Tesi di laurea di Annamaria Colombo - La spoliazione dei beni degli ebrei in Italia in seguito alle leggi razziali del 1938 e le relative restituzioni


Capitolo 5: L'abrogazione delle leggi razziali: l'Egeli e le restituzioni

5.1.Premessa
5.2. L’atteggiamento del Governo nei «quarantacinque giorni»
5.3. L’abrogazione delle leggi razziali in Italia: i provvedimenti legislativi di base
5.3.a. Il Regio Decreto-legge n. 25 del 20 Gennaio 1944
5.3.b. Il Regio Decreto-legge n. 26 del 20 Gennaio 1944
5.3.c. Assetto della legislazione nei territori liberati
5.4. Le iniziative legislative dal 1944 al 1947
5.4.a. Le norme complementari integrative e di attuazione del Decreto legislativo luogotenenziale del 20 Gennaio 1944
5.4.b. La rivendicazione dei beni confiscati, sequestrati o comunque sottratti sotto l’impero del sedicente governo della Repubblica Sociale
5.4.c. La questione del rimborso delle spese di gestione
5.4.d. La questione dei beni delle persone decedute per atti di persecuzione razziale dopo l’8 settembre 1943, senza lasciare eredi successibili
5.5. La nuova attività dell’Ente di Gestione e Liquidazione
5.5.a. La riunificazione delle sedi dell’Egeli a Roma
5.5.b. La «Gestione beni ebraici 1938»
5.5.c. La restituzione dei beni ebraici confiscati e sequestrati durante la Repubblica Sociale Italiana
5.6. La liquidazione Egeli
5.6.a. Le fasi del processo di liquidazione
5.6.b. L’obiettivo finale: l’acquisizione dei beni in carico all’Ente di gestione nella fase liquidatoria
5.6.c. I valori e gli oggetti passati per prescrizione allo Stato

5.1. Premessa.

Dopo aver tracciato il quadro drammatico delle spoliazioni, è logica conseguenza tentare di delineare la questione delle restituzioni.

Gli avvenimenti storici sono noti a tutti: le due Italie, quella badogliana del Sud dove lo stato in macerie tentava di ricomporsi e quella della Repubblica di Salò dove Mussolini si richiamava pateticamente alle origini del fascismo proseguirono in parallelo il loro cammino nei mesi dall’8 Settembre 1943 al 25 Aprile 1945. Vi furono dunque due zone che, nell’arco di pochi mesi, furono regolamentate da normative differenti, dettate da regimi politici estremamente diversi, che si unificarono all’indomani della liberazione.

L’esigenza di porre rimedio (o meglio di iniziare a farlo) alle nefandezze compiute in seguito alle leggi razziali venne subito in primo piano, e la cancellazione di tutti i provvedimenti conseguenti fu un logico ed indispensabile passaggio per il ritorno ai valori del Risorgimento.

Fu Badoglio a dettare nel 1944 le prime norme volte a rendere giustizia agli ebrei perseguitati: con lo strumento del Regio Decreto legge, «quasi un atto riparatore di Casa Savoia verso le leggi razziali di cui era stata complice»1, egli diede inizio alla rimozione delle disposizioni illiberali che per anni avevano tristemente condizionato i diritti civili e politici della minoranza ebraica in Italia.

Tra il 1944 e il 1947 furono emanate ventidue leggi con l’obiettivo di giungere ad una definitiva scomparsa dei provvedimenti normativi emanati contro gli ebrei nel periodo fascista; l’opera di eliminazione però, continuò anche nei decenni successivi, venendosi a completare soltanto nel 1987, con la definitiva estinzione anche degli aspetti meno rilevanti e centrali.

5.2. L’atteggiamento del Governo nei « quarantacinque giorni».

La caduta del fascismo, il 25 Luglio del 1943, non modificò sostanzialmente la situazione degli ebrei italiani. I colpi inferti dalla legislazione fascista erano indubbiamente pesanti, e modificare la situazione era sicuramente un’operazione complessa. La burocrazia era intrisa delle procedure imposte dalle leggi razziali e il groviglio di interessi che le limitazioni patrimoniali erano andati a creare era di difficile gestione.

Queste molteplici ragioni, accanto al fatto che la guerra continuava a fianco “dell’alleato” germanico, possono spiegare la mancata abrogazione delle leggi razziali nel periodo che va dalle dimissioni di Mussolini per volontà del Gran Consiglio, alla data dell’armistizio.

Indubbiamente si realizzarono dei cambiamenti: il 27 Luglio venne arrestato il direttore generale della Demorazza La Pera, perno centrale della politica antiebraica del regime; nonostante ciò, la Demografia e Razza sopravvisse e con essa la legislazione razziale. Inoltre, alcune disposizioni amministrative vennero assunte dal Governo Badoglio: venne revocato il divieto per gli ebrei di soggiornare in determinate località turistiche e venne decisa la restituzione, su richiesta, degli apparecchi radio confiscati in precedenza. Ovviamente tali disposizioni non portarono ad alcun mitigamento sostanziale né ad una neutralizzazione dei provvedimenti fascisti.

Solo nel Settembre del 1943, dopo il trasferimento del governo a Brindisi, venne avviata l’attività di elaborazione e di studio necessaria per procedere all’effettiva abrogazione delle leggi razziali. Alla data del 2 Ottobre furono disponibili tre stesure preparatorie di quelli che sarebbero divenuti, l’anno successivo, i decreti-legge destinati a rappresentare il primo passo ufficiale del Governo italiano verso l’abolizione delle disposizioni antiebraiche.

5.3. L’abrogazione delle leggi razziali in Italia: i provvedimenti legislativi di base.

5.3.a Il Regio decreto-legge n. 25 del 20 Gennaio 1944.

Il primo decreto che pose le basi per l’attività di restituzione, di risarcimento e di riparazione fu emanato il 20 Gennaio del 1944.

Si tratta del regio decreto-legge n. 25, intitolato «Disposizioni per la reintegrazione nei diritti civili e politici dei cittadini italiani e stranieri già dichiarati di razza ebraica o considerati di razza ebraica», che venne pubblicato sulla Gazzetta ufficiale in data 9 Febbraio 1944.

Con esso vennero abrogati una prima serie di regi decreti-legge e di leggi che facevano espresso riferimento al concetto di razza, e che, sulla base di questo, imponevano trattamenti e situazioni di discriminazione. Nella prima parte dell’articolo 1 si elencarono i principali atti legislativi che subivano l’abrogazione, e nella seconda parte, con una disposizione residuale, venne sancita altresì «l’abrogazione di tutte quelle disposizioni che, per qualsiasi atto o rapporto richiedono accertamento o menzione di razza, nonché ogni altra disposizione o norma, emanata sotto qualsiasi forma, che sia di carattere razziale o comunque contraria al presente decreto o con esso incompatibile»2.

Il principio fondamentale risultava poi espresso nelle ultime righe dall’articolo in analisi, dove veniva affermata esplicitamente la reintegrazione nel pieno godimento dei diritti civili e politici eguali a quelli di tutti gli altri cittadini, dei cittadini italiani che l’articolo 8 del famigerato decreto-legge 1728 del 1938 dichiarava appartenenti alla razza ebraica o comunque considerati come tali.

Le innovazioni presenti in tale primo decreto furono numerose, e tutte di massima importanza. Attraverso esso fu affermata la riacquisizione di pieno diritto della cittadinanza per coloro che se l’erano vista revocare in seguito ai provvedimenti del 19383; tutte le annotazioni di carattere razziale presenti nello stato civile vennero considerate inesistenti4 e fu sancita la riammissione in servizio di coloro che erano stati dispensati a seguito dell’applicazione di qualsiasi disposizione di carattere razziale5. Fondamentale fu anche la disposizione riguardante i procedimenti penali in corso per violazioni delle leggi razziali: in seguito all’emanazione di questo decreto essi venivano estinti e le eventuali condanne relative alle suddette violazioni pronunciate con sentenza passata in giudicato persero ogni efficacia giuridica.

Il primo provvedimento emanato dal Governo andò dunque ad incidere su aspetti fondamentali della vita degli ebrei presenti in Italia; vennero rimosse alcune delle situazioni più vergognose che le leggi razziali avevano imposto alla minoranza ebraica, come il criterio di classificazione della razza e le annotazioni presenti negli archivi. Si tratto così di un importante passo verso la reintegrazione dei diritti civili e politici degli ebrei, in prospettiva della realizzazione piena e totale del principio di uguaglianza e di un conseguente reinserimento nella vita del Paese.

5.3.b. Il Regio decreto-legge n. 26 del 20 Gennaio 1944.

Accanto alla stesura del Regio decreto-legge n. 25 fu realizzata anche quella del successivo provvedimento destinato a continuare l’opera di reintegrazione dei diritti della minoranza ebraica; il Regio decreto-legge in questione fu il n. 26, intitolato «Disposizioni per la reintegrazione nei diritti patrimoniali dei cittadini italiani e stranieri già dichiarati di razza ebraica o considerati di razza ebraica». Con esso furono tracciate le linee per regolamentare l’aspetto patrimoniale della questione ebraica, sulle quali le leggi razziali avevano pesantemente inciso.

Questo importantissimo provvedimento, proprio per la materia che andava a regolamentare, subì fin dalla nascita un iter particolare: emanato il 20 Gennaio 1944, fu infatti pubblicato circa nove mesi dopo. Questa decisione, apparentemente incomprensibile data la situazione del momento, fu presa dalle autorità italiane con la Commissione Alleata di Controllo, con la motivazione di voler evitare possibili rappresaglie da parte dei tedeschi sugli ebrei viventi nei territori non ancora liberati. In effetti, la maggioranza degli ebrei risiedeva ancora nei territori occupati o compresi nella Repubblica Sociale Italiana, mentre solo una minoranza era presente nelle aree meridionali.

L’esigenza di un intervento si fece nuovamente forte all’indomani delle liberazione di Roma, il 4 Giugno 1944; in tale città si trovava infatti la principale comunità ebraica del Paese, che aveva subito i gravi effetti dell’applicazione della normativa emanata dalla RSI e delle razzie compiute direttamente dai tedeschi. La situazione, in seguito alla liberazione della città, era critica e necessarie si resero delle misure che andassero ad operare per una sollecita restituzione di alloggi e beni mobili, necessari a quegli ebrei che erano stati costretti ad abbandonare tutto per sottrarsi alla deportazione nei campi di sterminio. Gli ebrei, pur reintegrati nei loro diritti, non potevano rientrare in possesso delle proprie abitazioni forzatamente abbandonate nei mesi dell’occupazione tedesca, e la grave situazione presente in tutta la penisola non permetteva di poter aspettare ulteriormente.

La pubblicazione del Regio Decreto-legge n. 26 si ebbe finalmente con il D.lgt. del 5 Ottobre 1944 n. 252, e chiuse una prima fase fondamentale del processo di abrogazione delle leggi razziali e di restituzione agli ebrei dei diritti di cui erano stati privati.

Nell’articolo 1 del provvedimento furono espressamente aboliti una serie di Regi Decreti-legge e di leggi disposti appositamente per la limitazione e la spoliazione dei beni degli ebrei.

Di estrema importanza è poi il contenuto dell’art. 2: con esso venne sancita la prosecuzione dell’attività dell’Ente di Gestione e Liquidazione per il raggiungimento degli scopi indicati nel decreto stesso e cioè, principalmente, la cura delle attività legate alla restituzione degli immobili trasferiti all’Ente stesso fino alla fine del 1944. Da strumento per la sottrazione l’Egeli divenne così mezzo per la restituzione. Tutti coloro i quali, in seguito al regio decreto-legge n. 126/1939, avevano operato il trasferimento di beni immobili all’Ente, erano ammessi a chiedere la retrocessione a loro favore entro un anno dalla conclusione dell’armistizio; in seguito a tale richiesta dovevano essere restituiti gli speciali certificati trentennali rilasciati dall’Ente al momento della spoliazione6. Nel caso di trasferimento degli immobili a terzi da parte dell’Egeli, anche essi erano tenuti al rilascio di detti beni a vantaggio degli antichi proprietari, ovviamente dietro restituzione del prezzo riscosso dall’Ente di gestione e liquidazione per la vendita7. Se il terzo proprietario al quale era richiesta la retrocessione aveva apportato delle migliorie all’immobile, era previsto il rimborso nella minor somma tra lo speso ed il migliorato.

All’articolo 11, il Regio decreto-legge si occupò di regolamentare anche le donazioni, frequentemente effettuate come scappatoie alle disposizioni fasciste. Gli atti di revoca consensuale parziale o totale delle suddette donazioni furono esentati da ogni onere o diritto fiscale fino all’anno successivo la conclusione della pace, e la stessa regola venne applicata agli atti di trapasso consequenziali alle domande di revocazione delle domande stesse.

Per i cittadini titolari di un’azienda individuale o soci illimitatamente responsabili di società non azionarie che avevano operato l’alienazione dell’azienda a norma dell’art. 58 del Regio decreto-legge n. 126/1939, fu prevista la possibilità della retrocessione della stessa in seguito alla restituzione dei titoli nominativi di consolidato da essi ricevuti in pagamento del prezzo. Nel caso di miglioramenti apportati alle aziende, al richiedente venne chiesto il pagamento del corrispettivo, se concordato. In caso di contestazioni queste furono devolute alla cognizione dell’autorità giudiziaria ordinaria. La medesima disciplina venne applicata alle domande di retrocessione di aziende non alienate ma rilevate ai sensi dell’art. 60 del Regio decreto-legge n. 126/1939 per motivo di pubblico interesse.

Per tutelare il più ampio numero possibile di situazioni avvenute negli anni tra il 1938 e il 1944, l’articolo 14 dettò una disposizione che poteva ricomprendere una svariata casistica: fu disposta la possibilità di esercitare l’azione di annullamento per tutti i contratti di alienazione di beni immobili, sia a titolo gratuito che oneroso, per i quali vi fosse stata prova incontestabile che il cittadino colpito dalle leggi razziali fosse stato indotto all’alienazione per sottrarsi all’applicazione delle leggi stesse. A seguito di ciò, tutti coloro che avevano venduto o donato parte dei loro beni per ridurre la quota eccedente degli stessi, poterono nel termine di un anno dalla conclusione della pace richiedere l’annullamento.

Queste furono le linee guida dell’atteso primo provvedimento volto alla reintegrazione dei diritti patrimoniali degli ebrei; sicuramente fu una svolta legislativa importante, in quanto, almeno formalmente, si diede inizio alla strada dell’equiparazione di questa minoranza nel contesto civile italiano, nel tentativo di cancellare le differenziazioni createsi con le leggi razziali. Restarono però aperti innumerevoli problemi concernenti l’emanazione di norme integrative e complementari, il risanamento di situazioni particolari e soprattutto l’effettiva attuazione delle nuove disposizioni.

5.3.c. Assetto della legislazione nei territori liberati.

Nella stessa data dell’entrata in vigore del Regio decreto-legge n. 26/1944 fu emanato un altro provvedimento generale di spiccata importanza.

Il D.lgt. n. 249, intitolato «Assetto della legislazione nei territori liberati», ebbe come principale scopo la regolamentazione di quei territori che erano stati liberati dagli alleati nel corso del 1944 o che erano in via di liberazione. Tale provvedimento dichiarò, tra l’altro, privi di efficacia giuridica «le confische e i sequestri disposti da qualsiasi organo amministrativo o politico [...] adottati sotto l’impero del sedicente governo delle repubblica sociale italiana»8.

Attraverso tale provvedimento vennero finalmente poste le basi normative per l’avvio delle opere di restituzione dei beni sottratti sia sulla base dei provvedimenti del 1938/1939, sia sulla base delle disposizioni emanate dalla Repubblica Sociale Italiana.

5.4. Le iniziative legislative dal 1944 al 1947.

5.4.a. Le norme complementari integrative e di attuazione del decreto legislativo luogotenenziale del 20 Gennaio 1944 n. 26.

Durante il primo e il secondo governo Bonomi, furono emanate numerose altre norme miranti a porre riparo alle conseguenze delle leggi razziali.

I due provvedimenti di carattere generale predisposti da Badoglio non erano sufficienti a risolvere tutte le questioni che scaturivano dal progressivo reinserimento nella vita quotidiana dei perseguitati razziali; diveniva dunque opportuno emanare anche le norme integrative e regolamentari dei decreti suddetti.

Fu così emanato, tra gli altri, il decreto legislativo luogotenenziale n. 222 del 12 Aprile del 1945, inteso ad eliminare le lacune e le incompletezze della normativa precedentemente adottata per risolvere i problemi della reintegrazione degli ebrei nei diritti patrimoniali.

Questo, insieme agli altri provvedimenti, tentò di porre rimedio a situazioni assai gravi: le zone che progressivamente venivano liberate dai nazisti e dai fascisti presentavano problemi sociali ed umani che le leggi, da sole, difficilmente potevano contribuire a sanare in tempi brevi. Con l’avvicinarsi delle fine della guerra diveniva evidente che il reinserimento morale e sociale degli ebrei nel tessuto del paese imponeva uno sforzo particolare nel più vasto ambito della ricostruzione politica, materiale e morale dell’Italia. All’indomani del 25 Aprile la situazione era tutt’altro che incoraggiante: accanto agli ebrei, centinaia di migliaia di persone, reduci, ex partigiani ed ex deportati, si trovavano di fronte a distruzione, povertà e gravi carenze assistenziali da parte dello stato.

La difficile situazione interna ed internazionale dell’Italia postbellica rendeva talune circostanze ancora più amare; esemplare è il caso degli ebrei triestini, le cui case, senza alcuna eccezione, erano state saccheggiate dai tedeschi, e coloro che erano riusciti a sottrarsi alle deportazioni non avevano dunque più alloggio.

Certo, gli specifici risvolti della condizione ebraica dovevano essere guardati all’interno del quadro generale della difficile situazione del paese, ma la capacità di superare la triste eredità del fascismo risultava essere uno degli indicatori della capacità e della volontà di rinnovamento della nuova classe politica italiana.

Il decreto legislativo luogotenenziale n. 222 propose così una serie di norme destinate ad integrare ed attuare quelle contenute nel decreto n. 26/1944; vennero regolamentate numerose situazioni che inesorabilmente erano conseguite dall’applicazione dei principi generali delle restituzioni dettati l’anno precedente.

Nell’articolo 1 del decreto in oggetto venne espressamente sancita, nel caso di retrocessione di immobili, l’estinzione di servitù e di diritti reali di godimento costituitisi successivamente al trasferimento degli immobili stessi dagli antichi proprietari all’Egeli; venne poi disciplinato il caso in cui, nelle case retrocesse, vi fosse la presenza di inquilini, sancendo l’opponibilità del contratto di locazione al proprietario reintegrato solo nel limite di un triennio dalla stipulazione dello stesso9.

Sempre in merito al diritto di retrocessione degli immobili, fu specificato che esso non poteva essere effettuato per parti di singoli immobili, ma che in caso di trasferimento di pluralità di beni, la richiesta poteva avere ad oggetto uno o alcuni di essi.

Nel caso poi che gli antichi proprietari non volessero esercitare la facoltà di richiesta delle retrocessioni, essi avevano diritto al pagamento in contanti della somma stabilita come corrispettivo dello stesso; nel caso di vendita dell’immobile a terzi, la somma spettante all’antico proprietario era indicata in quella risultante dall’atto di vendita stipulato dall’Ente di Gestione e Liquidazione10.

Per i casi di restituzioni consensuali di titoli azionari e per le rettifiche dell’intestazione di tali titoli fu affermata la validità di qualsiasi mezzo di prova, comprese le presunzioni11; dal momento poi che tali operazioni erano disposte in esenzione dai tributi, fu stabilita dettagliatamente la disciplina da seguire per ottenere l’esonero dal pagamento12.

Queste, e le numerose altre norme contenute nel provvedimento, chiarirono e definirono alcune delle problematiche concrete che si verificarono nell’applicazione delle leggi generali, andando a porre un piccolo tassello verso l’ancora lunga e complicata vicenda delle restituzioni.

5.4.b. La rivendicazione dei beni confiscati, sequestrati o comunque sottratti sotto l’impero del sedicente governo della Repubblica Sociale.

Il 5 Maggio 1946 fu emanato un altro provvedimento, destinato ad iniziare l’opera di risanamento delle gravi privazioni subite dalla popolazione ebrea nei territori rientranti nella Repubblica Sociale Italiana. Queste aree furono le ultime ad essere liberate e a vedere l’applicazione di una normativa restitutoria; è comunque indubbia la constatazione che proprio qui, più che altrove, divenne necessaria una disciplina «su misura» per tentare di mettere ordine alla situazione creatasi.

In precedenza è stato spiegato come in tali zone si realizzò una situazione fuori dagli schemi propriamente legislativi, e come i sequestri e le confische avvennero con modalità disomogenee, dettate da interessi personali di gerarchi fascisti. Logica conseguenza di ciò fu che i beni trafugati finirono nelle mani di soggetti privati non sempre attraverso vendite o cessioni regolarizzate, rendendo in tali casi ancora più arduo e complesso il recupero.

L’articolo 1 del Decreto legislativo in questione (il n. 393 del 1946), fu redatto proprio per rimediare a tali situazioni ammettendo, per i proprietari dei beni sequestrati, confiscati o sottoposti ad altri atti di disposizione, la rivendicazione da chiunque li possedesse o ne avesse la detenzione13. Il termine per l’esercizio di tale azione fu fissato nei tre anni successivi dall’emanazione del Decreto.

Fu ovviamente disciplinato anche il caso in cui l’azione di rivendicazione fosse proposta nei confronti dello Stato: fatta salva la possibilità per il proprietario di chiedere, anziché la restituzione del bene, la somma ricavata dalla vendita dello stesso con i relativi interessi legali, l’eventuale domanda restitutoria doveva essere esercitata entro 10 anni dall’entrata in vigore della normativa del decreto n. 393.

Nell’articolo 5 venne regolata la posizione del terzo acquirente dei beni oggetto di restituzione al proprietario: il primo aveva il diritto di ripetere dal suo dante causa il prezzo della vendita con gli interessi legali dal giorno di questa. Al terzo, inoltre, spettava il rimborso da parte del proprietario delle spese per le riparazioni straordinarie e delle migliorie, quantificate nella minor somma tra lo speso e il miglioramento.

I beni dovevano essere restituiti nello stato in cui si trovavano al momento della richiesta, essendo però ammessa l’eventuale domanda per rivalsa dei danni verificatisi durante la gestione, ovvero durante il possesso dei successivi acquirenti14.

5.4.c. La questione del rimborso delle spese di gestione.

La parte più controversa del decreto legislativo n. 393 fu quella contenente gli articoli sul conto di gestione.

Venne infatti previsto che i compensi di gestione fossero addebitati ai proprietari dei beni confiscati o sequestrati per motivi razziali nel periodo della Repubblica Sociale Italiana.

Nel conto rientravano tutte le spese sostenute dall’Ente di Gestione e Liquidazione; tali spese andavano per tutto l’arco della gestione, nel caso di beni non alienati a terzi, oppure per i periodi antecedenti alle vendite effettuate, nel caso di beni alienati.

In base all’articolo 8 dovevano essere addebitate al proprietario:

  1. le normali spese di gestione;
  2. le somme pagate per estinzioni di debiti e le spese occorse per il recupero dei crediti;
  3. le spese inerenti alla conservazione dei beni (quali, ad esempio, le spese di trasporto per la migliore conservazione della mobilia e quelle di custodia della mobilia stessa);
  4. le spese sostenute per le riparazioni e per incremento e miglioramento dei beni;
  5. le somme dovute per interessi;
  6. le somme dovute ai gestori a titolo di compenso, nella misura degli atti necessari alla normale gestione.

Tale normativa fu poi ulteriormente specificata da alcune circolari applicative emanate dall’Egeli, nelle quali vennero fissati importanti criteri.

Per le questioni affidate ad Istituti delegati dell’Egeli venne prescritta la redazione di dettagliati verbali di riconsegna, l’elaborazione di elenchi delle restituzioni avvenute prima dell’applicazione delle norme in questione e la preparazione dei rendiconti da presentare ai proprietari. Per la determinazione dei suddetti compensi, l’Egeli chiarì esplicitamente che il rimborso doveva limitarsi alle effettive spese generali del servizio, senza alcun margine di utile, nella misura strettamente necessaria alla normale gestione.

Ciascun gestore venne invitato, in via preliminare, a stabilire in accordo con l’Ente di Gestione l’ammontare complessivo del costo del servizio, tenendo conto delle spese relative all’ulteriore periodo necessario per l’esaurimento del servizio stesso.

Il 12 Settembre, con una nuova circolare, vennero fornite nuove precisazioni a riguardo; l’Egeli ebbe cura di precisare che nelle «normali spese di gestione» da addebitarsi ai proprietari non dovevano essere comprese le spese riguardanti la presa di possesso, la riconsegna e l’apertura forzata di cassette di sicurezza. Inoltre, nessun addebito poteva essere fatto per le spese occorse per il trasporto, in base agli ordini impartiti nel 1944 dal Ministero delle Finanze del nord, dei valori, dell’argenteria, ecc., dalle sedi dove in origine si trovavano, ai luoghi di concentramento, nonché per le spese di ritrasporto di detti valori dalle sedi di concentramento ai luoghi di provenienza.

La reazione dei proprietari dei beni confiscati nei confronti di una misura giudicata iniqua, esosa e non sostenibile, giunse repentinamente e, quando con molto ritardo giunsero le richieste di pagamento delle spese di gestione, furono pressoché unanimi le dure lettere di risposta degli interessati.

Tavola 1. LETTERA DATATA 23 NOVEMBRE 1947 INVIATA DAL PROPRIETARIO DI BENI CONFISCATI AL SAN PAOLO DI TORINO IN SEGUITO RICEVIMENTO DEL CONTO DI GESTIONE.

Con disinvoltura ora […] definite [il governo della Repubblica Sociale] «sedicente governo» mentre lo avevate fedelmente servito interpreti ed esecutori di tutti i soprusi esercitati dai nazifascismi contro i perseguitati razziali […] . Ma affinché non vi sembri questa mia uno sfogo polemico per disconoscere le Vs. «benemerenze» desidero raccontarvi alcune delle Vs. responsabilità nei ns. confronti come saggio di ciò che sarà accaduto a quasi tutti gli altri; gli assassinati senza eredi non hanno più voce e lasciano per ora a voi il godimento dei frutti dei loro beni[…]. Il 5 febbraio 1944 presenti Vs. funzionari e si direbbe col Vs. compiacente e indifferente consenso, è avvenuto che i nazifascisti, ben informati, saccheggiassero masserizie ed arredi nell’alloggio di mia madre e negli uffici delle mie società […]. Il 26 agosto con colposa leggerezza ed infingardaggine avete consentito la preordinata asportazione dei mobili dall’ufficio della ditta con lo scempio di preziosissimi e insostituibili documenti di archivio oltraggiosamente svuotati per terra e abbandonati alla loro inevitabile dispersione […]. E così andarono perduti tutta la corrispondenza dei miei cari defunti, manoscritti e poesie inediti di letterati miei amici, libri, documenti notarili ecc., e una collezione di 2000 francobolli antichi […]. La cosiddetta Vs. gestione si è ridotta a cristallizzare gli affitti nella misura di quelli del 1934 […]. Ed ora dopo oltre 21 mesi ci presentate in forma perentoria un conto GLOBALE di oltre il doppio di quanto faticosamente percepito: a parte la questione morale sarebbe inammissibile far pagare alle vittime della persecuzione le spese di una gestione escogitata a loro danno da aguzzini, per impadronirsi delle proprietà di candidati alle camere a gas. Vi segnaliamo il fatto che noi non vi abbiamo nominato ns. tutori.

Lettera tratta da F. Levi, (a cura di), Le case e le cose. La persecuzione degli ebrei torinesi nelle carte dell’Egeli 1938-1945, Compagnia di S. Paolo, Torino, 1988, pag.75-76.

A parziale conclusione di tale questione non si può far altro che ricordare i già citati difetti delle norme reintegrative e riparatorie, e sottolineare che l’applicazione della normativa è stata svolta dall’Egeli con il ruolo di mero esecutore, fondamentalmente preoccupato di svolgere precisamente il ruolo assegnatogli.

5.4.d. La questione dei beni delle persone decedute per atti di persecuzione razziale dopo l’8 Settembre 1943, senza lasciare eredi successibili.

Sempre in merito al problema delle restituzioni, un’altra importante questione fu oggetto di un apposito provvedimento legislativo.

Con il Decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato n. 364 del 1947, fu affrontata la complessa questione della destinazione dei beni di ebrei deceduti senza eredi a seguito della persecuzione razziale.

In base all’articolo 586 del Codice Civile del 1942, «in mancanza di altri successibili, l’eredità è devoluta allo Stato». Tale acquisto opera di diritto senza bisogno di accettazione e non può farsi luogo a rinunzia.

E’ di tutta evidenza che l’applicazione di questa norma al caso specifico dei deceduti ebrei risultasse inaccettabile ed improponibile: lo stesso Stato che, con scelte politiche differenti, aveva consentito le persecuzioni non poteva ora, in alcun modo, trarre vantaggi di tipo economico dalle drammatiche vicende di morte seguite alle leggi razziali.

In fase di preparazione del Decreto legislativo, l’Unione delle Comunità Israelitiche, e il suo presidente Raffaele Cantoni, in una relazione manifestarono apertamente la posizione in proposito:

Tavola 2. RELAZIONE ALLO SCHEMA DI DECRETO LEGISLATIVO N. 364 PRESENTATA DA R. CANTONI IN VISTA DELL’APPROVAZIONE DEL MEDESIMO.

L’Unione Internazionale delle Comunità israelitiche ha chiesto che le eredità dei cittadini deceduti per atti di barbarie compiuti dai tedeschi, senza lasciare eredi successibili, fossero devolute alla Unione delle Comunità israelitiche. Lo scopo della richiesta è di dare alle Comunità Israelitiche italiane la possibilità di avvalersi dei beni caduti nelle dette eredità nei compiti di assistenza ai propri rappresentanti, compiti ardui ed amplissimi, data la ferocia e la latitudine della persecuzione razziale attuata dai nazi-fascisti. La suddetta Unione ha anche prospettato che la introduzione di un siffatto principio nell’ordinamento italiano avrebbe determinato la più favorevole impressione in ambienti internazionali oltre a costituire un precedente da invocare in altri Paesi, ove esso avrebbe una importanza indubbiamente molto maggiore. L’accoglimento della proposta stessa comporterebbe ovviamente una grave deroga al principio accolto nell’articolo 586 del vigente codice Civile sulla devoluzione delle eredità allo Stato in mancanza di altri successibili. Per tale motivo lo schema predisposto lo profila come un trasferimento a titolo gratuito, dallo Stato all’Unione delle Comunità israelitiche italiane, delle eredità in questione.

Tratto da: M. Toscano (a cura di), L’abrogazione delle leggi razziali in Italia, Senato della Repubblica, Roma, 1988, p. 58 - 59.

L’11 maggio 1947 venne emanato il Decreto in oggetto, che prevedeva il trasferimento delle eredità di israeliti, defunti a seguito di atti di persecuzione razziali dopo l’8 settembre, all’Unione delle Comunità israelitiche italiane. Esso avveniva a titolo gratuito e in seguito a una domanda dell’Unione, da presentarsi nel termine di due anni dalla ratifica del trattato di pace tra l’Italia e le Nazioni Unite, ovvero dalla dichiarazione di morte presunta della persona della cui successione si trattava, quando tale dichiarazione fosse stata successiva alla ratifica predetta15.

La promulgazione del provvedimento rappresentò il coronamento di un notevole impegno dell’organismo rappresentativo degli ebrei italiani e una significativa manifestazione di disponibilità e di comprensione della tragedia da parte delle autorità politiche; purtroppo, però, questa importante misura si rivelò di difficilissima applicazione.

Affinché il trasferimento avvenisse era necessaria la domanda da parte dell’Unione; già il 29 Maggio 1947, a tutte le Comunità venne inviata una circolare che invitava i membri ad effettuare scrupolose e riservate indagini per appurare l’esistenza di beni ebraici, confiscati od espropriati, non ancora rivendicati da proprietari o dagli aventi diritto, al fine di appurare l’esistenza di beni rientranti nelle disposizioni successorie per poi chiederne la restituzione.

Il 3 novembre 1950 l’Unione indicò al Ministero del Tesoro che la «maggior parte» delle eredità dei deportati erano state rivendicate dagli aventi diritto e restituite dall’Egeli, mentre la stessa non aveva potuto far valere i propri diritti non conoscendo quali fossero i beni in oggetto ancora a disposizione dell’Egeli. Si affermava così la necessità di rendere noti gli elenchi dei beni di provenienza ebraica ancora in detenzione e in possesso dell’ente per svolgere le pratiche necessarie.

Nel 1951 il Ministro impartì le istruzioni affinché fossero forniti gli indispensabili dati all’Unione e prontamente, nello stesso anno, l’avvocato Angiolino Della Seta, delegato dalle Comunità ebraiche, prese cognizione presso l’Egeli della pratiche relative ai beni in oggetto.

Il grosso scoglio emerse dalla constatazione di beni non rivendicati ma rimasti presso le banche; diversi Istituti di credito, infatti, nonostante l’intervento del Ministero del Tesoro, non ritennero di dover fornire i dati richiesti. L’atteggiamento della Banche depositarie era ovviamente teso a conservare i depositi non reclamati all’evidente scopo di far intervenire la prescrizione a loro favore.

A questo punto, la questione dei beni delle persone decedute a seguito di atti razziali dopo l’8 settembre senza lasciare eredi successibili, si intrecciò con la questione dei beni presenti nelle banche e non reclamati. I molteplici interessi contrapposti diedero luogo a controversie e scambi di richieste; i molti soggetti coinvolti (gli istituti di

credito, l’Unione delle comunità israelitiche, i Ministri interessati, l’Egeli) si preoccuparono singolarmente di raggiungere i propri scopi che però, troppo spesso, si scontrarono con quelli delle altre parti coinvolte.

5.5. La nuova attività dell’Ente di Gestione e Liquidazione.

5.5.a. La riunificazione delle sedi dell’Egeli a Roma.

In seguito alla liberazione di Roma, anche l’Egeli riprese la sua attività.

Una sede distaccata, in realtà, aveva continuato ad esistervi anche in seguito al trasferimento dell’ente a San Pellegrino, ma in essa vi erano solo 5 addetti, i quali si ritrovarono incaricati di un nuovo lavoro, e data la scarsità del personale, si limitarono faticosamente a registrare i «nuovi fatti di gestione».

A seguito del rdl. n. 29/1944, infatti, i compiti dell’Ente di gestione e Liquidazione cambiarono in modo radicale, ed esso inizialmente divenne lo strumento incaricato della retrocessione dei beni cosiddetti «eccedenti», sottratti ai cittadini ebrei in base al rdl. 126 del 1939.

L’amministrazione nominata dal governo della Repubblica Sociale, con sede appunto a San Pellegrino, cessò di funzionare ai primi di maggio del 1945, e da ciò conseguì l’ampliamento dei compiti di restituzione affidati all’ente.

L’Egeli iniziava una nuova fase della sua attività: col procedere della liberazione del paese, esso si doveva occupare, oltre che della restituzione dei beni sottratti agli ebrei in base alla normativa del 1938/1939, anche della restituzione dei beni sottratti in base alla normativa della Repubblica Sociale Italiana. Questa duplice attività si protrasse dal 1945 al 1957, anno in cui si avviò la liquidazione dell’ente stesso.

5.5.b. La «Gestione dei beni ebraici 1939».

A partire dalla fine del 1944, la nuova commissione generale dell’Egeli iniziò l’attività di retrocessione degli immobili acquisiti in base alla legge del 1939. Tali operazioni vennero definite, nei documenti del tempo, «Gestione dei beni ebraici 1939».

In virtù dell’applicazione del rd n.26/1944 era cessata l’attività di applicazione delle limitazioni ai beni immobili di proprietà ebraica, pertanto, il complesso di beni già trasferito all’Egeli a tutto il 1944 non subì variazioni e, alla data del 31 dicembre 1945, la proprietà assegnate erano pari a 170 unità, per un costo di espropriazione di £ 55.454.680.

A tutto il 1945 l’Ente alienò a terzi alcune delle proprietà ad esso attribuite per un costo di 9.918.506, ricavandone un prezzo di vendita di £ 30.159.921.

Nella relazione del commissario straordinario ai bilanci dell’esercizio 1945 dell’Egeli si legge:

Tavola 3. RELAZIONE DEL BILANCIO DELL’EGELI NEL 1945.

[…] Più in dettaglio, il bilancio della gestione beni ebraici 1939 allegato alla relazione del 1945 informa che: - il conto degli immobili trasferiti all’ente ammonta complessivamente a £ 55.454.680 - quello dei beni venduti ascende a £ 9.918.506 Per cui prima delle retrocessioni agli ebrei espropriati l’Ente era ---------------- proprietario di immobili del costo di £ 45.536.173

Elaborazione dati ricavati da: Commissione per la ricostruzione delle vicende che hanno caratterizzato in Italia le acquisizioni dei beni di cittadini ebrei, Rapporto generale, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Roma, 2001.

Delle 170 unità immobiliari presenti nel patrimonio dell’Ente solo 133 erano state prese in possesso dall’Egeli, mentre le restanti erano rimaste nel possesso e nel godimento delle ditte espropriate.

Tavola 4. ANDAMENTO DELL’OPERA DI RESTITUZIONE DEGLI IMMOBILI DI PROPRIETA’ E IN POSSESSO DELL’EGELI ALLA FINE DEL 1944 E IL 1946.

Numero degli immobili di proprietà e in possesso agli inizi del 1944

133
Retrocessioni effettuate alla fine del 1944 3
Rimborsi effettuati per la vendita a terzi degli immobili a tutto il 1944 1
Retrocessioni effettuate alla fine del 1945 31
Retrocessioni effettuate alla fine del 1946 55
Numero degli immobili in carico all’Egeli alla fine del 1946 46

Elaborazione dati ricavati da: Commissione per la ricostruzione delle vicende che hanno caratterizzato in Italia le acquisizioni dei beni di cittadini ebrei, Rapporto generale, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Roma, 2001.

L’attività di restituzione proseguì nel 1947 con il perfezionamento di 22 atti di retrocessione di beni espropriati e rimasti in proprietà dell’Ente, e con 8 atti di retrocessione di beni espropriati e successivamente venduti.

Le vicende si intrecciarono e le pratiche di perfezionamento delle restituzioni e dei rimborsi necessitarono spesso di vari accertamenti (verifica di successione, proprietari residenti all’estero, eccezioni da parte di terzi acquirenti dei beni già assegnati all’Egeli, ecc.) e della risoluzione di numerose contestazioni.

Tavola 5. SITUAZIONE DELLE DIVERSE PRATICHE DI RESTITUZIONE IN SVOLGIMENTO DALL’EGELI TRA IL 1947 E IL 1952.

1947 – Pratiche in corso di perfezionamento

n. 16
1947 – Pratiche in corso di definizione per contestazioni ed accertamenti vari n. 19
1947 – Immobili per cui non è ancora stata presentata domanda di retrocessione dagli aventi diritto n. 9
1948 – Atti di retrocessione perfezionati n. 15
1949 - Atti di retrocessione perfezionati n. 10
1950 - Atti di retrocessione perfezionati n. 8
1952 - Atti di retrocessione perfezionati n. 1

Elaborazione dati ricavati da: Commissione per la ricostruzione delle vicende che hanno caratterizzato in Italia le acquisizioni dei beni di cittadini ebrei, Rapporto generale, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Roma, 2001.

Dalla relazione del commissario straordinario ai bilanci dell’esercizio 1952 dell’Egeli, si possono trarre i dati della situazione delle restituzioni a nove anni dall’inizio delle operazioni.

Alla fine del 1952 restavano ancora da definire 10 retrocessioni di immobili; cinque di queste avevano ad oggetto beni ancora intestati all’Ente, che non erano stati restituiti ai proprietari in quanto subordinate alle decisioni di vertenze giudiziarie ancora in corso. Le restanti cinque riguardavano beni alienati a terzi, pertanto il ricavato delle vendite si trovava presso l’Ente e per le relative restituzioni, da

effettuarsi tra l’antico proprietario e il terzo acquirente, era necessario l’intervento dell’Egeli.

Lentamente la vicenda andava verso la soluzione, e ancora, nel corso dei pochi anni antecedenti alla messa in liquidazione dell’Egeli (avvenuta nel 1957), si assistette alla definizione di altre pratiche.

Tavola 6. SITUAZIONE DELLE DIVERSE PRATICHE DI RESTITUZIONE IN SVOLGIMENTO PRESSO L’EGELI TRA IL 1953 E IL 1955.

1953 - Atti di retrocessione perfezionati

n. 3
1954 - Atti di retrocessione perfezionati n. 1
1955 – Pratiche di retrocessione ancora da perfezionare n. 6

Elaborazione dati ricavati da: Commissione per la ricostruzione delle vicende che hanno caratterizzato in Italia le acquisizioni dei beni di cittadini ebrei, Rapporto generale, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Roma, 2001.

5.5.c. La restituzione dei beni ebraici confiscati e sequestrati durante la Repubblica Sociale Italiana.

La questione delle restituzioni dei beni, mobili ed immobili, sottratti agli ebrei durante la Repubblica Sociale italiana si presenta difficile per una pluralità di motivazioni. I vari spostamenti del fronte di guerra, gli interventi in tali aree dell’alleato-occupante tedesco, le deportazioni e la politica di concentramento influenzarono l’applicazione della normativa e tali elementi andarono a riflettersi anche sul successivo processo di restituzione.

In merito si dispone di una documentazione incompleta e disorganica, dovendo far riferimento ai tempi differenti in cui avvenne la liberazione nelle diverse zone.

La relazione del commissario straordinario ai bilanci dell’Egeli del 1945 fornisce, anche in questo caso, notizie che aiutano a chiarire gli accadimenti.

Nei territori liberati vigeva il citato dl.lgt. del 5 ottobre 1944, n. 24916; a seguito di esso, i provvedimenti di confisca e sequestro erano stati dichiarati nulli e privi di effetti e pertanto, anche in mancanza di una disciplina più dettagliata, la restituzione non poteva essere negata.

In un contesto di necessità ed urgenza, numerosi beni già sottoposti a confisca, vennero ripresi in consegna dai proprietari senza formalità, e spesso senza l’intervento dell’ente gestore e del delegato privato dell’Egeli; proprio per questo non è possibile fornire dati concreti circa l’entità delle restituzioni avvenute nel 1945.

Tra i provvedimenti emanati a livello locale, per far fronte alle necessità e ai tempi differenti presenti sui territori liberati, si possono citare quelli adottati a Roma e a Grosseto.

Nella capitale, il 13 luglio 1944, il colonnello Poletti emanò un’ordinanza per la restituzione dei beni mobili ed immobili agli ebrei, che anticipava la pubblicazione del rdl 26/194417.

A Grosseto il prefetto, già nel settembre del 1944 dispose la reintegrazione degli ebrei nei diritti patrimoniali sulla base del rdl n. 25/1944, considerandolo «abrogativo di tutte le disposizioni emanate in materia razziale».

Verosimilmente, è poi possibile ipotizzare che in queste aree, soggette a furti, saccheggi e privazioni da parte di tedeschi e italiani, l’urgenza delle situazioni politiche e militari non sempre consentì di completare l’iter dei provvedimenti di confisca, con conseguenti riflessi sull’attività restitutoria.

Documentazione più completa si ha a partire dal maggio del 1945; il Ministero del Tesoro accordò all’Egeli delle anticipazioni in denaro per provvedere al rimborso degli Istituti di credito che, a seguito della normativa restitutoria, avevano restituito agli ebrei interessati i beni e le aziende di loro proprietà.

Gli stanziamenti ministeriali erano fondamentali, in quanto gli Istituti gestori, già esposti per cifre rilevanti, avevano dichiarato di dar corso ai pagamenti in favore degli aventi diritto soltanto nei limiti delle esistenti disponibilità di cassa.

Gli importi e i saldi attivi provenienti dalla confisca e le somme ricavate dalle vendite dei beni ebraici andavano restituiti a coloro che si avvalevano della disciplina restitutoria, e fu l’Ente di gestione e liquidazione a dove fornire agli istituti di credito il denaro per effettuare tali pagamenti.

Il 12 febbraio 1946 fu erogato dal Ministero del Tesoro un contributo che l’Egeli suddivise tra diverse banche.

Tavola n. 7 DISTRIBUZIONE EFFETTUATA DELL’EGELI DEI FONDI EROGATI IN DATA 12/02/1946 DAL MINISTERO DEL TESORO.

S. Paolo di Torino – Roma

£ 1.102.746
Banca Agricola Mantovana
£ 295.099
Ist. Cred. Fondiario delle Venezie
£ 4.113.603
Monte di Bologna
£ 404.193
Banca Popolare di Cremona
£ 486.511
Cassa di Risparmio di Modena
£ 347.679
S. Paolo di Torino – Torino
£ 145.772
Cassa Risparmio PP.LL.
£ 18.094.489
Totale
£ 24.990.096

Elaborazione dati ricavati da: Commissione per la ricostruzione delle vicende che hanno caratterizzato in Italia le acquisizioni dei beni di cittadini ebrei, Rapporto generale, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Roma, 2001.

Successivamente venne previsto un ulteriore stanziamento di 30.000.000 di lire.

L’Egeli, dunque, nelle aree in cui la disciplina della RSI trovò applicazione, svolse nella fase restitutoria complessi ruoli da tramite, frapponendosi come organo mediatore nelle pratiche in atto tra gli Istituti di Credito e i legittimi proprietari divenuti creditori di attività.

Le difficili vicende realizzatesi nei mesi tra l’8 settembre del 1944 e il 25 Aprile del 1945 costrinsero l’Ente ad adottare modalità di azione diverse da quelle svolte in precedenza18 e conseguenzialmente anche l’opera di restituzione ebbe caratteristiche distinte da quelle delle operazioni attuate per i provvedimenti emanati in seguito alle leggi del 1939.

5.6. La liquidazione Egeli.

5.6.a. Le fasi del processo di liquidazione.

L’Egeli venne soppresso e posto in liquidazione con il decreto presidenziale del 22 Marzo 1957, e le relative operazioni furono affidate con il decreto ministeriale del 22 Maggio 1957 ad un commissario liquidatore, con il compito di definire le operazioni di liquidazione entro sei mesi.

Dal novembre del 1957 i suddetti compiti vennero avocati al Ministero del Tesoro, che affidò il tutto all’Ufficio Liquidazioni della Ragioneria Generale dello Stato.

Si assistette dunque al succedersi, dall’ottobre 1938 al settembre 1943, di tre fasi:

  1. un primo periodo di gestione ordinaria tenuta dall’avv. Marazza (1 luglio-21 novembre 1957);
  2. un secondo periodo di gestione commissariale liquidatoria, conseguente alla soppressione e messa in liquidazione dell’ente (l’incaricato fu ancora l’avv. Marazza);
  3. un terzo periodo di gestione liquidatoria ministeriale, a partire dal 22 novembre 1957, in cui le operazione di liquidazione vennero svolte dall’ufficio liquidazione istituito presso il Ministero del Tesoro.

Nel corso di questi diversi momenti vennero ripetutamente esaminate le questioni che ancora rimanevano insolute.

In una relazione del 21 dicembre 1957, l’avvocato Marazza espose i dati relativi agli accertamenti ancora da svolgere per l’ultimazione della liquidazione. Rimasta inalterata dal 3 luglio al 21 novembre 1957, la gestione dei beni ebraici si presentava nei seguenti termini:

Occorre far menzione anche dell’esistenza di diverse partite di depositi di denaro e titoli, oggetto di confisca nel territorio della RSI, rimasti però in possesso degli Istituti di credito originari nei quali erano stati depositati.

Con tale relazione conclusiva si assistette al passaggio alla terza fase della liquidazione Egeli, quella svolta dall’Ufficio liquidazioni del Ministero del Tesoro. Questo cambiamento portò ad un’accelerazione del processo di decisione in merito alle questioni sospese: il 16 Maggio 1958 fu elaborato un promemoria, approvato dal Ministero del Tesoro, che costituì la base delle successive operazioni dell’Ufficio Liquidazione Egeli tese all’acquisizione dei beni rimasti.

5.6.b. L’obiettivo finale: l’acquisizione dei beni in carico all’Ente di gestione nella fase liquidatoria.

Già dal dicembre 1958, si intuì che in seguito ad una rapida definizione del quadro della situazione si intendeva passare alla fase di acquisizione dei beni ebraici rimasti in carico all’Egeli.

La disciplina del dl.lgt. n. 393 del 1946 prevedeva infatti i termini entro i quali l’azione di rivendicazione (sia per i beni in possesso dello Stato sia per quelli in possesso o detenzione di terzi) doveva essere esercitata. I suddetti termini vennero fatti decorrere dalla data dell’entrata in vigore del provvedimento, e il 5 giugno 1956 sarebbero maturate le prescrizioni acquisitive decennali a favore del possessore dei beni ex ebraici, nonché la scadenza del termine di rivendicazione dei debiti residui della gestione Egeli.

L’Ufficio di Liquidazione informò la Ragioneria Generale dello Stato di aver avviato le procedure per l’incameramento dei beni non rivendicati, con richieste alle banche di accreditamento delle somme risultanti dai depositi. Prima di procedere, però, chiese il consenso alla Ragioneria stessa, e questa ritenne opportuno ottenere un parere dell’Avvocatura generale dello Stato.

E’ interessante analizzare tale parere, perché oltre alla conclusione, risultata fondamentale per le vicende successive, esso ripercorre i diversi momenti legislativi e le relative interpretazioni antecedenti all’acquisizione dei beni ex ebraici da parte dello Stato.

Occorre sottolineare che nello svolgimento della questione, dai documenti non risulta alcun coinvolgimento dell’Unione delle Comunità da parte dello Stato, dimostrando come il tutto sia stato gestito dall’ufficio Liquidazioni e dalla Ragioneria Generale.

Tavola 8. ANALISI SCHEMATICA DEL PARERE RESO DALL’AVVOCATURA DI STATO IN DATA 23 MARZO 1960 IN MERITO AI BENI EBRAICI NON RIVENDICATI

a) Le confische e i sequestri disposti da qualsiasi organo del sedicente governo della RSI sono privi di efficacia giuridica (art. 1 del dl.lgt. 249/1944).

b) I proprietari originali, gli eredi o gli aventi causa possono rivendicare i loro beni contro chiunque li possieda, salvi i diritti di terzi acquistati in buona fede, nel termine rispettivamente, di 10 e 3 anni, secondo che l’azione sia esercitata contro lo Stato per il recupero del bene o della somma ricavata dalle vendite, ovvero contro il terzo possessore che abbia acquistato il bene in buona fede. (dl.lgt. 393/1946).

c) L’aver attribuito all’interessato l’azione di rivendicazione, consente di ritenere che il proprietario del bene confiscato abbia conservato il diritto di proprietà che, non è soggetto a prescrizione estintiva, ma si perde soltanto se altri l’acquistino con il possesso della cosa per un periodo di tempo (art. 1158 e seg. c.c.). DATI TALI PRESUPPOSTI SI RITIENE CHE

d) Gli art. 2 e 3 del dl.lgt. 393/1946 abbiano inteso derogare parzialmente le norme del codice civile, abbreviando per gli immobili i termini ordinari di usucapione.

e) Lo Stato, per effetto del provvedimento di confisca, acquistò la proprietà ed il possesso del bene e l’inefficacia giuridica dell’acquisto della proprie tà (vedi punto a dello schema) non fece venir meno gli effetti del possesso.

f) Data la deroga alla disciplina del c.c. anzidetta se ne deduce che il possesso per 10 anni dalla data del 5 giugno 1946 produce l’effetto dell’acquisto da parte dello Stato, ancorché possessore non fosse in buona fede.

g) Per il terzo acquirente in buona fede, cioè che abbia acquistato prima di tale data, l’art 3 del dl.lgt. 393/1946 deroga a sua volta l’articolo 1159 del codice civile riducendo a tre anni il termine decennale previsto per l’usucapione di beni immobili.

h) Sono poi fatti salvi i diritti acquistati legittimamente dai terzi per effetto del possesso di buona fede (art. 1 comma 1 dllgt.393/1946) per ciò che riguarda i beni mobili; questo a conferma del disposto dell’art. 1153 c.c. secondo il quale chi acquista un bene mobile dal non proprietario, in buona fede, ne acquista la proprietà mediante il possesso.

IN CONCLUSIONE L’avvocatura Generale dello Stato ritiene che col decorso di 10 anni dal 5 Giugno 1946, data di entrata in vigore del dl.lgt. 393/1946, lo Stato abbia acquistato la proprietà dei beni , a suo tempo confiscati, e sia stato liberato, altresì, dall’obbligo di restituire il prezzo ricavato dalla vendita e i frutti percepiti nei tre anni anteriori alla domanda di rivendicazione. Di detti beni, quindi, lo Stato può liberamente disporre.

Schema da me predisposto direttamente sulla base del parere dell’Avvocatura.

5.6.c. I valori e gli oggetti passati per prescrizione allo Stato.

In seguito al parere dell’Avvocatura fu resa possibile l’attuazione delle procedure di alienazione dei beni, e sempre sostenuta da tale documento, venne la conferma che le relative procedure erano state avocate al Ministero del Tesoro, Ufficio Liquidazioni. L’Egeli era stato soppresso, e di conseguenza l’organo autorizzato risultava essere quello indicato dalla legge.

Un quadro dei beni residui è dato dalla «Distinta degli ex beni ebraici rimessi per la custodia all’economo dell’Ufficio Liquidazioni».

Il 28 Aprile 1961, l’avvocato Giuseppe Vania, ex direttore dell’Egeli, consegnò:

  1. Titoli di Stato e Cartelle Fondiarie (Buoni del Tesoro per un valore complessivo di £ 13.000 e Titoli al portatore per un valore di £ 5.000);
  2. Azioni industriali suscettibili di realizzo (Certificati azionari della Società Montecatini, della Unione Esercizi Elettrici di Roma, della Società azionaria Italiana per l’Assicurazione contro l’incendio e della Società azionaria Italiana per l’Assicurazione sulla vita.);
  3. Oggetti di valori e vari suscettibili di possibile realizzo (gioielli, monete, statuette, penne, portacipria ecc.);
  4. Depositi bancari non realizzabili in quanto d’importo non superiore alle 500 £;
  5. Titoli, effetti, documenti ed oggetti privi di valore (bocchino d’ambra rotto in due pezzi, astucci vuoti, cambiali,).

Alcuni di questi beni vennero incamerati nel corso degli anni sessanta, e il 6 Aprile 1970 venne distrutta una quantità residua di beni mai rivendicati né realizzati.

Tavola 9. VERBALE ATTESTANTE LA DISTRUZIONE DI BENI DI PROPRIETA’ EX EBRAICA ACQUISITI DALLO STATO.

"L'anno millenovecentosettanta il giorno sei, del mese di Aprile, in Roma, nella sede dell'Ufficio Liquidazione del Ministero del Tesoro, alla Via Quintino Sella n. 54, alle ore (omissis), si sono riuniti, allo scopo di procedere a quanto in appresso specificatamente indicato i signori

1) Dott. Alfonso Corno , Ispettore Generale, Capo dell'Ufficio Liquidazioni;

2) Dott. Antonio Napoletano, Direttore di Divisione, funzionario dell'Ufficio Liquidazioni;

3) Dott. Francesco Simoni, Direttore di Divisione, funzionario dell'Ufficio Liquidazioni.

SI PREMETTE che il suindicato Ufficio, al quale con decreto ministeriale del 13.11.1957 vennero affidate le operazioni liquidatorie del soppresso Ente di Gestione e Liquidazioni Immobiliare (Egeli), ha tuttora in custodia un residuo di titoli, di azioni, di effetti cambiari e di oggetti vari provenienti dalle confische e dai sequestri effettuati per motivi razziali sotto l’impero del sedicente governo della RSI; che i titoli. i valori e gli oggetti in questione non SONO stati rivendicati dagli aventi diritto, né nel termine stabilito dal dllgt 5.5.1946 n. 393, né successivamente per oltre un ventennio, e dovrebbero perciò essere realizzati a favore dello Stato; che tale realizzazione non si rende peraltro possibile trattandosi di titoli, di azioni, di effetti cambiari e di oggetti non aventi più, per i motivi appresso indicati, alcun effettivo valore che in siffatta situazione fa d'uopo e effettuarne la totale distruzione.

Tutto ciò premesso e ritenuto Si dà atto di quanto segue: I) - Alla presenza dei sottoscritti si è proceduto alla totale distruzione, mediante abbruciamento effettuato nel caminetto sito nella stanza di questo Ufficio liquidazioni, contrassegnata dal numero 3, dei titoli, delle azioni, degli effetti cambiari, delle polizze, dei registri e delle corrispondenza di cui all' elenco che segue, il tutto precedentemente annullato con l'apposizione del relativo timbro:

A) Libretti di depositi bancari irrealizzabili, in quanto di importo non superiore alle £. 500 (art. 9 - ultimo comma della legge 4.12.1956 n. 1404): [segue elenco nominativi]

B) Libretti di depositi bancari i cui importi, come comunicato dalle Banche emittenti, risultano rimborsati agli aventi diritto oppure incamerati dalle Banche stesse: [segue elenco nominativi]

C) Azioni al portatore di Società non più esistenti: [segue elenco nominativi]

D) Titoli, effetti cambiari, assegni bancari, polizze e tessere non più validi in quanto da anni caduti in prescrizione e divenuti inefficaci: [segue elenco nominativi]

E) Registri,corrispondenza varia e documenti non più validi; [segue elenco oggetti]

Elaborazione dati ricavati da: Commissione per la ricostruzione delle vicende che hanno caratterizzato in Italia le acquisizioni dei beni di cittadini ebrei, Rapporto generale, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Roma, 2001.

La liquidazione dell’Egeli si protrasse ancora per la gestione dei beni esattoriali e dei beni alleati, e con decreto del 29 dicembre 1997 il Ministro del Tesoro dichiarò la chiusura a tutti gli effetti della liquidazione del patrimonio dell’Ente di gestione e liquidazione.

1 G. Spadolini, prefazione di L’abrogazione delle leggi razziali in Italia, M. Toscano (a cura di), Senato della Repubblica, Roma, 1988.

2 Art. 1, regio decreto-legge 20 Gennaio 1944, n. 25.

3 Ivi, art. 2.

4 Ivi, art. 3.

5 Ivi, art. 4.

6 Art. 3, Regio decreto-legge n. 26 del 20 Gennaio 1944.

7 Ivi, art. 6.

8 Art. 1del Decreto legislativo luogotenenziale del 5 Ottobre 1944, n. 249.

9 Art. 2, Decreto legislativo luogotenenziale n. 222 del 12 Aprile del 1945.

10 Ivi, Art.12.

11 Ivi, Art. 5.

12 Ivi, Art. 18.

13 Il corsivo è introdotto da me.

14 Art. 6 Decreto legislativo luogotenenziale n. 393 del 5 Maggio 1946.

15 Art. unico del Decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato n. 364.

16 Vedi paragrafo 3.c. di questo capitolo.

17 Vedi paragrafo 3.b. di questo capitolo.

18 Vedi par. 5 del capitolo III.

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© Morashà 2002 - Annamaria Colombo 2002

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