Il matrimonio ebraico
Dino Fabbrini
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI MILANO
Istituto di Diritto Canonico
Relatore: Silvio Ferrari
Correlatore: Valeria Caspani
1998

 

1.1 - Gli atti preliminari al matrimonio
1.1.1 - I tena’im
1.1.2 - La ketubbàh
1.2 - La celebrazione del matrimonio
2.1.1 - Erusin – Kiddushin
2.1.2 - Nissu’in
2.1.3 - La presenza del rabbino e dei testimoni
2.1.4 - La capacità legale delle parti
2.1.5 - La cerimonia

 

2.1 - I divieti al matrimonio ebraico
2.2 - Il matrimonio misto
2.3 - Il Mamzer
2.4 - Matrimoni tra consanguinei
2.5 - Gli orientamenti delle diverse comunità ebraiche
2.6 - Conversioni e divorzi non “halakhiche”
2.7 - La posizione giuridica della donna ebrea

 

3.1 - La procreazione
3.2 - Doveri e diritti reciproci dei coniugi
3.3 - Le prescrizioni per la niddah
3.4 - L'istituzione del mikveh
3.5 - I diritti della donna
3.6 - Cenni sul divorzio

 

CAPITOLO 4: I RAPPORTI SESSUALI
4.1 - Pratiche lecite ed illecite
4.2 - I rapporti sessuali al di fuori del matrimonio
4.3 - La contraccezione
4.4 - L’aborto

5.1 - Fondamenti del diritto israeliano
5.2 - Il diritto dello stato d'Israele
5.3 - I tribunali rabbinici
5.4 - Rapporti con il diritto italiano

 

GLOSSARIO - BIBLIOGRAFIA

RINGRAZIAMENTI

Stendere questa tesi non è stato affatto semplice, ma ero e sono convinto dell’importanza dell’argomento trattato, come della passione che nutro nei suoi confronti.

All’alba del nuovo millennio, come mai prima accadde nella storia brevissima dell’umanità, l’uomo si è trovato costretto a convivere con persone dalle culture più disparate e dalle abitudini più diverse.

Se nell’era dei trasporti veloci ci si era trovati potenzialmente più vicini, essendosi ridotti notevolmente i tempi di spostamento da un punto ad un altro del globo, nell’era dei computer e della rete globale, a costi infinitesimali, è possibile essere collegati in tempo reale con tutto il mondo, e non solo.

Sicchè, questa neonata convivenza, alimentata, se vogliamo, in modo meno virtuale, dagli imponenti flussi migratori degli ultimi anni, abbisogna, perché rimanga pacifica, di reciproco rispetto e comprensione; ma questi per esistere necessitano della conoscenza, reciproca, degli usi e costumi di chi ci sta vicino.

Così, nel mio piccolo, spero di aver contribuito con questo mio scritto a creare questo clima di rispetto e comprensione.

Non sarei, però, mai giunto a tale traguardo senza la fiducia che il mio docente, prof. Silvio Ferrari, ha riposto nella mia persona e nella mia idea di stendere una tesi in tale argomento, complesso e per certi versi poco giuridico; per ciò e per la sua disponibilità lo ringrazio infinitamente.

Un pensiero particolare va, poi, alla mia relatrice, dott. Valeria Caspani, che colla sua professionalità e pazienza ha dato finalmente significato compiuto al termine assistente e alla sua collega, dott. Cristina Chinni, per i preziosi e disinteressati consigli.

Per la sua disponibilità e per i consigli che mi hanno egregiamente indirizzato al principio del mio cammino devo un ringraziamento speciale al Rabbino Capo di Milano, dott. Giuseppe Laras.

Infine, ma non per contenuti e disponibilità, voglio ricordare il prof. Alfredo Mordecai Rebello, titolare della cattedra di diritto comparato presso l’Università di Gerusalemme, che con la sua simpatica schiettezza e la sua impressionante preparazione, mi ha chiarito gli aspetti più controversi dei rapporti tra diritto ebraico e diritto israeliano.

Ed ora veniamo al mito, a colui che mi ha dato alfine la certezza di aver scritto almeno qualcosa di sensato: rav Elia Richetti, segretario della Assemblea dei Rabbini d’Italia. Mi importa punto di passare per partigiano, ma a Cesare ciò che è di Cesare: una delle persone più colte e più preparate che mi sia capitato di incontrare, ma soprattutto una persona dotata di grande levità, dote apprezzabilissima soprattutto in chi avrebbe tutti i numeri per far pesare la propria preparazione. In sua compagnia, il riesame del testo della tesi è stato piacevole occasione di accrescimento culturale e spirituale, senza trascurare il numero di barzellette ed aneddoti intercalati nelle pause della correzione.

Un ulteriore ringraziamento va al C.D.E.C. (Centro di Divulgazione ebraica Contemporanea) in particolare nella persona della Sig.ra Marina Marmiroli Hassan, sempre attenta e gentile.

Colgo l’occasione per mostrare la mia gratitudine al Sig. Giuseppe Sarti, al Dott. Eugenio Merzagora, responsabile della biblioteca dell’Istituto Zaccaria, a Filippo Debenedetti, ad Arianna Biscogliosi, alla Libreria Internazionale Luxemburg editori, alla Giuntina editori ed a tutti gli amici ebrei e non che mi hanno aiutato.

INTRODUZIONE

Quando si parla di diritto ebraico (Mishpat 'ivri') si intende comprendere tutta l’evoluzione che, senza mutarne la sostanza, ha portato nei secoli, dall'epoca biblica fino ai giorni nostri, il diritto del popolo ebraico. Non si tratta di un diritto astratto, ma di un continuo studio legato alle necessità di tutti i giorni, continuato in ogni periodo storico e particolarmente durante la diaspora.

Il significato del termine "Mishpat" ha, infatti, varie accezioni tra le quali, accanto alla sua primaria (diritto), la più interessante ed aderente alla realtà sembra essere l’accezione fatto od atto legale e quindi anche decisione.

La letteratura rabbinica si divide tra "Aggada" (insegnamenti di carattere religioso) e "Halachà" (precetti di carattere giuridico);essa, come si può evincere dalla sua radice semantica che significa "andare", si propone di indirizzare l'uomo nei suoi comportamenti di tutti i giorni.1 Bisogna, però, ricordare che il sistema giuridico ebraico non compie una netta distinzione tra norme che regolano i rapporti uomo - Dio e norme che regolano i rapporti uomo - uomo: sono considerate entrambe norme giuridiche e solamente negli ultimi secoli si è sviluppato l'uso di chiamare "Halachà" quell'insieme di norme assimilabili alle materie considerate giuridiche nel mondo occidentale.

Comunque non si deve trascurare che l'analogia occupa un posto di primaria importanza nell'interpretazione di tutte le norme, anche quelle di natura penale, fatto eccezionale o espressamente vietato dai diritti moderni, ma che si può ritrovare richiamato nel Diritto Canonico.

La comparazione può continuare osservando come in entrambi questi diritti l'offesa contro l'uomo si rifletta in offesa contro Dio, in quanto sorgente di quell'obbligo, traendo da ciò il suo avere forza di legge.

Oggi, si può notare come nella legislazione del parlamento israeliano (Knesset) viene usato il termine "din Torah" (letteralmente "decisione della Torah”) per far riferimento a quella parte, il diritto della persona, recepita nel corpus di leggi dello stato di Israele. E' però fondamentale tenere separato il diritto ebraico, di cui fanno parte le norme riguardanti matrimonio e divorzio valide per tutti i circoncisi, dal diritto israeliano, che è norma statale così come è stato stabilito, dopo la fine del protettorato inglese, dai suoi organi democratici, spesso indipendentemente od addirittura in contrasto con la tradizione giuridica ebraica (Torah,Talmud, Mishnà).

Per diritto ebraico si considera principalmente il contenuto del Pentateuco (Torah = insegnamento); gli studiosi di questo diritto si occupano della sua evoluzione volta a venire incontro alle nuove necessità sorte col trascorrere dei secoli.

Anche in questo caso vi sono precetti di ordine strettamente giuridico ed altri più generali: il popolo ebraico deve da sempre osservare i 613 precetti di fare o non fare contenuti nella Torah; ma si dice anche che, essendo improbabile che questi vengano osservati per intero da un singolo per tutta la sua vita senza mai trasgredirvi, sia la somma della dedizione dei singoli ebrei a rendere la comunità nel suo complesso osservante di tutti i precetti. Inoltre, secondo l'interpretazione talmudica, nella Torah sono contenuti anche i cosiddetti sette precetti noachidi , dati cioè da Dio ad Adamo e Noè e che per ciò devono essere osservati da tutta l'umanità.

Questi sono:

1°) obbligo di stabilire dei tribunali

2°) divieto di blasfemia

3°) divieto di idolatria

4°) divieto di uccidere il prossimo

5°) divieto di furto e rapina

6°) divieto di immoralità sessuale

7°) divieto di mangiare un arto tratto da animale vivo2

Lo studio completo del diritto biblico deve comprendere le fonti, le persone e la famiglia, le successioni, le "res", le obbligazioni, l'amministrazione della giustizia ed il governo centrale.

Il diritto moderno, che è ciò di cui ci occuperemo ora, si è sviluppato soprattutto attraverso i "responsa" (Teshuvot): questi sono le decisioni prese per dirimere questioni pratiche, venutesi a creare in particolar modo nei rapporti tra comunità ebraiche e stati sovrani, durante la diaspora e le persecuzioni della seconda guerra mondiale, o fra i singoli. Il presente elaborato si occuperà in particolare di una di queste questioni pratiche e cioè dei precetti, che il diritto ebraico prevede nel caso di matrimonio e nel caso di divorzio; per completezza bisogna subito rilevare le grandi diversità ideologiche e sostanziali che lo dividono dal diritto canonico e come queste finiscano nella pratica per intralciare, quando non impedire, l’interscambio tra queste due culture. Prima fra queste la diversità strutturale, che vede il diritto canonico rimpicciolire rispetto alla completezza e soprattutto alla praticità del diritto ebraico, il quale proprio grazie alla sua peculiare impostazione è in grado di rinnovarsi, dando risposte sempre pronte ai nuovi quesiti che pone la vita moderna: ritengo si possa dire che la sua forza stia proprio nella capacità di un’analisi costante dei testi, alla luce di quelle che sono le necessità pratiche. Di conseguenza, anche se da tempo l’uso quotidiano del diritto ebraico è limitato al diritto della persona, esso rimane sempre pronto a esprimere pareri utili e di immediata efficacia anche al di fuori di questo campo (bioetica, medicina, ecc.). Credo che, di contro, il diritto canonico si trovi in una posizione di inferiorità storica, poiché non è mai stato in grado di essere il diritto del popolo cristiano prima e cattolico poi, limitandosi tutt’al più ad essere il diritto dei suoi ministri. Questo perché non è esistito uno stato in cui il diritto canonico abbia rappresentato l’unico diritto di fonte divina vigente “erga omnes”.

Tornando più strettamente al diritto delle persone, evidenziamo subito quale è la differenza sostanziale tra disciplina del matrimonio canonico ed ebraico: primo e più importante fatto, il matrimonio canonico è un sacramento ed è per ciò considerato indissolubile, tranne che nel caso in cui sia venuta a mancare la consumazione e nei casi in cui sia stato contratto con vizi relativi al consenso ed alla forma, mentre quello ebraico è un atto di diritto civile consacrato e benedetto da un rabbino, che prevede possibilità di divorzio, per varie motivazioni, assimilabili a quelle richieste dal diritto italiano. Nel diritto ebraico, infatti, sono previste tutta una serie di regole pratiche per il matrimonio, riguardanti la dote e la definizione di altre questioni pratiche, che trovano in parte giustificazione nell’atto speculare del divorzio e che comunque vanno ben oltre la pura e semplice liturgia.

1 Cfr. Lv. 26, 3

2 Toseftà, Avoda Zhara 8, 4; Talmud babilonese, Sanhedrin, 56a


© Morashà 2002 - Dino Fabbrini 2002

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