Tesi di laurea di Annamaria Colombo - La spoliazione dei beni degli ebrei in Italia in seguito alle leggi razziali del 1938 e le relative restituzioni


Capitolo 6: La commissione per la ricostruzione delle vicende che hanno caratterizzato in Italia le attività di acquisizione dei beni di cittadini ebrei

6.1. L’istituzione della Commissione
6.2. Gli obiettivi generali e le linee essenziali di riferimento
6.3. Gli organismi consultati
6.4. Le fonti archivistiche
6.5. L’analisi delle situazioni locali
6.6. La presentazione delle conclusioni della «Commissione Anselmi»
6.7. Due vicende aperte
6.7.a. Il caso Horitzky-Grunberger
6.7.b. Il caso Luzzato
6.8 La restituzione nell’ottica dei diritti umani: il possibile legame
6.9. Conclusioni
CONCLUSIONI

6. 1. L’istituzione della Commissione.

Con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 1° dicembre 1998 è stata istituita un’apposita commissione con il compito di «ricostruire le vicende che hanno caratterizzato in Italia le attività di acquisizione dei beni di cittadini ebrei da parte di organismi pubblici e privati»1.

L’Iniziativa del Governo italiano di costituire la Commissione è stata presa d’intesa con l’Unione delle Comunità ebraiche italiane, e non può essere considerata avulsa dal contesto normativo che, nel dopoguerra, negli anni ottanta e perfino negli ultimi anni, ha dato corpo ad interventi riparatori e risarcitori di oggettivo rilievo ed ampiezza.

Alla Commissione è stato affidato il compito di esplorare un aspetto delle persecuzioni antiebraiche che non è mai stato affrontato in termini complessivi e con riferimento all’intero territorio nazionale.

Per lo svolgimento di tale dovere, ampio ed articolato, la Commissione si è avvalsa del raccordo con analoghi organismi istituiti presso Paesi stranieri, consultando pubblici archivi e, previa intesa, archivi di strutture private.

Presidente dell’organo è stata nominata l’On. Tina Anselmi, coadiuvata da una serie di 12 esperti appartenenti a svariati campi strettamente collegati con il problema. Gli altri membri della Commissione sono:

  1. la dott.sa Paola Crucci, sovrintendente dell’Archivio Centrale dello Stato;
  2. il dottor Antonio Ferrace, prefetto a riposo;
  3. l’avv. Enrico Granata, Direttore centrale dell’Associazione bancaria italiana;
  4. il dott. Piero Cinti, capo di gabinetto del Ministero dell’Industria, del Commercio e dell’Agricoltura;
  5. l’avv. Luigi Desiderio, direttore dell’ufficio consulenza giuridica e cura delle pratiche legali dell’Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni private e d’interesse collettivo;
  6. il prof. Luigi Lotti, presidente dell’Istituto storico italiano per l’età moderna e contemporanea;
  7. il cons. Domenico Marchetta, capo ufficio legislativo del Ministero del Tesoro, del bilancio e della programmazione economica;
  8. l’avv. Francesco Nanni, direttore dell’area normativa dell’assicurazione nazionale delle Imprese Assicurazioni;
  9. il dott. Michele Sarfatti, coordinatore della Fondazione Centro di documentazione ebraica contemporanea di Milano;
  10. l’avv. Dario Tedeschi, consigliere dell’Unione delle comunità ebraiche italiane;
  11. il prof. Mario Toscano, ricercatore per la disciplina di «Storia Contemporanea» dell’università La Sapienza di Roma;
  12. Il dott. Mario Vigano, incaricato unico per le ricerche della commissione indipendente di esperti «Svizzera, Seconda guerra mondiale».

Altri incarichi sono stati successivamente conferiti dalla Commissione ad archivisti e studiosi e numerose collaborazioni si sono rese necessarie per l’approfondimento di altri aspetti specifici.

L’insediamento della Commissione è avvenuto il 17 dicembre 1998 e si sono tenute altre riunioni nel corso degli anni 2000 e 2001; l’originale termine previsto per la presentazione dei risultati del lavoro (sei mesi dall’insediamento) è stato prorogato e la definitiva conclusione è stata indicata per il mese di aprile del 2001.

6.2. Gli obiettivi generali e le linee essenziali di riferimento.

La difforme estrazione professionale e la diversa collocazione istituzionale dei membri della Commissione hanno necessariamente creato una differenziazione degli obiettivi; è stata prospetta una metodologia aperta e precisa, basata su chiari presupposti e volta a seguire linee programmatiche specifiche. Queste possono essere riassunte:

  1. nell’analisi complessiva della normativa di carattere legislativo e regolamentare, nonché delle circolari e di eventuali altri provvedimenti di carattere interno;
  2. nella quantificazione del fenomeno, sia in rapporto alle persone oggetto dei provvedimenti, sia in rapporto alla qualità, quantità e al valore economico complessivo dei beni confiscati, con un eventuale riferimento delle situazioni relative a città scelte a campione;
  3. nell’analisi della normativa inerente alle restituzioni e nella quantificazione del fenomeno entro limiti consentiti dalla documentazione acquisita.

L’ambito cronologico della ricerca è il periodo Ottobre 1938-Aprile 1945 (quindi dall’annuncio pubblico nel Regno d’Italia della prima disposizione sui beni alla caduta della Repubblica Sociale Italiana). Tale arco di tempo è stato poi analizzato secondo uno sviluppo cronologico delle acquisizioni. Questo è riassumibile in quattro fasi:

  1. il periodo precedente la promulgazione delle leggi razziali
  2. dall’ottobre 1938 al settembre 1943;
  3. dal settembre 1943 all’aprile 1945;
  4. il periodo del dopoguerra.

Sono state prese in considerazione tutte le acquisizioni, comunque e a qualunque fine ottenute da organismi pubblici e privati (italiani e stranieri), e da singoli privati la cui azione fu resa possibile o sollecitata da azioni di detti organismi.

L’ambito geografico di riferimento per il lavoro della Commissione è stato il seguente:

  1. dall’ottobre 1938 al settembre 1943: i territori facenti parte del Regno d’Italia (compresi Pola, Zara, Fiume, e dal maggio 1941 la Dalmazia e la Slovenia;
  2. dall’8 settembre alla liberazione: le regioni assoggettate al Governo denominatosi della Repubblica Sociale Italiana e alla occupazione del III Reich;
  3. i territori occupati in Francia e Grecia (relativamente ai beni dei profughi internati dalle autorità italiane).

Per ciò che riguarda gli «acquisitori» sono stati considerati quelli italiani fino all’8 settembre 1943 e/o quelli tedeschi dopo tale data.

6.3. Gli organismi consultati.

Nello svolgimento dei lavori, la Commissione ha contattato, direttamente o indirettamente, numerosi organismi ritenuti competenti al fine di rintracciare la documentazione utile per la ricerca.

Le organizzazioni, gli enti e le istituzioni coinvolte sono stati i seguenti:

  1. Prefetture e Questure, Commissari del Governo per le province autonome di Trento e Bolzano, Presidente della Giunta per la Regione autonoma della Valle d’Aosta;
  2. Archivi di Stato e Archivio Centrale dello Stato;
  3. Archivi storici delle Province autonome di Trento e Bolzano;
  4. Ministero del Tesoro, del bilancio e della programmazione economica;
  5. Ministero delle Finanze;
  6. Ministeri dell’Interno e degli Affari Esteri;
  7. Commissione interministeriale per il recupero delle opere d’arte;
  8. Comando dei carabinieri per la tutela del patrimonio artistico;
  9. Arma dei carabinieri, Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione italiana;
  10. Istituto della Resistenza, in Cuneo e provincia;
  11. Monopoli di Stato;
  12. Società Italiana degli autori ed editori;
  13. Fondazione Mondadori;
  14. Istituto Nazionale delle Assicurazioni;
  15. Poste Italiane s.p.a.;
  16. Procura Militare;
  17. Avvocatura Generale dello Stato.

6.4. Le fonti archivistiche.

La ricostruzione delle vicende relative alle persecuzioni subite dagli ebrei in Italia ha richiesto l’analisi di fonti archivistiche italiane, soprattutto del Ministero dell’Interno (con i relativi uffici dipendenti delle prefetture e delle questure), dell’allora Ministero delle Corporazioni (poi divenuto dell’Economia nazionale), del Ministero delle Finanze (con le dipendenti intendenze di finanza), del Ministero degli Affari Esteri e dell’allora Ministero della Guerra.

Fin dall’inizio dei lavori, la Commissione ha rivolto la sua attenzione al recupero di leggi e regolamenti, e soprattutto delle disposizioni di carattere interno; basilare è stata anche l’individuazione delle fonti archivistiche e l’analisi delle procedure amministrative applicate alla gestione dei «beni eccedenti» e a quella dei «beni sequestrati e confiscati».

Con la collaborazione dell’Amministrazione archivistica dello Stato si è compiuta una valutazione a livello qualitativo e quantitativo delle fonti, e l’istituto che conserva la documentazione più cospicua relativa ai temi connessi con l’applicazione delle leggi razziali è risultato essere l’Archivio Centrale dello Stato: in esso si trovano fascicoli contenenti le pratiche di discriminazione, documenti riferiti al lavoro obbligatorio e all’internamento disposto ai tempi della RSI.

Alla fine della guerra, dopo il 25 aprile 1945, le operazioni di recupero degli archivi degli organi centrali dello Stato furono indubbiamente complesse; parte dei documenti non venne più ritrovata, e tra gli altri vi fu la perdita dell’archivio del Gabinetto dall’unificazione del Regno al 1945.

Grazie però alle disposizioni impartite all’epoca, la potenziale esistenza di fonti documentarie è di proporzioni vastissime. Già dal 1938 fu infatti dato ordine a tutti gli uffici che, in conseguenza delle attività svolte, potevano avere dati utili, di fornire tutte le notizie e informazioni necessarie per la ricostruzione delle situazioni patrimoniali degli ebrei, in modo tale da procedere con l’applicazione delle leggi razziali in modo più efficace. A questa constatazione va però specificata l’articolazione e la frammentarietà del quadro generale delle fonti.

Quantitativamente, la Commissione si è trovata a gestire un imponente insieme di documenti, ma nella maggior parte dei casi si è trattato di materiale incompleto, tale da non consentire una sistematica ricostruzione dei fatti avvenuti.

Frequentemente, negli archivi di uffici statali periferici, nei comuni e nelle sedi di banche sono stati ritrovati minute e comunicazioni che attestano, attraverso una fitta corrispondenza, un complesso apparato burocratico a sostegno dell’imponente insieme di funzioni derivanti dall’applicazione delle leggi razziali.

La dettagliata normativa fascista, formata da procedure estremamente complesse, provocò indubbiamente incertezze nell’applicazione, e da ciò derivarono i dubbi interpretativi e le numerose richieste di chiarimenti. Tale è la motivazione per cui vennero a realizzarsi, in concreto, discipline difformi in svariate province del territorio.

La Commissione, conscia di tale fattore, si è preoccupata di analizzare, accanto alla disciplina comune e alle questioni generali, una vasta casistica di situazioni particolari.

6.5. L’analisi delle situazioni locali.

Le naturali differenziazioni dell’applicazione delle leggi razziali e i diversi effetti patrimoniali non seguirono solo alle disparate interpretazioni delle disposizioni da parte degli organi preposti, ma furono soprattutto conseguenti alle diverse realtà socio economiche dei territori che andarono a colpire.

La Commissione ha realizzato un’attentissima analisi sul territorio, andando ad analizzare e descrivere gli accadimenti in diverse zone italiane, e in queste aree, sede di altrettante importanti comunità ebraiche, sono stati rilevati effetti economici di maggior entità.

Lo studio è stato condotto sulle città di Firenze, Parma e Roma: la collaborazione delle sedi locali di amministrazioni pubbliche e private è stata di fondamentale importanza per tracciare un quadro delle situazioni verificatesi tra il 1938 e il 1945.

I risultati dell’analisi, pur essendo delimitati territorialmente, sono stati di grande utilità per la comprensione dei meccanismi e dei procedimenti attraverso cui le spoliazioni sono avvenute

6.6. La presentazione delle conclusioni della «Commissione Anselmi»

Il 23 gennaio 2002, presso la Società Umanitaria di Milano, si è svolto un incontro di presentazione delle conclusioni alle quali è pervenuta la Commissione.

Il Convegno è stato aperto dal presidente della Comunità ebraica di Milano l’ingegner Roberto Jarach, il quale dopo aver ringraziato il Governo e i membri della Commissione per l’impegno e la ricerca, ha sottolineato l’importanza di ricordare e di tener vivo il passato. Grazie alle informazioni ottenute dallo studio «si sottopongono all’attenzione pubblica pezzi di storia vissuta e si mantiene la conoscenza di accadimenti che, indelebili per coloro che li hanno vissuti, risultano essere quasi irreali per le nuove generazioni».

Presente all’incontro era, ovviamente, la presidente della Commissione, l’onorevole Tina Anselmi. Un intervento accorato, il suo, pieno di calore e umanità. Ha ricordato l’entusiasmo con cui ha accettato l’incarico al momento della designazione, e la caparbietà con cui ha voluto che l’opera fosse svolta con serietà e completezza. Pur consapevole che molti ancora potevano essere gli ambiti di approfondimento, la Commissione ha voluto comunque concludere sentendo forte l’esigenza di fornire risposte in modo tempestivo e tenendo conto delle aspettative del Governo e delle giuste attese di coloro che ebbero a soffrire a causa della triste e profondamente ingiusta vicenda delle spoliazioni.

Terminando lo studio e presentando il «Rapporto generale», si è voluto in qualche modo «recuperare un certo ritardo con il quale il problema delle spoliazioni dei beni degli ebrei è stato affrontato a livello europeo e addirittura mondiale. Su questo tema, e più in generale sull’Olocausto, sono infatti state impegnate ben 24 Commissioni (Argentina, Brasile, Stati Uniti d’America oltre a 21 Paesi europei)».

Al di là dei particolari tecnici della ricerca, l’onorevole Anselmi ha manifestato soddisfazione per il contributo offerto dal lavoro dell’organismo da lei presieduto, «attraverso il quale è oggi possibile sollevare il velo da una storia solo apparentemente lontana e che non era giusto far rimanere sepolta sotto gli archivi pubblici e privati del nostro Paese».

L’incarico è stato svolto con rigore scientifico non disgiunto da una forte carica emotiva e da una irrinunciabile tensione morale. «Con la prudenza di chi ha presieduto la Commissione per oltre due anni, pur nella consapevolezza delle difficoltà incontrate» la signora Anselmi ha sottolineato come «il lavoro si sia svolto in un clima di sostanziale serenità, favorito anche dall’assenza di contenzioso, quanto meno consistente».

Nel terminare il suo intervento, la presidente ha fornito un’incisiva chiave di lettura con cui, personalmente e istituzionalmente, ha affrontato e vissuto il compito assegnatole: «Gli aspetti materiali della spoliazione dei beni degli ebrei e della relativa restituzione sono certamente importanti ma non ne costituiscono l’aspetto essenziale. Prima di essere un affare di denaro, la spoliazione è stata una persecuzione il cui obiettivo finale era l’annullamento morale e quindi lo sterminio. Nessuna storia saprà mai raccontare ciò che uomini e donne hanno vissuto quotidianamente con il conseguente peso di angoscia, di umiliazione e di miseria. […] Nel caso specifico ciò che è accaduto si è realizzato in attuazione di leggi e regolamenti discriminatori che hanno violentemente isolato una parte della nostra popolazione per il solo fatto della loro nascita. E’ questa una vicenda senza precedenti, che non deve più accadere; che non accadrà se ciascuno di noi, da oggi, non legittimerà in nessun modo la violazione dei diritti umani che devono essere a fondamento della società e delle leggi del nostro Paese».

Successivo intervento nel corso della serata di presentazione delle conclusioni, è stato quello del dottor Michele Sarfatti: storico di origine fiorentina, autore di numerosi libri e «autorevole addetto ai lavori» del Centro di documentazione ebraica di Milano.

In qualità di membro della Commissione specializzato sull’analisi delle leggi razziali del 1938, ha svolto un excursus storico della vicenda, dando un generale quadro definitorio dei tempi e delle modalità entro cui l’oggetto della ricerca della Commissione è stato inserito.

Molto interessante è stato anche l’intervento dell’avvocato Giulio Disegni, esponente della Commissione per le provvidenze ai perseguitati politici antifascisti e razziali istituita dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Egli ha posto l’accento sulla questione dell’assegnazione degli assegni vitalizi di benemerenza previsti a favore dei cittadini italiani che siano stati perseguitati politici dal fascismo in relazione alla loro attività antifascista compiuta fino all’8 settembre 1943, ovvero che siano stati perseguitati razziali dal regime fascista o da persone dell’apparato fascista e che abbiano subito una perdita della capacità lavorativa non inferiore al 30%. Argomento, questo, di estrema attualità (lui stesso sta seguendo numerose pratiche di richiesta) ovviamente collegato con la questione delle spoliazioni, dal momento che la richiesta di tale vitalizio «può essere effettuata dagli ebrei italiani che si trovino nelle condizioni indicate dalla legge (n. 96/1955, con integrazione della n. 932/1980) e che siano stati perseguitati dal regime fascista, avendone subito in qualche forma atti specifici di persecuzione e di violenza morale, legati alla loro condizione razziale».

La serata è proseguita con l’intervento di Serge Klarsfeld, esponente della Commissione francese (Mission Matteoli) il quale ha succintamente presentato le linee di lavoro seguite dagli esperti francesi e indicato i risultati ottenuti.

Grazie alla conferenza di presentazione è stato possibile portare a conoscenza del vasto pubblico presente le vicende e i risultati studiati ed analizzati dalla Commissione; attraverso gli interventi diretti dei membri si è compresa l’opera di ricostruzione storica realizzata in più di due anni di intenso lavoro, ed è stata resa possibile una diffusione generale dell’argomento al pubblico.

6.7. Due vicende aperte.

Ad esemplificazione delle menzionate vicende ancora insolute, a cui si è fin qui fatto cenno numerose volte, ecco la narrazione di due casi incontrati nel corso dei lavori della Commissione e documentati dal dottor Sarfatti.

6.7.a. Il caso Horitzky-Grunberger.

II 18 dicembre 1943 viene arrestata, in provincia di Varese, una famiglia di ebrei fiumani composta dalle sorelle Adele e Regina Horitzky e da Egone e Enrico Grunberger, figli di Adele. I quattro, assieme a Editta Szimkowics, moglie di Egone, avevano tentato di entrare in Svizzera, ma quest'ultima aveva accolto solo Editta, incinta, e aveva respinto in Italia gli altri quattro. Essi vengono caricati su un treno per Auschwitz, ma Egone riesce a scappare dal treno e a salvarsi. Gli altri tre vengono uccisi.

Al momento dell'arresto, ai quattro viene prelevata una somma di denaro (lire 9.100) e alcuni oggetti di valore (orologi, braccialetti, astucci ecc.).

Il 2 giugno 1944, il capo della provincia di Varese emette un formale decreto di confisca a favore della Repubblica Sociale Italiana dei beni della famiglia Grunberger - Horitzky; la somma liquida viene ora quantificata in lire 6.715. Qualche settimana dopo, un perito della Cariplo determina in lire 32.656 il valore complessivo degli orologi e dei monili.

Trascorrono oltre quindici anni.

Vi è un documento della Ragioneria Generale dello Stato del Ministero del Tesoro della Repubblica Italiana datato 28 aprile 1961, che contiene un elenco intitolato "Proprietà dello Stato (provenienza da confische beni ebraici non rivendicati)", che a sua volta contiene un elenco intitolato "Oggetti di valore e vari suscettibili di possibile realizzo", il quale riporta un titolo che recita "ex Grunberger Adele, Enrico, Egone e Perugini Regina". Quest'ultimo è nient'altro che l'elenco degli oggetti confiscati nel 1943. Accanto ad alcuni di essi compare l'indicazione manoscritta, "venduti [...] il 25-1-62, £ 510".

La signora Editta Szirnkowicz Grunberger, che oggi vive in Israele, non aveva mai saputo che i beni della Sua famiglia erano stati oggetto di una confisca formale, e che spettava a Lei venirne a conoscenza e richiederli e non allo Stato attivarsi per informarLa e restituirglieli. Così, quindici anni dopo la Liberazione, i valori e i ricordi dei Suoi familiari uccisi nella Shoah sono stati distrutti o definitivamente incamerati dallo Stato italiano.

6.7.b. Il caso Luzzatto.

Mario Luzzatto, Bice Ginesi e le loro figlie Maria Grazia e Silvia erano sfollati da Milano a Baveno, sul Lago Maggiore. Mario Luzzatto era un dirigente della Pirelli, estromesso in forza delle leggi antiebraiche del 1938. A metà settembre 1943, l'intera famiglia viene uccisa nel corso di quella che è rimasta nota come «la strage del Lago Maggiore» o «la strage di Meina».

I corpi degli uccisi a Meina riaffiorarono dal lago; di quelli degli uccisi a Baveno e nelle altre località non si seppe mai nulla. Tutti i residenti però sapevano bene che i tedeschi avevano prelevato gli ebrei per sempre.

Trascorrono circa dieci anni.

A metà degli anni Cinquanta, l'Unione delle Comunità Israelitiche Italiane ottiene il permesso di accedere alle carte dell'Ente di Gestione e Liquidazione Immobiliare, presso il Ministero del Tesoro, e in particolare di copiare a mano un lungo elenco di depositi bancari intestati ad ebrei che erano stati oggetto di confisca nel 1943-1944 e che all'inizio degli anni Cinquanta gli Istituti di credito, rispondendo a un'indagine dell'Egeli, avevano considerato non restituiti.

Nel lungo elenco manoscritto, sono indicati tra l'altro un libretto di risparmio per £ 2.425 intestato a Bice Ginesi e un conto corrente per £ 11.982 intestato a Mario Luzzatto; entrambi collocati in un'agenzia situata a Stresa Borromeo.

Per oltre cinque anni dopo la Liberazione quindi i due depositi rimangono intoccati, mentre forse l'avvicendamento dei direttori di agenzia attenua o annulla il ricordo dell'uccisione degli intestatari, ora sempre più assimilati a cittadini viventi e incuranti dei propri averi.

Non è stato possibile appurare l'esistenza di parenti o eredi di Ginesi o Luzzatto, accertare -in caso positivo- la loro conoscenza del fatto che i due possedessero beni in quella determinata banca per di più situata in un paese diverso da quello di residenza, appurare -in caso positivo- l'effettiva riscossione (dopo il 1951) dei depositi. Interrogato nel 2000 al riguardo, l'istituto di credito in questione ha potuto solo accertare che i due rapporti erano stati chiusi prima del 1980, senza possibilità di precisare in quale modo (incameramento o consegna ai legittimi titolari).

6.8. La restituzione nell’ottica della questione dei diritti umani: il possibile legame.

Nella cultura moderna, caratterizzata dall’antropocentrismo e dal- l’individualismo, i diritti umani hanno ormai trovato un manifesto riconoscimento. Tali diritti, definibili più appropriatamente con il termine di diritti fondamentali2, mostrano una duplice dimensione, dovendo in essi essere necessariamente riconosciuto sia il concetto della forte pretesa morale, da rispettare per la realizzazione di una vita umana classificabile come «degna», sia la classificazione di diritto soggettivo protetto da norme giuridiche, collocato nel sistema di diritto positivo.

Si assiste così alla fusione tra la dimensione morale e quella giuridica, riunendo fondamenti etici e componenti giuridiche; l’obiettivo è quello di attuare la protezione della dignità umana dandole rilevanza giuridica in modo tale che i diritti si trasformino in norme fondamentali e materiali dell’ordinamento.

Lo Stato è poi il mezzo attraverso il quale «i diritti fondamentali generati e fondati nella moralità e confluiti nel diritto positivo, operano»3; è dunque lo Stato a dare appoggio ai valori morali, convertendoli in diritto positivo e dandogli la forza per guidare la vita sociale favorendo e sviluppando la finalità morale.

Può però accadere che, in determinati momenti storici, la moralità in questione non sia istituzionalizzata nel diritto positivo e quindi si sviluppino movimenti che, per mezzo di cittadini, organizzazioni e comitati, premano affinché lo Stato assuma le pretese giustificate moralmente.

Affinché poi si possa parlare di diritti fondamentali realizzati, occorre che, oltre all’istituzionalizzazione, quello stesso diritto sia interpretato e applicato.

Ai concetti sinteticamente descritti è riportabile la questione delle restituzioni dei beni sottratti ai cittadini ebrei.

Indubbiamente si tratta infatti di una pretesa giustificata moralmente fortemente legata alle idee di libertà e uguaglianza, volta ad ottenere l’autonomia e l’indipendenza di persone che hanno subito vere e proprie violenze. Tale pretesa avanzata dai soggetti ebrei è indubbiamente di portata generale, in quanto presenta un contenuto egualitario applicabile a tutti i possibili destinatari.

La possibilità di incorporare nella norma una pretesa, creando per i destinatari obblighi giuridici, fa sì che il diritto divenga effettivo e suscettibile di garanzia attraverso gli strumenti predisposti dall’ordinamento; tutto ciò crea un sottosistema all’interno del sistema giuridico. Quando la suddetta pretesa ha una forte valenza morale si è inequivocabilmente di fronte ad un diritto qualificabile come fondamentale.

Ciò è accaduto con l’elaborazione delle numerose norme volte a regolamentare e codificare tutta la disciplina delle restituzioni dal 1943 in avanti.

Accanto al valore morale e alla norma, affinché si possano comprendere i diritti fondamentali, occorre il riferimento all’efficacia: essa va intesa sia come influenza del diritto sulla realtà sociale che, viceversa, della realtà sociale sul diritto. E’ proprio l’analisi della realtà a sottolineare come vi siano ostacoli ed impedimenti per l’inserimento concreto delle pretese morali nel diritto oggettivo.

Tutta la vicenda delle restituzioni è indissolubilmente legata e condizionata dal tessuto sociale: tutti gli atti di spoliazione sono stati frutto di scelte politiche e tanto essi, come le restituzioni,sono stati condizionati da fattori extragiuridici sociali, economici e culturali.

L’insieme di questi cenni alle caratteristiche proprie dei diritti fondamentali mi ha portato ad inquadrare le restituzioni dei beni sequestrati e confiscati in seguito alle leggi razziali del 1938 nell’ambito dei diritti fondamentali di credito, possibili solo nell’ambito del diritto pubblico, in cui i principali soggetti obbligati sono i pubblici poteri.

Il fatto che la questione dei beni ebraici sia stata istituzionalmente affrontata nel corso degli ultimi decenni in diversi Paesi del mondo coinvolti nella vicenda, sottintende un processo di generalizzazione e di estensione del riconoscimento del diritto alla restituzione. E’ dunque forte l’esigenza di una presa di coscienza del problema da parte degli Stati democratici e liberali, e gli sforzi fatti al riguardo giustificano, oltre all’affermazione e al riconoscimento manifesto del dramma ebraico, anche la conseguente politica volta alla restituzione dell’aspetto materiale della vicenda e alla rifusione dell’ambito morale della questione.

6.9. Conclusioni.

Il corposo lavoro svolto dai membri della Commissione ha permesso di ottenere un quadro indubbiamente chiaro della vicenda dei beni ebraici non solo per quanto riguarda la spoliazione, ma anche per gli aspetti propri della restituzione.

I risultati dell’indagine, raccolti nel testo intitolato «Rapporto generale», forniscono finalmente, a distanza di anni, il dettaglio di una vicenda di indubbia rilevanza storica, economica e morale.

La scelta del Governo di istituire un gruppo di lavoro dedito all’analisi della questione ha espresso la volontà della società civile e dei suoi esponenti politici di portare trasparenza e di riconfermare concretamente, alle vittime delle infami leggi razziali fasciste, il diritto alla reintegrazione dei diritti civili, politici e patrimoniali.

Consci di non aver esaurito la conoscenza di tutto, i membri della Commissione sono andati maturando la convinzione che, su non pochi aspetti, restano zone grigie che sarebbe necessario illuminare; pur non volendo alimentare false illusioni (sarebbe vano sperare di ricostruire nel dettaglio dopo due terzi di secolo ciò che è accaduto), l’analisi dovrebbe continuare nell’ottica dei risarcimenti per danni di guerra, nel settore del risparmio postale e alla quantificazione perlomeno provvisoria del rapporto tra beni sottratti e beni recuperati.

Tavola n. 1. INTERVISTA A DARIO TEDESCHI

CONCLUSIONI

Al termine della disamina delle spoliazioni e delle successive restituzioni sembra utile e chiarificatorio fornire una breve sintesi delle linee guida seguite.

Nell’arco di ben sette anni (1938-1944), si è assistito ad un numero estremamente vasto di spoliazioni, dovute a provvedimenti legislativi distintamente differenziati nei due periodi 1938-1939 e 1943-1944; gli atti avvenuti durante il secondo periodo sono risultati essere decisamente più gravi di quelli realizzati nel primo.

E’ possibile effettuare una sintetica analisi delle differenti tipologie di spoliazione attuate:

  1. atti conseguenti alle varie limitazioni di proprietà stabilite dalla legislazione 1938/1939, con il conseguente esproprio da parte dello Stato delle quote considerate in eccedenza;
  2. sequestri avvenuti in base all’ordinanza n. 5 del 30 novembre 1943 di Buffarini Guidi;
  3. confische di tutti i beni mobili ed immobili conseguenti al decreto del Duce del gennaio 1944;
  4. furti, saccheggi e razzie avvenuti in varie parti del Paese e ai vari posti di frontiera.

Dall’analisi dei documenti e degli atti contenuti negli archivi dell’Egeli, è stato possibile ricavare dei dati sufficientemente precisi per ciò che riguarda i beni individuati nel primo punto: il bilancio Egeli della gestione dei beni ebraici, allegato alla relazione del 1945, indicava che il valore degli immobili trasferiti all’ente stesso ammontava a £ 55.454.680.

Per la tipologia dei provvedimenti indicati nel punto n. 2, a causa della gestione delle prefetture, realizzata direttamente o indirettamente sui beni sequestrati in base all’ordinanza n. 5 del 1943, l’ammontare del valore non è di facile quantificazione. I dati noti sono quelli riguardanti le aree in cui l’Egeli si servì della delega, affidando la gestione del sequestro agli Istituti bancari. Più utili per una conoscenza della questione risultano essere i dati contenuti nell’archivio del Servizio Beni Ebraici del Ministero delle Finanze. Attraverso di essi non si può ricavare un dato relativo al valore delle spoliazioni, bensì si ottengono informazioni di tipo quantitativo, conoscendo il numero dei decreti di confisca (7.847), le province in cui sono stati realizzati (in totale 46), il numero dei cittadini ebrei (circa 8.000) e delle ditte (230) coinvolti.

Grazie alla Relazione del Ministro delle Finanze inviata al Duce, è possibile conoscere il valore dei beni confiscati fino al 31 dicembre del1944; va comunque sottolineato che i dati ricavabili da tale scritto sono incompleti, dal momento che l’invio dei decreti non era ancora stato ultimato e mancavano diverse province in fase di definizione. In ogni modo, gli elementi conosciuti riguardo a tale confische sono i seguenti:

  1. i depositi bancari in contanti ammontavano a £ 75.089.047;
  2. i titoli di Stato erano di valore pari a £ 36.396.831;
  3. i titoli industriali e diversi, valutati secondo il listino di fine dicembre erano quantificabili in 731.442.219;
  4. i beni immobili erano stati valutati in base ai criteri stabiliti ai fini dell’imposta sul patrimonio, comportando per i terreni un totale di £ 855.348.608 e per i fabbricati un totale di £ 198.300.003.

Queste sono le linee guida per capire il fenomeno delle spoliazioni avvenute in Italia in seguito alle leggi razziali del 1938.

Ancor più complessa, e di non facile ricostruzione, è una panoramica completa sulla successiva fase delle restituzioni.

La legislazione restitutoria del dopoguerra fu tempestiva ma presentò gravi limiti, rivelandosi di non facile applicazione. Nonostante le lungaggini accertate, le interpretazioni spesso restrittive delle norme da parte degli organi consultivi e i numerosi contenziosi per immobili alienati, si può affermare che la restituzione dei beni a coloro che non erano scomparsi nella deportazione fu abbastanza completa; condizione di ciò fu però l’attivazione delle procedure da parte degli ex perseguitati e la mancata dispersione o distruzione dei beni oggetto di richiesta.

La mancata restituzione dei beni riguardò soprattutto quelli non reclamati dagli aventi diritto o dai loro eredi; le disposizioni di legge non vennero certo incontro a coloro che erano emigrati, che erano stati espulsi o che erano deceduti senza lasciare eredi.

Da sottolineare la questione delle richieste dell’Egeli di pagamento per le spese di gestione sostenute dagli istituti gestori; questa vicenda, oltre ad aver sollevato ferme reazioni dai perseguitati, ha posto anche questioni dal punto di vista etico e morale.

Numerosi sono ancora gli aspetti della vicenda che avrebbero meritato attenzione e studio e che per la loro estensione e complessità non sono stati affrontati in queste pagine. Per completezza, eccone una sommaria indicazione affinché il lettore possa conoscerne l’esistenza.

  1. Complesso ed articolato è il fenomeno delle assicurazioni; si potrebbe condurre una ricerca di eventuali provvedimenti di confisca da parte della RSI dei diritti di credito degli assicurati; oltre a questo, vi è la questione delle numerose polizze-vita non liquidate ai legittimi beneficiari.
  2. Altra situazione particolare, degna di un approfondimento, è quella dei depositi presso la « Cassa Depositi e prestiti» non reclamati da ebrei, o loro eredi, deportati o emigrati.

A conclusione del lavoro, fermo restando la valutazione in termini positivi per ciò che comunque è stato fatto dalla Commissione «Anselmi» nel corso dei due anni della sua attività, va ricordato che la vicenda non è ancora conclusa in tutti i suoi aspetti, restando ancora in sospeso questioni legate direttamente o indirettamente alle restituzioni. Sarebbe pertanto auspicabile il proseguimento dello studio sulla questione, in maniera da approfondire e sviscerare gli ambiti non ancora chiariti, e lo sarebbe anche una maggiore attenzione da parte degli organi di informazione, affinché l’argomento diventi maggiormente conosciuto, data la sua valenza storica e morale.

La restituzione, infatti, risulta essere un «tassello» doveroso da porre accanto a quello, indelebilmente ormai presente nella storia, delle spoliazioni.

In una società come la nostra, dati i principi affermati, riconosciuti e vigenti, la naturale e logica conseguenza alle barbarie e alle violazioni perpetrate in seguito delle vergognose leggi fasciste non può che essere la piena e totale reintegrazione delle situazioni violate.

Con l’entrata in vigore della Costituzione, si è avuta la riaffermazione del principio di uguaglianza dei cittadini «senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali»; inoltre, tutte le confessioni religiose sono state poste in una condizione di uguale libertà davanti alla legge.

Il testo fondamentale, posto a garanzia della Repubblica, risulta chiarissimo nell’affermare il principio di uguaglianza ed è innegabile che numerosi sforzi legislativi siano stati fatti nel senso di una sua piena applicazione nei confronti degli ebrei.

Il diritto a riavere materialmente ciò che è stato sottratto al legittimo proprietario è esercitabile attraverso le diverse disposizioni contenute nei nostri codici. Anche se, dalla mia ricerca, si è evidenziato che in realtà questo aspetto di reintegrazione palesato a livello normativo è tutt’altro che immediato e realizzabile in concreto, il riconoscimento del principio di tutela della proprietà privata non può essere messo in discussione in alcun modo.

Tutti i beni oggetto di confische e sequestri erano beni di proprietà delle persone a cui sono stati sottratti; l’«acquisitore» che ha esercitato le spoliazioni era lo Stato, lo stesso Stato che qualche tempo dopo ha immortalato nella Carta Costituzionale l’uguaglianza, la libertà, la dignità e, non da ultima, la proprietà. “Dovuti”, quindi, sono tutti gli sforzi, i tentativi, e i provvedimenti volti alla reintegrazione.

Doverosamente va comunque ricordato che le leggi sono fatte dagli uomini, e come tali sono necessariamente imperfette.

Delle leggi imperfette possono necessitare tempi lunghi per la loro applicazione; dei provvedimenti “umani”, volti a sanare complesse situazioni storiche, possono risultare non precisi in tutti gli aspetti e possono rendersi opportune variazioni nel corso dell’applicazione. E’ naturale che le complessità di una vicenda come quella delle spoliazioni possa inevitabilmente condurre a problematiche non facilmente risolvibili.

Ma può uno Stato democratico e liberale predisporre una disciplina per reintegrare i diritti di cittadini che lui stesso ha discriminato tempi addietro, presupponendo che siano le vittime stesse a dover chiedere di essere reintegrate dei loro diritti?

E’ accettabile che lo Stato costituzionale in questione usucapisca i beni di coloro che, anni prima con le sue leggi, ha ridotto a «cittadini di serie B» (e poi neanche a quelli)?

Per quanto io sia certa dell’intenzione e degli sforzi effettuati dal nostro Stato per riconoscere e salvaguardare la dignità degli ebrei che hanno sofferto umiliazioni e privazioni in seguito alle Leggi razziali del 1938, non posso non sottolineare che talune delle decisioni prese siano state vergognose e discutibili; a volte più dirette alla tutela dell’interesse economico statale che a quella delle vittime della discriminazione. In alcune scelte si è avuta maggior cura del “ragionamento giuridico” che di quello prettamente umano.

La dignità personale e sociale passa, in questa vicenda, attraverso il massimo sforzo possibile per sanare situazioni lontane storicamente ma non emotivamente. Anche a distanza di decenni, il riappropriarsi di cose appartenute ai propri cari, materialmente preziose o meno, serve a riavvicinare gli animi di famiglie spezzate dalla violenza del fascismo. E’ inconcepibile pensare che presso chissà quali stanze, di chissà quali depositi, possano essere tenuti beni appartenuti a ebrei italiani, non reclamati dai discendenti che neppure ne conoscono l’esistenza.

La “restituzione” di ciò di cui gli ebrei sono stati privati in seguito delle leggi razziali è una questione che passa per la riconsegna dei beni materialmente tolti, ma va oltre. Decisamente oltre.

La spoliazione ha portato a privazioni materiali ma soprattutto morali: gli uomini ebrei sono stati umiliati, derubati interiormente e discriminati in quanto catalogati come persone diverse ed inferiori.

La dignità delle persone è un valore fondamentale, che necessariamente deve valere per tutti all’interno della nostra società; alla minoranza ebraica va il necessario e palese riconoscimento della considerazione tolta in passato, e ciò si realizza anche attraverso le restituzioni

Tra i valori posti a base del nostro ordinamento, accanto all’uguaglianza e alla dignità, è la solidarietà a svolgere un ruolo centrale: essa incide sull’organizzazione giuridica della società ed è anch’essa a fondamento dei diritti umani.

Tutti gli atti che nel passato sono stati compiuti ed hanno portato alla violazione della libertà, dell’uguaglianza e della solidarietà vanno condannati e rimossi; il messaggio che uno Stato come il nostro deve dare dev’essere forte e deciso in tal senso. Mai più dovranno essere consentiti e addirittura istituzionalizzati procedimenti volti a umiliare ed affievolire la dignità e il valore delle persone.

Ecco il vero significato delle restituzioni dei beni sottratti agli ebrei in seguito alle leggi razziali del 1938: la forte e chiara manifestazione della coscienza del nostro Paese, che si discosta definitivamente dalle barbarie compiute decenni prima e riafferma ufficialmente e platealmente il rispetto della dignità degli uomini in quanto tali, anche se appartenenti a una minoranza.

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© Morashà 2002 - Annamaria Colombo 2002

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