Tesi di laurea di Marta Brachini - Israele e l'ebraismo in due giornali della sinistra: L'Unità e Il Manifesto (1982-1993)


Capitolo 5: Il mondo arabo, ovvero il nemico buono

All’indomani dell’invasione israeliana del Libano viene ospitata dall’ Unità una polemica tra Carlo Maria Santoro, collaboratore del giornale, ed Ennio Polito, giornalista che si occupava con frequenza delle cronache dal Medio Oriente. Questo botta e risposta in ben cinque lunghi articoli è esemplificativo della posizione del giornale riguardo al mondo arabo negli anni ottanta. Illustra bene come la trattazione del conflitto israelo-palestinese prescindesse da qualsiasi considerazione sulla variabile del mondo arabo. Emerge a chiare lettere da questi articoli, infatti, che la realtà politica del mondo arabo non veniva messa in discussione: l’atteggiamento assunto in passato dai paesi arabi nei confronti di Israele non era considerato per nulla determinante alla luce degli sviluppi storici della situazione corrente. Si guadava al contrario agli effetti controproducenti delle scelte israeliane sul mondo arabo, spiegando l’ostilità araba verso Israele non come causa, ma come conseguenza delle guerre israeliane contro di esso (guerre certamente difensive ma che avevano prodotto occupazioni territoriali indebite).

Ennio Polito sosteneva che nella questione mediorientale si era verificato un “rovesciamento dei ruoli” rispetto agli equilibri regionali dell’immediato dopoguerra. A suo avviso, il mondo arabo, pur avendo inizialmente dimostrato il suo “rifiuto” con la prima guerra arabo-israeliana del ’48-’49, avrebbe poi gradualmente assunto posizioni più concilianti nei confronti di Israele. Israele, invece, si sarebbe servita del rifiuto arabo per impedire la nascita di uno stato palestinese. Scriveva:

Da allora ( dal ’48-’49), la sola idea di uno Stato palestinese sarebbe stata considerata anatema e respinta come attentato alla esistenza di Israele, ogni sospetto di un’evoluzione delle posizioni arabe e palestinesi, collegata al piano del ’47, punito con le armi.

Il paradosso dei tre decenni e più seguiti al voto dell’Assemblea (dell’ONU del 1947) è proprio in questo rovesciamento di ruoli, che il voto ha avviato, per cui la parte che si era presentata come più ragionevole è uscita sempre più allo scoperto con il suo sostanziale rifiuto di coesistere sullo stesso suolo, mentre l’altra è venuta rivedendo, in un lungo arco di tempo, la sua intrattabilità, per porre le sue rivendicazioni nel solco tracciato alle Nazioni Unite.

Fingere che il progetto e il voto del ’47 non siano mai esistiti e assumere come unico metro della ragionevolezza dell’OLP la risoluzione adottata venti anni più tardi dal Consiglio di Sicurezza, sotto il pesante condizionamento dell’asse Washington – Tel-Aviv, che parla di riconoscimento di Israele ma tace sulla questione palestinese, significherebbe…accettare come unica legittimazione dello Stato ebraico la legge del più forte.1

Polito metteva l’accento sul fatto che dopo la Risoluzione ONU del 1967 ci si fosse dimenticati del diritto dei palestinesi ad uno Stato, ventilato venti anni prima dalla stessa istituzione che aveva ratificato la nascita di Israele. Riteneva che l’esistenza dello Stato d’Israele non fosse in pericolo e che discutere sulla “sicurezza” costituisse un modo per tergiversare sull’urgenza della creazione di uno Stato palestinese.

La miccia che innescò la polemica fu l’articolo di Carlo Maria Santoro, pubblicato lo stesso giorno e nella stessa pagina di quello appena citato, di opinione assai divergente da quella di Polito. L’Autore sosteneva la centralità della risoluzione ONU del 1967 nella comprensione delle strategie messe in atto dal governo israeliano: l’importanza del concetto di sicurezza, il nuovo assetto politico risultante dalla linea di Camp David, e dunque la prospettiva e le implicazioni di potenziali accordi bilaterali col mondo arabo del rifiuto. Santoro constatava che “Israele è e si sente un paese accerchiato” e la sua condizione poteva essere paragonata a quella di “un’isola” circondata da “un mare di nemici”. “La sua sicurezza – scriveva, però, non può far leva esclusivamente sulla superiorità militare. Deve avere l’obiettivo di liquidare l’assedio che si concretizza in due tipi di minacce: quella convenzionale rappresentata dagli eserciti dei paesi arabi e quella più sottile, dei palestinesi, che sono una entità inafferrabile resa più forte dalla loro deterritolializzazione”. Argomentava poi così le sue affermazioni:

La formula magica che bene esprime questo concetto è contenuta nel testo della Risoluzione 242 delle Nazioni Unite del 22 Novembre 1967 quando enuncia il principio voluto da Israele del “rispetto e riconoscimento della sovranità, della integrità territoriale e dell’indipendenza di ogni stato della regione e del loro diritto di vivere in pace entro frontiere sicure e riconosciute”.

Il cuore concettuale di questa formula è dato dall’espressione frontiere sicure.

In un sistema statico, dove i confini sono antichi e giustificati da frontiere naturali e/o etnico-linguistiche evidenti il principio della sicurezza non porrebbe alcun problema.

Ma in un sistema dinamico nel quale i conflitti sono stati a suo tempo alimentati dalla immissione forzata di un nuovo attore etnico (gli Ebrei) con ambizioni di identità territoriale proporzionali al proprio senso di incompiutezza (Israele), e a spese di precedenti insediamenti (i Palestinesi), la definizione di sicurezza è del tutto arbitraria e può essere dilatata o ristretta a piacere.

Il paradosso di Israele è diventato quello di poter vincere ogni guerra contro gli arabi, ma di non poter guadagnare nessuna pace stabile.

Su questa contraddizione di fondo sono caduti i governi laburisti ed è salito al potere Begin .2

Secondo Santoro, Begin aveva scelto di “definire il criterio di sicurezza secondo direttrici schiettamente geo-strategiche, invece che politico-diplomatiche, lasciando alla trattativa diretta e bilaterale con i singoli paesi arabi il compito di definire i termini della pax israeliana”. Begin avrebbe dato inizio così “al suo progetto imperiale proprio con un atto di pacificazione”.

Ennio Polito, in risposta a Carlo Maria Santoro, scriveva, sotto forma di lettera al direttore del giornale, di non potere esimersi “dal contestare le tesi contenute nell’articolo” dal momento che conteneva “un’analisi e una serie di giudizi in aperta antitesi con la giusta lotta che il nostro partito conduce contro l’invasione israeliana del Libano”. E poi perché “per il suo contenuto e per il momento in cui appare, questo articolo rischia di offuscare la chiarezza del nostro impegno”:

(…) I rapporti di forza convenzionali e lo stesso contesto internazionale in cui il conflitto si colloca sono sempre stati e restano tali da garantire ampliamente la sicurezza di Israele. Il rifiuto di cui questo stato è di natura politica e non è affatto irriducibile. La sua riduzione e la sua eliminazione dipendono per intero da una disposizione, purtroppo inesistente, di Israele a riconoscere i diritti altrui.”

(…) Quando Santoro definisce una formula magica la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU,…, quando aggiunge che il cuore concettuale di questa formula è la nozione di frontiere sicure e quando riduce la nazione palestinese a precedenti insediamenti, egli non fa che spezzare una lancia a favore dell’interpretazione che i dirigenti israeliani hanno dato di quel testo, buttando via tutto ciò che suona condanna del loro espansionismo e adoperando quella fase come alibi per il suo ulteriore sviluppo.

(…) Addirittura strabiliante mi sembra infine l’affermazione secondo la quale l’invasione del Libano sarebbe soltanto l’applicazione, sia pur criticabile, della nozione di frontiere sicure e potrebbe portare “perfino alla pace sia pure sotto l’egida della stella di David”, mentre “l’unico vero rischio” sarebbe il passaggio al mito della “grande Israele”. Dir questo significa dimenticare l’enormità di ciò che è già avvenuto e sta avvenendo e dire sì a un’ idea della pace che non può essere nostra.3

Ennio Polito non ammetteva alcun allargamento di campo nelle analisi se questo avesse dovuto compromettere l’impegno del partito a favore dei diritti dei palestinesi. Era inconcepibile a suo avviso prendere in considerazione il punto di vista israeliano sia per quanto riguardava il rifiuto arabo e la percezione della sicurezza, sia per la discussione sulla strategia diplomatica o militare adottata da Israele.

Santoro apriva così la sua replica a Polito:

Non capisco bene perché Ennio Polito si sorprenda tanto delle cose contenute nel mio articolo, e senta il bisogno di rammentarmi giudizi politici e valutazioni ideali che, in larga massima, condivido da anni e che mi pareva superfluo ripetere ad ogni occasione, soprattutto in un’analisi strutturale dei movimenti, delle forme di comportamento e delle opzioni politiche che il governo israeliano sta sviluppando in questo momento di acutissima crisi dell’area mediorientale.

E specificava poi le sue intenzioni:

Il pezzo si proponeva infatti di descrivere il retroterra politico-culturale e strategico dell’invasione del Libano da parte di Israele, ma nella lettura che ne dà lo stesso governo di Gerusalemme.

Francamente ho l’impressione che ne sia uscito un ritratto assai poco lusinghiero della politica di Begin e del suo gruppo. (…)

Tutto questo non può cancellare tuttavia il fatto che Israele, dal punto di vista militare e geografico, è indubbiamente un paese accerchiato ed estraneo al sistema, debole quanto si vuole, dei paesi arabi, i quali nella gran parte – come Polito sa benissimo – si ripropongono ancora la sua distruzione. (…)

Sfido chiunque a provare che Israele, strategicamente, non è un paese insicuro, accerchiato e geograficamente difficile da difendere. Così come sarebbe altresì impervio dimostrare che l’annessione dei territori occupati nel 1967, con l’eccezione del Sinai, restituito agli egiziani, potrebbe diventare un fattore decisivo per risolvere il dilemma strategico di Israele.

(…) Resta un problema di fondo, quello palestinese, che proprio per la sua deterritorializzazione è disgraziatamente insolubile in termini di stretta geopolitica. Tanto più se – come è stato per il mio articolo – si adotta un metodo di analisi sistemica dei flussi di interazione fra attori nazionali a livello dell’intera regione mediorientale. (…)

E concludeva:

Un’ultima osservazione. Credo che il dramma libanese e le angosce della guerra non dovrebbero però farci dimenticare che il compito degli specialisti che scrivono su un giornale politico come il nostro, è quello di arricchire gli orizzonti disciplinari e le metodologie analitiche, invece di restringerli nei rassicuranti binari della salmodia ideologica.4

La conclusione Santoro spostò la polemica su argomenti di carattere strettamente tecnico-giornalistici. La discussione si concludeva dunque con una evidente divergenza di pensiero su quale avrebbe dovuto essere il fine etico del giornalismo: l’informazione o la propaganda. Un ultimo articolo, firmato da Ennio Polito poneva fine al diverbio. In definitiva, Polito ribadiva l’impegno del partito e del giornale nella “cruciale battaglia politica contro l’espansionismo aggressivo di Israele” ai quali stava a cuore sottolineare “l’indifendibilità dell’attuale gruppo dirigente di Tel Aviv e del programma che esso si sforza di condurre in porto”. Aggiungeva poi i suoi rilievi personali sulla posizione di Santoro:

Ciò che colpisce nel tono e nella sostanza dei suoi scritti è, innanzi tutto, un distacco politologico che contrasta in modo stridente con i sentimenti dei compagni, dei lavoratori, della gente comune (…).

(…) Sbaglio o ci sono qui, insieme, un pizzico di presunzione e un sotterfugio dialettico? Perché Santoro sa bene (oppure no?) che ogni dissertazione politologica finisce per avere il contenuto che le danno le omissioni, le descrizioni acritiche, o corredate di varie critiche formali, le distorsioni più o meno volute, l’equilibrio stesso stabilito tra i diversi dati di un problema, e che in una battaglia politica conta soprattutto questo. E perché quando gli argomenti contrari, solidamente fondati nella realtà di ogni giorno, vengono liquidati insinuando che si tratti di vecchiume propagandistico, sorge subito il sospetto che dietro lo specialista si nasconda in realtà qualcos’altro.

(…) Quante parole colte e specialistiche per dire - se ho ben capito – che ai palestinesi non si può restituire una parte almeno della loro terra, perché Israele vuole tutto per sé! E se provassimo a cambiare i flussi di interazione?

(…) Mi permetto soltanto di osservare che non è da specialista insistere nell’affermazione secondo cui i paesi arabi “nella gran parte si propongono ancora la distruzione di Israele”. Il processo a cui abbiamo assistito e assistiamo è – come a qualsiasi osservatore obiettivo di fatti politici non è sfuggitoproprio il distacco dall’intransigenza totale degli inizi e il moltiplicarsi di occasioni che il gruppo dirigente israeliano sembra ansioso di togliere di mezzo. Ciò vale per i palestinesi e, a maggior ragione, per gli Stati arabi, che sono oggi – dall’Egitto all’Arabia Saudita, passando per l’Iraq, la Giordania e la Siria stessa - su posizioni qualitativamente diverse da quelle che avevano nel ‘47-’48 (…) .5

La posizione di Ennio Polito rispecchiava la linea politica dell’ Unità e del PCI sul conflitto mediorientale. La redazione stessa chiuse l’articolo conclusivo con una nota ai lettori rassicurandoli sulle scelte politiche del giornale che erano, “ovviamente” , quelle riaffermate da Polito.

Un articolo che possiamo anche definire standard, dove si ripercorrono le “conquiste” israeliane nella storia del suo “espansionismo”, sintetizza bene la visione della sinistra riguardo al problema centrale della sicurezza nelle scelte politiche israeliane. Nell’articolo dell’ Unità a firma di Giampaolo Calchi Novati, il significato della distruzione di Israele che l’OLP propugnava non era altro che una lotta di un popolo che si batte per affermare i propri diritti “dentro Israele” . Egli specificava che “non esiste – è bene dirlo nel modo più chiaro possibile – una Palestina in guerra contro Israele preparando il suo annientamento, perché la Palestina è Israele e viceversa”. Perciò il sostegno alla causa palestinese doveva essere incondizionato e discutere sul come questa lotta avrebbe dovuto essere condotta, sulle idee che la motivavano e sulle strategie che la muovevano avrebbe equivalso a rifiutarle il sostegno. Il vero punto da discutere era, per l’Autore, la politica israeliana, ispirata ad una logica aggressiva da più di trent’anni. L’ascesa al potere della destra lo dimostrava poiché avvenne in un contesto di pacificazione con gli stati arabi, ormai rassegnati alla presenza di Israele nella regione: “(…)E non si dica – ultima raffinatezza del razzismo di sempre – che la colpa (della vittoria del Likud) è delle masse orientali di Israele. La verità su cui si sorvola è che l’aggressività di Israele è direttamente proporzionale alla condiscendenza degli arabi e non già il contrario”6. Per Calchi Novati Israele, nel piano delle sue “politiche di appeacement”, si sarebbe rivoltata anche contro i suoi protettori USA per evitare che l’OLP ne diventasse l’interlocutore diretto . In questo articolo ritroviamo il cuore concettuale delle tesi sostenute da Ennio Polito nel confronto con Santoro e dunque anche la posizione ufficiale dell’ Unità.

La polemica riportata facilita la trattazione della visione del mondo arabo nei giornali analizzati rendendo chiara la linea politica del PCI. Tuttavia per comprendere le origini di questo atteggiamento chiuso nei confronti delle motivazioni israeliane, oltre all’elemento ideologico, vanno valutati degli aspetti contingenti importantissimi: l’incidenza delle scelte di politica estera italiana in un assetto delle relazioni internazionali incentrate ancora sul bipolarismo e la politica sovietica nei confronti di Israele e del mondo arabo. Questi due elementi sono determinanti per capire il campo d’azione del PCI nella politica interna italiana e nella relazione che aveva con l’Unione Sovietica. Per comodità d’esposizione accenniamo prima alla realtà sovietica così come viene riportata nelle cronache estere dell’ Unità.

Scorrendo le pagine del giornale del giugno 1982, il mese dell’invasione israeliana del Libano, si incontrano profili dedicati alla posizione di Mosca su tale evento. Venivano commentate con frequenza le notizie riportate dalla TASS, l’agenzia di stampa sovietica, oppure le pagine dell’ Izvestija o della Pravda. Troviamo così una straordinaria corrispondenza dei contenuti teorici della stampa sovietica con quella italiana: un forte antisionismo e una incisiva propaganda antiamericana accompagnavano le affermazioni a favore dell’ impegno sovietico per l’affermazione della causa palestinese. Del resto la politica mediorientale dell’URSS era incentrata nello sforzo di contrasto dell’influenza americana nell’area, soprattutto dopo che i negoziati di Camp David I avevano avuto successo. Nel giugno ’82 Giulietto Chiesa, corrispondente dell’ Unità a Mosca, riferiva di una polemica tra l’ Izvestija e la Pravda sugli obiettivi strategici dell’operazione israeliana in Libano. Il giornalista della prima testata sosteneva che il primo obiettivo israeliano era quello di distruggere la resistenza palestinese ma la posta in gioco era più alta: lo scopo congiunto israeliano e americano era quello di frantumare ulteriormente l’unità araba. Nella Pravda si sosteneva che l’azione israeliana mirasse a “stabilire in Libano un regime pronto alla cooperazione con Israele” attraverso “l’elezione di un presidente del paese che sia gradito agli Stati Uniti e a Israele”7. Pochi giorni dopo il corrispondente dell’Unità segnalava che il governo sovietico “rimproverava sostanzialmente agli arabi di avere offerto il destro all’azione israeliano-americana” permettendo a Israele di “sfogliare un altro petalo dalla margherita araba nella sua impressionante voracità espansionistica”8 . Ancora in giugno si riportano le affermazioni del ministro degli esteri sovietico Gominko durante una conferenza stampa: “I palestinesi – veniva riportato – sono vittime di una campagna di sterminio, di un vero e proprio genocidio. Israele dovrebbe vivere in pace con i suoi vicini, ma non ci riuscirà mai continuando ad aggredirli”9. Il governo sovietico, secondo la TASS, polemizzando con il quotidiano egiziano Al-Ahram denunciava la “passività” e “l’indifferenza” dei paesi arabi nei confronti “dell’aggressione contro il Libano e del genocidio del popolo palestinese” la responsabilità dei quali ricade in larga misura “sull’Egitto e sulla linea sventurata di Camp David”10. Il corrispondente italiano osservava che a Beirut le due potenze si stavano fronteggiando “politicamente, diplomaticamente e militarmente”. Potremmo infine accennare al profilo del premier israeliano, secondo quanto riferiva la TASS, descritto come “super terrorista”, “un uomo accecato da un razzismo idiota e da idee scioviniste”, uno che “cammina sulle orme di Hitler”.11

Vanno a questo punto ricordati due importanti comunicati ufficiali del PCI usciti subito dopo lo scoppio della guerra in Libano. Un primo immediato appello generale per fermare uno “spargimento di sangue che rasenta il genocidio”12 e un successivo comunicato dove si vuole porre un ultimatum a Israele, “un ultimatum che lo costringa col ricorso alle più rigorose misure a cessare il massacro e l’aggressione” e dove “il PCI chiede anche che il governo italiano interrompa le relazioni diplomatiche con Israele”13. Quest’ultimo in modo particolare suscitò delle aspre critiche nei confronti dell’atteggiamento di serrata condanna dell’azione israeliana nel Libano da parte del Partito Comunista italiano.

I rapporti tra l’Unione Sovietica e il mondo arabo furono sempre strettissimi. Nel dicembre 1982 si tenne a Mosca un vertice tra la Lega Araba e i rappresentanti governativi sovietici. La politica estera italiana non era meno attiva nei confronti del mondo arabo con quale aveva intessuto intensi rapporti commerciali. Lo sforzo diplomatico italiano nei confronti della crisi mediorientale non andava oltre le dichiarazioni di principio a sostegno della causa palestinese. In molti nella stampa di sinistra avevano denunciato una tendenziale mancanza di iniziativa concreta dei governi italiani. Il Manifesto ricordava che Egitto e Arabia Saudita erano “due anelli importanti della catena che l’Italia ha costruito, a partire dai primi anni ’80, nel suo fronte sud: Mediterraneo, Africa settentrionale, Medio Oriente”. Da questa posizione privilegiata l’Italia avrebbe potuto farsi promotrice attiva del piano di pace saudita del re Fahd. Rimanere su posizioni ambigue avrebbe significato “perdere la faccia”, diceva Maurizio Matteuzzi, e “perdere la faccia vuol dire anche perdere miliardi considerato il livello dei rapporti economici fra paesi come l’Egitto e, soprattutto, l’Arabia Saudita e l’Italia: quasi 4 mila miliardi di lire e nove mila miliardi rispettivamente nel 1983”14. Nell’Unità si lamentava invece la mancanza di una linea politica concreta dell’Italia. Giancarlo Lanutti scriveva nel dicembre 1982: “Dall’inizio dell’anno si sono avute visite ufficiali in Arabia Saudita, Giordania, Israele, Libano; colloqui con dirigenti arabi a Roma, dal presidente libanese Gemayel al leader Arafat e al ministro degli esteri egiziano Kamal Hassan Alì fino al presidente Mubarak; la partecipazione di unità militari italiane alle forze multinazionali nel Sinai e a Beirut. L’apparenza è di una iniziativa serrata, di una serie di atti complessivamente rilevanti,…, ma non basta un succedersi di atti (talvolta anche contraddittori) a fare una politica”15.

Simili erano le critiche e i rimproveri rivolti al PCI dall’interno delle sue stesse file. In particolare la mancata traduzione dell’impegno politico assunto a parole in iniziative concrete. Dalle colonne dell’ Unità Emilio Sarzi Amadè denunciava “l’esistenza di una sorta di perversa contraddizione tra la novità e l’audacia delle affermazioni di principio e la loro traduzione nella pratica quotidiana, il loro divenire coscienza comune del militante” che avevano viziato i discorsi e le analisi politiche dei leader come di molti giornalisti di sinistra. Essi infatti non sarebbero riusciti a “liberarsi dalla eredità culturale costruitasi durante i decenni, smetterla come un abito vecchio, adeguando senza intoppi alle idee il modo d’azione”. Poiché “se si afferma un principio nuovo è necessario che se ne traggano tutte le conseguenze” per non correre il pericolo di accentuare il divario “tra il dirigente che elabora e conosce, o intuisce, i dati di una situazione e il militante che, mancando di strumenti adeguati di conoscenza, sarebbe costretto ad agire sulla base di vecchi sentimenti e di antichi schemi e a rifugiarsi in una azione fondata sulla retorica – sia pure una retorica rivoluzionaria – e sulla propaganda”.

Secondo Sarzi Amadè i principi che il PCI seguiva erano in linea generale validi (l’impegno italiano nei negoziati di pace per la restaurazione dell’integrità del Libano; il riconoscimento dell’OLP; la difesa del diritto all’esistenza dello Stato d’Israele; il dialogo tra le sinistre europee e le forze progressiste libanesi e il mondo arabo e con quelle pacifiste in Israele) ma non superavano un basso livello di realismo politico. Il PCI dichiarandosi a favore della difesa di Israele “avrebbe dovuto in realtà portarci ad analizzare con maggiore attenzione ciò che accadeva all’interno dell’Olp e nel più vasto mondo arabo, per dare davvero corpo alla nostra politica. Avremo allora visto che nell’Olp coabitavano due anime…due linee politiche contrapposte: quella della via politica e quella della violenza, quella che riconosce nei fatti (anche se non ancora a tutte lettere) il diritto all’esistenza dello Stato d’Israele, e quella che a tutte lettere ne propugnava la distruzione”.

Se era impossibile controllare le azioni altrui (quelle di Ragan, Assad, Gheddafi) era invece possibile, concludeva il giornalista, che attraverso una linea politica concreta dell’Italia si sarebbe potuto evitare di “trasformare la nostra forza di pace in Libano in un corpo di spedizione in Medio Oriente”. Ciò avrebbe potuto avvenire solo “attraverso una denuncia di non minore vigore di quella dispiegata contro Begin e Sharon ai tempi dei massacri di Sabra e Chatila” contro i componenti dissidenti dell’Olp al fine di rafforzare “la linea maggioritaria e realistica dell’Olp…liberando anche noi da quel complesso che ci fa ritenere che chi fronteggia Israele – come la Siria – continui ad essere, dopo tutto, un fattore positivo per la causa dei palestinesi. (…) Allora sì potremmo realmente diventare protagonisti autentici e non sostituibili del processo di pace e di soluzione dei problemi del popolo palestinese (e di quelli di Israele)”16.

Il PCI si era infatti dichiarato contrario alla decisione del governo italiano di affiancare americani e francesi nella missione di pace in Libano. Dal momento che il ritiro israeliano non era stato ancora completato, i dirigenti del PCI temevano che la presenza italiana in Libano potesse assumere il senso di un coinvolgimento bellico, soprattutto se ciò significava entrare in ballo dalla parte americana e israeliana. Avrebbe tenuto una posizione diversa se “l’invio del contingente italiano avveniva nella comune convinzione di tutte le forze politiche che ci sarebbe stato un pronto ritiro delle forze israeliane e che sarebbe stato finalmente riconosciuto il diritto del popolo palestinese ad un proprio Stato indipendente”. Ma dal momento che le cose non stavano così, si voleva “evitare un tragico coinvolgimento dell’Italia”. L’Italia aveva “il dovere di comunicare ai propri alleati e alle Nazioni Unite il ritiro delle sue truppe dal territorio libanese…contro il pericolo che l’Italia venga trascinata in una guerra”17. Enzo Roggi, giornalista di opinioni contrarie da quelle di Amadè, dava voce in un suo articolo alle preoccupazioni di fondo espresse dalla direzione del PCI: temevano che l’Italia avvicinandosi troppo alla linea americana perdesse la sua autonomia in politica estera. Enzo Roggi sosteneva che l’urgenza di una posizione netta dell’Italia sulle vicende del Libano fosse divenuta problematica proprio per il “delinearsi di una interpretazione americana della presenza in Libano”, ovvero una presenza in funzione anti-sovietica e anti-siriana. Il contingente italiano era “restato indenne” (dagli attentati contro obiettivi americani delle fazioni separatiste dell’Olp filo-siriane) grazie al fatto che “l’Italia ha tenuto aperti certi canali di dialogo con le forze libanesi e con la Siria”. La chiusura di questi canali avrebbe significato “schiacciare anche il nostro paese sulla linea della barriera reganiana” facendo “salire d’un colpo i rischi per i nostri soldati”, (…) “non è lecito instaurare giochi al rialzo sulla pelle dei nostri militari”. E Così concludeva: “Bisogna riconsiderare in tutta urgenza le gravi novità insorte il Libano e, dunque, la nostra presenza laggiù”. (…) “Un ritiro che non è una fuga ma la condizione per ridare forza a una iniziativa diplomatica e politica di pacificazione”18. Ne andava della “credibilità” e dell’ “autonomia” del Paese.

L’ambiguità italiana in politica estera era però anche tema di confronto politico interno al Paese negli stessi ambienti governativi. In almeno due importanti occasioni lo scontro avvenne tra Craxi e Andreotti da una parte e Spadolini dall’altra. Il caso Abu Abbas nel dirottamento dell’Achille Lauro mostra bene i termini dell’impaccio italiano difronte all’internazionalizzazione della crisi. Il governo italiano permise ad Abu Abbas, membro dell’OLP ritenuto successivamente implicato nel dirottamento, di fuggire l’arresto da parte americana. Spadolini, allora ministro della Difesa aveva “accompagnato il suo totale e motivato dissenso dall’operato del Presidente del Consiglio e del ministro degli Esteri con l’affermazione che non è in discussione la politica estera italiana ma solo il modo di condurre la lotta al terrorismo”. Nell’Unità Enzo Roggi definì questa distinzione “sofistica”: sarebbe stato come vedere “nell’Olp una centrale terroristica e in Israele la vittima con cui solidarizzare”. Spadolini, secondo Roggi, temeva in realtà una rottura del rapporto con gli alleati. Infatti la vera disputa, scriveva, era tra due anime politico-culturali italiane: “l’una di occidentalismo puro” e l’altra “di sensibilità terzomondista e perciò filo-araba”19.

In un'altra occasione la sinistra stigmatizzò il comportamento di Spadolini. Nel dicembre 1984, dopo il 17° Congresso dell’Olp, Spadolini era stato ricevuto in visita ufficiale in Israele da Peres e Shamir mentre Craxi aveva incontrato negli stessi giorni Yasser Arafat in Italia, motivo per cui Peres cancellò poi la visita prevista in Italia. Il Manifesto titolava le sue cronache: “Spadolini vede Peres e Shamir e annacqua le idee di Craxi sul Medioriente”; oppure “Trionfale tournee israeliana del Presidente Spadolini”. Questi scambi diplomatici ebbero luogo dopo l’insediamento nel governo israeliano di una coalizione del Likud e del Labur, che avevano ottenuto parità nelle elezioni del 1984.

La visione del mondo arabo risulta assai positiva e del resto appare anche naturale dato il preciso schieramento politico internazionale scelto dalla sinistra italiana. Il forte condizionamento delle posizioni sovietiche nel conflitto ne pregiudicava la completa autonomia d’azione e indirizzava anche le posizioni da tenere nelle dinamiche politiche interne all’Italia.

La politica estera italiana d’altro canto era presa tra due fuochi, tra una politica estera filo-araba e un equilibrio da mantenere nei rapporti con gli Stati Uniti. Da qui l’ambiguità e le contraddizioni nel tentativo di dare vita a una politica risoluta nei confronti del conflitto arabo-israeliano. La mancanza d’azione nella linea di partito fu notata anche da Rossana Rossanda in merito all’evolversi della difficile situazione scatenata dalla prima Intifadah. Scrisse a proposito: La risposta della sinistra “dall’ingenuità scolora nel cinismo” poiché l’Intifadah, “bellissima, ghandiana,…, quel conflitto di inermi, è stata molto lodata e lasciata a se stessa”20.

Entriamo ora nello specifico della questione palestinese rispetto al più ampio contesto delle relazioni arabo-israeliane. Constatiamo come ogni iniziativa palestinese venisse valutata in modo disgiunto e autonomo dalle vicende che coinvolgevano il mondo arabo nei suoi rapporti con l’occidente.

Gli atti di terrorismo interni o esterni a Israele, le dichiarazioni di principio o la serrata propaganda antisraeliana da parte palestinesi erano visti alla luce del significato simbolico e rivoluzionario attribuitogli. Così “un’azione terroristica rivolta contro la compagnia israeliana”, nel caso dell’attentato a Fiumicino nel dicembre dell’ ‘85, era rivolta anche “contro il popolo palestinese, il quale ha più che mai bisogno di essere e mostrarsi come una realtà nazionale”21. Oppure tali atti erano un indice dell’alto grado di “irrazionalità del…fenomeno che si delinea”: un fenomeno messo in atto da “una generazione che ha conosciuto la morte, ha appreso l’odio, la violenza, il disprezzo della vita, il rifiuto di ogni norma umana e civile”. Le cause prime di tali fenomeni andavano cercate in profondità. La soluzione del problema stava nella “restituzione alla Giordania e alla Siria dei territori occupati” se si voleva raggiungere il rispetto della “sicurezza di tutti gli stati – compreso quello d’Israele”22. Il modo violento d’azione dei guerriglieri palestinesi veniva minimizzato in quanto le finalità di questi atti venivano considerate pienamente legittime. Si trattava di un popolo in lotta per l’affermazione della sua identità nazionale e quindi si pensava che fini politici potessero giustificare anche mezzi violenti. D’altra parte secondo la logica di questa posizione chi subiva tali azioni avrebbe dovuto prendere atto dei diritti altrui e restituire quanto indebitamente sottratto. Rossana Rossanda definiva i palestinesi “popolazione senza terra”, “pedine d’un gioco sullo scacchiere mediorientale”, “la nazione araba più colta e infelice”. E si chiedeva: “Chi oserà condannare come terrorista uno dei pochi scampati da Chatila o da Tiro, se cercherà di trarre vendetta su tutti noi?”. Quella palestinese era a suo dire una “Nazione – ingiustamente espropriata per correggere la secolare ingiustizia consumata da altri, noi tutti, sui figli d’Israele – che viene soffocata”23. Si legge tra le righe di queste affermazioni una sentita responsabilità storica europea nei confronti dei drammi palestinesi. Una responsabilità che andava manifestata attraverso una forte pressione su Israele al fine di ottenere la “restituzione” della terra non originariamente assegnatale.

Enorme entusiasmo suscitò invece la prima Intifadah (lett. Risveglio) iniziata nel dicembre del 1987 con una protesta generale a Gaza e definita inizialmente dalle cronache “sciopero generale” dei palestinesi. Nel primo editoriale dell’ Unità dedicato alla rivolta palestinese si prevedeva che presto sarebbe stato in gioco “il carattere democratico” e il “prestigio civile” dello Stato d’Israele. Si invitava poi il partito laburista israeliano ad assumersi l’onere di far “prevalere le ragioni elementari di civiltà e di pace” su posizioni “più cieche per brutalità e per calcolo meschino”24. In seguito l’Intifadah fu ribattezzata col nome di “rivolta delle pietre”, secondo il suggerimento che Pietro Folena diede alla redazione dell’ Unità:

Come possono (i palestinesi) ricordare al mondo, ai giornalisti, alle potenze, che esistono e vogliono una patria? Con l’unica cosa che hanno: le pietre. Sono loro pietre, e loro terra. E le tirano non perché credono di vincere con le pietre: ma per ricordare a tutti che hanno il diritto a vivere. Se facessi i titoli di un giornale, per descrivere il senso di queste proteste, titolerei: La rivolta delle pietre. E’ il sale della terra, indomabile, che rifiuta il dominio della forza dell’arroganza. Non si può confondere questa protesta col terrorismo degli anni passati; e neppure con i commando guerriglieri che, di tanto in tanto – sempre meno bisogna dirlo – cercano di varcare il confine per compiere sabotaggi e attentati. (…) Quelle pietre sono politica e chiedono – sembrerà strano, ma non lo è – una soluzione politica.25

La rivolta palestinese venne definita dalla stampa di sinistra nella sua essenza politica: era “l’obiettivo della lotta, l’orgoglio di una disubbidienza civile eroica, la fierezza di essere riuscita a riportare la questione palestinese all’ordine del giorno della diplomazia internazionale”26.

Ma la situazione degenerò in poco tempo e quelli che all’inizio sembravano cortei di protesta civile si intensificarono fino a prendere forma di guerriglia permanente in gran parte del territorio della Cisgiordania, quartieri arabi di Gerusalemme compresi. Come si diceva per il terrorismo, anche in questo caso l’inasprimento del conflitto andava rinvenuto nell’intransigenza israeliana e nella brutale repressione delle forze dell’ordine israeliane. Secondo l’opinione apparsa in un editoriale dell’Unità:

La rivolta delle pietre, in Cisgiordania e a Gaza, non si placa. Lo Stato d’Israele ha via via indurito, fino a vere e proprie prove di ferocia, la repressione. Il conto dei morti si avvicina ai 200, ed è ormai un massacro. Al quale vanno aggiunti gli arresti, le case palestinesi svuotate o fatte saltare, le espulsioni, le botte e le braccia spezzate. Il risultato è una estensione del movimento popolare, la cui forza sta nell’essere e nel sentirsi dalla parte del diritto.27

Per l’autore dell’editoriale, Fabio Mussi, il rifiuto di una trattativa diplomatica e di un riconoscimento “del carattere di territori occupati” da parte di Israele costituivano lo specchio di una “cecità politica” e di una “sordità storica” che avrebbero preparato un futuro nero sia per il “popolo dei palestinesi” che per il “popolo degli ebrei”. La logica del prolungarsi degli scontri, sosteneva Rossanda sul Manifesto era quella della “resistenza (palestinese) alla ritorsione (israeliana)” dovuta al prevalere della “ferocia israeliana…che non ha mai deflesso dal metodo della guerra”28.

L’esaltazione dell’Intifadah raggiunse il suo apice all’indomani del successo di quella che venne definita “l’ offensiva di pace di Arafat”. Dopo l’espulsione dei quadri dirigenti dell’OLP dal Libano la strategia politica del movimento di liberazione palestinese mutò sostanzialmente. Arafat puntò con decisione sulla carta politica. In occasione del 17° congresso dell’OLP, tenutosi ad Amman nel novembre del 1984, Arafat fece una vaga dichiarazione di apertura alle trattative diplomatiche con Israele, lasciando intuire un possibile riconoscimento dello Stato ebraico. “In sintesi – si scriveva nelle cronache dell’ Unità – pur riaffermando (come è logico in un movimento di liberazione) l’esigenza della lotta armata contro il nemico sionista su tutti i fronti arabi, l’Olp prende atto della situazione e punta tutte le sue carte su una soluzione politica che ruota intorno a quello che è stato definito il polo moderato della strategia araba”29.

Ma la svolta decisiva per il successo della sua linea arrivò dalla Giordania, quando Re Hussein dichiarò ufficialmente, il primo agosto 1988, di rinunciare ai suoi diritti sulla Transgiordania. La Mossa di Hussein, secondo il titolo dell’editoriale del Manifesto, lasciava così carta bianca all’azione di Arafat: “i palestinesi – si diceva – hanno preso in mano il loro destino, e, speriamolo, crediamoci, non si fermeranno”30.

L’offensiva diplomatica di Arafat fu intensissima in quegli anni. Nel settembre del 1988, il leader dell’Olp fu ricevuto a Ginevra da una delegazione dell’ONU e in questa sede dichiarò la sua intenzione di riconoscere le risoluzioni ONU n.181 (due Stati), n.194 (Diritto al ritorno dei profughi), n.242 (riconoscimento di Israele), n. 338 (autodeterminazione per i palestinesi). Fece appello inoltre al Parlamento Europeo per al riconoscimento del Governo provvisorio palestinese. Il Manifesto titolava: L’Intifadah di Strasburgo31. Tali dichiarazioni furono giudicate dal mondo ebraico italiano e dal governo israeliano non sufficienti e ambigue. Lo stesso primo ministro d’Israele Shamir definì l’incontro di Ginevra “un inganno mostruoso nelle proporzioni”. Queste reazioni negative non frenarono l’entusiasmo delle sinistre europee e nemmeno il percorso diplomatico deciso dall’Olp. Di fatto, due mesi dopo, il 15 novembre, il Consiglio Nazionale palestinese riunito al Algeri proclamò unilateralmente la nascita di uno Stato palestinese con sovranità su Cisgiodania e Gaza e con capitale Al Quds (Gerusalemme). La notizia venne accolta con grande enfasi dall’ Unità. L’annuncio di Arafat era “una pietra miliare per la conquista dell’identità palestinese. (…) Oggi è il giorno dell’identità nazionale. (…) Un’identità che il popolo palestinese ha conquistato con le sue lotte e il suo sangue, identificando in modo plebiscitario il suo legittimo rappresentante nell’Olp”32. Marcella Emiliani scrisse in seguito nello stesso giornale che sarebbe stato difficile ai tempi dell’intifadah vedere Israele come “isola di democrazia e sviluppo in Medioriente”. I “metodi di amministrazione dei territori occupati e la repressione durissima dell’intifadah” avrebbero “roso e minato la sua anima democratica”. A suo avviso, per quanto “utopico” e “arduo” potesse sembrare “proprio la creazione di uno Stato palestinese come ha promesso l’Olp ad Algeri, multiconfessionale, multirazziale, multipartitico, fondato sul pieno rispetto dei diritti umani, potrà finalmente contribuire a contagiare il Medio Oriente col virus democratico”33. Secondo la giornalista i palestinesi con le loro inimmaginabili aperture avrebbero potuto offuscare il ruolo di unico stato democratico nel mondo islamico fino a quel momento rappresentato da Israele.

Il PCI accolse i successi del movimento palestinese con un lungo appello pubblicato nel suo organo ufficiale nel dicembre del 1989 col titolo “Aprire la strada al dialogo”:

La coraggiosa lotta dell’Intifadah ha dimostrato per due lunghi anni la determinazione e l’intelligenza politica del popolo palestinese e della sua leadership nel perseguire la pace e l’affermazione del diritto inalienabile alla propria autodeterminazione. Nonostante la brutale repressione, la rivolta delle pietre ha imposta la questione palestinese all’opinione pubblica mondiale e insieme ha offerto una via d’uscita al più lungo conflitto del dopoguerra.

Posto questo, il PCI “confermava(va)” sostegno e solidarietà alla causa palestinese e “appoggio attivo” ai movimenti per la pace in Israele; auspicava e sollecitava aperture al dialogo e al negoziato “ancora bloccato a causa dell’intransigenza del governo israeliano”, l’unico soggetto che non aveva ancora dimostrato fiducia nell’Olp come invece avevano fatto “ampi settori della società israeliana e dell’ebraismo mondiale”.

E proseguiva:

L’Europa, l’ Italia e tutti i paesi del Mediterraneo non conosceranno un’epoca di sicurezza e di vera pace finché non verrà risolta la tragedia palestinese. La stessa sicurezza dello Stato d’Israele appare strettamente legata al riconoscimento del diritto equivalente dei palestinesi a vivere in un loro Stato. (…) La segreteria del PCI, anche alla luce dei positivi sviluppi del dialogo USA-URSS, rivolge un appello pressante … a tutte le forze che nel mondo si battono per la pace … affinché assumano iniziative urgenti in quell’area.34

Per Israele la situazione si dimostrava di grande impaccio dovuto al sostegno internazionale crescente che la causa palestinese aveva guadagnato. USA e URSS si avviavano verso un lungo percorso di disgelo nelle relazioni diplomatiche, con riflessi notevoli sulla questione mediorientale. L’Onu e L’Europa, da sempre diffidenti nei confronti delle intenzioni israeliane, si adagiavano invece sull’idea che i passi dei palestinesi avrebbero prima o poi costretto Israele ad accettare la creazione di un Stato autonomo di Palestina. Nel 1989, l’opinione pubblica europea si trovò di fronte ai nuovi scenari aperti dal crollo del muro di Berlino. Il significato e la portata storica dell’evento erano senza precedenti e nell’opinione di sinistra in particolare questo significò una ondata di ottimismo e buone speranze per un’era di pacificazione globale.

A Gerusalemme nel dicembre del 1989 si svolse una grande manifestazione pacifista, denominata Time for Peace, organizzata dai pacifisti europei con la partecipazione di movimenti israeliani e palestinesi.

Si commentava così nell’ Unità:

(Non si può ignorare) il coraggio palestinese che, uscendo dai campi e dai territori in questi giorni chiusi militarmente, e minacciati da un apparato repressivo imponente, quand’ è necessario sa lasciare la pietra e stringere la mano alle forze migliori di Israele e al mondo e cerca la soluzioni politiche e pacifiche. Questo coraggio…ha aperto una piccola ma concreta breccia in un muro di incomunicabilità e di odio che da anni sembrava insuperabile. Non è un muro come quello di Berlino: è un muro più difficile da abbattere, forse perché invisibile.(…) Ma perché non credere che anche qui, in questo lembo di terra, possa vincere quello che in questo 1989 ha vinto a Santiago, a Bucarest, a Praga, a Berlino?35

L’effetto immediato del disgelo tra le due potenze fu la riapertura della sede consolare sovietica a Tel Aviv dopo trentatre anni e l’inizio di un ondata di immigrazione degli ebrei sovietici in Israele. Ma il vero impulso alla soluzione del conflitto israelo-palestinese fu dato dalla fine della guerra nel Golfo e l’avvio della conferenza internazionale di pace di Madrid. Il giudizio sul primo incontro tra il segretario di Stato americano, James Baker, con una delegazione dell’Olp in Medio Oriente fu giudicato positivamente da Piero Fassino che scrisse nell’ Unità:

L’incontro offre ai palestinesi una grande possibilità: dimostrare che l’errato sostegno a Saddam Hussein è stato più un frutto della disperazione che non una scelta e , dunque, che la dirigenza palestinese non ha inteso, ne intende mettere in discussione quelle coraggiose scelte – prima fra tutte, il riconoscimento di Israele e del suo diritto alla sicurezza e il rifiuto del terrorismo – compiute dal Consiglio nazionale palestinese nell’autunno 1988 (e ribadita più volte nel corso dell’ ‘89) con cui l’Olp aveva acquisito nuova credibilità. 36

Il segretario agli esteri del nuovo Pds esprimeva però una riserva: cioè che gli Stati Uniti, non si limitassero a una pax americana nell’area, ma scegliessero “una politica che rifugga dai disegni egemonici e operi per una pace fondata davvero sul riconoscimento dei diritti nazionali dei popoli e dei paesi che vivono nell’area mediorientale”.

Permaneva a sinistra una sorta di diffidenza diffusa nei confronti delle iniziative americane e soprattutto della reale volontà israeliana a trattare, almeno fino all’elezione di Rabin e alla notizia del successo dei negoziati segreti di Oslo 1993. Tra un rinvio e l’altro dei negoziati diplomatici ( a Madrid dal 30 ottobre - 5 novembre 1991 / Washington dicembre 1991 – gennaio 1992) nell’area continuarono a intensificarsi le violenze e le rappresaglie e i dissidi interni fomentati dagli estremisti palestinesi e israeliani. Secondo l’analista dell’ Unità, dal momento che “Israele sa di non potere più sottrarsi alla logica di pace che la Guerra del Golfo ha reso attuabile in tutta la regione” voleva “farsi sorprendere dalla pace in posizione di assoluta supremazia rispetto ai suoi nemici, vecchi e nuovi”. Si voleva porre l’accento sul fatto che Israele occupava ancora “senza averne alcun diritto terre palestinesi e terre libanesi” 37.

Sebbene l’attenzione fosse tutta concentrata sui protagonisti del dialogo di pace, esistevano in realtà “Tre tavoli per negoziare la pace”: il “tavolo israelo-libanese”; il “tavolo israelo-siriano”; infine quello “israelo-giordano-palestinese”38. Ricordiamo che la Siria dichiarò di non volere procedere a nessun accordo prima che le fosse restituito il Golan, mentre la Giordania non aveva firmato nessun accordo di pace con Israele dopo la rinuncia dei sui diritti sulla Cisgiordania. Raramente veniva affrontata la reale complessità delle trattative: ci si trovava difronte a dei nodi storici impressionanti. Il mondo arabo era disunito. Da una parte gli intransigenti si aspettavano da Israele la restituzione immediata dei territori occupati nel 1967 come precondizione al negoziato di pace, dall’altra i più moderati erano disponibili a trattare secondo la formula “territori in cambio di pace”.

Nelle cronache della pubblicistica italiana analizzata, il fulcro del problema rimaneva però nella diffidenza generale di Israele nei confronti dei palestinesi, anch’essi sempre in bilico tra diplomazia e terrorismo. Ritornavano dunque le argomentazioni classiche sebbene in una formula equidistante dalle parti in conflitto.

Quando, dopo una scia di attentati compiuti in Israele da Hamas, Rabin decise l’espulsione di ben 400 suoi attivisti si scatenò un caso politico e i negoziati si bloccarono. Si riparla dunque di “deportazioni” e di “esodo” dei palestinesi e ricompare l’assimilazione dei due schieramenti politici israeliani nell’uso della forza. Marcella Emiliani, curatrice della rubrica d’analisi mediorientale dell’ Unità, scrisse:

A suggerire la deportazione di massa degli integralisti di Hamas e Jihad islamica non è stato un sussulto di destrismo. Destra e sinistra sono termini che nell’Israele di oggi perdono in fretta i loro connotati storici, come le parole falco e colomba. Dietro la decisione del governo sospettiamo invece ci sia un pragmatismo ormai obbligato che tenta di minimizzare il danno causato da una latenza della politica e dal prevalere di un’ottica militare alla sopravvivenza.39

Secondo l’autrice, essendo in vigore dal 1967 nei territori occupati una “legislazione militare”, le misure adottate per ritorsione all’intifadah avevano spinto i palestinesi “verso forme di estremismo” fondamentaliste. La “cultura militare” israeliana aveva sempre “spiazzato” la leadership moderata palestinese adesso “moralmente costretta a solidarizzare coi fratelli espulsi”.

Gli argomenti del terrorismo e dell’estremismo ritornavano prepotentemente d’attualità nel pieno del processo di pace data la mobilitazione dei movimenti di opposizione al negoziato. Così non mancava mai l’ occasione per sottolineare che il terrorismo fu metodo di lotta per entrambi i contendenti del conflitto. Esso, diceva Marcella Emiliani nell’Unità, “rappresenta il lato oscuro, difficilmente cancellabile perché da troppo tempo è diventato strutturale e funzionale alla dinamica del conflitto arabo-israeliano”. Sia i responsabili politici israeliani che quelli palestinesi “hanno favorito una vera e propria cultura del terrorismo”. Il governo israeliano, scriveva, aveva spesso accusato l’Olp di essere “una accolita di terroristi” e in effetti non poteva negarsi l’esistenza di “una lunga catena di ambiguità” nelle azioni dell’Olp (dalla presenza di Abu Abbas e di altri elementi del “solido passato terroristico negli esecutivi dell’Olp”, fino all’aperto sostegno e plauso ai missili antisraeliani di Saddam Hussein). Per converso era esistito anche un passato e esisteva un presente terrorismo israeliano:

E Israele? Stando ai palestinesi pratica fin dal 1948 un terrorismo di Stato, ma senza riandare alle radici, ha anch’esso un atteggiamento a dir poco ambiguo nei confronti del terrorismo ebraico.(…) Per i palestinesi il terrorismo…è servito ad attirare l’attenzione mondiale sulla questione palestinese stessa quando Golda Meir negava addirittura l’esistenza di un popolo palestinese. Per Israele è stato invece il braccio violento della riconquista del territorio biblico dei padri, lo strumento estremo e forsennato per garantirsi la colonizzazione dei territori occupati.40

Il “lato oscuro” stava in una connivenza col terrorismo per i protagonisti di Madrid che non lo avevano “osteggiato e combattuto nel proprio corpo sociale e politico”. Si ritornava dunque a distinguere tra un terrorismo per rivendicare un diritto e un terrorismo per prevaricare sui diritti altrui.

1 Ennio Polito, “Se valesse davvero quel voto del ’47…”, in l’Unità, 29 luglio 1982, p.3

2 Carlo Maria Santoro, “Begin si ferma a Beirut?”, in l’Unità, 29 luglio 1982, p.3

3 Ennio Polito, “Ma come si può credere alla pax israeliana?”, in l’Unità, 31 luglio 1982, p.3

4 Carlo Maria Santoro, “No, non sto con Begin, semplicemente lo descrivo”, in l’Unità, 31luglio 1982, p.3

5 Ennio Polito, “La guerra di Begin: scenari che mutano e stragi da fermare”, in l’Unità, 03 agosto 1982, p.3

6 Gianpaolo Calchi Novati, “La Palestina in Israele” , in l’Unità, 24/09/1982, prima pagina.

7 Giulietto Chiesa, in l’Unità, 11 giugno 1982, p.2

8 Giulietto Chiesa, in l’Unità, 16 giugno 1982, p.2

9 Giulietto Chiesa, in l’Unità, 25 giugno 1982, p.17

10 Giulietto Chiesa, in l’Unità, 13 luglio 1982, p.13

11 Giulietto Chiesa, in l’Unità, 14 agosto 1982, p.14

12 Comunicato del PCI alle forze democratiche, in l’Unità, 11 giugno 1982, p.2

13 PCI, “Un ultimatum da porre a Israele”, in l’Unità, 19 settembre 1982, prima pagina.

14 Maurizio Matteuzzi, “L’Italia in Medio Oriente”, in il Manifesto, 22 novembre 1984, prima pagina.

15 Giancarlo Lanutti, “L’Italia e il Medio Oriente/1”, in l’Unità, 22 novembre 1982, p.7

16 Emilio Sarzi Amadè, “Il PCI e Arafat. Che fare contro l’oltranzismo presente nell’Olp”, in l’Unità, 19 novembre 1993, p.4.

17 La Direzione del PCI, “Senza accordo di pace ritirarsi da Beirut”, in l’Unità, 24 settembre 1983.

18 Enzo Roggi, “Decidere subito” , in l’Unità, 21 novembre 1983, editoriale.

19 Enzo Roggi, “Si tratta proprio di uno scontro tra due politiche”, in l’Unità, 16 ottobre 1985, p.3

20 Rossana Rossanda, “La parola e i sassi”, in il Manifesto, 11 agosto 1989, editoriale.

21 Alessandro Natta, “La via per uscire da questa spirale”, in l’Unità, 28 dicembre 1985, editoriale.

22 Romano Ledda, “Perché”, in l’Unità, 28 dicembre 1985, editoriale.

23 Rossana Rossanda, “Silenzio su Chatila”, in il Manifesto, 05 dicembre 1986, editoriale.

24 Giorgio Napolitano, “Appello ai democratici di Israele”, in l’Unità, 27 dicembre 1987, editoriale.

25 Pietro Folena, “La rivolta delle pietre” , in l’Unità, 05 febbraio 1988, p.24

26 Marisa Rodano, “La Palestina e la coscienza dell’Europa”, in l’Unità, 08 agosto 1988.

27 Fabio Mussi, “Nella crisi mediorientale”, in l’Unità, 27 aprile 1988, editoriale.

28 Rossana Rossanda, art.cit. , nota 20, p.19.

29 “Pieno successo della linea Arafat, l’Olp punta sulla carta negoziale”, in l’Unità, cronache, 22 novembre 1984, p.7.

30 “La mossa di Hussein”, in IlManifesto, 02 agosto 1988, editoriale.

31 “L’ Intifadah di Strasburgo”, in il Manifesto, 14 settembre 1988, p.3

32 Marisa Rodano, “L’identità di un popolo”, in l’Unità, 15 novembre 1988, editoriale.

33 Marcella Emiliani, “Se la Palestina diffonde il virus della democrazia”, in l’Unità, 25 aprile 1989, editoriale.

34 Comunicato del PCI: “Aprire la strada al dialogo”, in l’Unità, 09 dicembre 1989

35 Pietro Folena, “Il muro della violenza”, in l’Unità, 31 dicembre 1989, prima pagina.

36 Piero Fassino, “Territori in cambio di pace”, in l’Unità, 12 marzo 1991, editoriale.

37 Marcella Emiliani, “Israele teme alleanze tra nemici nuovi e vecchi”, in l’Unità, 18 febbraio 1991, p.13

38 Janiki Cingoli, “Tre tavoli per negoziare la pace”, in l’Unità, 03 novembre 1991, p.3

39 Marcella Emiliani, “Se vincono gli estremismi”, in l’Unità, 19 dicembre 1992, editoriale.

40 Marcella Emiliani, “Terrorismo, figlio bastardo di entrambi”, in l’Unità, 30 ottobre 1991, p.3

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© Morashà 2003 - Marta Brachini 2003

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