Tesi di laurea di Annamaria Colombo - La spoliazione dei beni degli ebrei in Italia in seguito alle leggi razziali del 1938 e le relative restituzioni


Capitolo 1: La vita economica degli ebrei italiani nel XIX e nel XX secolo

1.1. Premessa
1.2. La struttura economica di una minoranza
1.3. L’economia del ghetto
1.4. I passi verso la prima emancipazione
1.5. Il ruolo di Carlo Alberto di Savoia nella seconda emancipazione
1.6. Le posizioni della minoranza ebraica all’interno della vita economica italiana dei primi decenni del Novecento
1.7. I percorsi dell’integrazione nelle diverse attività economiche
1.7.a. L’amministrazione pubblica
1.7.b. La proprietà immobiliare
1.7.c. Le attività commerciali
1.7.d Le attività bancarie
1.7.e. Le assicurazioni
1.7.f. L’industria
1.7.g. Gli ebrei nei consigli delle società per azioni
1.8. Uno sguardo conclusivo

1.1. Premessa.

Le numerose norme comprese nelle «leggi razziali» emanate durante il periodo fascista, furono create con il chiaro intento di incidere sui diritti degli appartenenti alla minoranza ebraica, limitandone gli spazi all’interno della società e riducendo le aree di libertà personale, affettiva ed economica.

Proprio per realizzare quest’ultima compressione nel primo provvedimento legislativo emanato nel 1938, il Regio Decreto n.1728, venne redatto l’art. 10: esso prevedeva l’esclusione degli ebrei dal servizio militare, vietava l’esercizio della tutela e della curatela nei confronti dei minori ed, infine, poneva una dettagliata serie di limitazioni ai possedimenti terrieri e immobiliari.

Per capire appieno la portata di questa norma e delle conseguenze che da essa e dagli altri successivi provvedimenti fascisti derivarono, risulta fondamentale analizzare il ruolo della minoranza ebraica nell’economia italiana.

A seguito di questa disposizione si sviluppò una “gigantesca macchina” che produsse mutamenti e sconvolgimenti pesantissimi sui possedimenti e sullo stile di vita degli appartenenti al gruppo ebraico presente in Italia. Seguirono situazioni e vicende drammatiche, che toccarono profondamente intere famiglie non solo dal punto di vista economico ma soprattutto da quello umano ed affettivo. Le privazioni incisero su beni anche strettamente personali, tramandati da generazioni, e le interdizioni mortificarono pubblicamente uomini che per anni avevano svolto con impegno e sacrificio attività all’interno della società italiana.

Analizzare sommariamente gli antefatti e il contesto storico e fattuale delle attività economiche israeliane in Italia, precedenti e contemporanee al periodo fascista, fornisce un chiarimento e una maggiore comprensione sull’oggetto dei provvedimenti del Duce e di tutte le drammatiche e complesse conseguenze che da essi sono derivate e che tuttora sono fonte di discussione

1.2. La struttura economica di una minoranza.

A seguito di studi ormai classici11 sulle condizioni economiche degli ebrei dopo la diaspora, si può affermare con certezza che tale popolazione costituisce nella maggioranza dei paesi occidentali divenuti meta della dispersione del popolo ebraico, una piccola minoranza, che rappresenta generalmente meno del 3% della popolazione totale.

Secondo gli studi del premio Nobel per l’economia Simon Kuznets per definire un gruppo «piccola minoranza» occorre la presenza di determinati elementi; deve ravvisarsi una tendenza alla coesione tra i membri del gruppo ed una volontà di distinzione culturale rispetto ad altri gruppi umani ed alla maggioranza, e deve realizzarsi un’entrata relativamente recente della minoranza nell’assetto economico ormai già composto del paese ospite.

Quasi ovunque gli ebrei diasporici rispondono, come gruppo, a questi criteri.

Gli elementi sopra indicati condizionano ovviamente la struttura economica della piccola minoranza, che risulta essere necessariamente differente da quella della maggioranza. Dato il ridotto numero di partecipanti la minoranza non è in grado di riprodurre, neppure approssimativamente, la grande varietà delle occupazioni svolte nel sistema economico generale.

E’ stata citata in precedenza la volontà di coesione degli appartenenti alla minoranza: essa accentua la diversità tra le due strutture economiche e comporta la necessità di stretti rapporti economici e di concentrazione in alcuni settori d’attività. Il desiderio di coesione socio-economica, la volontà di appartenere a un gruppo distinto, e nel contempo la specializzazione professionale che ne deriva, rendono necessario, quando non esistano divieti imposti, vivere in grandi centri urbani o emigrare verso di essi.

1.3. L’economia del ghetto.

La maggior parte delle caratteristiche strutturali degli ebrei in Italia, incluse quelle economiche, si sono determinate durante l’epoca dei ghetti.

I governi dei vari Stati Italiani dal XVI secolo in poi, impedirono in svariati modi l’accesso degli ebrei in numerosi e specifici settori dell’economia e intenzionalmente crearono le condizioni per indebolire le loro potenzialità economiche. All’impoverimento e alla degradazione sociale di tale minoranza contribuirono poi i numerosi ostacoli e le limitazioni poste anche in quei pochi settori nei quali era consentito loro di operare; il risultato pratico di tale politica fu quello di realizzare un trasferimento di guadagni dal settore ebraico a quello non ebraico.

Le circoscritte attività che potevano essere esercitate ebbero anche una delimitazione territoriale: i luoghi entro i quali gli ebrei potevano vivere e lavorare vennero definite ghetti.

Il ghetto ebraico fu spesso sinonimo di mercato d’occasione: a prezzi modici e a categorie di clienti più modeste venivano venduti prodotti di media e bassa qualità; per effetto dell’inferiorità sociale, economica e legale, infatti, i commercianti ebrei dovevano proporre prezzi al di sotto di quelli di mercato. Lo stato giuridico dei commercianti in questione non consentiva loro di trattare con i gentili da pari a pari; nello stesso tempo lo stato d’indigenza imponeva di non attendere un miglioramento delle condizioni del mercato che, probabilmente, avrebbero consentito maggiori guadagni ma in tempi decisamente più lunghi.

All’interno del mercato del ghetto, a causa della numerosa presenza di venditori con similari situazioni, si presentava una vivissima concorrenza: i commercianti si specializzavano in mercanzie assai simili per cui, necessariamente, i prezzi dovevano essere mantenuti bassi.

A tutta questa situazione si deve però ricollegare anche un aspetto positivo: il basso livello dei prezzi comportava profitti più modesti del dovuto ma favoriva il giro d’affari complessivo, e la concorrenza tra i numerosi commercianti si trasformava in un incentivo per i singoli i quali s’ingegnavano per ridurre le spese fisse, a variare la gamma dei prodotti simili ed a differenziare i prezzi.

Questa era la situazione economica di molti ebrei in Italia, alla vigilia della loro emancipazione; pur trattandosi di condizioni dure, le capacità sviluppate per necessità durante l’epoca dei ghetti si rivelarono assai utili durante il periodo dell’integrazione economica e spinsero in avanti questa minoranza permettendone l’affermazione in un nascente mercato capitalistico.

1.4. I passi verso la prima emancipazione

L’emancipazione costituì il passaggio cruciale verso l’integrazione sociale ed economica degli ebrei in Italia. Essa può essere intesa sia come l’inserimento della minoranza ebraica nella società generale, sia come l’abolizione di una serie di restrizioni e di leggi speciali, tramandate nel tempo, volte a porre gli ebrei in posizioni d’emarginazione.

Se si volevano porre basi solide e durature l’emancipazione sociale e culturale doveva perfezionare quella giuridica; il processo di integrazione sarebbe stato considerato compiuto quando si fosse raggiunta sia l’equiparazione giuridica che l’interazione sociale.

In Italia, nel 1782, il sovrano austriaco Giuseppe II concesse agli ebrei, con la Judentoleranzpatent, il libero esercizio dell’agricoltura e di tutti i mestieri manuali nonché l’iscrizione alle pubbliche scuole e alle facoltà universitarie. Tali aperture celavano l’intento di distrarre gli ebrei dai commerci e dalle operazioni finanziarie verso cui le secolari interdizioni li avevano spinti; si voleva tentare di assimilarli alla popolazione circostante e, per agevolare questo processo, venne anche imposto il divieto di usare la lingua ebraica.

Tra il 1796 e il 1798, gran parte dell’Italia vide cancellati i tradizionali divieti in un’ottica paritaria.

Il nettissimo miglioramento delle condizioni di vita degli ebrei giunse in seguito all’occupazione francese, che concesse pari diritti per quindici anni, e anche se questa prima emancipazione fu accompagnata da una gravosa tassazione per fini militari, risultò essere un passo significativo e una svolta importante. Gli ebrei, grazie alla loro disponibilità di capitali, furono in grado di acquistare i beni confiscati agli ecclesiastici e riuscirono ad occupare elevati gradi nell’esercito napoleonico e ad accedere alle cariche pubbliche. Queste condizioni consentirono a molti di loro di arricchirsi con eccezionale rapidità e all’intera comunità di migliorare le proprie sorti.

Gli ebrei parteciparono con entusiasmo a tutte le pubbliche dimostrazioni a favore della rivoluzione francese e proprio per questo vennero chiaramente identificati come partigiani della Francia; di ciò ne subirono le conseguenze a seguito del primo ritiro dell’esercito francese dal territorio. In ogni caso, dopo la riconquista dell’intera penisola da parte di Napoleone, gli ebrei videro riconfermare i loro pieni diritti di cittadini.

L’impatto che ebbe questa prima emancipazione sulla comunità ebraica italiana fu fortissimo: dopo la caduta di Napoleone essa fu costretta a tornare nei ghetti dopo aver assaporato la libertà e l’uguaglianza dei diritti e il ritorno delle vecchie interdizioni fu fonte di frustrazione e rabbia.

La legislazione dell’Ancien Règime fu rimessa in vigore per tutti i sudditi del Regno dall’editto promulgato da Vittorio Emanuele I il 21 Gennaio 1814, ma furono le Regie Patenti del 1815 a regolamentare una volta per tutte lo status degli ebrei. Questi provvedimenti tennero comunque conto del ruolo imprenditoriale ormai assunto della minoranza ebraica e accordarono molte delle richieste fatte da quest’ultima; con essi venne abolito l’obbligo del segno distintivo, fu data l’autorizzazione a commerci e ad attività artigianali di ogni genere e fu dato il permesso di pernottare al di fuori dei ghetti per motivi professionali.

L’aspetto più significativo fu che le Patenti concedevano un periodo di 5 anni per disfarsi dei beni immobili acquisiti dagli ebrei sotto i francesi; questo provvedimento però non fu mai applicato e spesso il re intervenne di persona ad autorizzare i più ricchi ebrei piemontesi non soltanto a conservare i beni ma anche ad accrescere i propri possedimenti al di fuori dei ghetti.

La politica da tenere verso gli ebrei fu dibattuta e controversa; la nobiltà piemontese, insieme al clero, ai burocrati , agli artigiani e agli agricoltori, era ferocemente attaccata ai principi assolutistici dell’Ancien Règime e temeva costantemente la possibile concorrenza ebraica. L’esatto opposto fu la posizione di casa Savoia: il re e la borghesia emergente erano convinti che le poche centinaia di famiglie ebree che sotto i francesi avevano accumulato “grandi ricchezze” avessero conseguito una grandissima importanza; l’ambizione della casa reale a unificare l’Italia, o almeno ad acquisire il dominio sulla porzione settentrionale della penisola, trasformò il regno piemontese da stato autocratico e cattolico in Stato liberale, laico e democratico, sicuramente ben disposto a riconoscere diritti e uguaglianza al gruppo ebraico.

1.5. Il ruolo di Carlo Alberto di Savoia nella seconda emancipazione.

La seconda emancipazione fu quella che seguì la promulgazione dello Statuto Albertino del 1848: con esso il Sovrano volle eliminare tutti gli equivoci o le zone d’ombra riguardo all’effettivo riconoscimento dell’uguaglianza fra tutti i sudditi del Regno di Sardegna; la conseguenza fu una rapidissima ascesa degli ebrei piemontesi nella sfera economica, militare, politica e sociale del Regno. Fu un periodo in cui essi costituirono una comunità dotata di coscienza politica, partecipante attivamente alla lotta liberale contro i regimi aristocratici degli Stati italiani e ansiosa di vedere realizzato il “miracolo” dell’unità d’Italia. Fino al 1860 quest’ unità sembrava illusoria alla maggioranza degli italiani; era il sogno di un piccolo gruppo di patrioti liberali e borghesi che per la maggioranza dei contadini e degli analfabeti non significava molto.

Gli ebrei, in quanto non cristiani e potenziali imprenditori borghesi, avevano tutto l’interesse a sostenere il Risorgimento e a combattere quel quadro di stati che da secoli li emarginavano dalla società civile. Fino alla presa di Roma del 1870 vi fu una completa identità d’interessi e di idee tra ebrei e patrioti italiani, e i primi ebbero dunque la sensazione di aver contribuito a creare un qualcosa di completamente nuovo e di essere i co-fondatori di un innovativo sistema politico, economico e sociale.

A questa immagine di sé degli ebrei italiani però, non corrispondeva un’immagine analoga da parte degli italiani non ebrei: ampi settori della popolazione rimanevano ostili all’emancipazione e mostravano forti pregiudizi verso la diversa religione, verso le idee liberali di chi aveva sostenuto i conquistatori francesi e nei confronti di coloro che venivano classificati come “gli usurai”. E’ vero però che esisteva un forte divario tra l’idea che la gente aveva dell’ebreo in generale e l’immagine che aveva dell’ebreo italiano; nello stereotipo il primo era concepito come uno zingaro avaro e ignorante di fatto assente nella realtà italiana. Ciò favorì una minore discriminazione rispetto a quella realizzata nei restanti stati europei, e solo dopo la prima guerra mondiale gli ebrei cominciarono ad essere denunciati come diversi, completamente non assimilabili alla popolazione italiana e come tali, estranei.

La profondità di tale divario si potrà poi misurare all’epoca dell’emanazione delle leggi razziali nel 1938.

1.6. Le posizioni della minoranza ebraica all’interno della vita economica italiana dei primi decenni del Novecento.

Per comprendere con chiarezza le regole con le quali si svolse l’emancipazione ebraica, si deve necessariamente far riferimento all’articolato processo che condusse alla progressiva integrazione della minoranza, nell’economia e nella società della penisola.

Ecco alcuni dati ricavati dal censimento generale della popolazione del 1911; da essi si evince come la distribuzione degli ebrei tra le diverse professioni fosse difforme da quella dell’insieme della popolazione.

Tavola 1. RAFFRONTO NELL’AMBITO LAVORATIVO DELLA PRESENZA EBRAICA CON LA RESTANTE GENERALITA’ DELLA POPOLAZIONE ITALIANA NEL 1911.

Ambito professionale

Percentuale Ebraica

Percentuale popolazione Italiana

Agricoltura

8.15 %

55.51 %

Industria

27.19 %

30.19 %

Commercio

41.57 %

5.63 %

Amministrazioni pubbliche e private, libere professioni

23.09 %

8.67 %

La particolarità più evidente nella posizione degli ebrei riguardava il loro scarso impegno nell’agricoltura, cui faceva invece riscontro una massiccia presenza nel commercio e una piuttosto consistente partecipazione al settore degli impieghi e delle professioni libere. E’, questo, un dato da collegare esplicitamente alla situazione italiana; esso ha portato ad affermare come «all’inizio del novecento l’ebreo borghese italiano […] si presenta[sse] con fattezze meno imprenditoriali–produttive di quelle in genere mostrate dai suoi confratelli residenti in altre nazioni europee».22

Una tale affermazione si connota ulteriormente se, basandosi sempre sui dati del censimento del 1911, si analizza la posizione degli ebrei in ambito regionale. Dalle rilevazioni si sottolinea l’assenza di qualsiasi correlazione tra la distribuzione degli ebrei nei vari ambiti professionali e i caratteri di maggiore o minore sviluppo delle singole aree geografiche, a riprova di un processo di evoluzione delle attività ebraiche per lo più guidato da proprie logiche interne e condizionato solo indirettamente da sollecitazioni provenienti dal contesto.

Una conferma delle forti differenze nella distribuzione in riferimento all’ambito economico tra ebrei e popolazione totale viene dagli studi di Eitan F. Sabatello.33

Tavola 2 DIFFERENZE STRUTTURALI (indice _) IN ITALIA PER RAMO ECONOMICO, 1901-1938.

Anno di riferimento

Differenza tra popolazione totale ed ebrei

1901

72,4 %

1911

60,3 %

1936/38

50,7 %

Fonte: E.F. Sabatello, Social and occupation trends of the Jews in Italy, 1870-1970, Ph.D. Thesis, Jerusalem, The Hebrew University, 1972.

L’indice _ proposto per misurare appunto la differenza della struttura economico-professionale tra ebrei ed italiani in genere porta all’individuazione di due diverse linee di tendenza.

Da un lato la netta tendenza ad una decrescente differenziazione della distribuzione per ramo economico dei due gruppi tra il 1901 ed il 1938: da 72% a 51%; ne risulta un valore intermedio lungo un percorso di avvicinamento tra ebrei e non ebrei iniziato negli anni dell’emancipazione e destinato a svilupparsi in una forma graduale.

Dall’altro il permanere di una differenza in ogni modo notevole di tale distribuzione, pone l’accento su come l’integrazione non sia stato un processo rapido.

Altri dati vengono poi proposti da Raseri44 riguardo alla posizione degli ebrei nelle diverse professioni nel 1901.

Tavola 3. POSIZIONE DEGLI EBREI NEI DIVERSI SETTORI PROFESSIONALI NELL’ANNO 1901.

Ambiti professionali

Popolazione attiva Italiana

Ebrei attivi

Imprenditori e professionisti

20,5 %

24,4 %

Dirigenti e impiegati

13,5 %

19,7 %

Lavoratori in proprio

7,4 %

30,4 %

Lavoratori dipendenti

58,5 %

25,5 %

Da questi dati si evince come le condizioni degli ebrei fossero relativamente privilegiate, come si riscontrerà poi anche nei dati del 1911; da ciò occorre altresì sottolineare il peso decisivo del più elevato livello medio d'istruzione degli ebrei nel determinare la posizione di molti di loro nel mondo del lavoro.

Tavola 4. PERCENTUALI DI ALFABETI PER GRUPPI DI ETA’ E SESSO, Italia, 1901.

Età

Popolazione Italiana Maschi Femmine Di cui ebrei Maschi Femmine
6 — 14 anni 15 e più anni 59,7% 56,6 % 43,0% 57,4 % 99,4% 97,6 % 97,0% 92,5 %

Fonte: E.F. Sabatello, «Social and occupation trends of the Jews in Italy, 1870-1970», Ph. Thesis, Jerusalem, The Hebrew University, 1972

Sabatello nota giustamente come fra gli italiani adulti «circa la metà della popolazione allora censita non era in grado di leggere e di scrivere, in confronto al 5 per cento degli ebrei»55. Anche tra i ragazzi in età scolare le differenze tra il totale degli italiani e la minoranza ebraica permanevano notevoli: oltre il 40 per cento di analfabeti nei primi contro meno del due per cento nei secondi.

Tutto questo poteva considerarsi «un corollario importante della notevole concentrazione ebraica nei commerci», già esistente prima dell’emancipazione, quando gli ebrei appunto erano stati obbligati «ad acquisire almeno i rudimenti del leggere, scrivere e far di conto, certo in proporzione superiore che nella popolazione circostante»66

E’ così ora possibile indicare quali siano i fattori che hanno contribuito a determinare la peculiare posizione degli ebrei nella struttura delle professioni e dell’economia.

Sicuramente il maggior livello d’istruzione ha collocato questa minoranza in una posizione di vantaggio rispetto alla media della restante popolazione italiana del tempo. Hanno contribuito inoltre ragioni di natura demografica: il precoce controllo delle nascite ha condotto ad una struttura di popolazione per età più matura, ma non ancora invecchiata, in grado di essere attiva in vista dell’ascesa economica e sociale. Il fattore che risulta essere comunque più interessante e determinante per spiegare il ruolo degli ebrei nella società e nell’economia italiana è sicuramente quello dei movimenti migratori interni: i prolungati anni di permanenza forzata all’interno dei ghetti spronarono gli ebrei, a seguito dell’emancipazione, a spostarsi dalle aree rurali nelle quali erano stati costretti a vivere, per raggiungere i centri urbani più sviluppati in modo da trovare vasti sbocchi per le attività commerciali sempre più in espansione. Essi andavano cercando ambienti, sia a livello regionale che nazionale, dove vi fosse una domanda di servizi commerciali e professionali inerenti alle loro capacità ed aspirazioni. La sempre maggior presenza di ebrei nei centri urbani più sviluppati incoraggiò a sua volta l’aumento dei loro traffici e commerci. I continui spostamenti sul territorio consentirono ai singoli di stabilire, ogni volta, un nuovo equilibrio tra modernità e tradizione a beneficio di una propria fruttuosa ricollocazione nell’ambito di una società in continuo movimento.

1.7. I percorsi dell’integrazione nelle diverse attività economiche.

Nella seconda metà dell’Ottocento si assistette ad un processo di vasta mobilità verticale a seguito del quale la minoranza ebrea andò ad occupare le sfere più alte della stratificazione sociale; accanto a ciò si andò poi realizzando una sempre maggior integrazione che consentì un superamento delle antiche barriere discriminatorie.

Il popolo ebraico fu spinto sempre più verso la conquista di quelle posizioni sociali che da innumerevoli anni gli erano interdette e a seguito dell’abolizione delle antiche barriere l’obiettivo dell’integrazione sembrò più che mai realizzabile.

Il percorso fu comunque articolato e occorre fare riferimento ai diversi ambiti delle attività economiche nelle quali gli ebrei si impegnarono per evidenziare differenze e peculiarità.

1.7.a. L’amministrazione pubblica.

Da sempre l’istruzione era stata un punto di forza della minoranza ebraica: durante il lungo periodo di segregazione nei ghetti lo studio e l’attenzione verso la cultura non erano mai venuti meno, anzi, erano stati visti come mezzi utili per mantenere l’aggregazione e tramandare le tradizioni secolari.

Negli ultimi anni del XIX secolo, il nettissimo divario tra i livelli di scolarità degli ebrei e il resto della popolazione italiana fu un dato che condizionò fortemente l’affermazione d’ebrei all’interno della pubblica amministrazione.

Questa scalata però fu resa possibile anche da altri fattori. Anzitutto, per accedere a queste cariche, era condizione necessaria e sufficiente il possesso del titolo di studio; era dunque un campo relativamente aperto nel quale non occorreva l’essere parte di sistemi precostituiti o già consolidati.

Inoltre, negli ebrei era forte il desiderio di rendersi partecipi e vicini a quel sistema dello Stato Unitario che aveva dato loro la possibilità dell’emancipazione: si sentivano vicini alla classe politica liberale e desideravano partecipare alla costruzione di un apparato statale consono alla nuova Italia unita.

Numerosa fu così la presenza di insegnanti ebrei a tutti i livelli scolastici: dalla scuola elementare all’università.

Per gli stessi motivi indicati in precedenza si ebbe un’indicativa presenza della partecipazione degli ebrei alla vita dell’esercito in posizioni di rilievo.

1.7.b. La proprietà immobiliare.

Con l’istituzione del ghetto era stato posto anche il divieto assoluto per gli ebrei di possedere immobili. Quello immobiliare fu perciò un campo a lungo inibito ai semiti, ma l’emancipazione influenzò anche tale ambito che, per molto tempo, era stato impraticabile.

Occorre puntualizzare che nonostante l’emancipazione avesse rimosso ogni sorta di divieto, negli ebrei si notò una minore propensione ad investire negli immobili rispetto al resto della popolazione italiana, e ciò è riconducibile sicuramente ad una naturale diffidenza nei confronti di questi investimenti interdetti per secoli. Sempre in tema di immobili occorre segnalare la forte presenza ebraica nelle vendite dell’asse ecclesiastico tra il 1867 e la prima guerra mondiale; il non essere cattolici fu, in questo caso, un indubbio vantaggio nel favorire le operazioni di acquisto con intenti commerciali e speculativi.

Lungo il XIX secolo crebbe indubbiamente l’interesse per i beni immobiliari, senza tuttavia dimenticare l’antico retaggio dei passati divieti.

1.7.c. Le attività commerciali.

Senza dubbio il commercio è l’attività che più frequentemente e spontaneamente viene associata ad un’ elevata presenza ebraica. Facendo riferimento al XIX e al XX secolo è possibile affermare che il commercio fu indubbiamente l’ambito economico nel quale era rilevabile una preponderanza di individui appartenenti alla minoranza ebraica.

Già osservando nel 1800 alcuni dati riferiti al periodo successivo alla prima emancipazione, emerge come nelle diverse città italiane i commercianti ebrei avessero un ruolo di rilievo. A Livorno, ad esempio, si descrive un commercio fiorente, nel quale avevano un posto importante i «mezzani» o intermediari di affari che erano titolari «di quasi tutti i traffici con l’Oriente e con il Levante»77.. A Torino, nel 1834, quando ancora vigevano le antiche interdizioni, la percentuale delle professioni ascrivibili al commercio esercitate da soggetti ebrei era del 69,23 per cento; questa era particolarmente alta perché erano meno diffuse le attività artigianali e industriali. Subito dopo l’emancipazione fu prima di tutto il commercio a rivelare l’intraprendenza degli ebrei appena liberati. Si assistette poi, nel 1911, al passaggio di un certo numero d’ebrei addetti ad attività di compravendita quotidiana a funzioni invece di tipo impiegatizio, sempre nel settore commerciale. Infine, nel caso romano, il profilo delle professioni esercitate dagli ebrei nel 186888 rivela una percentuale assai maggiore di «compratori e venditori girovaghi di abiti vecchi», «chincaglieri girovaghi», «fazzolettari girovaghi»; si segnala insomma la forte presenza di un piccolo commercio estremamente povero che andava ad assommarsi a forme di intermediazione più redditizie tali da riconoscere un’importante posizione del gruppo ebraico nella Roma degli anni successivi all’emancipazione.

1.7.d. Le attività bancarie.

Riuscire a delineare con chiarezza la figura del banchiere «puro», soprattutto nel XIX secolo, è assai difficile: non è, infatti, rintracciabile un confine netto tra attività commerciali e attività di credito e questa constatazione è riferibile in generale a tutta la popolazione italiana. I soggetti che si occupavano esclusivamente di operazioni contestualizzabili nell’ambito bancario, erano assai rari e ben più comuni erano i casi di commercianti o imprenditori i quali preferivano, ad un certo punto, concentrare la loro attenzione e le loro attività prevalentemente al credito, all’acquisto di azioni o ad operazioni su titoli pubblici partecipando alla vita di qualche banca.

Dunque, risulta ancor più arduo tentare di definire un assetto della questione riferendosi esclusivamente a soggetti ebrei. Indubbiamente vi era la presenza di banchieri d’origine semita, ma essi hanno storie e percorsi estremamente differenti tra loro soprattutto a causa delle differenze esistenti tra le varie comunità in seno alle quali operarono.

Questa frammentazione delle iniziative in campo finanziario, non deve però portare a sottovalutare l’ampiezza dei circuiti che si vennero a creare attorno alla circolazione di capitali fra ebrei di diversi gruppi italiani e stranieri.

Indubbiamente di rilievo fu poi, la partecipazione di quasi tutti i banchieri ebrei italiani al finanziamento dei grandi lavori pubblici e alla speculazione fondiaria, prima a Firenze e poi a Roma. Da questo momento in avanti si ebbe il generale inserimento dei banchieri ebrei nel processo di trasformazione del credito nazionale.

1.7.e. Le assicurazioni.

La consuetudine con gli affari e con le iniziative in campo finanziario fu probabilmente una delle condizioni che rese più facile per molti ebrei, ormai liberi di agire nell’economia alla pari di tutti gli altri, adeguarsi alle nuove opportunità del momento e ai nuovi metodi di lavoro.

Ciò sembra essere confermato dalla presenza costante di ebrei lungo l’arco dell’Ottocento nel settore delle assicurazioni che, proprio in quel periodo, vede uno sviluppo significativo.

Sin dalla fine del Settecento, in particolari realtà portuali come quelle di Livorno e Trieste, si andò delineando sempre più la stretta correlazione tra attività assicurative e attività commerciali: «L’accumulazione nell’intermediazione delle merci era l’elemento essenziale dello sviluppo dell’assicurazione», che anzi «si qualificava come un vero e proprio strumento di valorizzazione del capitale di origine commerciale»99.

Naturalmente era indispensabile una certa capacità tecnica, nella quale l’abilità nel commercio si connetteva a una preparazione culturale più ampia. A questi elementi andava aggiunta l’apertura verso orizzonti internazionali, sulla base però di una precisa forma d’appartenenza di gruppo e l’intreccio della proprietà con quel tanto di spregiudicatezza necessaria per cimentarsi in attività nuove e poco praticate. In tutto ciò il caso di Trieste è illuminante: la sua élite economica seppe rompere i confini del localismo ed impostare iniziative d’ampio respiro, come quella delle assicurazioni sulle merci.

Si può dunque affermare con certezza che l’impegno d’uomini d’affari ebrei nelle assicurazioni fu indicativo e qualificante.

1.7.f. L’industria.

Analizzando il mondo della produzione dell’Ottocento si osserva come il percorso degli ebrei italiani verso l’assunzione di comportamenti economici liberi non sia stato facile e senza ostacoli; per diversi decenni, infatti, si assistette ad una presenza ebraica assai limitata nel mondo industriale.

Negli Atti del Comitato dell’inchiesta industriale1010 si evince che la partecipazione ebraica alle attività imprenditoriali tradizionali si limitava ai settori del cuoio e delle pelli, alla trattatura della seta e alle pratiche della stampa. Si aveva poi una notevole dispersione in vari altri ambiti più o meno legati alle attività tradizionali: oreficeria, lavorazione di pietre dure, prodotti chimici d’origine minerale erano settori più «moderni» verso i quali gli ebrei riversavano attenzione e investimenti. Il gruppo ebraico dunque, nel suo insieme, non pareva ancora orientato a seguire le tendenze prevalenti dell’economia delle varie parti del paese e in ogni modo, la ridotta frazione di coloro che si erano impegnati nell’industria sembrava più sensibile alle nuove opportunità offerte dai processi di trasformazione in atto.

Si può affermare che dalla tradizionale e ben avviata attività commerciale degli esponenti del popolo ebraico non seguì naturalmente, come conseguenza logica e necessaria, l’impegno nell’industria; i commerci e i relativi proventi potevano semmai alimentare iniziative in campo finanziario, ed erano poi queste ultime ad avvicinare gli uomini d’affari al mondo dell’industria attraverso la cessione di capitali a imprenditori.

1.7.g. Gli ebrei nei consigli delle società per azioni.

Facendo riferimento ad una pubblicazione del Credito Italiano del 19131111 è possibile fare il punto della situazione della presenza ebraica nei consigli d’amministrazione in un periodo che può considerarsi l’arrivo dei processi d’integrazione messi in moto dall’emancipazione. Da questi dati si evidenzia la consistenza del processo di mobilità verticale realizzatosi nel corso dell’Ottocento.

Nella seguente tabella si propone la graduatoria per settori del numero delle società con presenza di ebrei, in percentuale sul totale delle società per azioni censite.

Tavola 5. SOCIETA’ PER AZIONI CON PRESENZA D’EBREI NEI CONSIGLI DI AMMINISTRAZIONE (1913).

Settori

% Sul totale delle società

Assicurazioni

69,2

Gomma

40,0

Edilizia

40,0

Immobiliari

35,7

Banche e credito fondiario

34,4

Commercio e magazzini

34,0

Meccanica e auto

33,3

Società italiane all’estero

33,3

Trasporti

33,0

Acquedotti

31,2

Diverse

29,6

Siderurgiche

26,0

Materiali da costruzione

23,0

Alberghi e terme

22,8

Carta e arti grafiche

22,5

Chimiche

22,3

Elettriche e macchine elettriche

21,5

Estrattive

19,2

Tessili

19,0

Alimentari

16,2

Fonte: F. Levi, «Gli ebrei nella vita economica italiana dell’Ottocento», in Storia d’Italia. Gli ebrei in Italia, Edizioni Einaudi, 1997.

Dai dati è possibile notare che al di sopra della media stavano in primo luogo le società di assicurazione, le imprese del settore immobiliare e edilizio, le banche, le società attive nel commercio, nelle relazioni con l’estero e nei trasporti e ancora, per ciò che riguarda il mondo della produzione, le industrie della gomma e quelle meccaniche e automobilistiche.

Risaltano, inoltre, tratti di maggiore «modernità», come si può notare ancora meglio dalla seguente tabella.

Tavola 6. SOCIETA’ PER AZIONI CON ALMENO _ D’EBREI MEMBRI DEI CONSIGLI DI AMMINISTRAZIONE (1913)

Settori

% sul totale delle società con ebrei nei consigli di amministrazione.

Gomma

50,0

Edilizia

50,0

Commerciali e magazzini

42,8

Estrattive

40,0

Alberghi e terme

37,5

Metallurgiche

36,5

Alimentari

33,3

Assicurazioni

33,3

Chimiche

31,8

Trasporti

27,2

Meccanica auto

26,4

Immobiliari

25,0

Diverse

25,0

Elettriche

20,0

Acquedotti

20,0

Materiali da costruzione

19,0

Banche e credito fondiario

15,7

Tessili

11,5

Carta e arti grafiche

11,1

Fonte: F. Levi, «Gli ebrei nella vita economica italiana dell’Ottocento», in Storia d’Italia. Gli ebrei in Italia, Edizioni Einaudi, 1997.

Osservando i dati, i settori in cui gli ebrei sono più rappresentati coincidono all’incirca con quelli della tabella precedente, ma qui è possibile segnalare la tendenza ad una iniziativa più concentrata in alcune industrie classificabili come «moderne» rispetto ai settori più tradizionali.

1.8. Uno sguardo conclusivo.

Nelle poche pagine precedenti si è cercato, in modo estremamente sintetico, di tracciare un quadro della posizione della minoranza ebraica italiana all’interno del settore economico dell’Italia unitaria.

Partendo dall’emancipazione, presupposto fondamentale dal quale iniziare l’osservazione, si è mostrato come, grazie a diversi fattori, gli ebrei procedettero sulla strada dell’integrazione economica in modo estremamente articolato.

Le peculiari caratteristiche degli israeliti li guidarono in modo differenziato nelle attività economiche, facendo percorrere loro vie alternative e diversificate dal resto della classe economica italiana.

Indubbiamente, a partire dall’Ottocento vi fu una forte spinta di mobilità verticale tra gli ebrei italiani, ma essi si mantennero comunque un gruppo separato, smentendo così la facile affermazione per cui il successo economico comporti necessariamente la totale e immediata assimilazione alle logiche della maggioranza da parte di gruppi dotati di specifiche differenze storiche e culturali.

Nei singoli soggetti ebrei, affacciatisi liberamente sul mercato dopo l’emancipazione, si ritrova una forte volontà di valorizzare individualmente le opportunità finalmente offerte ma anche una tendenza inevitabile a partecipare come gruppo al processo di formazione della classe dirigente dell’Italia unitaria.

Punti di forza e di differenziazione furono per gli ebrei: il forte legame con le attività e i comportamenti economici tradizionali, il rapporto duraturo con il mondo della cultura e dell’istruzione ed infine una notevole apertura verso orizzonti internazionali.

Questa sempre maggiore affermazione, faticosamente costruita, sarà colpita e sgretolata a seguito dell’emanazione delle leggi razziali del 1938, con le quali sarà realizzato un vero e proprio progetto di limitazioni e di confische atte a defraudare gli ebrei d’ingenti patrimoni e capitali.

1 1 S. Kuznets, «Economic structures and life of the jews», in S. Kinkelstein, The jews, vol. II, New Jork, 1980.

2 2 M. Meriggi, «Bougeoisie, Burgertum, Borghesia: i contesti sociali dell’emancipazione ebraica», in F. Sofia e M. Toscano (a cura di), Stato nazionale ed emancipazione ebraica,Bonacci, Roma, 1992, cit., p. 162.

3 3 E.F. Sabatello, «Trasformazioni economiche e sociali degli ebrei in Italia nel periodo dell’emancipazione», in Italia Judaica, n. 3, 1993.

4 4 E. Raseri, «La popolazione israelitica in Italia», in Atti della Società Romana di Antropologia, vol. 1. 1904, pp. 89-91.

5 5 E.F. Sabatello, «Trasformazioni economiche e sociali», cit., p. 118.

6 6 Ivi, p.117.

7 7 S. Gianforma, «Gli ebrei livornesi nel censimento del 1841», in M. Luzzati (a cura di), Ebrei di Livorno tra due censimenti (1841/1938), Belforte editore libraio, Livorno 1990.

8 8 S. Caviglia, «Vita economica e sociale degli ebrei romani dall’emancipazione (1870) agli inizi del secolo XX», in Rassegna Mensile di Israel, gennaio-aprile 1986, n. 1.

9 9 G. Sapelli, «Uomini e capitali nella Trieste dell’Ottocento.La fondazione della Riunione Adriatica di Sicurtà», in Società e storia, 1984, n. 26, Edizioni Studio Tesi, Pordenone 1991.

10 10 Atti del Comitato dell’inchiesta industriale, Roma 1873.

11 11 Credito Italiano, Società italiane per azioni. Notizie statistiche, Milano 1914.

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© Morashà 2002 - Annamaria Colombo 2002

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