Tesi di laurea di Dino Fabbrini - Il matrimonio ebraico


Capitolo 1: I preliminari e la celebrazione del matrimonio

1.1 - Gli atti preliminari al matrimonio
1.1.1 - I tena’im
1.1.2 - La ketubbàh
1.2 - La celebrazione del matrimonio
2.1.1 - Erusin – Kiddushin
2.1.2 - Nissu’in
2.1.3 - La presenza del rabbino e dei testimoni
2.1.4 - La capacità legale delle parti
2.1.5 - La cerimonia

1.1 - Gli atti preliminari al matrimonio

1.1.1 - I Tena’im

Una volta che la coppia ha deciso di sposarsi, il primo passo è quello di organizzare un incontro tra i rispettivi genitori.

La tradizione ebraica considera questa una fase molto significativa per ottenere l’assenso al matrimonio delle proprie famiglie. Nel caso che i genitori, tuttavia, facessero obiezione alla scelta del partner, il diritto ebraico permette che un uomo ed una donna si sposino ugualmente, nonostante il parere contrario della famiglia. Poi la coppia ne darà annuncio agli amici ed ai parenti.

Il Talmud cita ad esempio Rachele che sposò Rabbi Akiva contro il parere di suo padre1.

Secondo le usanze l’uomo dona alla donna un regalo di fidanzamento, e nelle comunità dell’est questo è solitamente un anello con diamante. In passato era usanza che l’uomo fornisse una dote in gioielli alla sua futura moglie2: non è questo, comunque, un atto obbligatorio, ma solamente facoltativo.

Secondo la tradizione è preferibile che l’anello sia dato in privato, per evitare che la presenza di testimoni assimili questo all’atto fondamentale del matrimonio, rendendo così necessario l’uso del get3.

In alcune comunità ortodosse, il fidanzamento è formalizzato dalla firma delle Condizioni di Fidanzamento, denominate appunto Tena’im. Questo rito si compie durante un ricevimento a cui partecipano le due famiglie, i parenti stretti, e gli amici della coppia. E’ prevosta, inoltre, una cerimonia formale per la firma del contratto di fidanzamento, nel quale si stabilisce la data del matrimonio ed altri particolari dettagli, tra cui ad esempio il luogo di giurisdizione del matrimonio, gli impegni finanziari che i genitori si prenderanno nei confronti dei coniugi, ed altro ancora. Il contratto contiene anche una clausola penale, da usarsi in caso di inadempienza dei contraenti.

Normalmente questo contratto è scritto da un rabbino che, dopo la firma, lo legge ad alta voce e ne consegna una copia ad entrambi4.

La festa viene celebrata con canti e discorsi fatti da rabbini in cui vengono sottolineati i tratti caratteristici degli sposi cosicchè tutti i presenti possano conoscere la novella coppia.

In alcune comunità aschenazite, v’è anche l’uso di rompere un piatto in due parti, per portare fortuna agli sposi; in alcuni casi, poi, pezzi di questo piatto vengono regalati alle amiche nubili della sposa.

La rottura dei tena’im è considerata un’azione gravissima, tanto grave da spingere il Gaon di Vilna (1720-1797) a sostenere che sia meglio scrivere un get piuttosto che rompere un patto di fidanzamento.

Oggigiorno, proprio a causa delle gravi implicazioni relative alla stesura di un documento di tena’im, questa usanza sta andando lentamente in disuso.

Ciò nonostante, è sempre possibile compiere una cerimonia di fidanzamento, anche senza sottoscrivere un documento di tena’im : anche in questa situazione la cerimonia conserva tutti i suoi significati di promessa solenne, e in caso di rottura del patto sarà un tribunale a decidere l’entità del risarcimento dovuto alla parte abbandonata, tenuto conto del danno morale e di quello di immagine sofferto5.

1.1.2 - La ketubbàh

La ketubbàh è un documento che riporta gli obblighi finanziari assunti dal marito nei confronti della moglie in occasione ed in costanza del loro matrimonio: oneri questi che derivano dalla legge ebraica.

All’epoca del Talmud presso alcune comunità non si considerava necessario redigere la ketubbàh, confidando nel fatto che gli impegni – come s’è detto – sono in ogni caso imposti dalla legge6; in seguito, tuttavia, la halakhàh stabilì che tali effetti dovessero essere sempre messi per iscritto a mezzo di una ketubbàh , sino a stabilire il divieto di coabitazione tra marito e moglie nel periodo di vacanza precedente la consegna della medesima nelle mani della sposa7. I futuri sposi, dunque, possono coabitare solamente dopo il matrimonio, e la ketubbàh deve essere pronta per essere consegnata alla sposa quando vengono recitate le benedizioni nel fidanzamento (binkhot ha-erusin), oppure prima che vengano recitate le benedizioni matrimoniali (binkhot ha-nissu’in).

Oggi, ormai, si può dire che tutte le comunità celebrino nello stesso tempo le due cerimonie di Kiddushin – nissu’in , tanto che è sufficiente che l’atto sia pronto prima della cerimonia stessa; il rito prevede che la ketubbàh sia letta dallo sposo e dai testimoni ed infine firmata in calce8.

La ketubbàh fu istituita con lo scopo di proteggere la donna9, rendendo all’ uomo molto oneroso e complicato divorziare; difatti questo contratto obbliga il marito a pagarle una forte somma, normalmente superiore a ciò che sarebbe spettato alla donna secondo la legge, in caso di divorzio.

Essendo questo il fine ultimo della ketubbàh, alcuni studiosi sono dell’opinione che a partire dal cherem di Rabbenu Gershom, che proibì il divorzio dalla propria moglie contro il suo volere, l’oggetto stesso della tutela è venuto a mancare.

Si è anche detto che – per analogia con Ketubbot 54a – non c’è più nessun motivo perché si debba scrivere una ketubbàh .

Ciò nonostante è sopravvissuta la halakhàh, secondo la quale questo documento deve essere scritto10.

L’ammontare specificato nel documento è rappresentato dalla somma minima prevista per legge e dai suoi incrementi, e dalla dote e dai suoi incrementi, il cui totale spetta alla moglie in caso di divorzio o di morte del marito11.

Questo minimo che il marito deve alla moglie nei casi previsti, secondo gli studiosi della Toràh, è contemplato nel Pentateuco12, ma la halakhàh prevede che l’istituzione della ketubbàh sia una norma rabbinica13. La cifra minima, come riportata dal Talmud, era di 200 zuz in caso di una vergine e di 100 zuz in tutti gli altri casi14. Sino a che si sono seguiti in tutto ciò gli usi locali, il minimo per la ketubbàh era fissato secondo i costumi ed il tipo di valuta ivi corrente15.

Perciò le autorità, per salvaguardare l’onore ed i diritti della donna, condannano la coabitazione come fosse prostituzione, se la somma fissata è inferiore al minimo previsto dalla ketubbàh o se addirittura questo atto viene a mancare16. L’unico caso in cui il marito è autorizzato a fare a meno di questo documento si ha quando la moglie vi rinunci spontaneamente, secondo quanto previsto dalle norme vigenti.

Se lo desidera, il marito può aggiungere un incremento al minimo fin qui considerato, conosciuto come tosefet ketubbàh.

L’uso prevalente odierno è quello di stabilire in un’unica soluzione la cifra desiderata, senza specificare separatamente quale sia il minimo e quale sia l’incremento, redigendo la ketubbàh secondo un documento standard17.

In questo ambito si inserisce la dote che il marito riceve dalla moglie in amministrazione al momento del matrimonio e che deve restituire in caso di divorzio. Infatti, è fissato nella ketubbàh che il marito debba rendere alla moglie in caso di divorzio la dote ed i suoi incrementi18.

Nel caso la moglie rinunci alla sua ketubbàh, la stessa non rinuncia però alla sua dote, poiché in realtà è già di sua proprietà, anche quando sia costretta ad accettare un get con rinuncia alla ketubbàh 19.

Come non è concepibile una unione valida senza ketubbàh , così nel caso i coniugi smarriscano la propria, non è loro possibile vivere senza e pertanto essi devono, immediatamente, scriverne un’altra; tuttavia il marito non è esentato, per questo, dai suoi obblighi.

1.2 - La celebrazione del matrimonio

2.1.1 - Erusin – kiddushin

Vi sono tre modi per compiere i Kiddushin, chiamati a loro volta kesef (soldi), shetar (azione), o bi’ah (coabitazione).

Cominceremo ora col spiegare come si svolge lo kesef : lo sposo, alla presenza di due testimoni legalmente capaci, consegna nelle mani della sposa una quantità di denaro o il suo equivalente – oggi solitamente un semplice anello senza pietre – del valore simbolico di almeno una perutah, per raggiungere gli scopi del Kiddushin. E’ tradizione che lo sposo, dopo che il rabbino officiante abbia recitato la Birkat ha-Erusin, infili l’anello nel dito indice della mano destra della sposa recitando nel contempo questa formula: ”Osserva, tu mi sei consacrata per mezzo di questo anello, secondo la legge di Mosè e di Israele”20. Trasferendo l’anello alla sposa, lo sposo manifesta il suo intento di riservare per se l’esclusiva della medesima ed accettandolo, essa stessa manifesta il proprio assenso. E’ necessario che l’anello sia di proprietà dello sposo e non della sposa, poiché, come una persona non può alienare ciò che non gli appartiene, così una persona non può acquistare ciò che già le appartiene.21

Relativamente alle modalità dello shetar, lo sposo, alla presenza di due testimoni legalmente capaci, consegna alla sposa un documento nel quale sono scritte, oltre ai nomi degli sposi ed alle altre formalità richieste per la redazione del documento necessario per questo tipo di Kiddushin, le parole: “Osserva, tu mi sei consacrata per mezzo di questo documento, secondo le leggi di Mosè e di Israele” e la sposa riceve nelle sue mani il documento, conscia con questo atto di consacrarsi allo suo sposo22. Tuttavia, scopo di questo documento non è tanto di dimostrare l’avvenuta celebrazione del Kiddushin , ma è esso stesso il mezzo attraverso il quale si viene a formare il vincolo, ed in ciò differisce dalla ketubbàh che lo sposo deve consegnare alla sposa dopo il compimento del Kiddushin.

L’ultima procedura attraverso cui è possibile compiere questo rito è chiamata bi’ah. Se un uomo, alla presenza di due testimoni qualificati, indirizza ad una donna queste parole: “Osserva, tu mi sei consacrata con questa coabitazione, secondo le leggi di Mosè e di Israele”, e la conduce in seguito in un luogo appartato, ella sarà, dopo la loro coabitazione, riservata a lui23. Sebbene valido, questo sistema era visto dagli studiosi come equivalente alla prostituzione, tanto da stabilire che chiunque lo avesse usato sarebbe stato punito con la fustigazione24. D’altro canto, questo tipo di Kiddushin è servito come punto d’appoggio per la presunzione alachica secondo la quale un uomo non può convivere con una donna a causa del rischio, precedentemente accennato, della prostituzione25, e per le numerose norme fondate su tale presunzione.

In pratica oggi è rimasto in uso solamente il kiddushei kesef , mentre gli altri due sistemi sono caduti da lungo tempo in disuso.

Le parole recitate in questa occasione significano che lo sposo riserva la sposa per se stesso, rendendola nel contempo vietata a tutti gli altri uomini, secondo le leggi di Mosè (che è come dire della Toràh) e secondo le leggi di Israele (che è come dire secondo le norme della halakhàh così come vengono applicate in Israele), cosicchè i Kiddushin potranno essere validi o nulli secondo le norme scritte dai Maestri26.

La formula così precisata fornì le basi per la halakhàh, che diede il potere e l’autorizzazione ai saggi di invalidare retroattivamente, in certe circostanze, dei Kiddushin in maniera tale che, anche se non fosse stato imperfetto in teoria, si sarebbe potuto renderlo nullo “ab initio”.

La questione se tale potere sia appartenuto ancora ai rabbini, anche nei secoli successivi la redazione del Talmud, è tuttora oggetto di discussione. Un’opinione tra le più radicate in certi ambienti rabbinici è quella che i Kiddushin validi secondo le regole del Talmud non potranno essere dichiarati nulli ab initio, anche se vengono celebrati senza osservare una takkanah, che espressamente proibisce la celebrazione dei Kiddushin in altra maniera, che non sia quella stabilita (alla presenza di un rabbino e di un quorum di dieci uomini, per esempio), e la donna non sarà libera di sposare un altro uomo, senza aver prima ottenuto il divorzio27.

2.1.2 - Nissu’in

Il compimento dei nissu’in richiede che la sposa, terminata la cerimonia di kiddushin, sia condotta, in presenza dei due testimoni qualificati, vicino allo sposo che la attende sotto la chuppàh, per concludere la cerimonia vera e propria del matrimonio.

Ci sono diverse opinioni sul significato del termine chuppàh e sulle sue origini: alcuni sostengono che la chuppàh rappresenti la coabitazione in un domicilio comune, poiché la sposa diveniva moglie a tutti gli effetti dopo l’ingresso nella casa dello sposo, che poi sarebbe divenuto il tetto comune, atto che dovrebbe simboleggiare la sottomissione della sposa ai voleri dello sposo28. Secondo altri autori, la chuppàh rappresenta anche il luogo in cui lo sposo avrebbe posseduto la sposa, sancendo così l’unione matrimoniale propriamente detta29.

Per dissipare i dubbi, alcuni ritengono che la coppia, oltre all’incontro sotto la huppàh, debba anche avere un incontro in privato.

Come già illustrato, le conseguenze legali dei kiddushin sono differenti da quelle derivano dai nissu’in. I kiddushin creano un vincolo legale tra le parti, che può essere dissolto solamente attraverso un divorzio o con la morte di una delle parti, e la arusah (la promessa sposa) è, dal punto di vista legale, trattata al pari di una donna sposata, elemento che ovviamente rende invalido i kiddushin eventualmente celebrati tra questa ed un secondo uomo30.

Lo arus ( promesso sposo) si trova nelle stesse condizioni, non potendo prendere un’altra donna, esattamente come se fosse un uomo sposato, ed in questo caso la proibizione deriverebbe non dalla legge in senso stretto, ma da una decisione presa da Rabbenu Gershom31. Tuttavia i kiddushin non sono sufficienti da soli a sancire i diritti ed i doveri che esistono tra marito e moglie, ed in particolare, vigenti i medesimi, la coabitazione è loro proibita32. Questo divieto è menzionato anche nella formula di benedizione, con le parole:”ci ha vietato le donne fidanzate (arusot), ma ci ha permesso quelle sposate a noi tramite la chuppà e i kiddushin33. L’arus non è obbligato a mantenere la sua sposa se non dopo che siano trascorsi dodici mesi dal giorno dei kiddushin, od un qualunque periodo minore deciso di comune accordo, ed infine solamente se egli non l’abbia sposata nonostante fosse pronta e glielo avesse richiesto34. La arusah non ha una ketubbàh, a meno che lo sposo non abbia steso un documento a suo favore al momento dei kiddushin 35. Il definitivo cambiamento di status, sorgente di tutti i diritti e doveri coniugali, sarà creato solamente dai nissu’in.

2.1.3 - La presenza del rabbino e dei testimoni

Per evitare che eventuali imprecisioni possano creare complicazioni, la tradizione vuole che i kiddushin siano solennizzati dalla presenza di un rabbino, che si assicura che tutto si svolga secondo la legge; inoltre, è usanza che siano presenti un minimo di dieci uomini – minyan -36 . I costumi, poi, prevedono che lo sposo debba recitare la formula già accennata usando le precise parole contenute in essa; tuttavia i kiddushin non saranno invalidati nel caso si sia usata una formula simile o dai medesimi contenuti, ma ad ogni errore la formula dovrà essere ripetuta da capo37.

La presenza dei due testimoni ad entrambe le fasi del matrimonio è indispensabile in quanto parte essenziale dell’atto legale; così la loro assenza renderà nulli questi atti. Ne consegue che, se un uomo ed una donna acconsentono di comune accordo a rinunciare ai testimoni, celebrando da sé le proprie nozze, queste non saranno considerate valide38. Per contro, se due testimoni affermano l’avvenuta celebrazione di un matrimonio, queste due persone saranno considerate sposate nonostante il loro diniego. Proprio per ovviare a tutta questa serie di problematiche si è stabilito essere necessaria la presenza di un rabbino come garante. Come si può chiaramente dedurre la sua figura non ha nulla a che vedere con la necessità che v’è nel diritto canonico della presenza di un sacerdote.

2.1.4 - La capacità legale delle parti

Essendo il matrimonio un atto avente effetti legali, deve essere celebrato solamente tra persone legalmente capaci: se una delle parti contraenti è un minore, le nozze saranno nulle. Nel diritto ebraico un maschio è considerato minore (katan), sino all’età di tredici anni; dall’età di tredici anni e un giorno è considerato maggiorenne (gadol) e solamente da questo momento potrà contrarre un matrimonio valido39. Una femmina è considerata minore (ketannah) sino all’età di dodici anni; dall’età di dodici anni e un giorno sino all’età di dodici anni e mezzo è chiamata Na’arah (adolescente)40. In questa situazione è considerata maggiorenne (gedolah 41), ma il suo matrimonio – quando agisca senza tutela legale – è considerato valido solamente se orfana di padre; se questi è vivo, fino a che ella rimarrà sotto la sua tutela e fino a quando non raggiunga la piena maturità (all’età di dodici anni e mezzo più un giorno42), avrà bisogno del suo consenso per le nozze,.

Per la stessa ragione, cioè per motivi di capacità legale, è nullo il matrimonio in cui sia parte un idiota (shoteh), quando sia chiaro che questi è completamente incapace di intendere e di volere43. Tuttavia , se questa persona risulta essere sana di mente, sebbene un po’ tarda, il suo matrimonio sarà valido. Nel caso vi siano dubbi sulla sanità mentale della persona, come nel caso di chi alterni lampi di lucidità a momenti di follia, i suoi kiddushin saranno considerati dubbi, cosicché alle parti non sarà comunque concesso di sposare altri se non dopo un regolare divorzio. A un sordo – muto è precluso, secondo le leggi della Toràh, il contrarre kiddushin, poiché la sua capacità legale è assimilata a quella di un minore o di un idiota. Tuttavia i Maestri hanno stabilito che i kiddushin celebrati da un sordo – muto possano essere validi44, ma ciò non creerà alcuna obbligazione tra le parti a concludere il matrimonio. In questo caso, inoltre, nessuna delle obbligazioni derivanti dal matrimonio sarà loro addebitabile, nemmeno quelle derivanti dalla ketubbàh 45, a meno che il sordo – muto le sottoscriva espressamente nel documento della ketubbàh.

2.1.5 - La cerimonia

Prima che la cerimonia nuziale inizi, lo sposo va nella stanza della sposa (kallah), per vederla prima che si copra il viso col velo. Questa tradizione si basa sull’episodio biblico del patriarca Giacobbe che sposò la donna sbagliata perché il suo volto era coperto da un velo46.

La cerimonia è celebrata di fronte ad un rabbino ed al chazzan della sinagoga. In alcune comunità la sposa compie sette hakkafot 47 intorno allo sposo; le benedizioni sono recitate su di un bicchiere di vino che viene consegnato ai genitori della coppia, perché lo diano ai rispettivi figli. Poi lo sposo porge un anello alla sposa alla presenza di due testimoni, stando sotto la chuppàh , il baldacchino matrimoniale.

La cerimonia termina con lo sposo che infrange un bicchiere, per ricordare la distruzione del tempio di Gerusalemme, come viene descritta dal salmo 13748, o secondo altre interpretazioni, per scacciare gli spiriti demoniaci, o come simbolismo sessuale a rappresentare la rottura dell’imene. Una credenza popolare dice che lo sposo che non riesca a rompere il bicchiere al primo colpo, sarà dominato dalla moglie. Gli sposi, poi, vengono mandati a trascorrere un po’ di tempo da soli (yichud)49, ed era questo il momento in cui in passato avveniva la consumazione del matrimonio. Dopo la cerimonia nuziale gli sposi sono considerati come rinati e tutti i loro precedenti peccati sono perdonati.

1 Rema su Shulchan Arukh, Yoreh De’ah 240, 25; Sefer Chasidim 561; Ketubbot 62b.

2 Rashbam su Bava Batra 145a.

3 Shulchan Arukh, Even HaEzer 45,1.

4 Otzar Hagheonim 50, 6.

5 Shulchan Arukh, Even HaEzer 50, 3-4; Ba’er Heitev 15.

6 Ketubbot 16b

7 Maimonide, Yad, Ishut 10, 7; Shulchan Arukh, Even HaEzer 66, 1.

8 Vedi A. A. Rodner, Mishpetei Ishut, 179 f.

9 Ketubbot 11a; Yevamot 89a.

10 Rema su Even HaEzer 66, 3.

11 Shulchan Arukh, Even HaEzer 93, 1.

12 Es. 22, 15-16.

13 Yad, Ishut 10, 7.

14 Ketubbot 10b; Shulchan Arukh, Even HaEzer 66, 6.

15 Shulchan Arukh, Even HaEzer 66, 6; Ketubbot 66 b; Yad, Ishut 23, 12.

16 Ketubbot 51a.

17 Maimonide Yad, ishut 10, 7; Shulchan Arukh, Even HaEzer 66, 7 e Rema in loco.

18 Shulchan Arukh, Even HaEzer 66, 11.

19 Shulchan Arukh, Even HaEzer 115, 5.

20 Harei at mekuddeshet li be tabba’at zo ke’dat Moshe ve-Yisrael

Kiddushin 2a, 5b; Rema su Shulchan Arukh, Even HaEzer 27,1.

21 Kiddushin 5b; 6b; 47a; Shulchan Arukh, Even HaEzer 27, 1-9.

22 Kiddushin 9a; Shulchan Arukh, Even HaEzer 32, 1-4.

23 Kiddushin 9b; Shulchan Arukh, Even HaEzer 33, 1.

24 Kiddushin 12b; Shulchan Arukh, Even HaEzer 26, 4; Yad, Ishut 3, 21.

25 Ghittin 81b; Rema su Even HaEzer 33, 1.

26 Yevamot 90b; Ketubbot 3a; Ghittin 33a;

27 Responsa Ribash n° 399; responsa Rashba, vol 1, nos. 1185 e 1206; responsa Chatam Sofer, Even HaEzer 1, 108.

28 Beit Shemu’el su Even HaEzer 55, n°4.

29 Ketubbot 56a; Rosh 5, 6; Yad, Ishut 10, 1-2; Shulchan Arukh, Even HaEzer 55, 2.

30 Kiddushin 5a, b; Yad, Ishut 1, 3; Shulchan Arukh, Even HaEzer 26, 3.

31 Rema su Even HaEzer 1, 10; Ozar ha-Posekim Even HaEzer 1, n°65; altri studiosi dissentono, vedi Turè Zahav su Even HaEzer 1, n° 15.

32 Rashi su Ketubbot 7b; Shulchan Arukh, Even HaEzer 55, 1-6.

33 “…veasàr lànu et haarusòt, vehittìr lànu et hanesuòt lànu ‘al yedè chuppà ve kiddushìn… ” Shulchan Arukh, Even HaEzer 34, 1; , Ketubbot 7b.

34 Ketubbot 57a; Shulchan Arukh, Even HaEzer 55, 4; 56, 1-3.

35 Shulchan Arukh, Even HaEzer 55, 6; Ketubbot 54b.

36 Cfr. Glossario (ebraico per “numero”). Questa tradizione deriva da un passo della Genesi (Gn. 18), in cui si riferisce della intercessione di Abramo presso il Signore, in seguito alla condanna inflitta dall’Altissimo ad alcune città, dove si era perso di vista il suo precetto, tra cui le ben note Sodoma e Gomorra. Abramo, mentre supplicava l’Altissimo di risparmiare queste città, discusse con Lui di quale fosse il numero minimo di abitanti giusti necessari per preservare dalla distruzione queste città. Si può dire che Abramo incomincio a trattare da cinquanta, scendendo via via fino a dieci. Non essendovi neanche dieci abitanti tra tutti, Abramo si fermò, poiché meno di dieci giusti non avrebbero formato neanche una minuscola “collettività”. Un’altra fonte per tale “quorum” è dato da Nm. 13, 14: su 12 esploratori, i 10 che negano la possibilità di conquistare la terra di Canaan sono da Dio definiti (14, 27) “cattiva collettività”.

37 Responsa Rosh 37, 1; Rema su Even HaEzer 61.

38 Kiddushin 65a; Yad, Ishut 4, 6; Shulchan Arukh, Even HaEzer 42, 2.

39 Kiddushin 50b; Yad, Ishut 2, 10; 4, 7; Shulchan Arukh, Even HaEzer 43, 1.

40 Yad, Ishut 2, 1.

41 Yad, Ishut 2, 6.

42 Yad, Ishut 2, 2-3; 3, 11-13; 4,8; Gerushin 11,6; Kiddushin 43b; 44b; Shulchan Arukh, Even HaEzer 37, 11; 155, 20-21.

43 Yevamot 69b; 96b; Shulchan Arukh, Even HaEzer 44, 2; 67, 7.

44 Yevamot 112b; Shulchan Arukh, Even HaEzer 44, 1; Yad, Ishut 4, 9.

45 Shulchan Arukh, Even HaEzer 67, 8-10.

46 Gn. 29, 23-25.

47 Circumambulazioni, simbolo del parallelismo tra l’unione matrimoniale e quella fra il Santo Benedetto ed Israele, come indicato dai profeti: Ezechiele, Geremia.

48 Vedi Berakhot 31a.

49 Tradizione di origine aschenazita.

Vai all'indice di questa tesi
Vai all'indice di tutte le tesi

© Morashà 2002 - Dino Fabbrini

Attenzione: tutti i materiali pubblicati sono strettamente coperti dalla legge sul diritto d'autore e ne è severamente proibita la copia e la riproduzione, totale o parziale senza permesso scritto dell'autore.