Tesi di laurea di Annamaria Colombo - La spoliazione dei beni degli ebrei in Italia in seguito alle leggi razziali del 1938 e le relative restituzioni


Capitolo 2: I provvidementi legislativi di confisca e di sequestro e i conseguenti effetti dal 1938 al 1943

2.1. Premessa
2.2. Verso le leggi razziali: i presupposti delle legislazione
2.3. Il censimento dell’agosto 1938
2.4. La legislazione razziale: il Regio Decreto-Legge del 17 Novembre 1938
2.4.a. Gli appartenenti alla razza ebraica
2.4.b. I provvedimenti di discriminazione
2.5. L’articolo 10: il fondamento delle limitazioni alla proprietà immobiliare e all’attività commerciale ed industriale
2.6. Le norme di attuazione ed integrazione all’art. 10: la disciplina volta a regolamentare i limiti di proprietà immobiliare e di attività industriale e commerciale per i cittadini di razza ebraica
2.6.a. I limiti posti alla proprietà immobiliare
2.6.b. Le limitazioni alla partecipazione in aziende industriali e commerciali
2.6.c. Alcune disposizioni generali e finali
2.7. Dalle leggi razziali del 1938 ai provvedimenti delle Repubblica Sociale Italiana: la seconda fase della legislazione contro gli ebrei
2.8. L’ordinanza di polizia n. 5 e il Decreto Legislativo del Duce n. 2
2.9. L’itinerario delle pratiche di confisca previsto dalla legge del 4 Gennaio 1944
2.10. La drammaticità delle situazioni derivanti dall’applicazione delle confisca alla totalità dei beni ebraici
2.11. La diatriba inerente alla confisca delle pensioni spettanti a soggetti ebrei
2. 12. Cenni conclusivi

2.1. Premessa.

Per realizzare un’analisi il più possibile attenta e dettagliata di ciò che riguarda i diversi provvedimenti legislativi attuati con l’intento di sottrarre beni e porre interdizioni nei confronti della popolazione ebrea durante il periodo fascista, occorre fare alcune precisazioni di carattere temporale.

I provvedimenti presi dal 1938 in avanti dallo Stato fascista devono essere suddivisi in due grandi categorie: quelli realizzati in data antecedente il 3 Settembre 1943 (Armistizio Badoglio) e quelli successivi a tale evento, riconducibili alla costituzione della Repubblica Sociale Italiana.

La distinzione risulta essere fondamentale sia perché, grazie ad essa, si è in grado di vedere l’evoluzione concreta dei provvedimenti nei due differenti periodi, sia perché fornisce un quadro più completo delle diverse politiche che ispirarono le leggi aventi ad oggetto l’economia ebraica italiana.

La azioni realizzate in seguito al primo momento seguirono percorsi articolati e videro la costituzione di un apparato volto esclusivamente ad eseguire nel modo più meticoloso possibile le disposizioni fissate attraverso la legge a seguito delle dichiarazioni del Gran Consiglio; si assistette a procedimenti abbastanza lunghi, non spinti da un cieco accanimento ma da un sistematico desiderio di contenimento delle ricchezze e delle posizioni ebraiche.

Dall’istituzione della Repubblica Sociale in avanti la politica antisemita e le derivanti leggi, furono determinate, di fatto, dai tedeschi. In modo particolare influirono anche le precarissime condizioni economico-finanziarie della Rsi: questo secondo gruppo di confische ebbe il principale obiettivo di sostenere e migliorare l’assetto economico della neonata repubblica.

2.2. Verso le leggi razziali: i presupposti della legislazione.

I primi provvedimenti legislativi fascisti contro gli ebrei furono preceduti da varie dichiarazioni ufficiali che avevano diversi scopi; anzitutto era necessario preparare l’opinione pubblica italiana. la quale doveva essere opportunamente convinta della necessità degli stessi. In secondo luogo si preferì tardare nel prendere una posizione ufficiale in quanto era prevedibile che tali provvedimenti avrebbero suscitato impopolarità all’estero e presso la Santa Sede; in ultimo si ritenne opportuno non scoprire che all’ultimo momento le proprie intenzioni per evitare dannose ripercussioni sulla economia nazionale. Si temeva, infatti, che sicuri delle intenzioni del governo, molti ebrei potessero esportare più o meno clandestinamente i loro capitali e che, quindi, in genere, l’economia nazionale potesse risentirne.

La prima manifestazione ufficiale fu la pubblicazione, il 16 febbraio 1938, del n. 14 dell’Informazione diplomatica; essa fu redatta personalmente da Mussolini con un tono apparentemente conciliante, che alla prima affermazione smentiva qualsiasi intenzione di prendere provvedimenti contro gli ebrei ma che all’ultimo capoverso avvertiva della preparazione di provvedimenti contro gli stranieri rifugiati in Italia.

Il 14 Luglio del 1938 fu pubblicato da «Il Giornale d’Italia» e da tutta la stampa il Manifesto del Razzismo italiano; esso era il documento che aveva lo scopo di offrire una piattaforma scientifico-ideologica dell’antisemitismo di Stato ed era anche l’avvio, sempre più chiaro e visibile, della macchina della persecuzione. Il primo segno tangibile di tale posizione fu la trasformazione, presso il Ministero dell’Interno, dell’ufficio demografico centrale in Direzione generale per la Demografia e Razza: per oltre cinque anni tale istituzione avrebbe disposto le sorti di decine di migliaia di ebrei italiani e stranieri.

Il 5 Agosto fu la volta di una nuova Informazione diplomatica, la n. 18: in essa veniva affermato che «Discriminare non significa perseguitare […]. Gli ebrei, in Italia, nel territorio metropolitano sono 44.000 […] d’ora in avanti la loro partecipazione alla vita globale dello Stato dovrà essere, e sarà, adeguata a tale rapporto».

Nella notte del 6 Ottobre dello stesso anno si aggiunse la Carta della razza, promulgata dal Gran Consiglio del fascismo in una riunione presieduta dal Duce. «Essa non merita veramente di essere considerata la magna charta del razzismo italiano»11, ma chiarì esplicitamente i suoi presupposti politici e non scientifici, come invece era stato dichiarato nel Manifesto. Nel documento del Gran Consiglio si ricorda in maniera diretta che «l’ebraismo mondiale – specie dopo l’abolizione della massoneria – è stato l’animatore dell’antifascismo in tutti i campi e che l’ebraismo estero o italiano fuoruscito è stato unanimemente ostile al fascismo». Appare evidente che ciò che si voleva colpire erano i nemici del regime più che i figli di Jéhova in quanto tali.

Dopo l’apparizione della Carta il Duce diede disposizioni affinché il partito attivasse con sempre maggior vigore la campagna antisemitica.

L’aspetto più reale e concreto del razzismo italiano venne così prendendo volto e si sviluppò «su se stesso» con una serie di leggi, norme, e circolari successive che solo vagamente si ispirarono alle decisioni del Gran Consiglio e che andarono molto oltre la lettera e lo spirito di queste.

2.3. Il censimento dell’agosto 1938.

Per individuare quale parte della popolazione italiana che doveva essere assoggettata alla ormai imminente normativa persecutoria, nell’estate del 1938 venne effettuata un’accurata rilevazione degli ebrei italiani e stranieri residenti nel Regno d’Italia.

Il censimento degli ebrei precedette di pochi giorni l’emanazione delle prime leggi antiebraiche e la raccolta di tali dati risultava essere necessaria in quanto quelli disponibili sui singoli ebrei, in riferimento ai primi sei mesi dell’anno, erano imprecisi e non aggiornati. Lo scopo fu effettivamente raggiunto: gli ebrei in Italia vennero accuratamente individuati, censiti e schedati, ma questi dati non furono concretamente utilizzati e vennero invece rese pubbliche a mezzo stampa delle rilevazioni inesatte e contraddittorie.

L’iniziativa fu gestita da due ripartizioni del Ministero dell’Interno: la Direzione generale della pubblica sicurezza (DGPS) e la Direzione generale per la Demografia e Razza (c.d. demorazza).

A tutti i prefetti vennero inviate richieste per l’invio, in duplice copia, degli elenchi degli iscritti alle comunità e quelli dei «cancellati», cioè dei dissociati, e i dati vennero spediti a Roma nel giro di qualche settimana. La vicenda dimostrò che nel complesso la gestione dei dati anagrafici da parte delle comunità era decisamente precaria; nonostante vi fossero obblighi giuridici (Regio Decreto n.1561 del 1931)22, alcune di esse si erano limitate a classificare i contribuenti (cioè i capifamiglia) nonché gli aventi diritto al voto comunitario (maggiorenni e con istruzione obbligatoria). Per i restanti ebrei esistevano, a seconda dei casi, liste, registrazioni numeriche o addirittura semplici stime.

Il censimento appurò che nella penisola vi erano 58.412 persone aventi per lo meno un genitore ebreo o ex-ebreo; di essi, coloro che si dichiararono effettivamente ebrei furono 46.656, corrispondente all’80% dei censiti e a circa l’1 per mille della popolazione complessiva della penisola. Chi, figlio di due «ariani» professava la religione ebraica, non venne incluso nel censimento.

Gli ebrei «effettivi» erano suddivisi in 37.241 italiani e 9.415 stranieri e le comunità più popolose erano quelle di Roma (circa un quarto dell’intera popolazione ebraica), Milano, Trieste e Torino; tutti gli altri nuclei cittadini ebraici erano inferiori alle tremila persone.

Tra tutti i censiti di cittadinanza italiana e con condizione professionale, il 20-25% era impiegato, con svariate mansioni di produzione e di commercio, nel settore tessile e un ulteriore 9-10% si occupava di istruzione,di editoria e di tipografia.

Non tutti i 58.412 censiti furono però colpiti dalla persecuzione: i criteri adottati dai legislatori italiani non prevedevano i cosiddetti «ebrei meticci», pertanto i figli di matrimonio razzialmente misto vennero classificati come ariani o ebrei. Venne adottato il criterio della «superiorità razzistica del sangue italiano» che meccanicamente determinava i soggetti aventi eguali quantità di tipi di sangue come non ebrei qualora vi fossero state coerenti manifestazioni etiche, politiche e religiose. Nel caso in cui queste manifestazioni non fossero state presenti o chiare interveniva la dichiarazione di appartenenza alla minoranza.

Non è facile determinare il numero delle persone assoggettate alle disposizioni razziali; sicuramente esso è compreso tra i 58.412 censiti e i 46.656 dichiarati e lo storico Michele Sarfatti, studioso attento della materia, ritiene a seguito di complessi calcoli che il numero di queste persone si aggiri intorno ai 51.100 ( di questi quasi il 10% era cattolico o non professava alcuna religione), probabilmente divisi fra 41.300 italiani e 9.800 stranieri33.

Tavola 1. RIEPILOGO DELLE STIME E DELLE STATISTICHE GENERALI DEGLI EBREI NEL REGNO D’ITALIA PER IL PERIODO 1931-1938.

Ebrei censiti

Data del censimento

Data di pubblicazione ed eventuali note

56.400

1924

1932

55.396

1931

1931

47.825

21/4/1931

1934, dati del censimento generale della popolazione

51.950 – 52.000

Metà 1937

Metà 1937

52.460

Fine 1937

Fine 1937

47.049

1931

Giugno 1938

45.998

1/1/1939

Non pubblicato, dato UCII°

50/60.000

Inizi 1938

16/2/1938, Informazione Diplomatica n.14

44.000

Luglio 1938

5/8/1938, Informazione diplomatica n. 18

70.000

22/8/1938

1/9 e 5/10 1938, Stima del Censimento Demorazza

55.103 – 44.626*

22/8/1938

Non pubblicato, Censimento Demorazza, primo totale provvisorio

57.425 – 46.185*

22/8/1398

11/10/1938, Censimento Demorazza, secondo totale provvisorio

58.412 – 46.656*

22/8/1938

Non pubblicato, Censimento Demorazza, terzo totale

100.000

1938

Ottobre 1938

45.412 45.410

1/1/1932

Ottobre 1941, Dati UCII°

* Il primo dato comprende tutti i nati per lo meno da un genitore ebreo. Il secondo coloro che erano effettivamente ebrei.

° sigla indicante l’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane

Tabella tratta da: Cronaca dell’elaborazione delle leggi del 1938, di M. Sarfatti, ed. Zamorani,1994.

Tavola 2. PROSPETTO DI DISTRIBUZIONE DEGLI EBREI NEL REGNO D’ITALIA SECONDO I CENSIMENTI DEL 1931 (persone di religione ebraica) e del 1938 (persone di razza ebraica) E LE STATISTICHE DELL’UNIONE DELLE COMUNITA’ ISRAELITICHE ITALIANA UCII (ebrei iscritti alle singole comunità).

COMUNITA’ ISRAELITICA (province o regioni corrispondenti).

21 Aprile 1931 Censimento Generale della popolazione.

1 Gennaio 1932 Dati UCII

1 Gennaio 1936 Dati UCII

Censimento 22 Agosto 1938 Demorazza

1 Gennaio 1940 Dati UCII

Torino (Torino, Aosta, Cuneo)

4.075

3.836

4.048

4.345

2.918

Alessandria, Casale Monferrato

591

612

557

599

358

Vercelli (Vercelli, Novara)

292

245

260

495

187

Genova (regione Liguria, Massa e Carrara)

2191

3.000

2.600

2.848

1.350

Milano (Milano, Como, Pavia, Sondrio, Varese)

7186

5548

6205

10654

5000

Mantova (Mantova, Bergamo, Brescia, Cremona)

690

625

601

905

417

Verona (Verona, Vicenza)

377

429

405

471

231

Venezia (Venezia,Belluno, Treviso)

1.943

1.711

1.700

2.365

1.324

Padova (Padova, Rovigo)

673

610

586

857

503

Trieste (Trieste, Pola*)

4.788

5.025

5.000

6.125

2.850

Fiume* Abbazia* Zara*

1.880

1.375

1.287

1.831

928

Parma (Parma, Piacenza)

236

98

110

371

60

Modena (Modena, Reggio Emilia)

500

469

410

676

278

Bologna

818

1.300

862

1.000

550

Ferrara (Ferrara, Forlì, Ravenna)

767

822

743

917

525

Ancona (regione Marche)

970

835

796

1.218

675

Firenze (Firenze, Arezzo, Pistoia, Siena)

2.834

2.730

2.630**

2.641

2.800

Pisa (Pisa, Lucca)

561

481

511

731

351

Livorno (Livorno, Grosseto)

1.861

1.941

2.029

2.481

1.300

Roma (regioni Lazio, Abruzzi e Molise, Sardegna, Umbria)

11.807

12.316

13.268

13.376

11.700

Napoli (regione Campania)

876

858

867

714

530

Regioni Puglia, Lucania, Calabria e Sicilia

293

-

-

358

-

TOTALE REGNO D’ITALIA

47.825

45.412

45.998

57.425 ma 46.189***

35.156

*All’epoca facente parte del Regno d’Italia. **Dato relativo al 1 Gennaio 1935. ***Il primo totale e tutti i parziali comprendono tutti i dati da perlomeno un genitore ebreo. Il secondo comprende coloro che erano effettivamente ebrei al censimento.          

Tabella tratta da: Cronaca dell’elaborazione delle leggi del 1938, di M. Sarfatti, ed. Zamorani, 1994.

2.4. La legislazione razziale: il Regio Decreto-Legge del 17 Novembre 1938.

Nel Novembre del 1938 il Consiglio dei Ministri approvò una vera e propria legislazione razziale che Vittorio Emanuele III, Re d’Italia, firmò. La normativa era contenuta nel Regio Decreto n. 1728 ed entrò in vigore il 4 Dicembre dello stesso anno.

Le leggi razziali tendevano a regolare solo i diritti degli ebrei italiani, in quanto a quelli stranieri e a quelli che avevano acquistato la cittadinanza italiana dopo il 1 Gennaio 1919 era fatto divieto, dal 12 Settembre 1938, di soggiornare stabilmente nel Regno44.

La disciplina volgeva alla limitazione della libertà personale, sociale ed economica degli appartenenti alla minoranza ebraica e si suddivideva in tre Capi: nel primo erano contenute le disposizioni regolanti i matrimoni tra cittadini italiani di razza ariana con persone appartenenti ad altra razza; nel secondo venivano dettate numerose norme limitative e discriminanti nei confronti degli appartenenti alla razza ebraica e nel terzo erano prescritte una serie di disposizioni transitorie e finali necessarie per la regolamentazione dei tempi e delle modalità di attuazione di tutta la legislazione.

L’articolo 8, contenuto nel secondo Capo, era deputato all’indicazione dei criteri per la determinazione degli appartenenti alla razza ebraica, e dunque dei soggetti direttamente interessati dalle norme disciplinatrici; esso era lo spartiacque, la linea di confine che individuava i destinatari della legislazione razziale. Nel medesimo Capo si trovava anche l’articolo contenente il cosiddetto provvedimento di discriminazione (art. 14); esso era un’ eccezione che permetteva ad alcuni ebrei, minuziosamente individuati, di essere esclusi dalla soggezione alle norme indicate nel Decreto stesso. Ai fini di questa ricerca, di importanza fondamentale risulta poi essere l’articolo 10, che riguardava esplicitamente le limitazioni alle proprietà immobiliari e alle attività industriali e commerciali per i cittadini italiani appartenenti alla razza ebraica; con esso venne dato il fondamento giuridico e l’avvio a tutta una serie di successive disposizioni che portarono a interdizioni, sequestri e confische.

2.4.a. Gli appartenenti alla razza ebraica.

Obiettivo primario della legislazione razziale fascista fu quello di individuare con la massima precisione tutti gli individui appartenenti alla minoranza israelitica in Italia; i dati ottenuti dal censimento realizzato erano risultati essere incerti e approssimativi, e dunque i legislatori decisero di indicare dettagliatamente quali fossero le condizioni in base alle quali un individuo doveva essere classificato come appartenente alla razza ebraica55, e pertanto soggetto alle leggi razziali.

I punti basilari per tale classificazione risultarono essere:

Non veniva considerato appartenente alla razza ebraica chi fosse nato da genitori di nazionalità italiana, di cui uno solo di razza ebraica, che, alla data del 1 Ottobre 1938 appartenesse a religione diversa da quella ebraica.

Da questo sommario esame appare evidente che non venne adottato un criterio «di sangue», ma che furono tenuti in conto anche elementi religiosi e politici; la tendenza che si venne a creare tra i responsabili della politica antisemita fu quella di cercare di ampliare al massimo la casistica delle figure ebraiche.

Questa normativa creò scompiglio e difficoltà nella sua applicazione, al punto tale che in numerosi casi particolari, non previsti e non risolvibili facilmente sulla base delle indicazioni legislative, nacquero controversie e disagi che inficiarono l’unità morale, spirituale e materiale delle numerose famiglie «miste» presenti sul territorio. A complicare ulteriormente la situazione ci fu una circolare riservata della Demografia e Razza66, nella quale si leggeva: «I criteri contenuti in questo articolo [art. 8] per determinare l’appartenenza della razza ebraica hanno carattere fondamentale e, conseguentemente, sono di portata più ampia dell’attuale provvedimento». La realtà ebraica italiana era profondamente assimilata al resto della popolazione italiana, e questo aspetto rendeva estremamente difficile l’applicazione concreta della legislazione; l’obiettivo, proposto dai politici, di riuscire a separare la comunità ebraica da quella nazionale e di ridurre al minimo il numero degli ebrei discriminati, cioè in qualche modo non riammessi alla collettività, risultò di non facile realizzazione.

2.4.b. I provvedimenti di discriminazione.

L’articolo 14 del Regio Decreto-Legge 1728 prevedeva l’emanazione di un provvedimento definito di «discriminazione»; esso era un’eccezione rispetto al trattamento applicabile ai cittadini ebrei in quanto, a seguito della sua emanazione, al soggetto intestatario non potevano essere applicate le disposizioni previste dagli articoli 10, 11 e 13 lettera h del medesimo Decreto.

Il provvedimento in questione fu emanato dal Ministero dell’Interno che, su documentata istanza degli interessati, poteva disapplicare parte delle limitazioni imposte in virtù della presenza di determinate situazioni che venivano considerate come degne di riconoscimento.

Alcune delle interdizioni, previste normalmente per gli ebrei italiani, erano dunque escluse a seguito di questo provvedimento che, in qualche aspetto, riabilitava agli occhi della restante società pochi appartenenti alla minoranza ebraica.

I casi nei quali era possibile presentare istanza riguardavano:

  1. i componenti di famiglie di caduti nelle guerre libica, mondiale, etiopica e spagnola e dei caduti per la causa fascista;
  2. coloro che si trovavano in una delle seguenti condizioni:
Nel momento in cui tali situazioni erano concretamente riscontrate, il soggetto ebreo, e in alcuni casi anche i componenti della sua famiglia, vedeva venir meno le limitazioni fissate dalla normativa razziale e dunque poteva:

Il provvedimento del Ministro dell’Interno non era soggetto ad alcun gravame, sia in via amministrativa sia in via giurisdizionale, e gli interessati potevano chiederne l’annotazione nei registri dello stato civile e di popolazione.

Questa era, formalmente, la disciplina dettata, ma nella realtà alcune delle concessioni previste vennero annullate da altre disposizioni amministrative o leggi.

In termini concreti, quindi, la discriminazione costituì un beneficio ridotto e decrescente nel tempo; molti perseguitati tuttavia ne richiesero la concessione, per via del suo significato simbolico di attestazione di «benemerenza» per l’Italia o perché ritennero che avrebbe potuto rivelarsi utile in futuro.

2.5. L’articolo 10: il fondamento delle limitazioni alla proprietà immobiliare e all’attività commerciale e industriale.

Tra le diverse disposizioni volte ad incidere sui diritti degli ebrei una tra le più significative, per valore e per conseguenze, fu sicuramente quella dell’articolo 10 del Regio Decreto-Legge 1728; essa infatti risultò essere il fondamento di tutta una lunga serie di norme e provvedimenti riguardanti le limitazioni imposte sui beni immobili e sulle attività commerciali e industriali degli ebrei.

Il Decreto prima citato aveva riportato in vigore molte delle interdizioni in auge prima del 1848 e accanto ad esse si ritrova la limitazione delle proprietà; proprio quest’ultima, leggendo con attenzione il testo di legge, sembrava essere tra le meno radicali. Infatti, proprio e quasi soltanto in campo economico, gli ebrei ritenuti «meritevoli» (i cosiddetti discriminati del paragrafo precedente) avevano diritto ad un trattamento meno pesante di quello inflitto a tutti gli altri77. I motivi di questa apparente moderazione non appaiono chiari, ma l’interpretazione più attendibile risulta essere sicuramente quella che vede, accanto ai benefici effetti tanto auspicati derivanti dall’applicazione della normativa sulla proprietà, il timore delle eventuali ricadute negative delle leggi «razziali» in campo economico. Inoltre, le concessioni economiche ai discriminati previste dalla legge del 17 Novembre, non vanno in alcun modo sopravvalutate visto che esse furono di fatto «l’ultima e limitata esenzione rimasta in un quadro persecutorio drastico e generalizzato»88.

L’articolo 10 in questione così recitava:

“I cittadini italiani di razza ebraica non possono:

  1. prestare servizio militare in pace ed in guerra;
  2. esercitare l’ufficio di tutore o curatore di minori o incapaci non appartenenti alla razza ebraica;
  3. essere proprietari o gestori, a qualsiasi titolo, di aziende dichiarate interessanti la difesa della Nazione, ai sensi e con le norme dell’art. 1 del R. Decreto-Legge 18 Novembre 1929 - VIII, n. 2488, e di aziende di qualunque natura che impieghino cento o più persone, né avere di dette aziende la direzione né assumervi, comunque, l’ufficio di amministratore o di sindaco;
  4. essere proprietari di terreni che, in complesso, abbiano un estimo di valore superiore alle cinquemila lire;
  5. essere proprietari di fabbricati urbani che, in complesso, abbiano un imponibile superiore a lire ventimila. Per i fabbricati per i quali non esiste l’imponibile, esso sarà stabilito sulla base degli accertamenti eseguiti ai fini dell’applicazione dell’imposta straordinaria sulla proprietà immobiliare di cui al R. Decreto-Legge 5 Ottobre 1936 – XVI, n. 1743.

Con Decreto Reale, su proposta del Ministro per le finanze, di concerto coi Ministri per l’Interno, per la grazia e giustizia, per le Corporazioni e per gli Scambi e Valute, saranno emanate le norme per l’attuazione delle disposizioni di cui alle lettere c), d), e).”

Proprio i punti c), d), e) risultarono essere i cardini dell’azione limitatoria attuata su beni immobili e terreni.

Il primo punto in questione, nella parte iniziale, faceva chiaro riferimento ad «aziende dichiarate interessanti la difesa della Nazione, ai sensi e con le norme dell’art. 1 del R. Decreto-Legge 18 Novembre 1929 - VIII, n. 2488»; l’articolo richiamato prevedeva che «il Governo del Re, su proposta del comitato supremo di difesa, ha facoltà di determinare quali industrie debbono essere dichiarate fondamentali per la fabbricazione di prodotti essenziali per la difesa della nazione. La determinazione verrà fatta con decreto reale».

Dopo aver indicato le aziende rilevanti per la difesa della Nazione il punto c) proseguiva sottolineando che, a prescindere dalle indicazioni fornite in precedenza riguardanti la tipologia e le caratteristiche di produzione, i cittadini di razza ebraica non potevano comunque essere proprietari, gestori, direttori, amministratori o sindaci di aziende di qualunque natura (viene dunque meno una caratterizzazione dell’attività svolta) che impiegassero cento o più persone. La limitazione quindi, agiva su due diversi livelli: in primo luogo si operava per salvaguardare dal «pericolo ebraico» la gestione di imprese classificate come collegate alla tutela militare del Regno d’Italia prescindendo dalle dimensioni e rilevando esclusivamente l’attività svolta. In secondo luogo si andava a colpire anche le restanti aziende purché di medie-grosse dimensioni: non rilevando la tipologia della produzione, il criterio dal quale scattava la limitazione risultava essere quello del personale impiegato.

E’ importante sottolineare che il comma non faceva riferimento solo alla limitazione della proprietà ma indicava chiaramente tutte le cariche interdette agli ebrei che, ovviamente, risultarono essere quelle di maggior rilevanza ed importanza all’interno di una organizzazione imprenditoriale.

L’articolo 10 al punto d) specificava il valore massimo dei terreni di cui potevano essere proprietari gli appartenenti alla minoranza ebraica; oltre ad esso era fatto divieto di essere proprietari, in qualsiasi forma, a titolo di proprietà piena e di nuda proprietas o a titolo di concessione enfiteutica di ulteriori appezzamenti di terra.

Nel punto e) si leggeva la limitazione inerente ai fabbricati urbani: anche in questo caso venne fissata la soglia oltre la quale scattava il divieto della proprietà. Venne indicato il valore massimo dell’imponibile (quello su cui vengono commisurate le imposte) nella cifra di ventimila lire.

A seguito della disciplina dettata venne la naturale ed inevitabile conseguenza di dover gestire le proprietà eccedenti i limiti indicati; si trattava di acquisire, amministrare e vendere i beni che, a seguito della normativa, non potevano più restare nella disponibilità degli ebrei. Con l’articolo 10 era stato attivato un complesso ingranaggio, ma affinché tutto funzionasse era necessario dettare e specificare ulteriormente tutta una serie di norme che riuscissero a realizzare in concreto ciò che con questa disposizione si era prefissato come obiettivo. Proprio a tal fine, a distanza di pochi mesi venne emanato il Regio Decreto-Legge del 9 Febbraio 1939 - XVII, n. 126.

2.6. Le norme di attuazione ed integrazione dell’art. 10: la disciplina volta a regolamentare i limiti di proprietà immobiliare e di attività industriale e commerciale per i cittadini di razza ebraica.

Il Regio Decreto-Legge n. 126 può sicuramente essere considerato come il secondo provvedimento essenziale emanato sotto il regime fascista e volto a regolare l’esproprio dei beni degli ebrei.

Esso, composto da 80 articoli, venne suddiviso in tre Titoli:

I Titolo: Limitazioni alle proprietà immobiliari;

II Titolo: Limitazioni alla partecipazione in aziende industriali e commerciali;

III Titolo: Disposizioni generali e finali.

2.6.a. I limiti posti alle proprietà immobiliari.

Il primo titolo risultava composto da 8 Capi, ognuno dei quali destinato a regolamentare un particolare aspetto della disciplina limitativa di beni immobili.

Essendo esplicito il riferimento a tali beni, nell’art. 2 venne effettuata la precisazione di cosa fosse compreso in tale definizione: nel patrimonio immobiliare furono compresi gli immobili posseduti a titolo di proprietà piena e di proprietà nuda (quest’ultimi erano quelli sottoposti ad usufrutto) e quelli posseduti a titolo di concessione enfiteutica. Non vennero computati i diritti del concedente enfiteutico a meno che, a seguito della devoluzione del fondo, si verificasse un aumento del patrimonio. Nell’articolo seguente invece, venne fatto espresso riferimento a ciò che non era compreso nel patrimonio immobiliare: non vi rientravano gli immobili adibiti ad uso industriale e commerciale quando il proprietario o enfiteuta era anche il titolare dell’azienda alla quale gli immobili stessi erano destinati, i fabbricati di imprenditori edili costruiti a scopo di vendita e i beni che, all’entrata in vigore del decreto in questione, erano sottoposti a procedure di esecuzione immobiliare.

Una volta fissate le categorie di beni sui quali imporre le limitazioni si stabilì il destino dei beni eccedenti le soglie fissate; nell’articolo 4 si trovava l’indicazione dell’«Ente» al quale le proprietà dovevano essere trasferite. L’Ente in questione era il cosiddetto EGELI, cioè «Ente di gestione e liquidazione immobiliare», con sede in Roma e «con il compito di provvedere all’acquisto, alla gestione e alla vendita dei beni indicati all’articolo 4»99. Di tale Ente verrà successivamente approvato lo Statuto con il Regio Decreto-legge 27 Marzo 1939, XVII, n. 665.

E’ di facile intuizione che il processo di definizione dei beni eccedenti i limiti imposti e il conseguente trasferimento all’Egeli non fosse un’attività immediata e semplice; per ovviare ad eventuali «manovre» degli ebrei volte a sottrarre beni alle disposizioni, nell’articolo 5 venne stabilito che, fino alla determinazione definitiva di tali beni, «i cittadini di razza ebraica non possono compiere alcun atto di alienazione a titolo gratuito od oneroso o di costituzione ipotetica» anche se, eccezioni a questa disciplina potevano essere fatte qualora ricorressero «esigenze e circostanze particolari», previa autorizzazione del Ministero delle Finanze. Nel caso in cui gli atti di alienazione venissero comunque realizzati al di fuori delle ipotesi consentite, essi erano considerati «improduttivi di effetti».

Più oltre era previsto il caso delle donazioni: in deroga alla disciplina del trasferimento all’EGELI, fu fatta salva la possibilità per i cittadini italiani di razza ebrea di «fare donazione dei beni ai discendenti non considerati di razza ebraica ovvero ad Enti ed Istituti che abbiano fini di educazione od assistenza»1010; tale atto andava realizzato entro il termine perentorio di centottanta giorni dell’entrata in vigore del decreto e perdeva di efficacia se non veniva accettato entro 90 giorni.

Per ciò che riguarda le procedure di accertamento e di valutazione del patrimonio immobiliare, il Decreto-Legge n. 126 prevedeva che, entro 90 giorni dalla entrata in vigore del medesimo, i cittadini di razza ebraica denunciassero all’ufficio distrettuale delle imposte «gli immobili di loro pertinenza alla data stessa, a titolo di proprietà o di concessione enfiteutica»1111; tale denuncia era prevista anche per i residenti all’estero, i quali dovevano presentarla al Regio Consolato che ne avrebbe curato poi l’invio in Italia. Era in tale dichiarazione che chi si era avvalso, o intendeva avvalersi, della facoltà di donazione doveva esplicitarlo.

Come in precedenza ricordato, l’articolo 10 del Regio Decreto-Legge n. 1728 prevedeva che per determinare i terreni di cui gli ebrei potevano rimanere proprietari ci si rifacesse al valore dell’estimo degli stessi; medesimo discorso valeva per i fabbricati urbani per i quali ci si riferiva invece all’imponibile. Oltre il valore di estimo e di imponibile fissato, si entrava nelle sfere considerate «eccedenti» i limiti consentiti.

Nel Decreto attuativo vi era una serie di disposizioni volte a fissare i criteri per determinare tali valori di riferimento: si indicavano «i ruoli delle imposte sui terreni o sui fabbricati per l’anno 1939 e, in difetto, in base agli accertamenti eseguiti ai fini dell’applicazione dell’imposta straordinaria sulla proprietà immobiliare di cui al R. decreto-legge 5 Ottobre 1936-XVII, n. 1743»1212.

Una volta compiuta l’operazione di quantificazione dei beni si era in grado di stabilire quali fossero quelli rientranti nei limiti consentiti e quelli invece considerati eccedenti; per i primi veniva rilasciata una attestazione dall’intendente di finanza che individuava, elencandoli singolarmente, i beni di cui l’avente diritto riacquistava la piena disponibilità; qualora invece il patrimonio dovesse essere ripartito per giungere al rispetto delle disposizioni, l’Ufficio Tecnico Erariale compiva le operazioni di suddivisione tenendo conto, «nei limiti del possibile, delle preferenze manifestate dagli interessati nella denunzia o in altre dichiarazioni successive presentate in tempo utile»1313. Per evitare i casi di un dannoso frazionamento degli immobili era prevista la possibilità, nel caso in cui si dovesse determinare la quota consentita e quella eccedente, di realizzare una differenza pari al 10% in più o in meno rispetto i limiti fissati per legge; qualora poi la divisione necessaria di un immobile non risultasse effettuabile per la natura del bene o a causa del grave pregiudizio economico derivatone, l’intero immobile veniva compreso nella quota eccedente.

La complessa attività di determinazione delle quote venne affidata alla gestione dell’Ufficio tecnico erariale, il quale, terminato il lavoro, dava notizia dei risultati ottenuti all’Ente di gestione e liquidazione immobiliare.

L’EGELI svolse un ruolo complesso e fondamentale nella vicenda di privazione dei beni appartenenti alla minoranza ebraica; esso risultò essere il principale motore della vicenda, operando in modo minuzioso ma non sempre chiaro.

Contro le quantificazioni realizzate dall’Ufficio tecnico erariale e dall’Ente di gestione e liquidazione era prevista, all’articolo 24 del Decreto-legge, la possibilità di ricorrere; tale ricorso doveva essere presentato alla apposita Commissione nominata con decreto del Ministero delle Finanze e composta da due membri.

Divenuta definitiva la determinazione dei beni costituenti la quota eccedente, attraverso un decreto si realizzava il trasferimento dei diritti del cittadino ebraico all’Ente di Gestione e Liquidazione; con tale decreto di attribuzione dei beni all’Ente, l’avente diritto riacquisiva la piena disponibilità di quelli compresi nella quota consentita.

A questo punto della procedura i beni eccedenti erano definitivamente incamerati dallo Stato e si doveva procedere, la competenza era sempre dell’Egeli, alla vendita degli stessi.

I redditi e i ricavi delle vendite, al netto delle passività e delle spese di gestione, erano destinati ad affluire al Tesoro dello Stato.

A seguito del trasferimento degli immobili all’Ente, al cittadino ebreo spettava il pagamento di un corrispettivo: questo era realizzato attraverso speciali certificati triennali, emessi dall’Egeli. Decorsi trenta anni dall’emissione dei certificati questi sarebbero stati ritirati, annullati e sostituiti con titoli nominativi di debito pubblico consolidato.

Il prezzo di esproprio era ottenuto automaticamente applicando il moltiplicatore 80 all’estimo dei terreni e quello 20 all’imponibile dei fabbricati; l’eventuale ricorso dell’ebreo contro i valori così ottenuti era esaminato da una Commissione che procedeva direttamente alla stima degli immobili avendo riguardo alla media dei prezzi dell’ultimo quinquennio, depurata dell’aliquota del 20%.

La procedura fin qui descritta era applicabile a tutti i cittadini italiani appartenenti alla razza ebraica ma, come precedentemente indicato1414, alcuni di essi versanti in particolari condizioni, potevano esserne esonerati. Chi, infatti, aveva ottenuto il provvedimento di discriminazione previsto dall’art. 14 del Regio Decreto-legge n. 1728 aveva il diritto di restituzione sull’immobile trasferito all’EGELI, purché esso non fosse già stato venduto dall’Ente. In quest’ultimo caso il proprietario aveva comunque il diritto ad ottenere in contanti la somma ricavata dalla vendita1515.

Gli ultimi articoli del titolo primo riguardavano il caso in cui si fossero verificati degli aumenti di patrimonio immobiliare successivi all’entrata in vigore del Decreto-legge 126; venne sancito l’obbligo di denunzia, entro 90 giorni da quello dell’aumento, di tutti i beni posteriormente acquistati a qualsiasi titolo. Nel caso in cui, a seguito di tale arricchimento, venivano superati i limiti consentiti, i beni stessi erano trasferibili all’Ente (limitatamente alla parte eccedente) secondo le norme del decreto stesso. I casi in cui venne riconosciuta la situazione di aumento del patrimonio furono i seguenti:

L’ultimo articolo del titolo in analisi raccolse, in sintesi, tutto l’apparato delle disposizioni precedenti, in quanto dispose la costituzione, presso ogni ufficio tecnico erariale, di uno speciale elenco descrittivo dei beni appartenenti ai cittadini italiani di razza ebraica. Nell’ottica delle previsioni indicate, infatti, si mirò ad ottenere una classificazione il più dettagliata e precisa possibile delle proprietà rimaste nelle disponibilità di soggetti ebrei.

2.6.b. Le limitazioni alla partecipazione in aziende industriali e commerciali.

Il II Titolo del Decreto-legge in analisi fu volto a regolamentare le partecipazioni detenute da ebrei nelle aziende industriali e commerciali: si trattò, ovviamente, di un secondo percorso, attuato dopo quello delle privazioni della proprietà immobiliare, utile e strategico per continuare l’opera di discriminazione e di emarginazione nei confronti della minoranza ebraica nel contesto sociale ed economico dell’Italia del tempo. Con questo secondo gruppo di norme venne disciplinata la procedura attraverso la quale giungere all’eliminazione della presenza semita nelle diverse attività industriali italiane, prevedendone il trasferimento a società rilevatarie.

Il punto di partenza era la denuncia che doveva essere fatta dai cittadini di razza ebraica: era infatti sancito l’obbligo di indicare le aziende commerciali e industriali, esistenti nel Regno d’Italia, delle quali essi «[fossero] proprietari o gestori a qualunque titolo» e le «società non azionarie, regolari o irregolari, nelle quali essi [fossero] soci a responsabilità illimitata»1616. Venivano escluse da tale denuncia le aziende artigiane rappresentate sindacalmente dalla Federazione nazionale fascista degli artigiani.

Il Consiglio Nazionale delle corporazioni era l’organo incaricato di ricevere le denunce e di provvedere agli utili rilievi d’ufficio e alle necessarie rettifiche; esso era deputato alla compilazione di appositi elenchi, che distinsero in tre categorie tutte le aziende presenti sul territorio nelle quali vi fossero proprietari o gestori appartenenti alla razza ebraica. Vennero così individuate:

Anche in questa seconda ipotesi, come nel caso di quella riguardante le proprietà, si volle giungere ad ottenere un quadro il più preciso possibile della situazione italiana, per poi intervenire con i provvedimenti di alienazione; venne dunque previsto, anche in questo gruppo di disposizioni, il divieto di alienazione delle aziende stesse o la cessione delle quote sociali durante il periodo di accertamento e classificazione (art. 54), sancendo la nullità di eventuali atti in tal senso. Unica deroga a riguardo fu quella prevista dall’art. 55, che prevedeva la possibilità di effettuare «una donazione dell’intera azienda o della quota sociale ai propri congiunti» indicati nell’art. 6 del medesimo Decreto. Si tratta della stessa previsione indicata per gli eventuali atti a titolo gratuito aventi ad oggetto beni immobiliari e terreni.

A seguito della predetta classificazione, le aziende rientranti nei primi due gruppi vennero gestite e sottoposte all’operato di un commissario di vigilanza per un periodo di sei mesi; egli era nominato con Decreto del Ministro per le finanze, di concerto con il Ministro per le corporazioni. Durante questo arco di tempo il commissario procedeva alla verifica della cassa, dei libri e dei documenti e alla formazione dell’inventario; si occupava inoltre delle operazioni aziendali e della formazione degli elenchi dei creditori.

Durante l’arco di tempo destinato all’operato del Commissario, il titolare dell’azienda o i soci illimitatamente responsabili di una società non azionaria, cittadini italiani di razza ebraica, potevano, con l’autorizzazione del Ministero delle Finanze, «alienare l’azienda o i singoli esercizi o opifici della stessa o la quota sociale a persone non considerate di razza ebraica o a società commerciali regolarmente costituite»1717. Accordate le condizioni per il rilievo, il Commissario notificava al proprietario il corrispettivo proposto e il nome della società rilevataria; era possibile proporre opposizione nei confronti di un’offerta inadeguata e far decidere il ricorso ad un apposito Collegio. Divenuta definitiva la somma da corrispondere, il Commissario di vigilanza trasferiva l’azienda alla società rilevataria.

Il prezzo di tale alienazione era investito in titoli nominativi di debito consolidato non trasferibili per atto tra vivi, se non dietro autorizzazione del Ministro delle Finanze.

Nel caso in cui, nell’arco dei sei mesi di gestione del commissario, le aziende non venivano alienate «volontariamente», il Ministero delle finanze interveniva, stabilendo quali di esse dovevano essere rilevate da società anonime regolarmente costituite o da costituire.

Tornando momentaneamente al punto d’origine della regolamentazione, il già citato art. 10 del Regio Decreto-legge 1728, al punto c) vietava non solo la proprietà delle aziende ma anche la gestione delle stesse da parte di appartenenti alla minoranza ebraica; gli ultimi articoli del II Titolo si occupano proprio di disciplinare queste situazioni.

L’articolo 68 disponeva che i cittadini italiani di razza ebraica, aventi la direzione delle già indicate aziende nelle quali il proprietario non fosse considerato appartenente alla razza ebraica, dovevano lasciare le loro funzioni entro il novantesimo giorno dall’entrata in vigore del decreto stesso. Anche coloro che occupavano altre posizioni di rilievo decadevano comunque di diritto entro tale termine.

Nel caso in cui fossero state conferite concessioni a persone appartenenti alla razza ebraica in amministrazioni civili o militari dello Stato, del Partito Fascista o di organizzazioni da esso controllate o dipendenti, queste potevano essere revocate.

Il Titolo si concludeva con l’obbligo per i proprietari e per i gestori di razza ebraica di aziende di comunicare costantemente le avvenute variazioni di organico o di oggetto dell’attività in modo tale da rendere nuovamente applicabile la disciplina dettata qualora ne ricorressero le condizioni.

2.6.c. Alcune disposizioni generali e finali.

Nel Titolo III furono raccolte una serie di disposizioni volte a specificare e a puntualizzare le modalità di attuazione e di esecuzione delle indicazioni dettate nelle norme precedenti. Tra queste, di particolare importanza risultò essere quella contenuta nell’art. 72, che si occupava di regolamentare le situazioni di coloro che, a seguito del provvedimento di discriminazione, si trovavano in una posizione diversa dai restanti cittadini italiani di razza ebraica. Venne infatti specificato che tali soggetti «[erano] equiparati, ad ogni effetto del presente decreto, ai cittadini italiani non considerati di razza ebraica»1818. Come tali, dunque, non venivano coinvolti nelle limitazioni ed imposizioni previste per gli immobili e le diverse attività.

Tavola 3. PROCEDURA DI ESPROPRIO DELLA PARTE ECCEDENTE DEI BENI DI APPARTENENZA EBRAICA IN BASE ALLA LEGGE DEL 9 febbraio 1939.

Schema tratto da: F. Levi (a cura di), Le case e le cose, Quaderni dell’archivio storico, Compagnia di San Paolo, 1998.

2.7. Dalle leggi razziali del 1938 ai provvedimenti della Repubblica Sociale italiana: la seconda fase della legislazione contro gli ebrei.

Come già anticipato nella premessa di questo capitolo, occorre operare una distinzione tra i provvedimenti legislativi intesi a regolare l’esproprio dei beni ebraici; la normativa va suddivisa tra quella emanata dal 1938 al 3 Settembre 1943, cioè nella prima fase della campagna razziale, e quella successiva, fino al 1944.

La distinzione deriva principalmente da due fattori; anzitutto dalla diversità degli organi che hanno legiferato: il Senato e la Camera dei Fasci con la firma dal Re del Regno d’Italia e d’Albania nel primo periodo, il Duce della Repubblica Sociale Italiana nel secondo periodo. Inoltre, va operata una separazione, decisamente di maggior rilevanza, determinata dalla differente asprezza e dalle diverse motivazioni di fondo che hanno condotto all’emanazione dei due gruppi di norme in questione.

Con le leggi del 1938 venne istituito un sistema antiebraico che, probabilmente, costituì «ciò che di più violento era realizzabile in un paese nel quale non vi erano fino ad allora stati forti movimenti ed agitazioni antisemiti, nel quale vi era la presenza comunque condizionante della chiesa cattolica, nel quale il dittatore non era esattamente l’unico rappresentante dello stato, nel quale il partito al potere non era indipendente dalla tradizione nazionalista, nel quale i perseguitati non erano stati del tutto estranei al regime, nel quale il dittatore non aveva manifestato in precedenza un antisemitismo radicale»1919. La persecuzione era composta da tanti singoli atti, aventi specifiche finalità ma rispondenti ad un disegno di carattere generale: giungere alla totale arianizzazione del paese. Gli ebrei si videro revocati molti diritti civili, subendo un repentino declassamento di fatto. Fino al 1943, l’obiettivo primo del fascismo fu quello di eliminare tutti gli ebrei dal territorio, con rapidità e definitivamente, agendo in maniera tale da stimolare i perseguitati, separati dal resto della popolazione, ad emigrare.

Le cose mutarono qualche tempo dopo l’8 Settembre 1943 e in concomitanza con la legge del Gennaio 1944; l’influenza diretta dei tedeschi, che agirono in proprio e senza controllo, modificò la situazione e si assistette a deportazioni, arresti e appropriazioni di beni che dovevano servire nell’immediato. I provvedimenti adottati contro gli ebrei alla fine del 1943 e nei primi mesi del 1944 non furono però determinati solo dalla necessità di accontentare i tedeschi, ma certamente anche dalle precarie condizioni economiche della neonata Repubblica Sociale Italiana: tutte le confische attuate andavano a riempire le casse, sicuramente non floride, della RSI. La guerra e la fame di risorse contribuirono sin da subito a rafforzare le motivazioni economiche degli espropri, che fino a quel momento si erano mossi non certo a seguito di una necessità così impellente; in questa fase si fecero sentire indubbiamente anche gli appetiti personali di gerarchi, funzionari e militari i quali tentarono più che mai di accaparrarsi facili bottini.

2.8. L’ordinanza di polizia n. 5 e il decreto legislativo del Duce n. 2.

Con un ottimismo forse un po’ esagerato, gli ebrei accolsero con gioia la caduta dal fascismo il 25 luglio 1943; a seguito di tale evento già vedevano venir meno la tirannide fascista e la persecuzione, ma ben presto dovettero rendersi conto che i cambiamenti auspicati erano ancora lontani e che, di fatto, la legislazione razziale continuava ad essere in vigore.

Con l’8 Settembre poi, la reazione nazista all’armistizio firmato dall’Italia con gli alleati scatenò una seconda fase persecutoria ben diversa dalla prima, caratterizzata da asprezze e situazioni al limite che, fino a quel momento, non si erano verificate.

Il territorio italiano posto sotto il controllo e l’amministrazione della Repubblica Sociale Italiana2020 corrispondeva in sostanza alle regioni centrali e settentrionali della penisola; in esso vigeva il controllo militare e di polizia del Terzo Reich e, di fatto, fu proprio quest’ultimo a dettare le linee della politica antisemita. Come noto, la situazione delle regioni dell’Italia meridionale e insulare fu decisamente ben diversa dal momento che queste vennero liberate entro la fine del Settembre 1943 senza che vi fossero state introdotte nuove misure persecutorie.

Il primo punto fermo da citare, per ciò che concerne la politica antiebraica della Repubblica Sociale Italiana, fu l’approvazione di un «manifesto programmatico» nel quale venne stabilito che «gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica»2121.

Il 30 Novembre 1943 il Ministro dell’Interno diramò l’ordine di polizia n. 5, che risultò essere l’anticipazione delle scelte poi realizzate entro pochi mesi a livello legislativo. In tale documento venne disposto l’arresto e l’internamento di “tutti” gli ebrei, italiani e stranieri, discriminati e non. Inoltre venne sancito il sequestro di tutti i loro beni mobili e immobili, «in attesa della successiva confisca operata nell’interesse della Repubblica Sociale Italiana, la quale li destinerà a beneficio degli indigenti sinistrati dalle incursioni aeree nemiche»2222. La disposizione riguardava solo i beni posseduti da persone fisiche e tralasciava completamente la suddivisione fino ad allora operata, tra beni compresi nelle quote eccedenti e quote consentite; inoltre non erano previste eccezioni sulla base di particolari caratteristiche o rilevanti valori dei beni stessi.

E’ già evidente l’inasprimento della disciplina rispetto a quella precedente, ed è forse altrettanto evidente che «il gesto demagogico di proclamare l’utilizzo dei beni confiscati per indennizzare i soggetti colpiti dalle incursioni nemiche era solamente un espediente per procurare alle casse esauste della RSI un po’ di ossigeno»2323.

In varie province i decreti di sequestro vennero giustificati facendo espresso riferimento alla legge di guerra (r.d. 1415/1938); in altre fu menzionato anche l’ordine del 30 Novembre e in altre ancora venne solo precisato che il proprietario dei beni era ebreo e quindi considerato nemico.

Fu questa una prima fase nel corso della quale i vari capi di provincia (così erano chiamati i prefetti nella RSI) diramarono ordinanze per l’applicazione dell’ordine n. 5 e pressoché in tutte le province vennero istituiti uffici appositi per la raccolta delle denunce, per le procedure d’accertamento di beni, per la preparazione dei decreti di sequestro e per l’organizzazione della gestione dei beni.

Il 4 Gennaio venne varato il Decreto Legislativo n. 2, intitolato «Nuove disposizioni concernenti i beni posseduti dai cittadini di razza ebraica»; esso stabiliva le nuove norme sul possesso di beni mobili ed immobili da parte degli ebrei affermando, in pratica, il completo spoglio di questi. Con tali disposizioni si ordinava la confisca di ciò che con la precedente ordinanza si era sequestrato.

Il d.lgs. 2/1944 venne pubblicato sulla «Gazzetta ufficiale d’Italia» il 10 Gennaio dello stesso anno ed entrò in vigore in tale data.

Anzitutto vennero indicati i destinatari della nuova disciplina; nell’articolo 1 si fece riferimento a tutte le persone fisiche considerate di «razza ebraica» a norma del rdl 1728/1938, sia italiane, anche se discriminate, sia straniere, anche se non residenti nella RSI.

Il decreto andava a colpire tutti i beni dei soggetti in precedenza indicati i quali non potevano possedere, nel territorio della neonata repubblica, «aziende di qualunque natura […] terreni […] fabbricati […] titoli, valori, crediti, e diritti di compartecipazione di alcuna specie [o] altri beni immobiliari di qualsiasi natura».

Con l’articolo 6 vennero dichiarati nulli tutti i trasferimenti di proprietà avvenuti in data posteriore al 30 Novembre 1943 e fu prevista la possibilità di annullare quelli realizzati anteriormente e qualificabili come «fittizi e fatti al solo scopo di sottrarre i beni ai provvedimenti razziali»; con tale norma si volle far riferimento alle donazioni di beni immobili effettuate ai sensi dell’art. 6 e a quelle di aziende non azionarie effettuate ai sensi dell’art. 55 del rdl 126/1939. Da diversi documenti del tempo risulta che la politica realizzata fu quella di rivedere tutte le donazioni al fine di dichiarare valide solo quelle risolte in un reale e definitivo spossessamento dell’ebreo donante2424.

Venne regolamentata anche la situazione di coloro che erano debitori verso persone di razza ebraica (tali debiti potevano afferire anche ad attività commerciali esercitate) o che erano in possesso di beni appartenenti a queste; andava presentata una denuncia scritta al capo della provincia entro 30 giorni dalla data di applicazione della legge e a seguito di essa il funzionario emetteva un decreto attraverso il quale realizzava la confisca dei suddetti a favore dello Stato. Nell’attesa dell’emissione del decreto era vietato alle persone di nazionalità italiana adempiere in qualunque modo alle obbligazioni nei confronti degli ebrei. I beni erano poi trasferiti per la custodia, l’amministrazione e la vendita all’Ente di Gestione e Liquidazione Immobiliare.

L’assetto della situazione è racchiuso in modo a dir poco esemplare nell’articolo 7; in tale punto , con chiarezza ed estrema lucidità è fissato il paletto cardine di tutta la disciplina e se ne trae, senza alcun dubbio, la politica ispiratrice. La disposizione in questione recita: «I beni immobiliari e le loro pertinenze, i beni mobiliari, le aziende industriali e commerciali e ogni altro cespite esistente nel territorio dello Stato di proprietà di cittadini italiani di razza ebraica o considerati tali […] ancorché abbiano ottenuto il provvedimento di discriminazione […] nonché quelli di proprietà di persone straniere di razza ebraica, anche se non residenti in Italia, sono confiscati a favore dello Stato e dati in amministrazione all’Ente di Gestione e Liquidazione»2525. In queste poche righe, si legge la diversità e il distacco tra le disposizioni realizzate prima e dopo l’8 Settembre; vengono meno le differenziazioni tra i beni, scompare la seppur minima eccezione data dal provvedimento di discriminazione e si afferma con forza l’unica possibilità dell’istituto della confisca.

Il decreto 2/1944 stabilì quindi la confisca di tutti i beni e la successiva circolare applicativa del Ministro delle Finanze del 12 Febbraio 1944 dettò una serie di disposizioni riguardanti i beni di minimo valore e gli oggetti personali.

Venne disposto che i beni presenti in piccola quantità o di valore modesto, se non ne era considerata opportuna la conservazione, potevano essere alienati dall’Egeli qualora la custodia o la conservazione fosse risultata una spesa eccessivamente gravosa e non proporzionata al valore. Qualora la vendita fosse risultata difficile, era prevista la consegna all’Ente Comunale di Assistenza.

2.9. L’itinerario della pratiche di confisca previsto dalla legge del 4 Gennaio 1944.

L’iter per giungere alla confisca dei beni ebraici era complesso e articolato in numerosi passaggi: si incominciava da chi doveva denunciare; poi vi era l’intervento della Prefettura la quale decideva i sequestri e le confische; successivamente il controllo e le autorizzazioni erano di competenza del Ministero degli Interni o delle Finanze mentre le registrazioni spettavano alla Conservatoria delle ipoteche; l’Egeli gestiva i beni espropriati ed infine c’era chi subiva tutto l’insieme di misure concepite per annientare i perseguitati.

Come indicato, i soggetti coinvolti erano numerosi e ad ognuno spettava un ruolo preciso. Ai cittadini, agli enti amministrativi dello Stato e alle banche spettava l’atto della denuncia di beni ebraici; motore delle pratiche risultava essere anche l’Intendenza di Finanza alla quale spettava la proposta di annullamento di vendite e donazioni fittizie.

A ricevere il provvedimento era la prefettura, che provvedeva alla emanazione dei vari atti di risposta idonei:

  1. il decreto di confisca, che perveniva alla Gazzetta Ufficiale per la pubblicazione;
  2. il decreto per la registrazione presso la Conservatoria delle Ipoteche;
  3. il decreto per l’esproprio, che giungeva all’Egeli;
  4. la notifica di annullamento di vendite e donazioni fittizie.

Copia dei sopra indicati decreti veniva inviata al Ministero delle Finanze

L’Egeli, ricevuto il decreto per l’esproprio, inviava ai soggetti ebrei proprietari la richiesta di rilascio dei beni, e tale provvedimento era immediatamente esecutivo.

Un ruolo fondamentale veniva svolto dal Ministero degli Interni, che provvedeva alle decisioni sugli eventuali ricorsi proposti da chi si vedeva destinatario di provvedimenti di annullamento delle donazioni o di confisca.

Tavola 5. SCHEMA RIASSUNTIVO DEI SOGGETTI E DELLE PRATICHE DI CONFISCA DEI BENI EBRAICI A NORMA DELLA LEGGE DEL 4 GENNAIO 1944.

Schema tratto da: F. Levi (a cura di), Le case e le cose, Quaderni dell’archivio storico, Compagnia di San Paolo,1998.

Come si desume abbastanza chiaramente dalla normativa, di indubbia importanza risultava essere il provvedimento di confisca emesso dalle Prefetture; a seguito di esso veniva perfezionata l’operazione in modo regolare e definitivo. Spesso, però, le prefetture mostrarono di preferire l’emanazione di semplici ordinanze di sequestro, più veloci e comunque immediatamente esecutive, riservandosi poi di perfezionare definitivamente l’operazione in un secondo tempo. I beni sottoposti a tale sequestro vennero gestiti direttamente dagli uffici delle prefetture locali, lasciando ignaro l’Egeli di tali provvedimenti e quindi estraneo alla relativa gestione.

2.10. La drammaticità delle situazioni derivanti dall’applicazione della confisca alla totalità dei beni ebraici.

Con il d.l. n.2/1944 vennero dunque stabilite le norme sul possesso della totalità dei beni ebraici, sancendo, in pratica, il completo spoglio di essi.

Le nuove disposizioni incisero su un insieme di beni più ampio di quello coinvolto nella legislazione precedente e, a seguito della loro applicazione, si crearono una serie di vicende estremamente drammatiche che coinvolsero intere famiglie toccandole negli aspetti più intimi. L’applicazione della nuova disciplina rivelò la crudeltà e l’accanimento della politica di fondo del regime, e portò a vicende sconvolgenti proprio nelle situazioni più piccole ed apparentemente marginali.

I decreti di confisca, come previsto dall’art. 8, venivano pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale d’Italia ed elencavano tutti i beni posseduti dall’ebreo.

Accanto ad aziende, terreni, fabbricati, crediti vari e valori depositati nelle banche, comparirono mobili di arredamento, soprammobili, stoviglie, lenzuola, vestiario e spazzolini. I decreti pubblicati furono moltissimi e il Ministero dell’Educazione nazionale finì per protestare ufficialmente con il Governo, in quanto gli elenchi pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale offendevano la propaganda e la documentazione storica. Nel documento inviato dal Ministro di leggeva che «Tali liste, che potrebbero avere altro significato e altri riflessi se consistessero in descrizioni di vasti patrimoni, di preziose raccolte ecc. […] si riducono spesso a elencazioni tanto miserevoli, da suscitare soltanto negativi apprezzamenti»2626. In seguito a tale protesta, gli elenchi dei beni confiscati furono pubblicati solo in appositi supplementi speciali della «Gazzetta Ufficiale».

Come si può notare anche dal documento riportato qui di seguito, l’obbligo di autodenuncia dei beni posseduti era un punto importante della disciplina; proprio per chi avesse omesso tale denuncia furono prescritte pene dure come l’arresto fino a tre mesi e un’ammenda pari a £ 30.000. Anche nei confronti di chi compiva «atti di occultamento, di soppressione, di distruzione, di dispersione, di deterioramento o di esportazione dal territorio dello Stato di cose appartenenti a persone di razza ebraica»2727 erano previste sanzioni pesanti come la reclusione fino ad un anno e una multa tra le £ 3.000 e le £ 30.000.

Tavola 4. DECRETO DI CONFISCA PUBBLICATO SULLA GAZZETTA UFFICIALE D’ITALIA L’8 APRILE 1944.

« Confisca a favore dello Stato di beni mobili appartenenti al Sig. Sommer Antonio di razza ebraica. IL CAPO DELLA PROVINCIA DI VICENZA Visto il decreto legislativo del Duce n. 2 in data 4/1/1944; Vista la denuncia dei beni posseduti dall’ebreo Sommer Antonio da Montecchio Maggiore; Decreta: I beni appresso indicati di proprietà dell’ebreo Sommer Antonio da Montecchio Maggiore sono confiscati: 10 cappelli da donna 5 paia di scarpe da donna usate 1 paio di pantofole da camera per uomo usate 1 lenzuolo da una piazza di cotone 1 fascia elastica 2 accappatoi da bagno 1 vestaglia da camera 1 camicia da uomo 2 paia di calze da uomo di cotone usate 1 sottoveste da donna 4 cravatte 3 vestiti da donna di seta usati 3 camicette di seta 1 vestito a giacca da donna usato 2 federe per guanciali 4 asciugamani di tela piccoli dei quali uno di spugna 1 camicia da notte per donna di cotone 1 grembiule 2 cuscini piume 5 portapanni 1 borsa per spese di gomma 3 piccoli tegami di alluminio 1 scodella 3 spazzole da scarpe 1 pacchetto di cotone medicinale 1 scendiletto 4 valigie Detti beni passano in gestione all’EGELI»

Documento tratto da R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, cit.

2.11. La diatriba inerente alla confisca delle pensioni spettanti a soggetti ebrei.

Un cenno particolare merita la situazione sorta intorno alla confisca delle pensioni.

Il dlg 2/1944 indicava chiaramente all’art. 1 che la confisca riguardava anche i crediti; sulla possibilità di farvi rientrare anche gli assegni pensionistici sorse però un dibattito tra la Direzione Generale del Tesoro e la Ragioneria dello Stato. In realtà le pensioni dello Stato o di altri Enti statali o parastatali rappresentavano assegni a carattere alimentare e non redditi di beni patrimoniali, ma di tale parere non fu il Ministro delle Finanze, che ordinò la sospensione dei pagamenti a persone di razza ebraica. Era l’ennesima decisione che andava a colpire la minoranza ebraica in ambiti strettamente personali, creando in molti casi situazioni critiche e costringendo in situazioni di povertà individui che spesso non avevano altre fonti di reddito o sostentamento oltre alla pensione.

Da molti lati si alzarono critiche verso l’interpretazione del Ministero delle Finanze e fu un intervento dell’Ispettorato generale della Razza e Demografia a consentire ai capi delle province l’autorizzazione della ripresa del pagamento, in tutto o in parte, di pensioni mensili o vitalizi a favore dell’ebreo titolare o dei suoi familiari; il criterio che doveva essere utilizzato per la concessione di tali somme era quello strettamente alimentare ed ogni singolo caso andava analizzato e studiato minuziosamente prima del pagamento.

Il 15 Maggio 1944 una circolare dello stesso Ispettorato generale della Razza e Demografia segnalò l’opportunità che venissero esclusi dalla confisca le somme, i valori e, in genere, le cose mobili indispensabili per la vita comprese le pensioni e le indennità a carattere essenzialmente alimentare e, caso per caso a seguito di prudente apprezzamento, parte dei beni mobili.

2.12. Cenni conclusivi.

Dopo aver analizzato i testi legislativi e alcune delle questioni connesse alla relativa applicazione è possibile raccogliere le idee, fissando i punti cardine e compiendo alcune riflessioni.

La diversità tra le discipline emanate prima e dopo l’armistizio dell’8 Settembre 1943 sono rileil capitolo vabili immediatamente dai testi legislativi: la linea politica di fondo è estremamente differente e, nonostante l’obiettivo risulti in certo modo comune, le modalità di attuazione della spoliazione dei beni ebraici e le relative motivazioni sottostanti sono espressione dei cambiamenti storici e politici realizzatisi nel corso di pochi ma significativi anni.

I provvedimenti del 1938 nacquero quasi in sordina: la preoccupazione di turbare le coscienze degli italiani, che nella maggioranza dei casi non avevano pregiudizi antisemiti, fece agire con cautela il legislatore e svariati furono i tentativi di giustificare la legislazione razziale dandole un fondo scientifico e culturale. Fin da subito, però, ci si rese conto che l’Italia, ben diversamente dalla Germania, non poteva contare sul feroce accanimento hitleriano verso il popolo ebreo e così, abbandonata la strada storico-ideologica, si decise di puntare la campagna di persuasione e di giustificazione delle restrizioni su motivi di pura politica.

Ottenere il consenso dell’opinione pubblica era importante; questo fu forse l’obiettivo, insieme alla motivazione di carattere economico (ricordiamo che gli ebrei occupavano una posizione di rilevanza nell’economia del Paese) che portò ad introdurre le eccezioni e le specificazioni analizzate nella prima parte del capitolo. Si tentò dapprima di giustificare le discriminazioni con il voler colpire una minoranza pericolosa per la crescita del fascismo in Italia, e successivamente di applicare limitazioni che fossero comunque tollerabili dal popolo italiano, che aveva mostrato una certa compatibilità con quello ebraico.

Non certo casualmente, in seguito ai fortissimi cambiamenti storici, politici ed economici giunti con l’armistizio Badoglio, sparirono dai testi legislativi adottati successivamente dal Duce le limitazioni e le eccezioni previste in precedenza.

Dopo il 1943 il condizionamento dei tedeschi sulle scelte della Repubblica di Salò fu fortissimo e non arginabile; il tutto fu, ovviamente, aggravato dalle necessità economiche della neonata repubblica e il risultato fu una disciplina volta a trarre dalla situazione il maggior beneficio possibile: confische senza limiti, tempi brevissimi e speculazioni di ogni genere.

Se il diritto è lo specchio attraverso il quale osservare la società, ci troviamo di fronte ad un quadro indubbiamente amaro, dal quale emerge come, attraverso l’uso della legislazione si siano volute strumentalizzare migliaia di vite umane per tentare di salvaguardare il sistema fascista, destinato inesorabilmente alla distruzione.

Dalle vicende concrete, derivate dall’applicazione delle norme, tratterò nel seguente capitolo, descrivendo e analizzando uno degli organi centrali creato per gestire i beni sequestrati e confiscati: l’Ente di Gestione e Liquidazione.

1 1 R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Einaudi 1988, p. 344.

2 2 Tale decreto prevedeva l’obbligo di registrazione da parte delle Comunità ebraiche stanziate sul territorio italiano dei propri componenti.

3 3 M. Sarfatti, «Gli ebrei negli anni del fascismo: vicende, identità,persecuzione», in C. Vivanti (a cura di), Gli ebrei in Italia, Einaudi, Torino, 1998.

4 4 Regio Decreto-Legge del 7 Settembre 1938, n. 1381, Provvedimenti nei confronti degli ebrei stranieri (G.U. n.208, 12 Settembre1938).

5 5 I criteri del Regio Decreto-Legge n. 1728 si discostavano ovviamente da quelli propri della religione ebraica; per questa infatti l’appartenenza all’ebraismo si riconduce alla discendenza materna, per cui tutti coloro nati da madre ebrea risultano essere ebrei. Altra condizione per essere parte della comunità è la conversione nel corso della vita all’ebraismo.

6 6 Circolare n. 9270, del 22 dicembre 1938.

7 7 F. Levi, «L’applicazione delle leggi contro le proprietà degli ebrei», in AA.VV., Fascismo, antifascismo, democrazia, ed. Dedalo,1997.

8 8 M. Sarfatti, Mussolini contro gli ebrei, Cronaca dell’elaborazione delle leggi del 1938, Torino, Zamorani, 1994.

9 9 Art. 11 Regio Decreto-Legge 9 Febbraio 1939, XVII n. 126.

10 10 Ivi Art. 6.

11 11 Ivi Art. 13

12 12 Tale decreto prevedeva l’emissione di un prestito redimibile al 5% e l’applicazione di una imposta straordinaria sulla proprietà immobiliare per il servizio del prestito medesimo. Nel decreto vi erano alcuni articoli che indicavano le modalità di valutazione per immobili, terreni e fabbricati.

13 13 Ivi Art.19.

14 14 Vedi paragrafo 4.b di questo capitolo.

15 15 Ivi Art. 42.

16 16 Ivi, Art. 47.

17 17 Ivi, Art. 58.

18 18 Ivi, Art.72.

19 19 M. Sarfatti, Mussolini contro gli ebrei. Cronaca dell’elaborazione delle leggi del 1938, cit. p.123-124.

20 20 Il 23 Settembre Mussolini annunciò alla Germania la composizione del nuovo governo fascista e il 1° Dicembre 1943 il territorio sottoposto a tale organo assunse il nome di Repubblica Sociale Italiana.

21 21 B. Mussolini, Opera Omnia, La Fenice, Firenze, vol. XXXV p. 410.

22 22 Ivi, p 421.

23 23 R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, cit., p 122.

24 24 Archivio di Stato, Torino, Prefettura di Vercelli. Beni ebraici. Massime. Ministero delle Finanze 15 Settembre 1944.

25 25 Il corsivo è aggiunto da me.

26 26Archivio di Stato, Torino, Prefettura di Vercelli. Beni ebraici. Massime. Ministero delle Finanze 15 Settembre 1944.

27 27 Art. 16 d.lg. 2/1944.

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© Morashà 2002 - Annamaria Colombo 2002

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