamente dopo Camp David”; uno Stato impostosi con la forza che cercava pretesti per l’espansione e l’assoggettamento delle popolazioni locali: “Niente è così occidentale come il terreno nel quale affonda le sue radici questo impasto arrogante di volontà persecutoria e micidiale tecnologia ”10.

Il sionismo distinguendo tra “ebrei e non ebrei” e “omettendo” il popolo palestinese dai suoi calcoli appariva come una ideologia razzista11. Secondo un originale ragionamento l’atteggiamento razzista derivava da un complesso psicologico di accerchiamento dal nemico, cosa che non stupiva dato che “la precarietà degli inizi dello Stato d’Israele, la forzatura da cui è nato, può creare sentimenti assai contrastanti e complessi” come la paura di essere “sommersi” dal mondo arabo. Da ciò la tendenza a diventare uno stato di destra e ingiusto12. Israele a confronto col mondo arabo era definito come “un corpo estraneo e spurio”, “un’entità sionista”, “un ghetto armato” che scegliendo l’uso della forza a scapito del dialogo (con l’Olp) avrebbe perso l’occasione di divenire “uno Stato-Nazione rispettabile e legittimo come gli altri”13.

Secondo l’opinione di un citatissimo sociologo orientalista francese, Maxime Rodinson sarebbe stato “innegabile” il carattere coloniale dei primi insediamenti ebraici in Palestina e di conseguenza quelli tra arabi e coloni ebrei non erano altro che “rapporti di dominio”:

La causa generale è incontestabile: la volontà del nuovo popolo, infiltrato a poco a poco in Palestina da una sessantina d’anni, di divenire l’elemento dominante di uno Stato nazionale ebreo. Volontà, ne sono certo, meno orientata a dominare l’etnia araba, che a dominare un territorio e poteva solo portare a una situazione di tipo coloniale, allo sviluppo (del tutto naturale sociologicamente parlando) di uno Stato a impronta razzista, e in ultima analisi a uno scontro militare delle due etnie14.

In questa sua essenza coloniale stava dunque la spiegazione sociologica del razzismo attribuito a Israele, una spiegazione politica in concorrenza con quella psicologica rilevata antecedentemente. Le vittime di questi soprusi erano, come si intuisce, i palestinesi, la popolazione che soffriva una situazione di occupazione e discriminazione. I palestinesi chiedevano il loro “focolare palestinese”, ossia confini certi e definiti su cui realizzare uno proprio Stato e l’Olp ( che si batteva per uno status internazionale riconosciuto e come legittima rappresentante del popolo palestinese) cercava di dare forma e voce agli interessi del popolo oppresso. Nella visione di Israele l’Olp non aveva mai abbandonato il proposito della distruzione dello Stato sionista e rimaneva un’organizzazione dedita alla violenza per raggiungere il suo obiettivo principale. Il rifiuto di riconoscere l’Olp da parte di Israele veniva a sua volta interpretato come una volontà di negare i diritti dei palestinesi. In un articolo dell’ Unità, firmato da Giampaolo Calchi Novati si legge:

L’obiettivo della distruzione dello Stato d’Israele, su cui si è così spesso insistito, da intendere come distruzione dell’apparato di dominazione con la sua ideologia fatta di esclusione e discriminazione, non era necessariamente legato alla lotta militare. Un’opzione militare per l’OLP, tra l’altro, non è mai esistita, almeno nei confronti di Israele. Esso era, al contrario, un obiettivo eminentemente politico. E Israele lo sapeva bene. (…) Si confondono troppo spesso mezzi e fini. Dal punto di vista di Israele incompatibile non è il mezzo – la violenza – ma il fine: lo Stato palestinese.

A suo avviso le circostanze storiche (la sconfitta araba e il rifiuto dell’assimilazione dei profughi palestinesi da parte di Giordania e Libano) avevano visto il popolo palestinese adattarsi “all’idea strettamente nazionale lungo le linee della spartizione, ritornando di fatto al 1947.” (…) “Entro questi limiti Israele non sarebbe stato più distrutto, nel senso che la Palestina sarebbe dovuta nascere a fianco dello stato ebraico-sionista: (…) ma anche questa può essere considerata distruzione se il punto di partenza è il grande Israele (non un mito ma lo Stato d’Israele che esiste dal 1967). (…) In fondo è la spartizione molto più che l’integrazione a presupporre ostilità e antitesi irriducibili”. Calchi Novati concludeva così:

Israele ha distrutto una nazione esistente e uno stato potenziale, salvo trovarsi ormai senza mediazioni davanti al mondo arabo. Con il che la questione israeliana non è affatto risolta, non già per gli sbagli di noi o degli altri nei confronti d’Israele, ma per l’incapacità dello stesso Israele di esprimere una proposta congrua con quelle che sono le forze, contingenti o profonde, che sovrintendono allo sviluppo del Medio Oriente15.

La questione israeliana si riduceva sostanzialmente al peccato originale della nascita d’Israele: quello di aver prodotto con la sua costituzione anche la sua negazione distruggendo “una nazione esistente e uno stato potenziale” ostinandosi a non riconoscere il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione. L’occupazione dei territori sui quali si sarebbe dovuto costituire uno Stato palestinese e l’imporsi all’attenzione internazionale del movimento di rivendicazione nazionale di tali diritti, l’ “Organizzazione per la liberazione della Palestina”, complicavano enormemente la posizione assunta dallo Stato israeliano che aveva intrapreso nell’ ‘82 una operazione militare proprio contro l’attività delle fazioni terroristiche dell’Olp appostate ai confini col Libano. Le motivazioni avanzate dal governo Begin, una operazione a difesa della sicurezza in Galilea e la lotta al terrorismo, furono stigmatizzate come una copertura di obiettivi ben più ampi come l’interesse americano a fare del Libano un protettorato degli USA: l’obiettivo reale dell’operazione Shalom ha Galil “era un nuovo ordine in Libano. Un nuovo ordine che doveva essere nello stesso tempo una nuova mappa delle sfere d’influenza delle superpotenze in Medio Oriente.(…) I palestinesi, i libanesi e gli israeliani dovevano investire il loro sangue nella grande impresa di un Medio Oriente libero dall’influenza sovietica, pronto a servire la democrazia occidentale e cristiana, secondo la vecchia formula della politica del bastone. Un bastone tecnicamente sofisticato messo a punto dagli americani per essere usato dalle mani e dalla destrezza israeliane.” Ma l’operazione si era rivelata un insuccesso per il governo israeliano e non mancò l’osservazione secondo cui “per la prima volta si è rotta la sacralità dell’esercito, la sua caratteristica di vacca sacra”16.

Gli atti di terrorismo si succedettero con una frequenza impressionante durante e dopo la fine della guerra del Libano: fecero stragi a Beirut, presero di mira ebrei nel mondo, dirottarono aerei, sequestrarono navi17. Nelle cronache veniva dato rilievo alle vicende scismatiche delle frazioni estremiste dell’Olp (quasi sempre responsabili di tali atti), che scelsero di non seguire la via politica aperta dal leader dell’Olp Arafat (dando vita a un frazionamento di gruppi dalle diverse affiliazioni con stati arabi ancora persistenti sulla linee del rifiuto come Libia, Siria, Iran, Iraq). Non di rado vittime di attentati erano rappresentanti dell’Olp all’estero, della morte dei quali nelle cronache subito successive ai fatti veniva sempre accusato, anche senza certezza, il Mossad israeliano, seguendo l’ormai appurata tendenza generale all’equiparazione tra i due soggetti politici.

Il 2 Ottobre ’85 Israele bombardò il quartier generale dell’Olp a Tunisi (dove era stato forzatamente trasferito dal Libano) e si conquistava con questa azione il titolo di “Stato Terrorista” in prima pagina con questo commento: “Non c’è niente da fare Israele è sempre Israele: che indossi il camice bianco da chirurgo ( i socialdemocratici Peres e Rabin che selezionano l’obiettivo, superando ogni precedente record, frantumando solo i tre edifici del commando palestinese a Tunisi e non le villette circostanti) o il grembiule da macellaio (gli ultradestri Sharon e Shamir che mandano i loro amici libanesi a fare piazza pulita dei profughi palestinesi nei campi di Sabra e Chatila)”. Queste azioni, in coerenza con la visione generale, non erano viste come una semplice reazione agli atti terroristici che colpivano ebrei e israeliani nel mondo (come quello di Cipro che aveva preceduto l’attacco israeliano) ma piuttosto significavano la volontà di fuggire una trattativa di pace: “E’ la politica che fa paura ai governanti israeliani, non la minaccia militare costituita dall’Olp e neppure gli atti di terrorismo minoritario e insensato…(…). E’ il timore di Israele che gli USA escano dal loro immobilismo suicida in Medio Oriente, è il panico che cessi di funzionare quel ricatto permanente esercitato dalla lobby ebraica degli Stati Uniti sulla politica mediorientale di Washington”. Non stupiva quindi che gli USA, potenza mondiale “schizofrenica e oscena” avessero definito l’azione israeliana “di autodifesa legittima” evitando senza indugiare una forte condanna politica contro la “pratica terrorista dello Stato d’Israele” 18.

Nel Manifesto in particolare emerge questa visione: le fazioni estremiste che usavano metodi di terrore per i loro obiettivi politici e ideologici si potevano trovare anche all’interno di Israele, esattamente esse erano identificate coi coloni degli insediamenti ebraici costruiti in Cisgiorgania e negli altri territori sotto controllo israeliano dal ’67. La barbarie del terrorismo non era considerata una pratica adottata da entrambi i soggetti politici in conflitto. Anche lo Stato, i leader politici, i servizi segreti e i coloni israeliani in specifiche circostanze venivano definiti tali:

(...) Il ricorso a metodi terroristici non viene da una parte sola. (…) Lo conferma il caso più recente e più clamoroso: l’arresto da parte dei servizi di sicurezza israeliani, di un nutrito gruppo di terroristi di parte ‘ebraica’ che affiancavano l’opera di snazionalizzazione della Cisgiordania occupata. (…) La rete operava da quattro anni e faceva capo, si lascia intendere, all’ex ministro della difesa Sharon, organizzatore tanto della guerra del Libano quanto della campagna di ebraicizzazione della Cisgiordania.

Si individuavano due tipi di terrorismo: uno che si serviva di “mezzi abnormi come risposta all’enormità del dislivello tra le proprie forze e un compito storico” e uno moderno ”degli oppressori e degli eserciti di occupazione”, ovvero quello di chi “soffre sulla propria pelle oppressione ed esilio e lotta per non sparire” e quello di chi “fa del proprio presunto diritto l’unica legge”. Questi gli “ingredienti del terrorismo mediorientale”19.

Israeliani e palestinesi: due questioni, due storie, due terre, due soggetti politici, due popoli che venivano accomunati in tutte le loro espressioni dal linguaggio usato per rappresentarli. Si parlava di una questione israeliana (o ebraica) e di una palestinese, di una diaspora ebraica e di una palestinese20, dei lager per gli ebrei (quelli nazisti) e dei lager per i palestinesi (i campi profughi), di un terrorismo ebraico (di stato o dei coloni estremisti) e di uno palestinese (dei combattenti per la liberazione). Solo nella morte, però, il trattamento riservato ai due configgenti era diverso: mentre in un caso si rendeva necessario distinguere tra israeliani, sionisti ed ebrei, nell’altro non esistevano distinzioni tra terroristi, combattenti o civili. Israeliani e sionisti (portatori di una colpa originaria) non meritavano la stessa solidarietà espressa a ebrei innocenti e palestinesi vittime.

Due tragedie insomma:

Due tragedie: il delirio delle schegge palestinesi che sparano a Fiunmicino e a Vienna, spargendo sangue per distruggere e distruggersi, e il rinascere d’uno degli orrori che la seconda guerra mondiale pareva aver cancellato dalla storia, la paura dell’ebreo perché è ebreo. A Fiumicino i bersagli … erano ebrei da uccidere. (…) Molti dei giovani commando palestinesi vanno ad ammazzare e a morire perché altro non gli è lasciato. (…) Non si priva un popolo d’ una terra senza che questa negazione produca infinite negazioni. C’è ormai una generazione di palestinesi nata nei campi profughi, avvezza ad attendere che qualcuno gli spari e quindi attrezzata a cercar di sparare per prima o ad accettare qualsiasi proposta di vendetta dopo.

Il nuovo di questo scenario senza soluzione sta nel progressivo identificarsi nel sangue di questione israeliana e questione ebrea.

Non era più sufficiente un ‘distinguo’ laico tra ebrei e israeliani per evitare accuse di antisemitismo da parte dei lettori ebrei (che “diffidano, persino con una punta di disprezzo, di chi tenta di identificarsi con le loro ragioni – perché antiche persecuzioni creano anche antiche aristocrazie.”) occorreva ora esprimere chiaramente che “la causa degli ebrei braccati e dei palestinesi senza terra” veniva sentita allo stesso modo. Continuava Rossanda:

(…)Abbiamo urlato con i palestinesi…e ammutoliamo davanti agli ebrei. Non agli israeliani, non ai sionisti. (…) Grave chiamarsi Levi in un aereo dirottato, grave avvicinarsi ad un banco dell’ El Al, grave andar a rivedere la propria famiglia a Tel Aviv.21

Certi eventi suscitavano senza dubbio indignazione e scalpore quando a morire erano dei civili, ebrei o palestinesi, ma non valeva lo stesso per coloro che condividevano un certo ideale, magari sionista, o appartenevano a una certa nazionalità, come quella americana o israeliana.

Un esempio riguardo al dirottamento ad opera degli americani dell’aereo egiziano che trasportava terroristi (o mediatori) palestinesi dopo la fine del sequestro dell’Achille Lauro: Valentino Parlato sosteneva che tale azione aveva rivelato “un livello di pericolosità e di arroganza” statunitense mai raggiunto prima. Il governo italiano si era così trovato “costretto a ricorrere al sotterfugio del trasbordo dei due mediatori palestinesi su un aereo di linea jugoslavo” per non dare spazio all’intransigenza americana che aveva chiesto l’arresto dei due “mediatori”. Scriveva:

Certo, di mezzo c’è stato un morto, ma con tutto il rispetto della vita umana il signor Klinghoffer non è l’arciduca Ferdinando, quello di Sarajevo. E su altri morti gli americani hanno contrattato senza grandi problemi. Era dovere intuibile del governo italiano restituire i due con tutti gli orrori e le scuse per il dirottamento.22

Come si spiegava allora tale “degenerazione della lotta politica in delirio di potenza omicida contro malcapitati innocenti”? Nel commento all’attentato contro ebrei in preghiera alla sinagoga di Istambul nel 1986 si legge:

Il medio oriente resta una polveriera priva di misure di sicurezza da quando si è creduto di poter risolvere la questione ebraica aperta dai campi di sterminio nazisti creando una questione palestinese e pensando di poterla risolvere con i campi profughi.23

Il sionismo aveva lasciato un eredità fortemente negativa, Israele, il paese che si era gettato dietro le spalle tutto quel bagaglio di valori, convinzioni di libertà ed eguaglianza, di tolleranza e rispetto che avevano caratterizzato la sua ideologia originaria. Il sionismo aveva fallito nell’intento di porre fine alla questione ebraica, il problema di un popolo senza terra, perché aveva occupato una terra in precedenza abitata da altri. La tesi antisionista era confermata da realtà oggettive innegabili.

Nel 1987 ricorrevano venti anni dall’ “occupazione” dei territori della Trans-Giordania, del Golan siriano, di Gaza; una occupazione risultato della quarta guerra arabo-israeliana; un motivo di risentimento per i paesi arabi del rifiuto, una occupazione condannata dall’ONU con continue risoluzioni; la contesa del territorio su cui sarebbe dovuto nascere sin dal ’47 lo Stato palestinese. Una situazione ben più problematica di quella originaria. Nel 1988 ricorrevano i quaranta anni dell’indipendenza d’Israele e in un articolo dal titolo I sogni distrutti pubblicato dal Manifesto per l’occasione il sionismo ne esce come un sogno infranto. 1988 – 40 anni dall’indipendenza di Israele. Israele “quel qualcosa di nuovo e strano, distinto per connotazioni sioniste, marxiste e perfino staliniste”. Quel fenomeno che “suscitava ammirazione e sorpresa” per quella “piccola comunità che aveva eretto un mini stato su 20 mila chilometri quadrati”. Ma anche lo Stato che con “rapidi mutamenti” passò, a scapito del “mutualismo”, “armi e bagagli nel blocco filo-americano”.

Poco dopo viene messa in piedi l’amministrazione militare per la popolazione araba dello Stato. (…) Tuttavia la sicurezza a poco a poco si converte in una vacca sacra e intoccabile. Inoltre serve da elemento di coesione per ebrei provenienti dai quattro angoli del mondo. I principali miti della dottrina della sicurezza di Israele si vanno costruendo lentamente e laboriosamente e oggi sembrano assiomi degni di un sistema teologico. (…) Il risultato sono guerre e altre guerre e poi una vittoria dubbia: la guerra dei sei giorni, la euforia del passaggio dalla paura per la sopravvivenza dello stato – non reale e artificiale creazione dell’elite governante, a giudizio di molti – a una clamorosa vittoria che portò anche quelle conquiste territoriali che oggi minacciano l’esistenza stessa di Israele. (…) Il risvegliarsi del fondamentalismo messianico, insieme al rafforzamento dell’ultra-nazionalismo fanno dimenticare un piccolo dettaglio: non si tratta solo di terre sacre e promesse dalla Bibbia o necessarie per ragioni di sicurezza, al loro interno abitano anche i palestinesi, molti profughi del ’48. (…) Oggi Israele si scontra con la intifada. (…) L’ indipendenza del 1948 voleva dire liberare gli ebrei. Un lungo cammino giunse allora al suo apice per portare gli ebrei a perdere le loro catene. Di fronte all’orrore dell’olocausto, si apriva un orizzonte finalmente libero. Ma con una memoria che subito cercò di sfuggire a una verità di fondo: un popolo che sottomette un altro popolo non può essere libero. Oggi l’insurrezione palestinese rivela giorno dopo giorno la dialettica del padrone e dello schiavo. La intifada mette gli israeliani anche di fronte ad un interrogativo essenziale, di fondo. Forse che di fronte all’orribile crimine di Hitler dovremmo constatare che la vittima eredita o assimila i valori del carnefice? Sono ancora molti, in Israele, coloro che rifiutano questo effetto della storia. Ma in questo giorno dell’indipendenza la libertà è assai poca e gli israeliani sono prigionieri dell’oppressione e dei valori che li spingono a opprimere un popolo che ha travolto ormai le barriere della paura.24

Secondo l’autore di questo articolo, Zvi Shuldinder, nel 1988 l’ Iintifada proiettava “un ombra pesante” sull’indipendenza d’Israele, era “un fattore oscuro” sulla natura democratica dello Stato ebraico viste le forme adottate per la repressione delle rivolte. Secondo Rossana Rossanda, poi, solo la causa palestinese era stata e ancor di più in quel momento poteva essere “la pietra di paragone della democrazia israeliana”25. Sulla base di simili premesse non stupisce incontrare articoli dove Israele, con tutte le sue contraddizioni, viene definito come “un paese da psicanalista”:

Israele può essere insieme democrazia e totalitarismo, libertà amplissima e oppressione assoluta, Svezia e Sudafrica, Africa e Europa, Russia e America, integrazione ed apartheid, laicismo e fondamentalismo, tecnologia sofisticata e arretratezza oscurantista, pionierismo idealistico e cinismo senza principi, violenza totale e candore naif.26

Secondo l’opinione contraria, espressa da Simonetta Della Seta in suo intervento nel Manifesto, nel caso politico israeliano non potevano accettarsi “aride semplificazioni” e nemmeno si poteva forzare dentro “i nostri schemi e la nostra storia” la percezione della vita politica in Israele, come mostrava la tanto sfruttata separazione a fini descrittivi tra ashchenaziti e sefarditi, “due mentalità e due mondi che gli interessi politici hanno preferito mantenere separati”. Israele era un paese “diverso” e “difficile” che stentava a raggiungere la “normalizzazione” in un area mediorientale. La divisione politica non si poteva interpretare in maniera univoca: “non esistono in contrapposizione un paese perduto e uno che non sa perdersi”, uno “democratico” e uno “fascista”, uno “onorabile” e uno “mostruoso”, ma un paese che “si esprime a chiara voce su quasi tutta la stampa, che scrive, lavora, fa cinema, teatro, riesce ancora a dar vita a una cultura libera, che non sa certo di Germania nazista, né di Sud Africa”27.

Secondo analisi socio-politiche più articolate, il rifiuto che Israele suscitava a sinistra era dovuto alle posizioni ambigue tenute della sinistra israeliana di fronte al profilarsi di una concreta possibilità di dialogo con i palestinesi.

Nei governi di coalizione che si formarono dopo le elezioni dell’84 e dell’88, i Laburisti non avevano saputo imporsi contro le resistenze del Likud al riconoscimento della causa palestinese. Questa posizione traballante era vista come un tradimento degli ideali di sinistra, una visione che spinta alle massime conseguenze arrivava addirittura a far sostenere che la sinistra israeliana non fosse paragonabile alle sinistre di tutto il mondo, e che la sua azione andasse riconsiderata in merito al presente e alle scelte del passato. In un inserto di approfondimento del Manifesto, Guido Valabrega riaffermava la necessità rapportare la storia d’Israele alle “tante altre vicissitudini colonialiste” secondo la lettura che proponeva Maxime Rodinson:

Nelle condizioni stabilitesi dopo il 1948, la tesi del socialismo di Israele serve soprattutto a dare agli israeliani nella loro maggioranza, e ai loro amici di sinistra, la stessa buona coscienza che, per esempio, la democrazia politica interna vigente in Francia dava ai coloni francesi nelle colonie (M.Rodinson). Per quanto possa sembrare strano continuo, a diciassette anni di distanza, ad essere convinto che né la guerra del ’67 alla quale si arrivò con un governo laburista e che portò gli israeliani a occupare la Cisgiordania, la striscia di Gaza, il Golan e l’intera Gerusalemme, né le successive vicende tra le quali l’andata al potere nel 1977 della destra, abbiano modificato la validità di quell’analisi.

Di fatto le forze di sinistra che si richiamano al sionismo – continuava l’Autore – “hanno contribuito in misura determinante all’espropriazione e all’espulsione delle masse palestinesi, hanno tratto guadagni dalle conquiste e si rifiutano di riconoscere i diritti nazionali del popolo palestinese e l’Olp quale unica e legittima loro rappresentante.” Ai “partiti e movimenti sionisti-socialisti” era “impossibile riconoscere quelle funzioni di democrazia e di impegno liberatorio che contraddistinguono la sinistra in tutto il mondo” (…) in quanto “per le forze di sinistra israeliane è assai importante tentare di trovare delle convergenze, anche parziali e occasionali, con alcune correnti più sensibili del sionismo e non solo di quello che si definisce socialista”.

Il banco di prova era “il riconoscimento dei diritti nazionali e democratici per il popolo palestinese e quindi la prospettiva d’una società israeliana decolonizzata e democratica” e questa visione si poteva ravvisare quasi unicamente tra le fila dei movimenti politici non sionisti come Brit Shalom (Patto di pace), la Lega israeliana per la difesa dei diritti dell’uomo e del cittadino, Regione semita (Ha-merav Ha-shemì), Ha-Olam-Hazé (il settimanale di Uri Avneri), il Rakan (nuova lista comunista arabo-ebraica), e infine Peace Now28.

Con tali analisi si giustificava l’assenza di un rapporto diretto tra la sinistra italiana e le forze del laburismo israeliano, nella convinzione di una incompatibilità di fondo tra gli ideali di sinistra e i principi del sionismo ai quali la sinistra israeliana si ispirava. La spaccatura espressa dai risultati elettorali era un sintomo di un profondo disorientamento della società israeliana di fronte al nuovo scenario di conflitto e di dialogo che si apriva allo stesso tempo. Da una parte l’intifada e la violenza riaccendevano sentimenti di odio e diffidenza tra israeliani e palestinesi, dall’altra le aperture dell’Olp verso un probabile riconoscimento dello Stato d’Israele accresceva la speranza di una pace definitiva con tutto il mondo arabo. Tuttavia l’isolamento internazionale della sinistra israeliana subìto da parte delle sinistre europee ebbe un effetto dannoso per l’immagine di Israele nonché delegittimante per i governi che lo rappresentavano. Al Congresso Internazionale Socialista, tenutosi a Madrid nel maggio 1988, la delegazione laburista israeliana rappresentata da Peres fu oggetto di un violento attacco pubblico da parte dello stesso Craxi in merito a come Israele stesse fronteggiando la rivolta dei palestinesi dei territori. Peres rispose abbandonando il Congresso. L’Unità del 12 maggio apriva in prima pagina con il titolo “Israele contro la pace”. Questo fu il culmine di un sistematico processo di delegittimazione della democrazia israeliana cominciato negli anni dell’invasione del Libano e intensificatosi in coincidenza con l’inizio dell’Intifada.

Una analisi meno faziosa delle elezioni del novembre del 1988 gettava luce sull’estremo sbilanciamento della sinistra italiana nel sostegno incondizionato della causa palestinese. Il Manifesto pubblicò il commento sentimentale e politico di Ugo Caffaz: un commento “sentimentale alle elezioni israeliane” evidenziava come un risultato favorevole alle forze di pace israeliane fosse stato affievolito dal prevalere “della logica della disperazione e della paura” prevalente nei sentimenti dell’elettorato israeliano che aveva “dimostrato in passato sufficiente elasticità considerata la posta in gioco”. Tali sentimenti suscitavano altrettante sensazioni di sconcerto tra gli ebrei della diaspora che si rendevano conto dei riflessi che tali risultati avrebbero avuto nel loro mondo. Erano sentimenti di dolore, paura e rabbia “di non poter ancora festeggiare l’inizio di un processo di pace per Israele e per i palestinesi” e per la possibilità che “gli integralismi, i fondamentalismi, stravolgendo la cultura di oggi, uccidano il desiderio di pace dei popoli del Medio Oriente e del Mediterraneo”. “Fin qui i sentimenti, la ragione e la politica suggeriscono riflessioni diverse”:

Prima di tutto bisogna prendere atto che sempre più Israele è culturalmente inserita in medioriente. A dimostrazione di questo non c’è solo l’irrigidimento dello scontro politico che, in fondo, tornerà di moda presto anche dalle nostre parti. Bisogna prendere atto, per esempio, che accanto alla restaurazione cattolica e al fondamentalismo islamico c’è anche la riscoperta delle radici ebraiche in antagonismo al sionismo laico da parte di una consistente parte di popolazione israeliana. Altro elemento, sempre in opposizione ad una sorta di ‘aristocrazia’ occidentale rappresentata per quarant’anni dalla sinistra israeliana nel suo complesso, è la delega per la destra di Shamir da parte di buona parte della popolazione ebraica proveniente dal mondo arabo. E c’è infine, pur in un paese democratico, l’idea per noi sepolta, almeno fino ad oggi, che le soluzioni non solo vengono dalla forza, ma che non c’è soluzione finché l’intera storia passata non si è esaurita nel presente. Cioè le parti vogliono fare i conti con tutto ciò che si portano dietro da secoli.

Un equilibrato ragionamento sarebbe stato questo per Caffaz: “Israele ha diritto ad esistere davvero indipendentemente dal governo che ha e i palestinesi hanno diritto alla loro autodeterminazione indipendentemente dalla politica che attuano e che, ancor più, attueranno quando raggiungeranno la loro autonomia statuale”. L’impressione era che questo in realtà non si verificasse affatto: c’era chi “intende negare a una delle due parti i propri diritti”; c’era chi “non confessa che in realtà per riconoscere certi diritti pone condizioni”, il che vale per i palestinesi e per Israele; chi esprime soddisfazione per il “cattivo esito delle elezioni”; chi insinua che certi attentati terroristici abbiano mandato israeliano “come se nella complessa compagine palestinese non esistessero forze totalmente contrarie alle trattative con Israele”. Se poi si voleva parlare del declino della sinistra israeliana non si poteva prescindere dall’isolamento internazionale che aveva subito. Malgrado le sue “ovvie contraddizioni” non gli aveva giovato di certo l’esclusione dimostratagli al congresso dell’ internazionale socialista:

Isolare Israele dal consesso civile a causa del suo governo è cosa non solo grave moralmente ma anche cieca e pericolosa politicamente. (…) Certo è evidente che bisogna distinguere fra interlocutori e alleati. Interlocutori sono i governi che si succedono alla guida di un paese che vogliamo essere liberi di giudicare e criticare apertamente, alleate sono tutte quelle forze nelle cui posizioni ci ritroviamo politicamente e che quindi con tutto l’impegno necessario dobbiamo appoggiare.

Questo atteggiamento era l’unico che avrebbe potuto “ridurre se non eliminare i rischi di ulteriori rigurgiti antisemiti verso la diaspora”. Ciò che avveniva in Medioriente non poteva essere né una ragione né una causa dell’antisemitismo: “causa, invece, è l’atteggiamento che i governi, le forze politiche responsabili del mondo assumono nei confronti dell’intera faccenda. Non esistono alternative all’esistenza di due stati autonomi, patrie sicure per palestinesi e israeliani. Dalla chiarezza e dalla laicità di questa posizione può venire la speranza di pace. Dal bagno di sangue, temuto 50 anni fa da Trotzky, non si salverebbe nessuno”29.

Una vera e propria inversione di tendenza si registrò all’indomani della Guerra del Golfo quando il mutato scenario internazionale (l’approssimasi del disfacimento dell’ Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, preceduto dal crollo del muro di Berlino e dalla Riunificazione della Germania, il venir meno di un equilibrio internazionale dominato dall’ antagonismo di due potenze mondiali) esplicò i suoi effetti sugli equilibri mediorientali. La conferenza di Pace di Madrid del novembre 1991, patrocinata da Stati Uniti, Unione Sovietica e Comunità europea, aspirava all’apertura di una nuova stagione diplomatica all’insegna del dialogo e del riconoscimento reciproco tra Israele e Stati arabi. L’agenda politica della conferenza di Madrid si sarebbe rivelata in realtà spinosa e difficile per le problematiche da affrontare e non condusse a sostanziali conclusioni. Ma l’Unità metteva in evidenza la rilevanza storico-simbolica del vertice di Madrid:

Facendo sedere allo stesso tavolo ideale israeliani, arabi e palestinesi ha forse cancellato per sempre il peccato originale del medio oriente stesso, quello per intenderci che ha costato ben cinque guerre: l’esistenza dello Stato d’Israele.30

Il peccato originale dello Stato d’Israele si voleva anche farlo scomparire concettualmente dal bagaglio culturale del nuovo Partito democratico della sinistra. Lo scostamento dell’Unità dalle posizioni tenute, a partire dal ’67 almeno fino al 1990, sul conflitto mediorientale fu alquanto immediato dopo la fondazione del nuovo partito. Il giornale cessava di essere la voce ufficiale del PCI italiano. Sotto la direzione di Walter Veltroni l’inversione di marcia era visibilissima sotto il profilo della linea politica generale adottata, che tendeva a ricordare in ogni occasione che le ragioni di Israele andavano comprese nella stessa misura di quelle del popolo palestinese. I nuovi articolisti del giornale espressero le loro opinioni in coerenza con la nuova direzione. Piero Fassino ( responsabile per la politica internazionale del PdS ) firmò un articolo, dal titolo Israele 1991, di solidarietà a Israele dopo il terzo attacco missilistico iracheno sulle città israeliane31. Furio Colombo veniva intervistato a proposito del libro da lui ideato e scritto “Per Israele”. Egli lo aveva scritto – disse – per rendere il dovuto alle ragioni di “una parte” che sono state volutamente “misconosciute, omesse, dimenticate” e faceva questo seguendo il “principio pratico della giustizia…che pesa l’accusa e la difesa”32. Con l’evoluzione dei negoziati pace si consolidava anche la formula politica “due popoli, due stati” che trovando riscontro nei successi di Oslo diventava anche “una vittoria per il PdS”(A.Occhetto) e “una conquista per la sinistra”(P.Fassino).

Anche in Israele la Conferenza di Madrid significò il rinnovamento della sinistra. Il partito Laburista israeliano condusse le successive campagne elettorali cavalcando l’ondata di ottimismo e si presentò a favore di trattative di pace immediate, anche con l’Olp. Nel Luglio 1992 il partito guidato da Yitzhak Rabin ottenne la maggioranza alla Knesset. Fu Rabin insieme ad Arafat il protagonista della storica stretta di mano a Washington nel settembre 1993 (il testo della prima forma di accordo tra Israele e Olp era stato segretamente elaborato a Oslo) che tanto entusiasmo suscitò tra i sostenitori della pace. Era un gesto che segnava la fine di una guerra fatta anche di parole:

C’era chi vedeva il torto tutto dalla parte degli espansionisti e del sionismo, chi invece assegnava a Israele il compito di trapiantare le libertà occidentali in Medio Oriente; c’era chi vedeva nell’indipendentismo palestinese uno strumento di terrore, e chi vi leggeva le eroiche speranze dei diseredati. (…) Cadono i mille equivoci strategici che hanno intralciato per anni le diplomazie: i confini sicuri, la profondità strategica, la colonizzazione.33

I negoziati segreti di Oslo portarono Israele e Olp alla prima forma di attuazione di un progetto di autonomia palestinese (“Gaza e Gerico subito”). Il significato dell’accordo – secondo l’opinione di Massimo Cacciari ospitata dall’ Unità – andava analizzato senza discutere di “vaghe (e cieche) speranze” e senza ridurlo a “realpolitik”:

In questa zona del mondo e in questo conflitto sono in gioco, dalla fine della seconda guerra mondiale, come in nessun’altra , fattori decisivi degli equilibri internazionali, non solo della politica, ma del destino dei popoli. Non si tratta ‘semplicemente’ di ridefinire confini territoriali, sovranità politiche, ma di immaginare, inventare il luogo, la chiave di volta della relazione tra grandi aree strategiche, tra mondi da secoli in conflitto, tra culture e linguaggi.

Per questa via – continuava – passa “il rapporto tra occidente e mondo islamico”. Una posta in gioco così alta contemplava anche l’opposizione di grandi “correnti culturali e religiose” che “lotteranno accanitamente per provocare il fallimento dell’accordo”. “Il mantenimento di uno stato di guerra con Israele è vitale per molte potenze dell’area, e questo stato si giustifica soltanto, o in grandissima misura, se rimane irrisolta la questione palestinese”. Questa “prospettiva strategica” si intreccia spesso col “fondamentalismo religioso” . In conclusione, la grande novità degli accordi risiedeva in questo: che israeliani e palestinesi “hanno compreso la propria debolezza”. Finora i due soggetti politici “hanno giocato le parti che loro assegnava il conflitto planetario tra le superpotenze”: Israele “un grande piccolo Stato, un grande esercito, ma all’interno di questo quadro strategico. Una potenza appesa a condizioni esterne a sé e sommersa tra vicini ostili, spesso mortalmente ostili, come forse mai nessun’ altro stato”; “Speculare la condizione palestinese, dipendente dai calcoli altrui, usata come strumento di battaglia per fini che poco o nulla avevano a che vedere con la sua sacrosanta causa”. Il “crollo di Yalta” e la guerra del Golfo avevano posto i israeliani e palestinesi “nella condizione finalmente di riconoscersi” e di rifiutare “il ghetto della pura inimicizia”: il “peccato di un certo sionismo” era stato quello di essere “superstizioso” generando “egoismo e inospitalità” per la convinzione di aver posto fine al cammino della diaspora. Si era persa dunque la “testimonianza necessaria d’Israele” cioè quella che apre allo “straniero”. Ebrei e palestinesi avrebbero potuto finalmente costituire la “porta stretta” che dà accesso a “una nuova relazione tra popoli e culture”34.

L’analisi di Cacciari anticipava una tendenza a vedere il conflitto israelo-palestinese come lo scontro potenziale tra due opposte culture, quella occidentale e quella islamica. Anche se la visione del sionismo in realtà rimaneva invariata ora veniva espressa con terminologie lontane dagli schematismi della guerra fredda. David Meghnagi metteva in rilievo “Il dramma di ebrei e arabi: essere simboli e non persone”, secondo il titolo sintetico dato al suo intervento sempre nell’ Unità. Scriveva:

Il conflitto arabo-israeliano…oggi rischia di diventare il luogo simbolico di uno scontro più ampio fra civiltà e culture che non riescono più a comunicare e dialogare. (…) Un facile pregiudizio di maniera contro Israele ha in realtà funzionato come falsa coscienza per non affrontare al cuore i problemi del fallimento dei progetti di cooperazione e dialogo col mondo arabo-islamico. In un certo immaginario politico Israele ha finito per rappresentare lo specchio di una cattiva coscienza che non vuole affrontare i problemi nella loro complessità, mentre i palestinesi hanno finito col porsi in diretta concorrenza con i simboli prima occupati dagli ebrei.

Ma qualcosa in questo immaginario era cambiato dopo il conflitto del Golfo:

La nuova faccia di Israele: quella di uno Stato aggredito che mostra un forte autocontrollo. (…) E’ l’unico che nel caso fosse costretto ad entrare in guerra, lo farebbe solo per ragioni di sopravvivenza.35

Nel Manifesto, invece, i toni dei discorsi non cambiano così velocemente e non vengono abbandonate le categorie interpretative tradizionali. Non mancavano le definizioni delle trattative diplomatiche come una “pax americana” e il giornale non perdeva occasione per attaccare la politica israeliana. In un commento delle rappresaglie israeliane (stavolta sotto il governo Rabin) contro i guerriglieri Hezbollah, ai confini tra Galilea e Libano, Israele veniva adesso identificato nel ruolo di crociato contro l’islam:

Gli israeliani che un tempo erano famosi perché facevano fiorire il deserto, adesso fanno il deserto. (…) Prima di tutto fare del Libano meridionale terra bruciata e vuota (…) e in prospettiva dare o ridare a Israele il ruolo – perduto con la guerra del Golfo – di fiammante crociato contro la marea montante dell’islam, visto sempre più, con la scomparsa della minaccia comunista, come il nemico vero dell’occidente e della civiltà.

E proseguiva con distinzioni o identificazioni che è difficile non giudicare scorrette: si faceva notare, ad esempio, che il quotidiano inglese The Economist aveva usato una espressione sostitutiva all’ “operazione resa dei conti” ovvero “operazione exodus”, una trovata geniale per l’articolista del Manifesto considerando “tutto quello che la parola evoca – o dovrebbe evocare – nella coscienza degli ebrei, israeliani e non”36.

Una posizione in attrito con l’Unità, che sosteneva invece la necessità di calibrare le parole e di dare spazio alle due istanze, veniva espressa apertamente un articolo polemico nei confronti del linguaggio usato da Fassino per commentare gli episodi di “espulsione” di 400 attivisti di Hamas da Israele (i nemici del negoziato che avevano fatto saltare le trattative tra Rabin e Arafat scatenando un caso politico). Israele non aveva “espulso” gli attivisti, ma li aveva “deportati”. Quello del governo Rabin non era un “errore politico”, ma “una violazione dei diritti umani”. Gli uomini di Hamas non erano “integralisti”, ma “palestinesi” legalmente rappresentati dall’Olp37.

Anche se il sionismo non avrebbe mai riacquistato una valenza positiva generale, non si voleva più che fosse considerato come il supporto ideologico della negazione del diritto all’autodeterminazione di un altro popolo. Lo Stato d’Israele e la sua esistenza non dovevano più essere messi in discussione e la politica dei suoi governi poteva ora essere considerata espressione della partecipazione democratica dei suoi cittadini.

1 Fabrizio Rondolino, “Il sionismo va compreso, Israele non è un nemico”, in l’Unità, 30 aprile 1991, p.8.

2 Wlodek Goldkorn, “Che cosa è successo al popolo della Bibbia?”, in il Manifesto, 17 giugno 1982, p.7

3 Wlodeck Goldkorn, “Ebrei a Roma, ebrei all’est”, in il Manifesto, 17 ottobre 1982, prima pagina.

4 Ennio Polito, “Menachem Begin, l’odio al potere”, in l’Unità, 13 giugno 1982, p.3

5 David Meghnagi, “Le parole dei cani del Sinai. Luoghi comuni, razzismo e sinistre”, in il Manifesto, 15 ottobre 1982, p.8

6 Rossana Rossanda, “Voglio essere ebrea”, in il Manifesto, 02 luglio 1982, prima pagina.

7 Giorgio Agamben, “Popolo ebraico e Stato d’Israele”, in Il Manifesto, 06 novembre 1985, prima pagina.

8 Rossana Rossanda, “Un distinguo da mantenere”, in Il Manifesto, 06 novembre 1985, prima pagina.

9 Vera Pegna, “Storia di parte”; a proposito di un libro sullo Stato d’Israele, in il Manifesto, 07 gennaio 1984, p.8.

10 Franco Ottolenghi, “Si può cancellare un popolo dalla storia?”, in la Rinascita, settimana 28 giugno 1982, p.3

11 L’assemblea generale dell’ONU riconobbe formalmente con una risoluzione del 1975 la definizione secondo cui il sionismo equivaleva a un movimento politico razzista, la risoluzione fu abolita nel 1991, ma il parallelo è stato riproposto a Durban nel 2001 in occasione della conferenza mondiale sul razzismo.

12 Rossana Rossanda, art. cit. ( nota 6 )

13 Arminio Savioli, “Israele ha nemici certo non Arafat”, in L’Unità, 13 giugno 1982, prima pagina.

14 Maxime Rodinson,“Vi diamo la terra di un popolo di poveri”, stralcio da Les Temps Modernes, in il Manifesto, 22 luglio 1982, p.6

15 Giampaolo Calchi Novati, “Dramma palestinese” (Israele teme la politica non le armi dell’Olp), in l’Unità, 06 dicembre 1983, p.4

16 Zvi Schuldiner, “Il governo fa lo gnorri. Critiche laburiste”, in il Manifesto, 06 dicembre 1983, p.7

17 Beirut 18 Aprile 1983: attentato contro l’ambasciata americana (68 morti); Beirut 23 Ottobre 1983: attentato contro il quartier generale del contingente delle forze multinazionali di pace americano e francese (300 morti); Tiro 4 Novembre 1983: Attentato contro il quartier generale israeliano (29 morti); Beirut Settembre 1984 : salta l’Ambasciata americana (40 morti); Settembre 1985, Lanarca (Cipro): assassinati tre turisti israeliani; 7 Ottobre 1985: sequestro dell’Achille Lauro (ucciso Leon Klingoffer, cittadino americano, ebreo); 27 Novembre 1985: dirottato Boing 737 della Egypt Air (si conclude in una strage); Roma-Vienna 27 Dicembre 1985: due attentati contemporanei a Fiumicino e all’aeroporto di Vienna, assalto armato davanti a ceck-in El Al; Istambul, 7 Settembre 1986 : strage di ebrei in preghiera alla sinagoga (21 morti mitragliati).

18 Maurizio Matteuzzi, “Uno Stato terrorista”, in Il Manifesto, 02 ottobre 1985, editoriale.

19 Ennio Polito, “C’è un’alternativa alla marcia dei due opposti terrorismi?”, in l’Unità, 11 maggio 1984, p.6

20 Elio Toaff , Rabbino capo di Roma scrisse una lettera aperta al Presidente della Repubblica Pertini (citata in l’Unità 04 gennaio 1984) in polemica col suo discorso di fine anno in occasione del quale aveva parlato di diaspora palestinese. Scriveva Toaff:

“Ma è una diaspora palestinese l’evacuazione dei guerriglieri? (…) I Palestinesi non hanno duemila anni di storia e di sofferenza alle loro spalle, non hanno mai conosciuto la schiavitù, le crociate, l’inquisizione, i ghetti e finalmente le camere a gas”.

Il Manifesto polemizzò in seguito con l’intervento di Elio Toaff:

“Dalla nostra comunità israelitica e da molti amici ebrei sono venute molte reazioni di protesta, o più gentilmente di correzione, al paragone tra diaspora degli ebrei e quella dei palestinesi, fatta da Pertini nel suo messaggio di fine d’anno. Nessuno, ovviamente, può avere l’intenzione di interpretare o di difendere Pertini. E’ a tutti evidente la grande differenza tra la diaspora degli ebrei e quella dei palestinesi. Su questo non è il caso neppure di discutere, neppure per noi che molte volte siamo stati trascinati al parallelo tra il destino dei due popoli conterranei e delle due diaspore. Tuttavia ci sembra che i nostri amici ebrei, di Israele e della diaspora, corrano il pericolo di cadere nel peccato di, come dire, lesa diaspora. Perché mai chi ha l’esperienza storica della grande diaspora non deve avere occhi attenti alla nuova diaspora, che al suo inizio ha meno storia e minore grandezza? Perché mai l’esperienza della grande antica tragedia deve far chiudere gli occhi di fronte alla nuova che comincia? Non credo che la Bibbia approverebbe chi pensa che di diaspora ce n’è una sola”.

Vera Pegna, “Lesa Diaspora?”, in Il Manifesto, 04 gennaio 1984, editoriale

21 Rossana Rossanda, “Due tragedie”, in il Manifesto, 28 dicembre 1985, editoriale.

22 Valentino Parlato, “Paura dell’America”, in Il Manifesto, editoriale, 13 ottobre 1985.

23 Aniello Coppola, Quanti Gheddafi?”, in l’Unità, editoriale, 07 settembre 1986.

24 Zvi Shuldiner, “I sogni distrutti”, in Il Manifesto, 21 aprile 1988, p.5.

25 R.Rossanda , cit. , nota 6

26 Maurizio Matteuzzi, “Sindrome d’assedio”, in il Manifesto, 04 giugno 1986.

27 Simonetta Della Seta, “Israele, l’incerta strada verso la democrazia”, il Manifesto, 27 febbraio 1983, p.3

28 Guido Valabrega, “L’altra Israele”, in il Manifesto, 02 febbraio 1984, inserto speciale ‘la Talpa’.

29 Ugo Caffaz, “Israele, le paure degli ebrei”,in Il Manifesto, 09 novembre 1988, prima pagina.

30 Marcella Emiliani, “La conferenza si apre su posizioni inconciliabili”, in l’Unità, 29 ottobre 1991, p.4.

31 Piero Fassino, “Israele 1991”, in l’Unità, 23 gennaio 1991, p.2

32 G.Bosetti, intervista a Furio Colombo, “Non è finito l’assedio di Israele”, in l’Unità, 13 ottobre 1991, p.2

33 Andrea Barbato, “Una giornata indimenticabile”, in l’Unità, 14 settembre 1993, editoriale.

34 Massimo Cacciari, “Una porta stretta su un mondo nuovo”, in l’Unità, 31 agosto 1993, editoriale.

35 David Meghnagi, “Il dramma di ebrei e arabi: essere simboli e non persone”, in l’Unità, 27 gennaio 1991, p.2

36 Maurizio Matteuzzi, “Israele batte cassa”, in Il Manifesto, 31 luglio 1993, editoriale.

37 Vauro Senesi, “Rabin e Fassino”, in Il Manifesto, 10 gennaio 1993, p.11

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© Morashà 2003 - Marta Brachini 2003

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