Tesi di laurea di Marta Brachini - Israele e l'ebraismo in due giornali della sinistra: L'Unità e Il Manifesto (1982-1993)


Capitolo 3: La manipolazione della Shoah e dell’antisemitismo

Abbiamo visto come allo Stato d’Israele venisse in qualche modo negato il rapporto di continuità con il portato della cultura europea e dell’ebraismo diasporico, e quindi la sua intima connessione con la Shoah e l’antisemitismo. Su questi presupposti si resse tanto l’ipotesi di un fallimento e di uno snaturamento del movimento sionista quanto quel processo di ridefinizione dell’essenza dello Stato ebraico in funzione di una presunta corruzione dell’ebraismo. Le polemiche intorno alla natura di Israele e dell’ebraismo furono spesso indirizzate al rifiuto di ogni accusa di antisemitismo proveniente perlopiù da parte israeliana o ebraica. I giornali di sinistra ritennero opportuno difendere la loro linea di opposizione al governo israeliano. Ma lo sconfinamento del giudizio sulla politica d’Israele in una aperta e generalizzante avversione a ogni sua forma d’espressione divenne una posizione scomoda da spiegare alla luce di grandi mutamenti internazionali intervenuti agli inizi dell’ultimo decennio del novecento. Per tutti gli anni ’80 e fin almeno al 1991, discutere sull’antisemitismo fu sempre imbarazzante. Perlopiù lo si riteneva un concetto entrato in decadenza con il tramonto delle ideologie fasciste e naziste, il cui ritorno costituiva una possibilità alquanto remota. Questa convinzione era tanto diffusa quanto quella che riteneva l’antisionismo una idea assolutamente non lesiva dell’esistenza dello Stato d’Israele. Tutte le riflessioni e gli approfondimenti rilevati si riferivano al corrente contesto politico italiano ed europeo. L’interminabile carovana di atti antiebraici compiuti nel mondo, da estremisti palestinesi per la maggior parte dei casi, si susseguiva a partire dagli anni settanta e non trovò quasi mai uno spazio esemplificativo accurato fra gli approfondimenti. L’antisemitismo degli anni ottanta era visto come un riflesso doloroso di quanto succedeva nell’area mediorientale.

Nei primi anni novanta si rinforzò la percezione di un ritorno dell’antisemitismo come effetto del revival di passioni nazionalistiche riaccese dal tramonto dell’internazionalismo socialista e da quello dell’Unione Sovietica. Qualunque forma di nazionalismo estremo produceva razzismo e intolleranza che si manifestavano innanzitutto in atti antisemiti. Paradossalmente si fecero rientrare in questa categoria anche i governi di destra israeliani definiti razzisti e intolleranti nei confronti dei palestinesi. Il governo Begin in particolare fu oggetto di queste critiche negli anni ’80 oltre a venire imputato come prima causa dell’ostilità antiebraica nel mondo. La vittoria laburista alle elezioni del 1992, che videro fronteggiarsi Itzhak Shamir e Itzhak Rabin, segnò l’avvio definitivo del processo di pace tra Israele e Olp. A partire da questo momento ci fu un cambiamento generale di toni, di espressioni, e di contenuti soprattutto nell’Unità, ma anche parzialmente nel Manifesto. La sinistra italiana si avviava verso un lungo cammino di ricostruzione della propria identità, e in questo processo politico trovarono il loro posto anche la Shoà e l’antisemitismo: nella memoria del passato antifascista.

La Shoah e l’antisemitismo furono per lungo tempo relegati esclusivamente al rapporto speciale esistente tra ebrei e Stato d’Israele. L’equazione Stato d’Israele uguale popolo ebraico, che si reggeva sulla base teorica che lo Stato d’Israele rappresentasse tutti gli ebrei del mondo, veniva indicata come spiegazione prima di tutti i riflessi negativi che la politica israeliana produceva all’esterno. L’antisemitismo era la conseguenza delle azioni di Israele. I governi israeliani stessi avrebbero così fornito ragioni agli esecutori di attentati nei confronti degli ebrei della diaspora:

Se Israele è gli ebrei, per combattere Israele si possono colpire gli ebrei. Se questa è la logica che Begin e Sharon vogliono far trionfare non ci sono al mondo peggiori antisemiti di loro1.

All’indomani dell’invasione del Libano Begin usava replicare alle accuse della comunità internazionale rimproverandola di avere posizioni antisemite. La sua polemica fu particolarmente aspra con la Francia di Mitterrand. Lo statista francese aveva paragonato l’assedio di Beirut alle vicende di Oradeur, cittadina francese rasa al suolo dalle truppe tedesche nel 1944. Begin accusava inoltre il governo francese di non fare abbastanza contro i numerosi incidenti antiebraici che colpirono soprattutto in territorio francese subito dopo l’inizio dell’ operazione “pace in Galilea”. Begin si spinse fino a esortare la comunità francese a prendere misure di autodifesa.

In Israele, Menachem Begin era risuscito a fare della Shoah un argomento politico attraverso una propaganda populistica e nazionalistica che divenne giustificazione ideologica a tutte le sue scelte politiche. Egli voleva sottrarre alla sinistra ashkenazita il monopolio della memoria della Shoah cercando di far condividere anche alla popolazione orientale la coscienza dello sterminio nazista. Convinse il suo elettorato che Israele si trovava sola a combattere una guerra di sopravvivenza. Dichiarò alla Knesset: “Nessuno, in nessuna parte del mondo, può fare la morale al nostro popolo”2.

Le stragi di Sabra e Chatila provocarono un sussulto nella memoria di tutti gli israeliani e le critiche della comunità internazionale si moltiplicarono. Maxime Rodinson dichiarò in un’intervista all’Unità che queste stragi avevano avuto l’effetto di far capire agli europei che “le leggi della storia si applicano anche a Israele, che Israele è uno Stato mortale”. Secondo il sociologo francese, la stessa cosa era stato scoprire, dopo i fatti del ’56 e la destalinizzazione, che l’Unione Sovietica non era più un “modello non toccato dalle turbolenze e, appunto, dalle leggi della storia”. Qualcuno aveva sostenuto che le stragi furono “il risultato necessario della logica sionista” e altri le definirono “un tradimento del sionismo” da parte del governo. Rodinson credeva che bastasse una frase di Peres pronunciata alla Knesset a descriverne gli effetti: “Con questo orrendo crimine voi avete creato e sviluppato l’antisemitismo”. Queste parole, a suo avviso, spiegavano tutto perché pronunciate da una “personalità sionista (…), e mai finora un sionista aveva messo in dubbio che gli ebrei fossero tutti angeli innocenti”. La radice del problema la individuava nel governo Begin. Disse a proposito: “è un germe che può fruttare crisi terribili per il futuro se non si sconfigge questo sciovinismo, chiamiamolo pure fascismo”3.

Il dibattito politico in Israele fu intensissimo in quegli anni e l’opinione pubblica fortemente divisa al suo interno. Ci furono infinite discussioni sull’uso politico di un argomento che toccava nel profondo la sensibilità di tutti gli israeliani. La sinistra israeliana attaccò violentemente la macabra retorica beginiana e Yeshayau Leibowitz, uno dei più conosciuti intellettuali israeliani, definì la guerra in Libano una politica giudeo-nazista 4. La sinistra italiana sembrava mutuare dai termini del dibattito israeliano gli argomenti con cui attaccare la politica beginiana, con la enorme differenza però, di contesti e contenuti argomentativi. Non succedeva inoltre di venire querelati per l’uso di certe espressioni come si verificò più volte in Israele.

Al di là delle discussioni dottrinarie sull’uso politico della memoria della Shoah, patrimonio inscindibile dell’identità israeliana, l’antisemitismo denunciato da Begin non era un fantasma. Abbiamo già avuto occasione di riportare integralmente la lista, pubblicata dall’Unità, degli attentati antiebraici nel mondo.

In Italia l’opposizione alla guerra voluta da Begin fu altrettanto forte non solo nel sentimento dell’opinione pubblica ma anche negli ambienti governativi. Più di una volta i gruppi parlamentari di sinistra fecero pressioni affinché il governo italiano si facesse promotore di un immediato riconoscimento dell’OLP. In una lettera-petizione al Presidente del Consiglio Spadolini firmata da 351 deputati, di DC, PSI, PCI, PR, PdUP e della Sinistra indipendente, venne usata l’espressione “grave atto di genocidio” riguardo alle vicende libanesi5. Nell’agosto del 1982 una risoluzione dalla commissione esteri della Camera votata da parlamentari della DC, del PSI e del PCI suscitò la reazione dei senatori repubblicani, socialdemocratici e di alcuni esponenti DC. Il sottosegretario agli esteri Fioret presentò un documento dove si auspicava che l’OLP venisse riconosciuto innanzitutto da Israele e dove si ribadiva la necessità che i palestinesi si impegnassero a “far valere le proprie rivendicazioni attraverso mezzi politici”6. Le polemiche a sinistra furono immediate, era inconcepibile per molti che al Senato si fosse tentato di far “approvare un testo favorevole a Israele”.

Il dissenso sulla politica israeliana si manifestò concretamente in giugno. Durante il passaggio di un corteo sindacale a Roma una finta bara fu scaraventata dentro i cancelli del Tempio ebraico maggiore di Lungotevere Cenci. Le reazioni della Comunità ebraica furono di indignazione totale e l’intervento minimizzatore di Luciano Lama, leader della CGIL, non riuscì a placarle. Ma non fu questo l’episodio che rimase emblematico per quegli anni. La Comunità italiana rimase sconvolta da un vero e proprio attacco di violenza antiebraica. Il nove ottobre un commando palestinese armato assaltò le persone che uscivano dal Tempio maggiore dopo una cerimonia religiosa. Ci furono tre feriti gravi e una vittima, un bambino di due anni, Stefano Tachè. Una forte sensazione di isolamento spinse la Comunità romana a una reazione di chiusura totale nei confronti di partiti e istituzioni italiane. Il PCI, subito dopo l’attentato, si rivolse agli ebrei italiani con un comunicato, pubblicato dall’Unità col titolo “Invito a ragionare”:

Siamo sinceramente turbati quando leggiamo striscioni o manifesti che vanno in questo senso, mettendo sotto accusa tutti e tutto, da Pertini ad Arafat, dal Papa ai comunisti, da Andreotti ai socialisti, dai sindacati alla stampa. (…) Ragioniamo dunque con pacatezza, (…) nessuno può confondere la dura critica e la doverosa condanna della folle politica di Begin e Sharon con l’antisemitismo (sono antisemiti i 400.000 israeliani che hanno manifestato a Tel Aviv il 25 settembre?), come del resto nessuno può identificare con gli ebrei uno Stato che fa la sua politica, ha i suoi eserciti, si muove insomma su una precisa sfera di responsabilità. (…) Proprio l’attentato di Roma – chiunque l’abbia voluto – ci dice quanto sia urgente battersi per arrivare rapidamente ad una pace giusta in Medio Oriente7.

La teoria di fondo era quella che vedeva la pace dipendere in ultima istanza dalle scelte israeliane e di conseguenza il terrorismo non era considerato altro che l’effetto collaterale di una politica nazionalista e antiaraba. Anche l’antisemitismo veniva valutato spesso in funzione dell’ in difendibilità delle posizioni governative israeliane.

Dopo la fine del conflitto, il parziale ritiro delle truppe israeliane dal Libano e lo stanziamento di un contingente di pace franco-americano tra Beirut e Sidone, una sequenza di gravi attentati colpì gli obiettivi americani e israeliani in territorio libanese. Anche in questi casi la “causa prima” degli eventi venne riconosciuta nelle responsabilità israeliane nella reviviscenza dell’estremismo. Nell’aprile del 1983. l’attentato all’ambasciata americana a Beirut fece oltre 70 morti. Così venne commentata:

Parliamoci chiaro. Quale che sia la mano che ha provocato la carneficina di Beirut, la causa prima del massacro va ricercata nella politica del governo Begin, nella invasione del Libano, nel rifiuto degli israeliani a lasciare il paese. Doveva essere una “operazione” chirurgica: cacciare via l’Olp dal Libano, cancellare il problema palestinese con le stragi di Sabra e Chatila, garantirsi la sicurezza (ma quale?) annettendosi pezzi di Libano e assicurandosi il controllo politico e strategico del restante territorio. (…) E’ troppo dire che questo accumulo di violenza militare, politica e diplomatica chiama altra violenza? Che, chi sfida la coscienza civile del mondo e continua a innescare micce nella polveriera mediorientale è in primo luogo il governo Begin?8

Lo stato di guerra civile in cui si trovava il Libano a partire dalla metà degli anni ’70 venne trattato dalle cronache separatamente, così come la spirale di assassinii e ritorsioni fra le fazioni cristiano-maronite e quelle arabe libanesi. Questa situazione fece da cornice all’assassinio di Bashir Gemayel, prima personalità maronita del governo libanese da parte dei fedayn libanesi, la cui morte fu vendicata dalle falangi cristiano-maronite con l’eccidio dei palestinesi nei campi profughi di Beirut, come poi fu cornice delle azioni antiamericane e antisraeliane.

La responsabilità indiretta dei vertici politici israeliani per non aver impedito il massacro fu sentenziata dalla Corte Suprema israeliana che obbligò l’allora ministro della Difesa Sharon alle dimissioni.

Il Presidente della Repubblica italiana, nel suo discorso di fine anno, il 1983, fece un esplicito e generico riferimento alle responsabilità israeliane nelle Stragi di Sabra e Chatila omettendo l’aggettivo “indirette”. In un clima profondamente ostile a Israele e agli ebrei non fu accettabile per le autorità ebraiche italiane che si aggiungesse una condanna indiretta anche da parte della massima autorità dello Stato italiano. Vera Pegna dalle pagine del Manifesto espresse la sua disapprovazione delle ripetute polemiche sollevate da parte ebraica incomprensibili di fronte a “un discorso del nostro Presidente che riguarda un governo estero, quello d’Israele”:

Il premurarsi di affermare sempre e ovunque la propria acritica fedeltà ai governi d’Israele con una sollecitudine che non vediamo espressa nei riguardi dell’operato dei governi italiani, non porta forse a pensare: ma questi ebrei allora sono proprio degli estranei! (…)

L’antisemitismo va sempre fermamente combattuto quando c’è, ma quando non c’è non serve agitarne lo spauracchio per il timore che una giusta denuncia provochi episodi di antisemitismo. Si rischia di ottenere l’effetto opposto. La tesi secondo la quale l’antisionismo equivale all’ antisemitismo è sempre stata uno dei cavalli di battaglia dei sionisti, un metodo molto spesso efficace per tappare la bocca a chi osa mettere in questione il sionismo.9

In ogni commento, dichiarazione, intervista, analisi e quant’altro si faceva spazio l’idea che le reazioni e le critiche della Comunità ebraica fossero assimilabili alle posizioni del nazionalismo di destra israeliano. Le accuse di antisemitismo venivano percepite, in forza di questa idea, come una volontà di sostegno alla linea governativa di Israele. C’era forse il sospetto che anche gli ebrei della diaspora manipolassero, come era proprio di Begin, la Shoà e l’antisemitismo a fini politici. E cadevano, secondo il corollario tipico di questa visione, nell’errore fatale di fomentare essi stessi l’antisemitismo.

Nelle parole di Raja Rothem, del Manifesto, in Israele succedeva che una “storia di particolare sofferenza” e “una forma distorta del diritto” unite con un forte “potere economico e militare” avevano creato il “terreno di coltura ideale per il razzismo”, con tanto di “pregiudizi razziali nei confronti degli arabi”.10 Lo stesso paradigma si ripeté dopo il sequestro della Achille Lauro. Dopo quegli eventi, un giornalista del Manifesto notò come si fosse diffuso “un clima avvelenato dai mass-media con un accentuato parossismo anti-arabo e anti-palestinese”. E la coscienza del mondo ebraico gli sembrava “adagiata sulla tesi che il terrorismo è la causa, e non la conseguenza, di tutto quello che succede in Medioriente”. Egli sosteneva che fosse Israele a usare politicamente gli episodi antiebraici come copertura alle sue risposte militari. Portava alcuni esempi: col ferimento del diplomatico israeliano a Londra si giustificò l’invasione del Libano; all’uccisione di tre israeliani a Lanrka (Cipro) seguì il raid di Tunisi. Scriveva:

E’ lecito nutrire molti dubbi che la causa dell’attuale strategia israeliana sia da attribuire a questi fatti dolorosi di sangue. (…) La vera minaccia per Israele viene dal proprio interno. Infatti, difronte alla pesante crisi economica e sociale, la società israeliana si arrocca in difesa dei valori tradizionali e religiosi, alimentando nel suo seno un veleno ultra nazionalista che precipita pericolosamente verso lo sciovinismo anti-palestinese. Lo dimostrano il favore crescente di cui godono il rabbino Kahane e gruppi come il Gush Emunim, violentemente razzisti e antiarabi11.

Tanto il mondo ebraico quanto i dirigenti dello Stato d’Israele venivano accomunati nella medesima impressione generale: quella secondo cui l’antisemitismo, il terrorismo e la violenza antisraeliana o antiebraica fossero il risultato di una politica ultranazionalista e razzista.

Questi esempi mostrano una evidente estensione delle identificazioni tra le espressioni di potere in Israele e un generico ebraismo da esso rappresentato. Il mondo ebraico, nel caso italiano, veniva proiettato all’esterno con una immagine di compattezza che in realtà non esisteva, almeno riguardo alla politica israeliana.

Furono queste le motivazioni che portavano a concepire come effetti naturali ogni tipo di dimostrazione concreta di violenza antiebraica.

Durante la prima Intifada, che ebbe inizio nel dicembre del 1987, i toni generali dei commenti non mutarono affatto. Quello che aveva reso possibile il violento attacco contro Begin, era stata la sua volontà di insistere sull’immagine di un Israele isolato e incompreso nelle sue motivazioni d’azione. Fino alla fine degli anni ’80 l’antisemitismo restò per la sinistra il prodotto della retorica e dell’azione israeliane, schema validissimo per qualunque governo o leader di destra, anche quando, come nel 1988, vi era un governo di coalizione con le forze laburiste. In quell’anno, Itzhak Shamir, fece visita ufficiale in Italia, la prima volta per un leader della destra. Il Manifesto diede il benvenuto al primo ministro israeliano suggerendo allo Stato italiano le parole “Da dire a Shamir”: la politica del governo israeliano, bisognava dire, era “umanamente intollerabile”, “storicamente indifendibile” e “politicamente insultante”. Era ovvio comunque, si aggiungeva, aspettarsi che Shamir sfidasse l’opinione internazionale con la solita arma morale, “pronto naturalmente a rovesciare in accusa di antisemitismo qualsiasi ritorsione”:

Del resto, è sulla cattiva coscienza dell’occidente(…)che Israele ha contato sempre. (…) Sarebbe assai grave se alle responsabilità secolari che noi occidentali abbiamo nei confronti degli ebrei, aggiungessimo quella di consentire al massacro dei palestinesi. (…) Israele molto dipende dalla solidarietà internazionale. Nulla abbiamo diritto di impedirle, fuorché l’espansionismo e la negazione della nazione/stato palestinese: ma questo a Israele va impedito con la stessa determinazione con la quale non accetteremmo un condizionamento dalla sua esistenza.12

Fra il 1989 e il 1991 una straordinaria quantità di eventi cambiò improvvisamente lo scenario internazionale con esso cambiarono anche le relazioni con gli Stati del Medio Oriente. Fu al culmine di questo processo che si arrivò al successo dei negoziati di Oslo del 1993. Il crollo del muro di Berlino e la riunificazione della Germania; l’ascesa di Gorbachev, la riapertura delle relazioni diplomatiche tra Unione Sovietica e Israele (interrotte dal 1968), la concessione di visti di espatrio per gli ebrei russi e infine la dissoluzione dell’ impero sovietico; l’ascesa al potere del repubblicano Bush negli Stati Uniti e la guerra nel Golfo; la conferenza internazionale di pace a Madrid e l’inizio del processo di pace tra israeliani e palestinesi. Si apriva un’era di completa transizione sia per le relazioni internazionali che per i singoli stati nazionali.

Con gli anni novanta si aprì anche una stagione di rinnovato odio antisemita in Europa. Il 12 maggio a Carpentraz, in Francia, fu violentemente profanato il cimitero ebraico (un feretro fu trovato impalato). Pochi giorni dopo fu profanato anche il cimitero ebraico di Haifa con scritte antisemite. Numerose aggressioni e profanazioni si registrarono anche in altre città d’Europa, in Germania e nelle ex repubbliche sovietiche. In quei mesi le domande di emigrazione di ebrei francesi furono circa 2000, come venne osservato da alcuni.13

I commenti e le analisi di questi atti lasciarono i diretti riferimenti alla politica israeliana, ormai avviata verso una riconciliazione con l’opinione pubblica e con la sinistra, per abbracciare una visione onnicomprensiva dei mutamenti in atto. Gli atti di antisemitismo in Europa divennero un monito per ripensare la funzione della sinistra difronte alle sfide della storia:

I tragici episodi di antisemitismo cui assistiamo impotenti in questi giorni si devono leggere nel quadro del momento storico che l’Europa sta attraversando. Rigurgiti, ma non nel senso di una ricomparsa, di un ritorno: l’antisemitismo, nella nostra società e cultura, nonostante Auschwitz, non era mai morto. Il quadro non è soltanto quello determinato dal crollo dei muri fra est e ovest, e quindi della prossima riunificazione tedesca, e quindi della vera fine della seconda guerra mondiale e quindi – anche se non lo si dice – della fine della memoria dell’olocausto. La morte di Primo Levi ne era un tragico annuncio. Si volta pagina: si cancella un pezzo ingombrante – a dir poco – di storia. C’è di più. C’è il ritorno dei nazionalismi che sembravano assopiti, soprattutto a est. Scoppiano le etnie, una contro l’altra, e dallo scoppio, come la storia insegna, i pogrom antisemiti, più o meno violenti, fanno parte essenziale. Etnia, cioè tradizione, cultura, religione, patria, bandiera. Identità forti, a tutto tondo, esclusive. (…) Il nazionalismo è un “brutto cancro” e gli internazionalismi di tipo operaio oppure cattolico o “sono in forte crisi” o “finiscono nelle nuvole”. (…) “Dio, patria, famiglia, dunque, ancora una volta. E non ci si rende conto che proprio in questa identificazione consiste la radice di tutti i pogrom della storia. Se non si intacca alla radice la identificazione politico-culturale di una società con una etnia – se, in altri termini, lo Stato non supera la Nazione – tutte le strette di mano si rivelano inutili, come anche le celebrazioni dell’olocausto. L’antisemitismo, oltre alle sue matrici direttamente razziste, si alimenta di mille matrici indirette, ma non troppo, di tutte le esaltazioni delle patrie bandiere. In questo momento di bandiere ne stanno sventolando troppe, a ovest come a est. In questo far west che è la fine del secolo, arrivano dunque i “nostri”, caricano e distruggono. Dalla ripresa dell’idolatria nazionalistica, l’antisemitismo è da sempre il primo segnale. Se non si inverte questo processo, anni oscuri ci attendono nuovamente14.

L’ antisemitismo era dunque un prodotto del nazionalismo, come valse dopotutto anche per quello israeliano (se si vuole vedere una continuità con la linea espressa dalla pubblicistica analizzata degli anni ’80) responsabile della creazione del nemico forgiato con gli strumenti della retorica. Secondo un’altra opinione si riteneva però che negli anni novanta non si potesse più collegare l’antisemitismo “all’esistenza della causa palestinese o per converso alla politica di Israele”:

“Mai più questo”, sussurrava la manifestazione di Parigi dopo i fatti di Carpentras. “Lo credevamo finito per sempre”, ha detto Norberto Bobbio nel discorso di Torino. La prima reazione è stata di parlarne al passato, come un residuo, una coda velenosa. (…)

E come risorge l’antisemitismo nei tempi modernissimi o addirittura post-moderni, adesso? (…)

Rispondere non è facile. Alcune condizioni sono realmente mutate e sembrano rendere, a lume di ragione, un certo antisemitismo realmente irriproducibile: il pseudoconcetto di razza ha ancora dei seguaci, ma non sembra che possa tornare ideologia d’ uno stato, tramutabile in politica di sterminio. Ci possono essere molte ragioni per non rallegrarsi di come avviene l’unità tedesca ma non è pensabile che la nuova grande Germania collochi fuori dalla potenza industriale l’ambizione egemonica e il nocciolo della sua volontà nazionale. (…)

All’antisemitismo manca questo riferimento potente, e almeno in questo senso l’ampiezza del pericolo, le ragioni di paura sono minori.

Quale riferimento allora? Non credo che l’antisemitismo di oggi si colleghi all’esistenza della causa palestinese o per converso alla politica di Israele nel Medio Oriente. Del resto non è storicamente esatto assimilare neppure l’antisionismo, oggi assai indebolito, all’antisemitismo; anche se l’uno può trascendere nell’altro, non sono la stessa cosa. Il gruppo dirigente bolscevico ne è stato a lungo un esempio. E oggi le destre estreme in Europa sono in genere per i “falchi” di Israele e antisemite. (…) Assai più importante è un fenomeno opposto sotto il profilo della storia delle soggettività: il ruolo di Israele nel nuovo e tormentato accento della “identità ebraica” riscoperta da molti assimilati negli anni ’70, al momento della più tragica tensione interiore contro la politica di quello stato – vicenda di grandissimo interesse e forse poco esplorata. Quanti hanno rifatto i conti con la loro tradizione, cultura, nazionalità non soltanto durante e dopo la seconda guerra mondiale, ma anche dopo l’ “operazione pace in Galilea” che non approvavano? Dell’antisemitismo, insomma, la politica di Israele è una falsa copertura, se pur lo è. Le sue attuali forme sono fra i molti prodotti di questi anni di svolta. All’est essi hanno riaperto un capitolo che pareva chiuso, se non addirittura rovesciato da alcuni aspetti della politica staliniana e dalla discriminazione degli ebrei nell’URSS: la coniugazione, ridiventata sorprendentemente viva, fra antisemitismo e anticomunismo. (…) Ma com’è che a distanza di settanta anni in Russia si riparla dei “Protocolli di Sion” contro gli uomini della rivoluzione e poi dello stalinismo? E di regola tacendo della vergognosa storia dei “camici bianchi”, prodotto dell’ultimo stalinismo che si aggancia, prima e dopo la guerra, al nazionalismo più oscuro, estraneo alla dottrina del partito fino allora. (…)

Insomma, in prima ipotesi si può dire che il quadro è totalmente mutato rispetto alla prima metà del secolo, ma che in esso è anche mutata o venuta meno una componente essenziale del secondo dopoguerra: l’internazionalismo del movimento comunista e democratico dell’Europa antifascista. Perché antifascismo e antinazismo non poterono essere nazionalisti per una contraddizione di principio, obbligati a vedere nel nazismo il nazionalismo nelle sue forme ultime. Lo dice splendidamente il carteggio Arendt-Jaspers . Anche questa è una storia di mutamenti di orizzonti che andrebbe fatta. E forse l’antisemitismo di oggi è anche figlio della caduta di questa specifica “laicità” rispetto alle “radici”, che fu coscienza comune per un non brevissimo momento davanti ai campi di sterminio e i cadaveri che ne uscivano a palate. Era una storia europea, dell’Europa ipernazionale.

Nel razzismo è il nazionalismo nella sua componente inconscia o non dicibile che lancia un segnale.15

Un cambiamento di rotta sulla scia del tramonto di un importantissimo, quanto altrettanto criticabile nella sua realizzazione, punto di riferimento ideale della sinistra europea, l’Unione Sovietica. Sempre nel maggio di quell’anno il PCI diffuse attraverso le pagine del suo organo stampa un comunicato che usciva dalla penna di un suo non meglio definito “Gruppo di lavoro per i rapporti con l’ebraismo”:

Il gruppo PCI per i rapporti con l’ebraismo italiano insiste anche sull’importanza di evitare e combattere ogni confusione e sovrapposizione, di cui anche in questi giorni ci sono stati esempi gravi, tra il conflitto mediorientale e il riesplodere dell’antisemitismo in Europa; il conflitto tra israeliani e palestinesi è un conflitto nazionale, non razziale; l’Olocausto, la persecuzione nazista non hanno nulla in comune, non sono paragonabili con tale tragico conflitto. Forte e positiva è stata, in tutta Europa, la reazione di massa contro la ripresa antisemita. Ma bisogna essere consapevoli che il crollo dell’assetto europeo scaturito dall’ultima guerra fa riemergere pulsioni, sentimenti e forze reazionarie organizzate. Vi è su questo terreno, un compito inderogabile e qualitativamente nuovo per la sinistra e le forze democratiche, che devono sradicare questi germi patogeni, in collegamento con la battaglia più generale contro ogni forma di razzismo e intolleranza.16

Tra queste righe si poteva leggere una imminente nuova linea programmatica e una parziale denuncia delle distorsioni provocate da quella precedente. Spettava alla sinistra il compito di contrastare le nuove forze reazionarie europee che avevano ripreso spazio dopo il crollo dell’assetto europeo postbellico. E farsi carico anche della difesa delle minoranze da ogni forma di razzismo. Bisognava riscoprire i principi del proprio patrimonio storico a cominciare da quello antifascista. Il PCI si accorse degli eccessivi sconfinamenti nel giudizio sul conflitto israelo-palestinese e tentò in extremis di ricucire gli strappi con la realtà ebraica italiana. Di lì a poco si sarebbe scisso in due correnti.

Finora abbiamo accomunato nella nostra riflessione le opinioni espresse dall’Unità e dal Manifesto, ma a partire dagli anni novanta questa assimilazione non risulta più corretta. Se prima sotto differenti argomenti le posizioni dei due giornali sembravano convergere in questi anni tali convergenze non sono più riscontrabili.

Il Manifesto subito dopo la guerra nel Golfo diede ampio spazio agli interventi di intellettuali palestinesi e rappresentanti dell’OLP in Italia. Fino al 1992 il capo di governo israeliano rimase Shamir, e fu lui che rappresentò Israele alla conferenza di pace di Madrid apertasi dopo il conflitto. La diffidenza del giornale nei confronti del processo di pace si ispirava al rifiuto di una “pax americana” nella regione mediorientale, un rifiuto che seguiva una posizione di strenua opposizione alla guerra tenuta durante il conflitto nel Golfo. Tale diffidenza valeva anche per Shamir in quanto aveva preteso che i rappresentanti palestinesi a Madrid fossero eletti dalla popolazione della Cisgiordania e accompagnati da una delegazione giordana. Shamir escludeva ancora Arafat come legittimo rappresentante della causa palestinese. Se le posizioni antisraeliane furono attutite da toni meno inquisitori, la logica interpretativa generale non mutò sostanzialmente17. Il Manifesto pubblicò però in quegli anni una lunga inchiesta e un articolo importanti poiché toccavano le questioni più spinose del rapporto tra la sinistra, Israele e l’ebraismo.

Le tre inchieste furono condotte da Andrea Colombo sul rapporto sinistra-ebrei di sinistra. Intervistò gli esponenti del Gruppo Martin Buber, ebrei per la pace, i ragazzi della FGEI (Federazione giovani ebrei italiani) e gli esponenti ebrei del PCI. Andrea Colombo riteneva importante fare delle premesse. “La guerra del Golfo – scriveva – ha infatti riproposto un copione che si ripete almeno dall’ ’82 : ogni esplosione della santa Barbara mediorientale innesca polemiche sul rapporto tra sinistra e mondo ebraico, con tanto di reciproche e violente accuse”. Questa “ostilità laica verso gli ebrei (…) coinvolge proprio la sinistra che ha inscritta nel proprio codice genetico la negazione di ogni pregiudizio razziale, e la cui vicenda storica ha coinciso spesso con la lotta contro l’antisemitismo”. Tuttavia constatava che “le critiche dei militanti ebrei non si sono mai spinte fino ad abbracciare le tesi che identificano l’antisemitismo con l’antisionismo”. (…) “Se la guerra del Golfo ha davvero registrato l’inizio del disgelo tra sinistra diffusa e mondo ebraico, sarà la prima inversione di una tendenza che data dal ’67 e che ha toccato il suo apice nell’ ‘82”. (…) In questo modo si era visto accumulare “una grave ignoranza – nelle parole di Anna Rossi Doria, consigliera comunale a Roma eletta nelle liste del PCI – perché né la sinistra istituzionale né i gruppi extraparlamentari hanno saputo svolgere in materia un ruolo pedagogico”18.

I movimenti giovanili interni alle università, secondo quanto risultava dalle opinioni che raccolse fra i loro rappresentanti, non riuscivano a slegare i pregiudizi “classici” sugli ebrei dal dibattito sul sionismo per una specie di “riscoperta decontestualizzata delle ipotesi sul popolo-classe di Abram Leon, ebreo marxista morto ad Auschwitz” dove riecheggiava “il glossario degli ebrei avidi e usurai”. Egli riportava poi l’opinione di Giorgio Gomel membro del Martin Buber: “Il sentirsi ebrei si è trasformato da un fatto personale a una vicenda di comunità” e per quanto concerne Israele il “metterne in discussione l’esistenza è un atto di antisemitismo così come il cercare di imporre alla diaspora di schierarsi contro Israele. Queste posizioni estendono a una comunità e a un popolo interi il giudizio su un governo”19.

Nell’inchiesta conclusiva Combo rilevava come “la radice antisionista e non antisemita” delle opinioni di sinistra rimanesse evidente nonostante le “sbavature e le identificazioni indebite” di molti giovani militanti. A suo dire quello che toccava direttamente la sensibilità degli ebrei era certamente “la querelle culturale che accompagna e rispecchia il conflitto israelo-palestinese”. “Lo scontro politico – scrisse – si riflette in una serie di minuziose dispute storiografiche, il cui peso politico sfugge a chi non conosce bene i termini del problema”: ad esempio “la riduzione dell’identità ebraica a fattore religioso” oppure l’insistere sulla “mancanza di continuità tra gli antichi ebrei e quelli di oggi” (tesi che consentiva di contestare il “diritto storico” degli ebrei a vivere in Palestina). “E’ questo – concludeva – il senso politico dell’articolo contenuto nella Carta dell’OLP che definisce l’ebraismo esclusivamente come religione”. Era “la teoria del non-popolo”. Lasciava poi spazio alle parole di Victor Magiar, un altro esponente del Martin Buber, che si espresse così su questo aspetto:

Nella sinistra agisce un meccanismo classico, usare ogni argomento possibile a difesa della posizione per cui si parteggia. Così è inevitabile adottare anche i luoghi comuni dell’antisemitismo. Tanto più che, all’inizio della resistenza, i palestinesi avevano fatto proprio il bagaglio teorico di destra che la sinistra ritiene di dover difendere ancora, come la tesi per cui gli ebrei sarebbero un non-popolo. Direi anche che la sinistra ha nel suo patrimonio le rivoluzioni che davano diritto all’uguaglianza, ma quella che dà diritto alla diversità non è ancora stata inventata.

Col “nodo dell’identità – diceva Magiar – è impossibile misurarsi senza essere disposti a scendere in profondità”. E concludeva il discorso citando un leader di Autonomia degli anni ’70: “Oggi quella dei due Stati è la soluzione migliore. Ma da comunista non posso che sperare che domani non esista più alcuno stato”20.

E’ probabile che i redattori del Manifesto volessero dare spazio ad interventi riconcilianti e chiarificatori senza esporsi a una autocritica diretta. Il 23 marzo 1993 il giornale pubblicò un articolo d’ approfondimento sull’identità ebraica nella sua relazione con Israele. Attraverso il confronto delle posizioni di due grandi romanzieri come Roth e Vidal, David Bidussa, l’autore dell’articolo, pose all’attenzione dei lettori la complessità dei rapporti tra Israele e la diaspora mondiale.21

L’autocritica fu molto più facile per l’Unità espressione ora di un nuovo partito e di un nuovo gruppo redazionale. L’impennata degli atti più o meno gravi di vandalismo compiuti dai movimenti neonazisti non aveva lasciato immune dal contagio l’Italia. Nel settembre del 1992 furono danneggiati prima a Berlino poi a Sachsenhausen, in Germania, i monumenti dedicati alle vittime della Shoà. Nel novembre dello stesso anno a Roma molti negozi, alcuni di proprietà di ebrei, furono tappezzati con stelle gialle di David con su scritto: “ Fuori i sionisti dall’Italia”. A questo episodio fece seguito la reazione dei ragazzi del vecchio ghetto ebraico romano che si scagliarono contro le sedi dei movimento neonazisti con spranghe e bastoni. Quando a Torino, nell’aprile dell’ ’88, fu data alle fiamme la libreria Rosa Luxemburg, di proprietà di Angelo Pezzana, personaggio ritenuto filo-sionista, la stampa sembrò quasi non accorgersi del fatto. Non fu così per gli episodi romani del 1992.

Furio Colombo si sentì di portare “alcune riflessioni sul nuovo antisemitismo che sta(va) emergendo in Italia” e lo faceva scrivendo all’Unità motivandone la scelta: l’ Unità aveva “pubblicato, durante la guerra del Golfo e nei suoi momenti più confusi e agitati, gli interventi limpidi di Fassino e di Pasquino in difesa d’Israele”, infatti “durante i giorni della guerra del Golfo l’ombra del pregiudizio – in Italia – è apparsa a sinistra”; in quei giorni “Israele era visto come il nemico e c’era persino chi non nascondeva il compiacimento per gli scud che – dall’Irak – colpivano un paese che non era in guerra e non era colpevole”. Sebbene gli eventi facevano apparire quei giorni “lontani”, quelle ferite “rimarginate” e quegli “equivoci un brutto ricordo” – scriveva – (…) “quello che accade ora in Italia non si spiega (non solo) come conseguenza di un pensiero fascista sopravvissuto al lungo intervallo del dopoguerra” (…) e, aggiunse, “non credo si possa continuare a dire che non c’è mai stato un vero e diffuso sentimento di antisemitismo in Italia”. Le marce del MSI, i sondaggi sull’antisemitismo pubblicati da l’Espresso, le scritte sui negozi di Roma, l’accusa alla trasmissione Sorgente di vita di essere “antitaliana” erano fatti che non potevano essere posti in secondo piano rispetto ai più positivi negoziati di pace e delle aperture vaticane verso Israele:

Io ricordo, dai giorni del Golfo, alcune dichiarazioni contro il sionismo che non potevano trovare altra traduzione che in sentimenti, sia pure non chiariti e inconsci, di ostilità contro gli ebrei, o almeno contro il diritto di una parte dei cittadini italiani a dichiararsi ebrei. Ricordo la tenacia con cui – usando espressioni care a Goebbels – si continuava a definire il sionismo (che è il desiderio degli ebrei del mondo ad avere una propria patria, un fenomeno identico, per cultura e sentimenti e storia al Risorgimento italiano) un complotto internazionale, qualcosa di oscuro in cui si trama nell’ombra, ovviamente con slealtà verso la propria patria.

Bastava poco per soddisfare la spinta provocatoria dei neo-fascisti:

(…) Basta scrivere, l’una accanto all’altra, la parola ebreo e la parola sionista ,(…) uno scambio di parole ( sionista per ebreo, per nemico). Così l’odio – come le radiazioni disperse dai reattori – rimane attivo. E assistiamo a questo paradosso. Si chiede agli ebrei di tornare a casa. Glielo chiede la stessa gente che quella casa ha sempre voluto distruggerla. (…) Un grave equivoco si è innescato dirigendo verso Israele una ostilità di massa, anche politica, che ha finito per raccogliere a bordo schegge attive di vero razzismo.

C’erano due modi, secondo Colombo, per interpretare gli eventi di Roma che videro come protagonisti i giovani ebrei:

Uno: è una risposta all’altezza della provocazione: cieca, sbagliata. L’altro: è la sindrome del Ghetto di Varsavia, una febbre da assedio, una certezza di solitudine, l’impressione di dover rompere, anche con la violenza, la trappola senza uscita della storia. Una netta revisione critica è urgente. (…) Cominciamo a non illuderci della marginalità di questi fatti (…), cerchiamo di ricordare che cosa viene prima, dalla Shoah fino alla guerra del Golfo.22

Nello stesso numero che ospitò Furio Colombo, l’editoriale, dedicato agli episodi romani, fu firmato da Valter Weltroni. Egli condannava con forza i vergognosi atti antisemiti ma giudicava sbagliata la reazione degli ebrei romani. Rispondere a una provocazione del genere era sbagliato “perché nessuno in uno Stato di Diritto può costituirsi in giustizia separata” e lo Stato da parte sua doveva garantire sicurezza “ad ogni cittadino, ad ogni comunità, ad ogni minoranza, ad ogni persona”. Per Veltroni la transizione che viveva l’Europa aveva portato al risveglio dei “mostri del passato: xenofobia, l’odio di razza, la violenza”. “Per fortuna – concludeva – ora diversamente da allora, lo Stato, le istituzioni, l’opinione pubblica sono dalla parte di quella gente e del suo diritto a vivere tranquilla, senza nessuna violenza”23. Anche Rossanda concordava, come del resto gran parte della sinistra, sul fatto che l’antisemitismo di quegli anni fosse frutto del vuoto creato dalla trasformazione dell’assetto europeo. Rossanda non condannava l’iniziativa degli ebrei romani dal momento che il MSI veniva tollerato come un partito normale sebbene la legge vietasse “la ricostruzione e l’apologia del fascismo”. Scrisse:

Reagirebbero anche i somali o i senegalesi, se non fosse che verrebbero immediatamente imbarcati nei cellulari fino all’aeroporto. Gli ebrei sono italiani, e se hanno deciso di chiudere con il ruolo di vittime sacrificali – per il quale i non ebrei li lodano molto salvo spedire le squadracce – hanno ragione”24.

L’intervento di Furio Colombo esaltava il coraggioso processo di rinnovamento politico del giornale che aveva davanti a sé tutte le sfide politiche del futuro ed esortava il gruppo democratico della sinistra ad andare più a fondo nella riscoperta di quello che l’antisemitismo aveva significato nella storia d’Europa. La sinistra necessitava di una nuova identità nazionale e internazionale. Il tramonto dell’Unione Sovietica aveva significato anche il timore della fine di quell’internazionalismo socialista ispirato al sostegno delle lotte dei popoli oppressi, pilastro concettuale degli orientamenti di partito in politica estera. La sinistra italiana modellò la nuova identità intorno alla ricostruzione di un passato dove era stata protagonista delle grandi lotte di liberazione dai regimi fascisti e nazisti. Questo si tradusse nella esaltazione della Resistenza come moto d’opposizione a tutto ciò che di atroce e disumano aveva prodotto l’ideologia nazionalsocialista. Il 1992 fu l’anno della “Memoria” della Shoà per il Partito Democratico della Sinistra. Durante tutto l’arco annuale l’ Unità diede moltissimo spazio ai temi dell’antisemitismo e delle persecuzioni razziali del passato. Ospitò inoltre diversi interventi di intellettuali, artisti e militanti progressisti israeliani su tali temi. La scelta del richiamo al ricordo fu veramente massiccia. Furono ricordati i deportati italiani attraverso testimonianze di sopravvissuti, anche di antifascisti finiti in campi di concentramento; furono dedicate intere pagine alla storia della Shoà in coincidenza con le ricorrenze delle date più significative: il 16 ottobre 1943, il giorno del rastrellamento del ghetto di Roma, e il giorno della “notte dei cristalli” nella Germania nazista.25

Molti pensavano che la Shaoà avesse finalmente ritrovato il suo posto nella storia. Nel 1993, l’avvio di un vero processo di pace in medioriente venne simboleggiato dalla stretta di mano tra Rabin ed Arafat a Whashington. Questo segnava, secondo l’opinione di Andrea Barbato, la fine di “un contrasto che ha lacerato le coscienze del mondo civile, suscitando passioni estreme”.

Ora il nodo potrà essere sciolto dagli storici: la grande guerra di armi, di emozioni, di parole è finita. E forse può finire anche almeno un aspetto dell’antisemitismo, quello che pretestuosamente legava le ragioni razziali a quelle statali, la Gerusalemme eterna a quella politica. Forse ora anche l’Olocausto ritrova il suo posto nella nostra cultura, non più oscurato dai carri armati della stella di Davide26.

Furono troncate così le cicliche discussioni sull’antisemitismo moderno e sull’antisionismo e la Shoà tornava a ricoprire uno spazio culturale tra le pagine di storia e non più tra quelle di attualità. Questa visione confermava quella tendenza a considerare l’antisemitismo come il risultato necessario di una ideologia nazionalistica di destra. Quello che rimase inesplorato fu il significato della coscienza della Shoà per la società israeliana e dunque dell’esistenza stessa dello Stato d’Israele. L’era beginiana non fu solamente una brutta parentesi nella storia d’Israele ma costituì anzi un passaggio importante nella ricerca identitaria di quel paese. Anche per la società israeliana un mito si avviava al tramonto: l’ ideologia socialista del primo sionismo che voleva forgiare un “uomo nuovo”. Anche Israele tornava alle “radici” che erano quelle dell’ebraismo europeo distrutto dal nazismo.

Alla fine del 1993 si chiudeva un altro capitolo, il Vaticano riconobbe lo Stato d’Israele. Il corrispondente del Manifesto in Israele lo commentò: “L’ambigua, e ambivalente, posizione teologica della chiesa nei confronti dell’ebraismo finora non è mutata”. Il mancato riconoscimento d’Israele fu “un freddo calcolo di convenienza politica”. Sebbene l’apertura della chiesa si riferisse “formalmente e essenzialmente alla dimensione diplomatica”, essa avrebbe dovuto dare anche la sua “disponibilità ai cambiamenti necessari per chiudere con la lunga storia oscurantista che ha alimentato la più triste tradizione antisemita”.27

1 P.So., “C’è un antisemitismo che nasce a Tel Aviv”, in l’Unità, 13 agosto 1982, p.13

2 Tom Segev, Il settimo milione, Mondadori, 2001, p. 368

3 Andrea Aloi, intervista a Maxime Rodinson, “Israele, la colpa. Tel Aviv sfida le leggi della storia”, in l’Unità, 26 settembre 1982, p.11

4 Tom Segev, cit. , p.369

5 Vedi l’Unità, 09 luglio 1982.

6 Vedi l’Unità, 06 agosto 1982.

7 PCI, comunicato ai lettori, “Invito a ragionare”, in l’Unità, 11 ottobre 1982, prima pagina.

8 Romano Ledda, “Una tragica storia di errori politici”, in l’Unità, 19 aprile 1983, editoriale.

9 Vera Pegna, “Storia di parte”, in il Manifesto, 7 gennaio 1984, p.8

10 Raja Rothem, “Dove nasce il razzismo di Israele”, in il Manifesto, 4 aprile 1984, p.2

La sua premessa era stata questa: Il razzismo, così diffuso in Israele, trae linfa vitale da diverse fonti e tende ad esprimesi con gradazioni e in forme molto diverse tra di loro. In parte esso è connesso a un certo modo di vivere la religione. In base alla Bibbia, Israele è il popolo eletto, una caratteristica che gli dà diritti e doveri particolari.

11 Maurizio Galvani, “I veleni della guerra Israele-Olp”, in il Manifesto, 30 ottobre 1985.

Il 7 novembre 1990, fu assassinato a New York, durante una sua conferenza, Meir Kahane, fondatore del Kach, partito di estrema destra. Entrò con un seggio alla Knesset nel 1984 ma ne fu estromesso nel 1988. Il Kach era collegato a un gruppetto estremista terroristico, il TNT (Terror against Terror). Americano di nascita, fondatore della Jewish defense League americana, emigrò in Israele nel 1957. Il Gush Emunim (blocco della fede) era l’organizzazione di un gruppo di coloni estremisti. Furono loro a volere la distruzione del villaggio di Yamit, nel Sinai, prima della restituzione all’Egitto.

12 Rossana Rossanda, “Da dire a Shamir”, in il Manifesto, 16 febbraio 1988, editoriale.

Il giornale titolava a grandi lettere in prima pagina: TERRORISMO ISRAELIANO, e sottotitolava: La “nave del ritorno” non è partita. Ieri a Cipro gli uomini dei servizi segreti israeliani hanno fatto saltare in aria la nave (vuota) acquistata a sorpresa dall’Olp per riportare ad Haifa i palestinesi deportati.

13 In quegli anni si spensero anche le voci più famose dell’ebraismo europeo. Primo Levi si suicidò il 12 aprile del 1987. Isaac Bashevis Singer morì il 25 luglio 1991 e Natalia Ginzburg, nell’ottobre dello stesso anno.

14 Filippo Gentiloni, “Nazionalismo, veleno antiebraico”, in il Manifesto, 20 maggio 1990, p.4

15 Rossana Rossanda, “Eravamo tutti ebrei tedeschi”, in il Manifesto, 24 maggio 1990, speciale. Nello stesso numero, dedicato all’antisemitismo, è pubblicato un articolo di Filippo Gentiloni, “Europa Cristiana. Quale posto per gli ebrei? Nessuno”, dove si legge una critica del pontificato internazionalista di Woytila come possibile elemento sostitutivo di quello comunista e con accenni al tentativo di appropriazione della memoria della Shoah da parte cattolica attraverso la questione del Convento delle suore Carmelitane ad Auschwitz. Anche Rossanda, nell’articolo citato sopra, riferendosi ai fatti polacchi, aveva sostenuto che la comparsa di un nuovo antisemitismo non lasciava immune la cattolicità, parte indiretta del risveglio nazionalistico. Scrisse: “E’ roba vecchia, residuale, o no? E se è vecchia, perché ritrova questo impatto? La domanda riguarda anche la chiesa polacca e l’enfasi assunta dal papato di Woytila. Anche qui siamo in presenza d’una forma, stavolta credo davvero inedita di antisemitismo, nell’apparentemente ecumenica tendenza a fare dell’ebraismo una parte del cristianesimo, un prima che si pone in continuità e dovrebbe concludersi nel riassorbimento: il carmelo di Auschwitz è stato il banco di prova d’una manovra che ha provocato la giusta reazione degli ebrei. L’abbraccio tendeva non ad esaltare ma ad azzerare”. Le polemiche tra cattolici ed ebrei polacchi ebbero molto risalto nel settembre 1989. Nell’ottobre dello stesso anno, dopo che il Vaticano ebbe decretato l’evacuazione del Convento delle carmelitane, venne assassinato il presidente del “comitato Auschwitz”, il negoziatore membro dell’organizzazione ebraica polacca.

16 Comunicato del PCI, intervento del Gruppo di lavoro del PCI per i rapporti con l’ebraismo italiano, in l’Unità, 22 maggio 1990

17 Quando si spense Menachem Begin, nel marzo 1992, il giornale titolò: “Muore uno dei più duri sostenitori dell’espansionismo israeliano. L’ex premier israeliano aveva rappresentato una curiosa combinazione tra liberalismo e razzismo”. In Il Manifesto 10 marzo 1992 p.4.

18 Andrea Colombo, “Stelle di David e bandiere rosse”, in il Manifesto, 26 marzo 1991, p.10.

19 Andrea Colombo, “Fuori e dentro le mura di Sion”, in il Manifesto, 28 marzo 1991, p.10

20 Andrea Colombo, “Uguali per amore o per forza. La sinistra difronte all’identità complessa dell’ebraismo”, in il Manifesto, 30 marzo 1991, p.10

21 David Bidussa, “Cittadinanza da inventare”, il contrasto tra Roth e Vidal , in il Manifesto, 23 marzo 1993, p.11.

22 Furio Colombo, “La parola ebreo, la parola sionista”, in l’Unità, 7 novembre 1992, p.2

23 Walter Veltroni, in l’Unità, 07 novembre 1992, editoriale

24 Rossana Rossanda, “Razzisti, Antisemiti, fascisti”, in Il Manifesto, 8 novembre 1992, editoriale.

25 “Memorie di Olocausto”, due interviste sul regime di Vichy e il racconto di una deportata italiana. Un riquadro: “Italia:le cifre delle persecuzioni” (8566 deportati, 7557 furono gassati ad Auschwitz e Bergen Belsen), 18 luglio 1992, p.17;

“Ragazzi-nazi, vi parlo del mio lager”, Giovanni Melodia, Dachau 56675, la memoria di un antifascista. 2 settembre 1992, prima pagina;

16 ottobre 1943 - 16 ottobre 1992, La memoria italiana, p.17:

“La notte degli innocenti”, intervista a Tullia Zevi di Letizia Palazzi

“Dal Tevere ad Auschwitz”, racconto del rastrellamento del ghetto di Roma di Wladimiro Settimelli;

“La Notte dei cristalli” editoriale a cura di Nicola Tranfaglia e uno speciale “174517” , vengono pubblicati il 9 novembre 1992;

Un editoriale e una pagina cultura dedicate a Hanna Arendt, 8 dicembre 1992.

26 Andrea Barbato, “Una giornata indimenticabile”, in l’Unità, 14 settembre 1993, editoriale.

27 Zvi Shuldiner, “Diplomazie e Religioni”, in il Manifesto, 30/12/1993, editoriale.

DUEMILA ANNI DOPO (titolo prima) il Vaticano riconosce Israele.

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© Morashà 2003 - Marta Brachini 2003

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