Tesi di laurea di Marta Brachini - Israele e l'ebraismo in due giornali della sinistra: L'Unità e Il Manifesto (1982-1993)


Capitolo 2: Ebraismo, da identità ideale a identità sopraffattrice

Quando parliamo di terzomondismo intendiamo un ideale ben definito che si manifesta col sostegno a tutti quei popoli o gruppi sociali dell’Asia, dell’Africa o dell’America latina, che dandosi una forma collettiva organizzata combattono contro gli interessi del potere dominante per affermare i propri diritti civili e politici. E’ la “storia dei popoli” la base dei grandi mutamenti storici secondo uno dei pilastri dell’ideologia marxista-leninista, punto di riferimento irrinunciabile e bussola di orientamento di tutta una corrente di pensiero di partiti e movimenti di sinistra, nonché principio ispiratore di una politica estera sovietica a favore dell’ emancipazione dei popoli oppressi e della lotta all’espansione del capitalismo.

Negli anni ’80 il movimento sionista fu avversato in quanto ostacolo alla realizzazione dell’ autodeterminazione del popolo palestinese oltre che come simbolo di potere imperiale e colonialista insieme cogli Stati Uniti. Tali presupposti ideologici veicolarono ogni tipo di approccio analitico alla questione israeliana, o palestinese, impedendo di fatto una lettura disincantata del conflitto arabo-israeliano.

La visione della sinistra non si esauriva però in una logica di opposizione a una strategia internazionale ma contemplava anche una battaglia politica a favore della causa palestinese da condurre senza disdegnare l’uso di impropri paralleli storici di sicuro effetto sull’opinione pubblica.

Dall’analisi dei commenti ricorrenti nella pubblicistica di sinistra degli anni ’80, emerge tutta una serie di contenuti rappresentativi della condizione palestinese. Condizione equiparata perlopiù a quella degli ebrei perseguitati e discriminati per secoli nella storia della vecchia Europa. Tutte le forme tipiche di intolleranza e razzismo vennero grossolanamente presentate come la realtà subita dai palestinesi a partire da quella che, nella percezione comune, era stata l’invasione sionista della Palestina. La popolazione palestinese, a giudizio dei più, era sottoposta a una discriminazione paragonata a quella subita dagli ebrei da parte del nazionalsocialismo tedesco. Il nazismo voleva dare vita a una nazione priva di elementi contaminanti della purezza identitaria tedesca e priva anche di scomodi oppositori politici. Così gli israeliani, i sionisti, i nuovi ebrei, facendo distinzioni tra ebrei e non ebrei e pretendendo di rappresentare tutti gli ebrei del mondo, vennero dipinti come fautori di un nazionalismo molto vicino a quello della Germania nazista. Questo nuovo volto conferito all’ ebraismo fu un modo per avvallare la convinzione che solo la diaspora fosse depositaria della vera cultura ebraica, quella universalista e ispirata ai valori umani più alti. A causa dei suoi aspetti più discutibili lo Stato d’Israele sembrò a molti tradire le aspettative di una sua realizzazione nel rispetto di quei principi di uguaglianza civile e tolleranza importantissimi nella storia dell’emancipazione ebraica europea. Di questo avviso erano coloro che incolpavano Israele di riversare sui palestinesi tutta una serie di fobie e frustrazioni derivanti dal vissuto ebraico europeo. In special modo nelle pagine del Manifesto, tali assiomi erano enfatizzati attraverso un uso spregiudicato di terminologie di regola associate alla storia ebraica e dunque utilizzate per descrivere la situazione del popolo palestinese. Così i palestinesi risultavano essere oggetto di “pogrom” da parte dei soldati israeliani, vennero definiti “deportati”, internati in “lager”, “gassati”(coi lacrimogeni!)1; i dirigenti politici israeliani, di conseguenza, vennero accostati ai gerarchi nazisti e Israele al Terzo Reich.

Il risultato di questa visione fu l’idea che l’ebraismo stesse perdendo la sua forza morale e degenerando a causa del modo d’azione violento dello Stato d’Israele. Gli ebrei della diaspora, dal canto loro si trovarono a disagio in una situazione fortemente squilibrata: da una parte la condanna dell’operato israeliano veniva strumentalizzata a favore di una posizione politica generalmente antisionista e dall’altra la disapprovazione degli eccessi propagandistici pro-palestinesi veniva bollata come sostegno all’uso della violenza da parte israeliana. I veri ebrei non potevano dopotutto identificarsi con uno Stato che tradiva i loro stessi ideali: a giudizio di molti, gli ebrei rimanevano connessi con lo stereotipo degli oppressi, dei deboli, delle eterne vittime e questa condizione non era più riscontrabile in quella nuova forma identitaria ebraica rappresentata dallo Stato israeliano. Gli inermi e gli indifesi, gli ebrei, divennero nel caso del conflitto israelo-palestinese i palestinesi stessi. L’ebreo rimaneva tale solo se vittima di qualsiasi tipo di ingiustizia; il fatto di passare dal ruolo di “vittima” a quello di “carnefice” equivaleva a non essere più depositari di questa identità. In definitiva, l’ebreo della diaspora doveva scegliere se rinnegare il legame personale con quella manifestazione di ebraismo o passare per difensore di criminali simili ai nazisti.

Il legame tra la Shoà e la nascita dello Stato d’Israele, come si vedrà in seguito, fu completamente travisato dalla convinzione che l’esistenza di tale legame non fosse sufficiente per giustificare la benché minima flessibilità nei confronti di Israele. A maggior ragione se si pensava che in realtà questa era stata la dottrina politica usata della destra nazionalista israeliana come copertura di orrendi crimini, come fu sostenuto con insistenza nei giornali.

Da una interessante intervista a Natalia Ginzburg, pubblicata dall’Unità all’indomani dell’uscita dell’Appello contro l’invasione del Libano, emerse chiaramente quello stilema che sarebbe stato proprio di tutti gli approfondimenti rinvenuti nelle testate giornalistiche analizzate. La famosa scrittrice, firmataria dell’appello promosso da Primo Levi, ebrea da parte di padre e non sionista, diceva di aver firmato l’appello non per discolparsi, come sostenne Rossellina Balbi nelle colonne di Repubblica ( dicendo di vedere in quella dichiarazione “il timore, conscio o inconscio, di venire accomunati nella condanna della politica di Israele; e dunque il bisogno di dissociarsene, di far sapere che non tutti gli ebrei sono ‘cattivi’), ma solo per esprimere la sua opinione contraria alla politica di Begin:

“Si è scritto che Israele è uno Stato come ogni altro, spietato. Questo per me è orribile; forse era prevedibile, ma è sempre orribile, perché non si può accettare come naturale che chi ha conosciuto la persecuzione l’attui poi selvaggiamente sugli altri.” (…)

In tutto quanto sta accadendo di atroce, nella morte di tanti innocenti in Libano, in rapporto a questa macchia che ha scempiato l’immagine di Israele, l’unico fatto positivo è che per la prima volta Israele appare divisa e in centomila hanno sfilato a Tel Aviv per protestare contro la politica di Begin. Ecco, quella mia firma sotto quell’appello, voleva significare questo: che sto con quei centomila e contro Begin e la sua politica, anche se è sostenuta dalla maggioranza degli israeliani. Si è detto che abbiano firmato per paura conscia o inconscia? No, non è così. Certo l’antisemitismo fa paura; fa paura a noi ebrei e dovrebbe far paura a tutti; perché insudicia il mondo. Ma non è per questo che abbiamo firmato. Io penso che - al di là di ogni paura antica – non si possa mai accettare di stare dalla parte del Potere, ma che bisogna stare sempre dalla parte degli inermi, degli emarginati. Così deve esprimersi la natura ebraica vera. Lo ripeto: è orribile essere vittime, lo so bene, ma è sempre, sempre meglio essere vittime che diventare persecutori. (…)

Ecco i palestinesi sono oggi gli ebrei di ieri e come gli ebrei di allora, sono abbandonati da tutti, compresi i paesi arabi. Questo dobbiamo capirlo. E noi ebrei, così come gli ebrei di Israele, non possiamo trasformarci in Erode, non possiamo e non dobbiamo compiere noi la strage degli innocenti”.

Sebbene avesse anticipato che per quanto “prevedibile”, sarebbe stato orribile considerare come “naturale” il violento atteggiamento israeliano nei confronti dei palestinesi per il semplice fatto di aver avuto esperienza di simili atrocità, l’intervistata espresse un’opinione di condanna morale fortissima nei confronti del governo israeliano: “Meglio vittime che persecutori” per non tradire la “natura ebraica vera”. Ma questa condanna andò oltre l’accusa delle scelte politiche del governo israeliano, fu anche un giudizio morale personale sullo Stato d’Israele nel suo rapporto con l’ebraismo. Natalia Ginzburg dichiarò inoltre all’inizio dell’intervista di aver apprezzato particolarmente l’articolo di Rossana Rossanda, apparso nel Manifesto pochi giorni prima. Benché vi fossero delle cose che non condivideva, lo stimava “giusto e bello come tono”: era giusto “dire che gli ebrei non possono e non devono sentirsi in colpa per quello che ha fatto ora, di atroce, Israele”. Riteneva importante inoltre sottolineare che vi furono anche molti non ebrei tra i firmatari di quell’appello. “La vera separazione – diceva la scrittrice – è fra sionisti e non sionisti. Il sionismo è sempre stato un pericolo”. Nonostante le persecuzioni razziali e la necessità di trovarsi un rifugio sicuro lei non aveva mai sentito “il richiamo della Terra promessa”, e tuttora rimaneva dell’opinione che fosse “buono e giusto che tutti gli ebrei si mescolino agli altri, a tutti gli altri, in ogni nazione”. E continuava: “Certo conservando una propria fisionomia, ma come dimensione dello spirito, non come affermazione con la forza della propria diversità: perché quest’ultima diverrebbe allora solo un razzismo alla rovescia”. A sua detta, gli ebrei avrebbero dovuto conservare la loro “natura disarmata” 2.

Anche secondo l’opinione di Rossana Rossanda l’essere ebreo o il sentirsi tale era solo uno “stato d’animo” e non capiva il senso di un appello firmato da soli ebrei secondo “un parametro rigido di diversità”:

Eppure io voglio essere ebrea, se l’ebreo è quel che in noi può essere sempre l’altro, quello con minori diritti, il senza patria, il perseguitato, l’immagine in cui la nostra crudeltà o incertezza o paura improvvisamente coagula il diverso, e quindi il nemico.3

Lo Stato israeliano avrebbe rappresentato qualcosa d’altro dalla concezione “classica” dell’ebreo perseguitato, condizione che caratterizzava al momento il popolo palestinese. Ritornando sull’argomento molto più tardi Rossanda specificò che l’ebreo e l’ebraismo andavano associati a un “insieme di definizioni per diversità e negatività”. Secondo la visione di Sartre, da lei condivisa, “l’ebraismo sarebbe quasi il prodotto della question juive, come il luogo dell’altrui odio, dell’altrui razzismo, il sentirsi bersaglio, la zona fragile d’una comunità sulla quale possono riversarsi in orrore più o meno confessate debolezze e paure”.(…) “Contribuisce all’identità dell’ebraismo quello spessore oscuro dell’occidente per cui Yankelevitch l’ebreo è la figura, il segno dell’altro in noi”4.

Ma allora se gli ebrei erano tali solo in quanto rientranti nelle categorie passive descritte che cosa sarebbero stati con il venir meno delle stesse? Dunque chi erano gli ebrei? “O sionisti o niente?”, secondo il titolo dato dal Manifesto a una energica obiezione a questo tipo di semplificazioni eccessive. In tale intervento, firmato Tamar Pitch, si obiettava che dietro necessità di chiedere a un ebreo di autodefinirsi, inquadrarsi in una determinazione identitaria si nascondeva un pregiudizio e una discriminazione latente. Non prendendo in considerazione quella parte dell’ identità di una persona di origini, cultura o religione ebraica – proseguiva nell’intervento – si credeva di evitare al pregiudizio. Ma era proprio in questo che il pregiudizio si perpetuava: non ritenendo obiettiva l’opinione di un ebreo in quanto tale, come minimo esso avrebbe dovuto essere inquadrato in una categoria che fosse sionista o israeliano o altrimenti negare il legame con la sua cultura di provenienza ebraica. Sembrava che per gli ebrei della diaspora il non essere più discriminati equivalesse a rinnegare la propria identità quando esisteva invece nello Stato d’Israele e la “legge del ritorno” che considerava tutti gli ebrei potenziali cittadini dello Stato Ebraico, quindi un ebreo avrebbe dovuto ignorarne l’esistenza5.

Il non riconoscimento del legame esistente tra gli ebrei dentro e quelli fuori dello Stato d’Israele equivalse a negare una componente identitaria di quegli ebrei che in esso facevano riferimento, indipendentemente dalle loro convinzioni o appartenenze politiche. Il problema sollevato non era un caso isolato. Lo dimostravano altri interventi di ebrei che denunciarono lo stesso disagio anche in situazioni di militanza politica a sinistra. Piero Della Seta scrisse che nel dibattito sulla politica israeliana l’opinione degli ebrei militanti in partiti di sinistra era condizionata dal fatto che chi la esprimeva venisse considerato di parte (in quanto ebreo): “la presa di posizione degli ebrei rischia di essere poco credibile”, per un ebreo comunista “non ha senso parlare come ebreo, esso deve parlare solo come comunista”6.

Chi esternava riserve o dubbi sul modo di trattare Israele nella stampa di sinistra, sbilanciandosi in quello che poteva essere letto come un atteggiamento favorevole alle posizioni israeliane, e in misura maggiore se di fede ebraica, veniva con molta probabilità stigmatizzato come fiancheggiatore dei sionisti. E poteva anche succedere di essere contraddetti con delle accuse di sapore fascista come quella che mise in dubbio la lealtà degli ebrei all’Italia poiché possessori di una doppia nazionalità:

Il premurarsi di affermare sempre e ovunque la propria acritica fedeltà ai governi d’Israele con una sollecitudine che non vediamo espressa nei riguardi dell’operato dei governi italiani, non porta forse a pensare: ma questi ebrei allora sono proprio degli estranei!7.

L’appello contro l’invasione del Libano promosso da Primo Levi, le cui testimonianze sulla vita, o non vita, nei campi di concentramento nazisti erano note a tutto il pubblico italiano, non valse una riflessione corretta ed equilibrata sull’iniziativa presa in gran parte da ebrei, ma finì per suggerire l’equiparazione tra ebrei e palestinesi. Una equiparazione che si leggeva ogni giorno tra le righe delle cronache e dei commenti alla situazione in Israele e Cisgiordania. Ne portiamo alcuni esempi. Nel caso di due palestinesi colpevoli del sequestro di un autobus israeliano, uccisi dopo la cattura da agenti israeliani, si leggeva:

Chi ha dato l’ordine di ammazzare i due palestinesi presi prigionieri durante l’assalto all’autobus sequestrato in Israele? Non lo sappiamo. Ma che importanza ha chi ha dato l’ordine? In un certo senso nessuna. (…) Conviene ricordare i tanti pogrom subiti dagli ebrei. Chi diede allora l’ordine? Qualcuno può provare che fu questo o quel ministro di polizia in questo o quel paese? No di sicuro.8

I “pogrom” antiebraici furono dei massacri di interi villaggi scatenati dal popolo con il tacito consenso delle autorità nella Russia zarista, soprattutto dopo una lunga campagna di diffamazione e accuse di vario genere. L’uso di questo termine serviva a dare una carica morale al testo.

Altri esempi emblematici: nell’Unità troviamo un articolo dove ci si chiedeva “in base a quale diritto morale” Israele pretendesse il riconoscimento dello Stato sionista quando sarebbe stato come chiedere ai combattenti del ghetto di Varsavia o ai partigiani di Marzabotto di riconoscere il “grande Reich”. Nello stesso si definiva la sicurezza di Israele una “mistificazione” e la resistenza palestinese contro la “missione sionista” una lotta che andava condivisa.9 In una mente fantasiosa la sicurezza di Israele sarebbe stata associata alla conquista dello ‘spazio vitale a Est’. Ancora riferimenti al ‘regime totalitario israeliano’ si leggono in un articolo di denuncia per la censura di testi palestinesi da parte israeliana (testi sospettati di servire la propaganda anti israeliana): “Mille e cento libri all’indice”, si legge, ricordavano “i roghi di libri ebrei che i nazisti bruciavano per purificarsi dal contagio intellettuale”. E l’Autore continuava così:

La forza morale e quindi politica dei fondatori dello Stato d’Israele stava anche nel loro essere testimoni viventi del razzismo, della censura, della discriminazione che avevano subito. Il loro stesso esistere, parlare, diventava un’espressione di antirazzismo, di anti-colonialismo interno, di libertà di espressione. (…) Le vittime di Dachau ci insegnano – e impariamo con l’angoscia nel cuore – che anche in questo caso Sisifo continua a spingere in alto i suoi macigni.10

Per l’autore l’esperienza di duemila anni di diaspora e il suo culmine nella persecuzione nazista non avevano insegnato nulla agli ebrei della nuova era. Secondo la visione che emerge dai tre articoli gli ebrei, paradossalmente, sembravano commettere contro altri gli stessi orrori subiti in passato: uccidevano sommariamente, pretendevano il riconoscimento di un regime dove il nemico politico era identificato con una precisa categoria di persone, praticavano la censura. Insomma, Israele faceva rotolare di nuovo in fondo alla montagna il macigno della storia (un’allusione ispirata forse ai traguardi raggiunti con le lotte antifasciste dai movimenti di resistenza).

Una condanna così aspramente esplicita rientrava nella linea politica di sostegno incondizionato al popolo palestinese. Con piena convinzione della sostanziale giustezza di tale impostazione editoriale il Manifesto non faceva mistero dei modi scelti per condannare l’azione israeliana, soprattutto dopo il massacro che aveva travolto i palestinesi nei campi profughi libanesi di Sabra e Chatila nel settembre dell’ ‘82. Valentino Parlato vide con favore, e un certo stupore, l’inchiesta aperta subito dopo dal governo israeliano sulle responsabilità nei massacri di Sabra e Chatila:

Questo giornale è stato tra i più duri nel denunciare le responsabilità dello Stato d’Israele per i massacri di Sabra e Chatila; questo giornale non ha esitato a paragonare il generale Sharon al generale Kesselring; questo giornale registra ogni giorno la ferita aperta del popolo palestinese ed è abbastanza smaliziato da sapere che anche sulle decisioni più nobili pesano la materialità, l’intrigo, la necessità di uscire dall’isolamento internazionale. Tuttavia di fronte alla commissione d’inchiesta che ha chiesto pubblicamente la condanna di Sharon, Shamir e del capo di Stato maggiore in quanto responsabili delle stragi ci sembrerebbe miope e gretto dire: avevamo ragione noi, Israele confessa le sue colpe. Preferiamo – pensiamo sia più giusto e razionale – dire che Israele ha avuto il senso del suo onore: alziamo il cappello di fronte a questa decisione. E non solo perché mai nella Germania nazista un Himmler o un Kesselring furono pubblicamente indicati a condanna. (…) La condanna di Sharon non risuscita i morti ammazzati, non cancella le colpe, ma dice a tutta una generazione di persone che il popolo ebreo si è perduto: e ciò dovrebbe essere ragione di fiducia storica per tutte le persone di buona volontà. Diciamo popolo ebreo perché sulla decisione della commissione d’Inchiesta ha pesato la gente di Israele, quelli che hanno manifestato contro la sporca guerra. Ha pesato, e moltissimo, la diaspora…(…) Ha pesato ( su Israele medesimo ) l’immagine che Israele e la questione ebraica hanno nella cultura europea, una cultura dalla quale Israele non può prescindere senza perdersi del tutto, senza decadere al livello delle classi dirigenti dei limitrofi stati mediorientali. A questo punto la condanna morale non può avere conseguenze pratiche e politiche. Le resistenze personali e di gruppo dei colpevoli indicano che il problema c’è. Ma queste resistenze non possono prevalere, altrimenti verrebbe vanificato e rovesciato il significato della condanna di ieri. In tal caso non si salverebbe neppure la faccia11.

Quello che lasciava intendere Valentino Parlato era l’idea di una corruzione dell’ebraismo. La prova di questa intuizione era testimoniata dalla realizzazione di uno Stato ebraico tramite l’uso della forza, cosa totalmente altra dall’indole mansueta e non violenta che caratterizzava il “popolo ebreo”; quel popolo al quale fu riconosciuto il diritto a costituirsi un proprio focolare nazionale, riconoscimento che non poté essere negato da alcuno dopo l’orrendo sterminio verificatosi in Europa. Il concetto di fondo che sorreggeva questo tipo di analisi era ampliamente condiviso, spesso esplicitamente ricordato: non era ammissibile che Israele si servisse dell’acquiescenza europea dovuta ai sensi di colpa per mettere in atto una politica aggressiva. Per analogia le azioni dell’esercito israeliano contro i palestinesi facevano fantasticare su una specie di complesso psicologico di riproduzione degli stessi fenomeni di cui si era stati vittime. Queste tematiche emersero chiaramente dalle considerazioni generali riguardanti il rapporto di continuità esistente tra Israele e l’ ebraismo. Gli esempi che riportiamo sono tra i più esplicativi di quanto appena constatato:

Il popolo ebraico è stato vittima della persecuzione nazista: un crimine mostruoso cicatrizzato come rimorso perenne nella coscienza dell’occidente. Ma accompagnato da una certezza basilare: questo torto non diventerà mai un diritto. In nessun modo l’aver patito quel crimine abiliterà quel soggetto di diritto che è lo Stato Israeliano all’esercizio compensativo del medesimo crimine. Non è scontato osservare tuttavia che quell’archetipo continua a fondare l’impianto d’ analisi e a fornire i materiali mediante i quali Israele elabora e offre i temi e l’immagine della propria politica di potenza. Come se si trattasse, ogni volta, di una tappa ulteriore sulla via del pieno risarcimento dei mali della diaspora. 12

Oppure:

(…) I perseguitati di ieri scaricano su un altro popolo le stesse violenze di cui furono vittime in un’altra epoca e in un altro continente; (…) affermano con i mitra e con le bombe il diritto non solo di conquistare territori altrui, ma di deportarne, scacciarne, annientarne gli abitanti. Credevamo che tale “diritto” fosse stato abrogato nel 1945, con la chiusura dei forni crematori di Hitler. Ci sbagliavamo. I superstiti della prima “soluzione finale” ne sognano e ne praticano un’altra13.

In definitiva Israele avrebbe contribuito al deterioramento dell’idea di un ebraismo non ancora contaminato dalle logiche ciniche degli Stati-nazione. Secondo Cesare Cases questo atteggiamento costituiva la spiegazione delle prese di distanza della diaspora. A suo dire la diaspora rifiutava di riconoscersi parte potenziale di quello Stato voluto dai sionisti in rappresentanza di un ebraismo in cui in realtà non si riconosceva affatto:

Il divorzio tra Israele e la diaspora segna a sua volta la fine del sionismo nel senso originario del tentativo di costruire non già uno Stato, un focolare nazionale ebraico cui gli ebrei potessero far riferimento anche senza risiedervi materialmente: un’idea già in buona parte vanificata dalla distruzione (operata dal nazismo) dell’ebraismo orientale che più avrebbe avuto bisogno di questo centro di riferimento.

Per Cases la fondazione dello Stato d’Israele risultava “indipendente dall’ideologia sionista” poichè fallì nel suo tentativo di generale emancipazione sociale e politica. Egli spiegava così la costituzione di Israele: solo “il massacro è servito a legittimare la violenza che ha caratterizzato gli inizi dello Stato d’Israele, e serve tutt’ora a questo scopo.” E la politica estera del governo Begin sarebbe stata quella di impedire un altro olocausto a costo di praticare gli stessi crimini commessi contro gli ebrei d’Europa. E questo perché:

(…) Quello che avrebbe dovuto essere per natura e per posizione un piccolo Stato prudente e pacifico, alla continua ricerca di compromessi e di equilibri, è divenuto, immemore di un passato ( che talora è presente ) in cui gli ebrei erano vittime, del rovesciarsi della paura in aggressività, esso stesso un esempio di questo rovesciamento.

In conclusione la violenza sarebbe stata consentita in Israele “solo grazie al ricatto esercitato dalla cattiva coscienza dell’occidente”14.

Arrivava alle stesse conclusioni un articolo di Gianni Baget-Bozzo con delle argomentazioni questa volta di carattere politico-teologico:

Nel libro “La stella della redenzione”, Rozenszweig vede nel Popolo d’Israele questa stella: perché esso è il popolo che vive nella storia, fuori dal tempo, vive come popolo eterno. E la prova è data dal fatto che è un popolo senza esercito, senza guerra, senza Stato. Queste parole sono sembrate vere quando furono scritte e lo furono per secoli: il popolo dell’esilio e della dispersione, il popolo dei ghetti, appariva, proprio per questo in continuità con il popolo dell’Esodo e della Shekinah, della gloria di Dio proiettata nella sua umiliazione.(…) Oggi non è più così. Israele è divenuto un popolo come gli altri, ha fatto i medesimi gesti dei popoli cristiani.(…) E’ il libro di Giosuè quello che Israele rivive ritornando signore della sua terra, lasciando quell’alleanza tra deserto, esilio e dispersione che è un filone portante della Bibbia Ebraica e che è stato di fatto, ma non di principio, il cuore di Israele e della diaspora, dell’Israele perso tra le genti.(…) Israele può vivere la strage di Beirut nell’innocenza, come un capitolo del libro dei Giudici o del libro dei Re. L’ebreo vede la violenza come la giustificazione di Dio, la fedeltà alla terra promessa.(…) Gli Ebrei vedono ricompiersi ai loro giorni la sorte di Davide. La stella di Davide, scelta dal sionismo laicamente, casualmente, come proprio simbolo, è invece divenuta la tradizione di un impero israeliano, di cui Sharon ha già indicato nella fantasia i confini: dalla Turchia alla Cina.(…) Se dovessimo dire oggi dov’è il Dio del Vangelo, ebbene dovremmo dirlo, seguendo Matteo 25, nel popolo umiliato, abbandonato da tutti, anche dai suoi fratelli di religione e di lingua, nel nuovo popolo della dispersione: in questo popolo palestinese che sostituisce gli ebrei nella perfetta via dell’abbandono e dell’esilio.15

Il Manifesto pubblicò i giorni seguenti la lettera-protesta del Movimento Culturale Studenti Ebrei nella quale si esprimeva indignazione per l’affermazione secondo cui “l’ebreo vede la violenza come la giustificazione di Dio, la fedeltà alla promessa” . Stando al contenuto della lettera la tesi sostenuta da Baget Bozzo “ricorda i periodi più bui dell’inquisizione, durante i quali gli ebrei venivano arsi vivi perché posseduti dal diavolo (…), caratteristici della cultura dell’antisemitismo clericale”. La lettera era brevemente seguita dalla risposta di Baget Bozzo. Quest’ultimo ripeteva che “per il cristiano l’uso della violenza è illegittimo, nonostante l’abbia praticato in misura maggiore rispetto all’ebreo, ma per la Bibbia Ebraica non lo è”. E aggiungeva: “quello dell’inquisizione non può essere definito antisemitismo ma piuttosto antigiudaismo” e parlare di antisemitismo clericale è “ingiusto” in quanto anche i palestinesi discendono da Abramo e parlano una lingua semita e il sostegno alla loro causa è in gran parte laico.16

Che si utilizzassero delle motivazioni di carattere politico, storico, culturale o religioso la sostanza delle affermazioni non mutava: Israele era la peggiore incarnazione dell’ebraismo e i palestinesi i nuovi ebrei vittime dei suoi soprusi. L’intero patrimonio culturale e religioso dell’ebraismo, insomma, funzionava da metro di giudizio etico per Israele. L’accusa fece ampio uso di tutta una tradizione identitaria propria dell’ebraismo, dalla vastissima produzione di pensiero umanista e universalista ai suoi testi sacri, per costringere Israele a ripensare se stesso da capo. Anche i suoi simboli, come la stella di Davide, non più emblema dei perseguitati, vennero rivisti e rivalutati in chiave polemica con Israele.

In un articolo di Filippo Gentiloni vennero citati i dialoghi tra i protagonisti del romanzo di Primo Levi, “Se non ora quando”, a rinforzare la tesi secondo cui l’ebraismo non sarebbe stato in alcun modo riconducibile alla realtà israeliana:

I partigiani ebrei russi di Primo Levi per difendersi non assomigliano agli israeliani sicuri di sé, senza dubbi e senza ironia che dominano dalle torrette dei carri armati di Begin e Sharon. Assomigliano ai personaggi lieti e folli di Chagall, ai saggi dei racconti hassidici raccolti da Martin Buber. (…) Alla fine di una ennesima discussione sulla identità ebraica con l’unico non ebreo del gruppo, il capo partigiano conclude: “ Anzi, ora che ci penso, noi abbiamo un inno, ma non abbiamo una bandiera. Dovresti farcene una, bella, invece di perdere tempo con la toilette. Una bandiera di tutti i colori, e in mezzo, invece della falce e del martello, o dell’aquila con due teste, o della stella di David, ci metterai un meshugge col berretto a sonagli e l’acchiappafarfalle”. Il meshugge di Levi è il fratello dello Schemiel di Singer, degli innocenti, dei violinisti di Ben Shahn non certo di Begin e Sharon. (…E ancora citando i dialoganti): “Il sangue non si paga col sangue. Il sangue si paga con la giustizia”(…) “Se i tedeschi hanno ucciso con il gas, dovremmo uccidere con il gas tutti i tedeschi? Se i tedeschi uccidevano dieci per uno, e noi faremo come loro, diventeremo come loro e non ci sarà pace più.” (…) “Ognuno è l’ebreo di qualcuno, perché i polacchi sono gli ebrei dei tedeschi e dei russi”. E oggi i palestinesi sono gli ebrei degli israeliani.17

Così al giudizio negativo sulla politica dei governi israeliani si univano valutazioni sommarie sulla natura dello Stato israeliano al quale venivano associati i peggiori attributi: l’attitudine al ricatto morale in funzione del risarcimento per i mali subiti in passato; la tendenza ad usare la violenza o in base a non meglio definiti processi psicologici o sulla base di rimandi religiosi all’antico regno di Davide; e infine, l’amnesia della grande eredità etica della tradizione culturale ebraica.

Una trattazione sui mutamenti intervenuti nell’identità ebraica è una cosa ben diversa dalla semplice contrapposizione fra una identità ideale e una identità sopraffattrice. Questo ci dice in realtà che l’intenzione non fu quella di discutere l’impatto dell’ esistenza di uno Stato israeliano sull’ identità ebraica in sé ma piuttosto quella di voler presentare l’attacco contro Israele come qualcosa di non lesivo dell’identità ebraica della diaspora. Non era certamente quel tipo di ebraismo inoffensivo ad essere oggetto di critica. La sinistra intese chiarire la sua posizione nei confronti degli italiani ebrei che incalzando gli eccessi della carta stampata denunciavano l’insinuarsi di un pregiudizio antisemita a sinistra. In questo modo non fecero altro che usare degli argomenti impropri a sostegno delle loro ipotesi. Viceversa da parte ebraica si rese necessaria una revisione del proprio atteggiamento nei confronti di partiti e istituzioni italiane in momenti di forte tensione politica nel Vicino Oriente, nonché del proprio rapporto con lo Stato d’ Israele. Sicuramente gli atti di antisemitismo moltiplicatisi contro gli ebrei in Italia e in Europa aggravarono l’inquietudine delle singole comunità e contribuendo a far alzare il livello di attenzione sui riflessi della situazione mediorientale dentro il contesto politico italiano.

Nella visione della sinistra tutta la discussione intorno a stereotipi o pregiudizi antiebraici venne considerata un falso problema perché era “il rapporto tra ebrei e Stato d’Israele a sottendere tutto”18. La sinistra esigeva un distacco critico da parte ebraica nel giudizio sulla politica dello Stato israeliano e l’ammoniva a fare attenzione a non incorrere in posizioni nazionaliste solo per il fatto di possedere una identità comune con Israele; cercava di difendere la posizione tenuta dai giornali dalle accuse di antisemitismo; riteneva Israele uno Stato diverso dagli altri sia per il rapporto che aveva con la diaspora sia per quello che storicamente lo legava all’Europa, due fattori che insieme rendevano difficile la critica.

Marco d’Eramo sosteneva che se lo Stato d’Israele fosse stato “uno Stato come gli altri” nessuno avrebbe accusato la sinistra di antiebraismo nel criticarlo. Il vero “malinteso” da chiarire – scrisse – era quello che nasceva “dall’equiparazione o dalla distinzione tra questione ebraica da un lato e questione dello Stato d’Israele dall’altro”. E nel caso lo si ritenesse “puramente un simbolo d’identità allora l’identificazione tra diaspora e Israele sarebbe totale”. Il problema era un altro:

Il problema è che Israele non è solo uno Stato, ma è anche un simbolo, e che non è solo un simbolo, ma sfortunatamente è anche concreto, realizzato. (…) Sono ambedue posizioni in malafede, poiché si pongono l’una nell’ambito del laicismo empirico, l’altra dell’identità ideale.

Egli invitava a seguire un tipo di analisi dinamica del rapporto tra “Stato concreto” e “identità” e a considerare queste variabili: il rapporto tra identità ebraica e Stato d’Israele nella percezione delle comunità ebraiche; l’immigrazione e l’emigrazione da Israele e l’indebolimento “dell’immagine di Terra promessa”; la crisi economica; la crisi sociale e “l’impossibilità di assimilare completamente i cittadini israeliani non ebraici, proprio per la natura religiosa dello Stato”.

I rapporti tra ebraismo e Stato d’Israele gli sembravano assimilabili ai “rapporti tra sinistra e Unione Sovietica”: “Osserviamo che la difesa d’ufficio d’Israele ricorda quella dell’URSS, che il sorvolare sulla legittimità dei Peres e dei Begin ricorda l’ignoranza delle pratiche sovietiche”. Pur nelle dovute differenze rimaneva una “similitudine di fondo”: quella “dell’utopia di tutta una collettività (la sinistra, il mondo ebraico) che si confrontava con gli errori, le distorsioni, gli stessi tradimenti dell’ utopia realizzata ( URSS, Israele )”.

Ma le differenze rimanevano: per la diaspora il “distacco” sarebbe stato più difficile poiché molti ebrei avevano legami consanguinei in Israele; per lo Stato d’Israele sarebbe stato terribile essere lasciato a se stesso: non poteva diventare “Grande Israele perché si interdice ogni assimilazione ( e l’espansionismo si regge sull’assimilazione )” e non poteva abbandonare l’azione militare altrimenti sarebbe andato incontro alla rovina economica. “Deve combattere ma non può perdere e non può vincere”. Era comprensibile per il giornalista il timore di chi era passato attraverso le persecuzioni naziste per il rischio che ciò si ripetesse nei confronti d’ Israele. Ma era necessario altresì che il ricordo rimanesse vigile non solo per coloro che ne ebbero esperienza. E concludeva:

In questo senso dovremmo aiutare tutti a ricordare, gli uni perché confrontino con distacco le speranze poste in uno Stato con le sue realizzazioni, gli altri perché aiutino questa critica, e non la ostacolino, con accuse che altro non fanno che rinforzare quel che in senso alto è identità comune e in senso basso è nazionalismo19.

Secondo un articolo apparso nell’ Unità, il valore della “memoria”, della distruzione nazista si intende, assumeva rilevanza non solo per gli ebrei, ma per tutta l’umanità. Si premetteva una constatazione: quando prese forma l’idea di uno Stato d’ Israele, e la sua conseguente realizzazione in Palestina, dopo l’Olocausto “sembrò giusto a tutti” offrire agli ebrei “una zattera in cui trovar rifugio qualora fossero tornati i giorni della tempesta”. Scriveva Ernesto Balducci: “Eravamo tutti sicuri , come lo erano Martin Buber o Albert Einstein, che lo Stato d’Israele sarebbe diventato uno strumento e un esempio di armonia in tutto il Medio Oriente, una volta chiusa, anche in quella regione, l’esperienza coloniale”. Se si considerava lo Stato d’Israele come “un luogo della nostra coscienza morale nella sua proiezione storica” appariva chiaro che “le violenze degli israeliani contro i palestinesi” non potevano non far riecheggiare “la stessa memoria di sofferenze su cui lo Stato d’Israele ha posto le sue basi”. Era evidente: “la radice di questo stato è la stessa che si è macerata nei ghetti e finalmente nei lager tedeschi, è la radice da cui, come da nessun’altra, avremo dovuto attenderci frutti di giustizia e di pace”. In coerenza con queste premesse – proseguiva l’autore – ci si può definire “dalla parte dei palestinesi” come “dalla parte degli ebrei” ma non certo a favore della politica del governo israeliano. Era impossibile che la passione per i diritti umani si fosse spenta “nel cuore di quel popolo”. Lo Stato d’Israele combatteva ora su tre fronti: “quello che lo contrappone ai palestinesi, quello che lo divide dall’opinione pubblica mondiale (…) e quello che al proprio interno lo contrappone a se stesso”. Era indubbio – concludeva – che “la zattera colerà a picco” proseguendo con questa politica: “…la sicurezza armata è una falsa sicurezza. Che la zattera non affondi è negli interessi dell’umanità intera”20.

Un ultimo esempio di come l’argomento identitario venne trattato in funzione del rifiuto di ogni accusa di parte. Aldo Natoli si esprimeva così nel Manifesto:

Non è uno Stato nazista, d’accordo. Ma è uno Stato imperialista, con inquietanti contrassegni razzisti. Per la sua origine ( parlo non tanto e non solo di religione, ma di storia, umanità, cultura ) lo Stato d’Israele non voleva e non doveva essere uno Stato qualsiasi, ma il portatore di una moralità nuova, il germe di una nuova umanità. E questo già prima dell’Olocausto, tanto più dopo.

Ciò che gli provocava “sdegno” era la consapevolezza che “quella singolare nobiltà è andata perduta”. Sebbene egli considerasse legittimo “il rapporto emozionale-affettivo” della diaspora per Israele, “tale solidarietà per essere pienamente efficace, sia nella difesa di quello Stato che nella lotta contro il nuovo antisemitismo” avrebbe dovuto assumere un atteggiamento critico e autonomo, “altrimenti - conclude Natoli - potrebbe essere vero (e che così non sia) che gli ebrei pagheranno più caro gli errori della politica israeliana”21.

Tutto il sostegno fu espresso dunque agli ebrei oggetto di attacchi antisemiti ma allo stesso tempo la critica a Israele rimase inflessibile. Le posizioni della sinistra seguivano questa linea generale trascurando però un dettaglio importante. Escludevano l’antisemitismo dal novero delle motivazioni concrete dell’ostilità araba nei confronti degli ebrei tutti. Anche se gli arabi avevano dei validi motivi per odiare israeliani e sionisti questo non bastava a spiegare il motivo di una lunga serie di atti che colpirono gli ebrei in tutto il mondo. Sicuramente l’atteggiamento della diaspora nei confronti dello Stato d’Israele non riusciva a spiegare fino in fondo i meccanismi che muovevano l’odio antiebraico22.

Ci sembra opportuno, a questo punto, riportare qui in ampi stralci l’intervento di Stefano Levi dalla Torre, pubblicato dall’ Unità nell’aprile del 1988, a titolo esemplificativo degli attriti tra la sinistra e il mondo ebraico in quegli anni, un rapporto sempre più vicino alla completa incrinatura:

(…) E’ un fatto che la sollevazione palestinese e la repressione israeliana in questi mesi mettono a dura prova i rapporti tra ebrei e non ebrei. Già durante l’aggressione israeliana in Libano del 1982, indignazione motivata e slittamenti antisemiti si aggrovigliavano in forme difficili da districare. Oggi la solidarietà verso la popolazione palestinese che a ragione vuol liberarsi dell’occupazione militare straniera e la condanna di Israele che sostituisce la repressione alla via della trattativa e del compromesso, tendono a coinvolgere non solo Israele, ma anche gli ebrei in quanto tali. Da un lato infatti la confusone tra ebrei e israeliani è abituale, e le responsabilità ebraiche di Israele nonché le responsabilità israeliane degli ebrei si intrecciano impropriamente nel senso comune; dall’altro lato è un fatto che gli ebrei in genere vedono in Israele un riferimento, critico o acritico, della loro stessa identità in quanto ebrei. La condanna di Israele chiama in causa il rapporto che gli ebrei nella loro maggioranza hanno con Israele. (…)

Ora si leva verso gli ebrei una pressione fatta di diffidenza e di pretesa: la diffidenza per quel rapporto tra gli ebrei e Israele universalmente posto sotto accusa; pretesa ancora perché si presuppone, da chi è stato collettivamente oggetto della persecuzione estrema del nazifascismo, l’obbligo morale di insorgere contro la violenza da parte israeliana.

Gli ebrei, che proprio nel ricordo dello sterminio nazista sono intimamente solidali con Israele, sono oggi chiamati da più parti, e in nome di quello sterminio, a dissociarsi da Israele.

Dissociarsi da Israele o da una sua politica? Qui è il punto nevralgico.(…)

Ora il rapporto che gli ebrei hanno con Israele quanto luogo centrale della vicenda ebraica moderna è giudicato sul terreno della politica oltre che come fatto inerente all’identità ebraica. (…) Gli ebrei sono chiamati a rispondere politicamente della loro discendenza, della loro identità in quanto ebrei. Qui sta il punto in cui la critica politica e morale può slittare nell’ ostilità antiebraica: il sovraccaricare di una valenza politica e morale un’identità, una discendenza è proprio anche dell’antisemitismo, che fantastica sempre di qualche complotto ebraico. (…)

Questo difficile confronto tra ragioni dell’identità e ragioni della morale e della politica si svolge sullo sfondo di un altro confronto: quello sulla memoria della Seconda guerra mondiale e dello sterminio nazista. L’Europa è attraversata da correnti di opinione che aspirano a riconciliarsi col passato, a scrollarsi di dosso il nazifascismo. Il complesso ebrei-Israele rappresenta un promemoria fastidioso. (…)

Ora la sinistra da Tango al Manifesto ha facilmente ceduto alla tentazione di paragonare Israele al nazismo. Con ciò si banalizza il nazismo o si demonizza Israele come nuovo vertice del male. Né l’una né l’altra cosa rendono conto della realtà storica né della realtà attuale. Chi paragona l’intollerabile repressione israeliana con i campi di sterminio vuole falsificare la storia. La volontà ideologica di designare Israele come nuovo impero del male fa sì che da sinistra si accetti di confluire nella grande corrente revisionistica volta ad attenuare le responsabilità del nazifascismo.

L’equiparazione tra Israele e nazismo veleggia sull’onda non del ragionamento ma del riflesso condizionato. La parola ebreo richiama per associazione di idee la parola nazismo, per opposizione o per similitudine. Si tratta di assecondare per demagogia le associazioni di idee, o non forse di contrastarne l’ambigua spontaneità? Si vellicano riflessi condizionati e stereotipi che, per quanto riguarda gli ebrei, producono facilmente forme di ostilità e luoghi comuni sedimentati nei secoli dell’oppressione cristiana sugli ebrei.(…) 23

Per quanto riguarda Israele, il dibattito sul senso della Shoà e dell’esistenza di uno Stato ebraico ebbe inizio in coincidenza con l’avvio del processo Eichmann a Gerusalemme nel 1961. L’ evento, fortemente voluto da Ben Gurion, era strettamente legato a un processo di ricostruzione identitaria del popolo d’Israele. In quegli anni la dialettica fra le due principali correnti di pensiero si scontrò su due modi di percepire l’identità degli israeliani in relazione alla Shoà. Ancora prima che nascesse, ci fu in Israele una tensione tra un nazionalismo chiuso e un umanesimo aperto.

Ma ammettere l’esistenza di un ampia libertà di autocritica in Israele stesso non sarebbe risultato funzionale alla giustificazione dei giudizi espressi sulla natura vendicativa, violenta, corrotta e razzista dello Stato israeliano. Questa constatazione avrebbe interrotto la coerenza dell’ impostazione politica e storiografica data al conflitto mediorientale. Tuttavia questa posizione assumeva un senso specifico tanto all’interno del contesto socio-politico italiano quanto dentro le dinamiche del partito comunista italiano, sulle quali aveva avuto una notevole incidenza il fatto di ispirarsi alla politica estera sovietica.

Come già osservato una notevole involuzione di tendenza si ebbe nell’ Unità a partire dal 1991, dopo la fondazione del Partito democratico della sinistra. Riportiamo quindi un approfondimento che illustra come i toni generali mutino sostanzialmente.

Massimo Boffa, giornalista dell’ Unità, indagò sugli aspetti più controversi del rapporto tra società civile e politica dello Stato israeliano: l’identità storica e la democrazia moderna. A suo avviso la società israeliana “appare come una società che, pur nell’imminenza di gravi scadenze, tanto si interroga su se stessa, sul proprio destino, sui propri valori come quello dell’identità...(…) Il tentativo di calare dentro la forma moderna dello Stato nazione un antico popolo disperso, la cui memoria storica era religiosa nella sua essenza, ha infatti lasciato in eredità a Israele una situazione per molti versi paradossale.” Il laicismo di Stato per l’autore veniva in un certo senso limitato da una identità nazionale legata strettamente al fattore religioso:

La questione dell’identità , infatti, finisce per riflettersi in modo problematico anche su uno degli aspetti fondamentali dello Stato d’Israele: il suo carattere democratico. Gli israeliani vanno fieri delle loro istituzioni, che hanno garantito, in una difficile situazione di guerra permanente, i diritti dei cittadini, le libertà, nonché le condizioni di una vita democratica assai vivace.

Egli non dubitava che la democrazia israeliana possedesse un “robusto fondamento sociologico” (pensando agli ideali del movimento pionieristico socialista) e lo intuiva da come la sua società aveva “conservato negli anni – nonostante la crisi dei Kibbutz, la vittoria elettorale della destra e la graduale evoluzione verso il consumismo – una sua austerità di fondo e una certa solidarietà nelle relazioni sociali”. Constatava giustamente il rafforzarsi di una distinta “identità israeliana” accanto alla più profonda e originaria “identità ebraica”24.

1 Alcuni brevi esempi nei titoli degli articoli de il Manifesto: “Balata, lager palestinese”, 15 dicembre 1987,p.4; “Lager Ansar 2, bambini palestinesi in un campo di concentramento israeliano”, 05 gennaio 1988, p.5; “Uno sciopero della fame contro il genocidio”, 13 gennaio 1988, p.3; “Deportazioni a raffica”, 12 Aprile 1988, p.5; “L’intifada piange:“Due nuove colonie nei territori occupati, pogrom antiarabi”, 09 maggio 1989, p.2 ; “Palestina, genocidio ultima arma”, 17 giugno 1989, p.5; “L’inferno dei deportati”, 19 dicembre 1992, p.9.

2 Ugo Baduel, Intervista a Natalia Ginzburg, “Meglio vittime che persecutori”, in l’Unità, 16 luglio 1982, p.3

3 Rossana Rossanda, “Voglio essere ebrea” , in il Manifesto, 02 luglio 1982, prima pagina.

4 Rossana Rossanda, “Un distinguo da mantenere”, in il Manifesto, 06 novembre 1985.

Ugo Caffaz scrisse a proposito : D’altra parte non sarà vero, come sosteneva invece Sartre, che l’antisemitismo in qualche modo produce gli ebrei, ma non possiamo certamente accettare che siano gli ebrei, per il solo fatto di esistere e godere buona salute, a creare antisemitismo. (Ugo Caffaz, “L’antisemitismo di casa nostra”, in il Manifesto 02 gennaio 1986, prima pagina.)

5 Tamar Pitch, “O sionisti dal o niente?”, in il Manifesto, 07 luglio 1982, prima pagina.

6 Piero Della Seta, “Io, ebreo comunista, di fronte al dramma di Beirut”, in l’Unità, 08 settembre 1982, p.3

7 Vera Pegna, “Storia di parte”, in il Manifesto, 07 gennaio 1984, p.8

8 Zvi Shuldiner, “Degenerazione in Israele”, in il Manifesto, 31 maggio 1984, p.2

9 Livia Rokach, “Sicurezza per il sionismo?”, in l’Unità, 07 agosto 1982, p.13

10 Marco d’Eramo, “Sisifo in Israele”, in il Manifesto, 31 marzo 1982, p.2

11 Valentino Parlato, “Il popolo ebreo”, in Il Manifesto, 09 febbraio 1983, editoriale.

12 Franco Ottolenghi, “Si può cancellare un popolo dalla storia?”, in la Rinascita, settima-na 28, giugno 1982, p.3

13 Arminio Savioli, in l’Unità, 23 giugno 1982, p.3

14 Cesare Cases, “Massacro e Olocausto”, in il Manifesto, 25 settembre 1982, prima.

15 Gianni Baget Bozzo, “L’ebraismo tra profezia e Storia” in il Manifesto, 25 agosto 1982, prima pagina.

16 Gianni Baget Bozzo, “Ebrei e violenza, parola e storia”, in il Manifesto, 17 settembre 1982, p.8

17 Filippo Gentiloni, “Quando la stella di David era il simbolo dei perseguitati”, (citazioni da Primo Levi, “Se non ora quando”) “ in il Manifesto, 29 giugno 1989, p.7

18 Emilio Sarsi Amadè, “Quando la diaspora si divide su Israele e la sua guerra”, in l’Unità, 04 febbraio 1983, p.4

19 Marco d’Eramo, “Lo strappo d’Israele”, in Il Manifesto, 09 gennaio 1986, prima pagina.

20 Ernesto Balducci, “Qui a Roma, per gli arabi, per gli ebrei”, in l’Unità 13 febbraio 1988, editoriale.

21 Aldo Natoli, “La diaspora oggi”, in il Manifesto, 05 gennaio 1988 editoriale

22 Secondo la lista pubblicata dall’ Unità il 07 settembre 1986, p.3 ( “Colpiremo Israele ovunque” titolo di apertura pagina ) : MAGGIO 1972: Tre terroristi giapponesi, reclutati dal Fronte popolare per la liberazione della Palestina si imbarcano a Fiumicino per Tel Aviv. All’aeroporto di Led aprono il fuoco sulla folla: 27 morti, oltre 70 feriti. SETTEMBRE 1972: A Monaco otto terroristi di “Settembre nero” irrompono negli alloggi della squadra olimpica israeliana, uccidono due atleti, ne prendono nove in ostaggio. Il successivo bliz dei reparti speciali tedeschi provoca la morte di 5 terroristi e un agente. MAGGIO 1974: Un commando palestinese irrompe in una scuola di Maalot, in Galilea. Nel conflitto a fuoco tra terroristi e polizia muoiono 21 alunni. MARZO 1975: Otto terroristi sbarcano su una spiaggia israeliana, irrompono in un Hotel. L’epilogo: uccisi 8 ostaggi, 3 soldati di Tel Aviv, 7 terroristi. MARZO 1978: Commando di Al-Fatah si impadronisce di due autobus presso Tel Aviv. Nello scontro con la polizia muoiono nove palestinesi, 34 israeliani, un americano. LUGLIO 1980: Attentato nel quartiere dei diamanti ad Anversa, in Belgio, contro un gruppo di giovani ebrei (un morto, 20 feriti). OTTOBRE 1980: Attentato alla sinagoga di Rue Copernic a Parigi nell’ora della preghiera. Quattro morti, nove feriti. L’ordigno era nascosto nella sacca laterale di una moto posteggiata davanti all’ingrasso. AGOSTO 1981: Due terroristi arabi armati di mitra e granate attaccano una sinagoga a Vienna, uccudendo due persone e ferendone venti. OTTOBRE 1981: Ancora un attentato ad Anversa, nello stesso quartiere di un anno prima. Un’auto-bomba salta per aria davanti a una sinagoga. Tre morti, 106 feriti. AGOSTO 1982: A Parigi, nel quartiere ebraico, Rue des Rosiers cinque uomini armati aprono il fuoco all’interno del ristorante Goldenberg: sei morti, 22 feriti. GENNAIO 1982: Bomba in un caffè di Berlino ovest frequentato da ebrei: muore un bimbo di 14 mesi, 25 feriti. SETTEMBRE 1982: Ancora a Parigi, davanti al liceo Carnet salta in aria un’auto dell’ambasciata d’Israele: 51 feriti. SETTEMBRE 1982: Raffiche di mitra su un gruppo di persone ferme davanti alla sinagoga di Rue de la Regence, a Bruxelles, feriti. OTTOBRE 1982: E’ il giorno dell’attacco al tempio ebraico di Roma. Terroristi del gruppo di Abi Nidal attendono il termine della funzione religiosa del sabato mattina e sparano a raffica sui fedeli all’ uscita. Resta a terra esanime un bambino di due anni, tre persone rimangono ferite. APRILE 1984: Attacco terroristico contro la El Al all’aeroporto Rhein Main di Francoforte. Tre morti. LUGLIO 1985: Attentato dinamitardo a Copenaghen contro gli uffici di una compagnia aerea americana e la vicina sinagoga. I feriti sono 27. SETTEMBRE 1985: Assalto a un battello israeliano nel porto di Lanarca, a Cipro. Uccisi i tre a bordo, i terroristi si arrendono. DICEMBRE 1985: Due attentati simultanei agli aeroporti di Vienna e di Roma causano complessivamente venti morti e più di cento feriti. GIUGNO 1986: Azione terroristica contro gli uffici della El Al all’aeroporto di Madrid. Tredici persone rimangono ferite.

23 Stefano Levi dalla Torre, “Luoghi comuni a sinistra”, dossier, in l’Unità, 26 aprile 1988, p.13

24 Massimo Boffa, “Il paradosso sionista”, reportage, in L’Unità, 14 gennaio 1991, p.19

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© Morashà 2003 - Marta Brachini 2003

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