Tesi di laurea di Dino Fabbrini - Il matrimonio ebraico


Capitolo 2: Il matrimonio

2.1 - I divieti al matrimonio ebraico
2.2 - Il matrimonio misto
2.3 - Il Mamzer
2.4 - Matrimoni tra consanguinei
2.5 - Gli orientamenti delle diverse comunità ebraiche
2.6 - Conversioni e divorzi non “halakhiche”
2.7 - La posizione giuridica della donna ebrea

2.1 - I divieti al matrimonio ebraico

Esistono alcuni divieti nel matrimonio ebraico: secondo la halakhàh, ogni uomo non è libero di sposare una qualsiasi donna, né viceversa. Vi sono degli impedimenti ad alcuni contatti tra uomo e donna, che scaturiscono da considerazioni di carattere etico, morale, biologico ed anche mistico1.

Matrimoni proibiti all’uomo con:

Matrimoni proibiti alla donna con:
Una goyà Un goy
Una persona la cui personale conversione all’ebraismo o quella di sua madre o di sua nonna o di una sua ava non fu svolta secondo la halakhàh da un rabbino autorizzato o da una Corte rabbinica fedele ai principi della halakhàh Una persona la cui personale conversione all’ebraismo o quella di sua madre o di sua nonna o di una sua ava non fu svolta secondo la halakhàh da un rabbino autorizzato o da una Corte rabbinica fedele ai principi della halakhàh
Una Caraita, anche se convertito alla legge ebraica Un Caraita, anche se convertito alla legge ebraica
Una donna sposata, o una che non abbia avuto un divorzio conforme al diritto ebraico Un uomo sposato, o che non abbia avuto un divorzio conforme al diritto ebraico
Chi è figlia di un’unione adulterina od incestuosa o di una donna divorziata e poi sposata il cui divorzio sia solo civile o non sia stato svolto secondo il diritto ebraico Chi è figlio di un’unione adulterina od incestuosa o di una donna divorziata e poi sposata il cui divorzio sia solo civile o non sia stato svolto secondo il diritto ebraico
Una donna con cui abbia commesso adulterio cioè una donna nubile con cui abbia avuto rapporti senza che fosse sua moglie Un uomo con cui abbia commesso adulterio
Una donna che abbia commesso adulterio con un altro 2  
Una vedova senza figli quando il fratello del marito deceduto è ancora vivo e non è stata compiuta la cerimonia della chalitzàh3  
La moglie da cui ha divorziato se ha sposato un altro uomo o se nel frattempo sia stata dichiarata vedova o divorziata4 Il marito da cui ha divorziato se ha sposato un’altra donna o se nel frattempo sia divenuto vedovo o abbia divorziato

La sua precedente moglie se ha divorziato da lei per il suo adulterio anche se nel frattempo non si sia risposata

 
Sua madre, sua nonna, la madre del suo nonno paterno, la madre del suo nonno materno5 Suo padre, suo nonno e i suoi antenati
Sua matrigna, la matrigna di suo padre, la matrigna di sua madre Suo patrigno, il marito di sua nonna e i suoi discendenti
Sua figlia, la figlia di lei e le loro discendenti Suo figlio, il figlio di lui, suo pronipote, suo genero, il marito di sua nipote e i discendenti
Sua sorella e la sua sorellastra Il padre di suo marito, il nonno, il padre di suo cognato e antenati, il padre di sua suocera
Sua zia, la sorella del suo nonno paterno, la sorella della sua nonna materna Il fratello o il fratellastro del suo precedente marito se è divorziata (se suo marito è morto può sposare l fratello di lui)
La madre, la nonna e le antenate di sua moglie Suo fratello, suo fratellastro; il marito divorziato di sua sorella o della sua sorellastra durante la vita della sorella; suo nipote
La figlia, la nipote e le discendenti di sua moglie  
La sorella della sua precedente moglie se egli è divorziato (comunque, se la sua ex moglie è morta, può sposare la di lei sorella)  
La moglie di suo fratello, la moglie del suo fratellastro; la sorella o la sorellastra della sua ex moglie mentre essa è ancora viva  

La moglie del fratello paterno o materno di suo padre

 
La moglie di suo figlio, di suo nipote e le mogli di tutti i suoi discendenti maschi  
La figlia di suo figlio e la figlia di sua figlia  
Se è un kohen egli non può sposare una divorziata, una vedova in attesa di chalitzàh, una donna adultera, una convertita, una donna che abbia avuto relazioni sessuali con un goy, una figlia di padre non ebreo o figlia di madre convertita dopo il concepimento. Un kohen se la donna è una convertita o se è divorziata, o vedova in attesa di chalitzàh, o adultera, o una che ha avuto relazioni sessuali con un goy, o se è figlia di padre non ebreo, o concepita prima della conversione della madre.

Come insegna la Torah certe unioni contengono elementi potenzialmente distruttivi. Certi matrimoni non saranno riconosciuti o saranno dichiarati annullabili.

Lo “Shulchan Arukh” dice :

“Queste unioni che sono vietate per motivi di ervah (ogni sorta di relazione vietata) includono sia quelle che sono proibite dalla Torah , sia quelle proibite dai rabbini. Quelli proibiti dalla Toràh, sono matrimoni annullabili. I matrimoni contratti contro i divieti dei rabbini sono validi e necessitano di un divorzio per scioglierli”6

Ancora oggi il rischio maggiore è che una coppia di sposi, convinti di essere in regola con la legge, si trovi a scoprire di non essere considerata in regola all’interno di Israele, per aver dimenticato qualche particolare previsto dalla halakhàh.

2.2 - Il matrimonio misto

Un principio basilare del giudaismo vuole che l’”ebraicità” del possibile partner matrimoniale sia manifestamente verificabile.

Il matrimonio di un ebreo con un non ebreo non è apertamente vietato dal diritto ebraico, ma un tale matrimonio non ha validità, anche se può capitare che venga celebrato e benedetto da molti rabbini, peraltro non ortodossi; l’attrazione fisica o spirituale o l’essere innamorati non è considerata ragione sufficiente per sposarsi. Questa riluttanza nei confronti dei matrimoni misti non è basata su mancanza di stima o su pregiudizi razziali; le conversioni disinteressate sono benvenute. Tale divieto esiste per far sì che l’impegno degli ebrei nei confronti della fede dei loro padri non si interrompa né venga meno7: le unioni miste, infatti, contribuiscono alla distruzione del popolo ebraico. Il matrimonio ebraico come kidushin è basato sul concetto che la famiglia stessa sia rappresentazione allegorica del Tempio e sia il luogo in cui i figli, scopo primo del matrimonio, possano essere cresciuti in un ambiente strettamente ebraico, nel quale tutti i membri osservino i precetti della Torah e lo stile di vita giudaico. Dove v’è un’unione mista i principi fondamentali dei kiddushin vengono a mancare; infatti, alla luce di quanto detto, è virtualmente impossibile per una persona conservare intatta la propria ebraicità, quando è sposata con qualcuno di fede differente, anche nel caso di un soggetto estremamente aperto e tollerante nei confronti dei precetti ebraici. Tali matrimoni sono generalmente destinati all’insuccesso, mentre quando entrambi gli sposi sono ebrei vi sono maggiori possibilità di successo, come è anche riportato da una statistica riguardante i casi della comunità ebraica americana8.

Infatti quando nascono i figli e devono essere prese importanti decisioni basate sulle tradizioni, sulla fede e sui criteri coi quali verranno cresciuti, spesso i conflitti sopiti risorgono e c’è il rischio concreto che i figli di tali matrimoni possano crescere confusi e talvolta con seri problemi psicologici.

Risulta evidente che i genitori devono agire come una persona sola e che, per vedere realizzato questo scopo, è bene che abbiano una comune fede.

2.3 - Il mamzer

Il bambino nato da una relazione adultera o incestuosa è un mamzer9. Il termine non ha un equivalente in italiano; la parola “bastardo” non è una traduzione appropriata, perché il termine mamzer non si riferisce ad un bambino nato fuori dal matrimonio.

Il mamzer è pienamente ebreo, e un mamzer dotto è più grande di un Gran Sacerdote ignorante; purtroppo il mamzer o la mamzeret non possono sposare liberamente altri membri della comunità ebraica, dal momento che un mamzer non può entrare “nella congregazione del Signore”10. Egli può contrarre matrimonio soltanto con altri mamzerim o con convertiti ed il marchio passa da una generazione di ebrei all’altra. Vista la gravità della situazione in cui si viene a trovare, l’ebraismo attribuisce il marchio di mamzer solamente in quei casi in cui non è assolutamente possibile altra interpretazione. Perciò, i figli di una donna sposata che goda di una cattiva reputazione saranno comunque riconosciuti come figli di suo marito, e così i figli nati durante una prolungata assenza del marito.

Il bambino nato da una donna sposata, che conviva con un altro uomo, è un mamzer.

L’aspetto più attuale e scottante riguarda le procedure di divorzio dell’ebraismo riformato, che non vengono riconosciute dall’ebraismo ortodosso11; ci sono, pertanto, dubbi sullo status di alcuni bambini nati nelle comunità riformate, che rendono problematico il matrimonio tra riformati ed ortodossi. Problemi simili sono sorti con i Karaiti12 ed in misura minore con i Bene Israel dell’India e con i Beth Israel dell’Etiopia 13.

Nel moderno Stato d’Israele, dove le leggi matrimoniali sono appannaggio del rabbinato ortodosso, sospetti sullo stato di mamzer di alcuni cittadini hanno portato ad alcune celebri dispute.

Il Talmud sostiene che il denaro può purificare un mamzer, volendo forse intendere con ciò che la ricchezza e l’influenza di certe famiglie riescono ad evitare il marchio, dissuadendo cortesemente la gente dal curiosare troppo da vicino nella loro vita privata.14

Secondo il Talmud nell’età messianica i mamzerim saranno purificati.

2.4 - Matrimoni tra consanguinei

Matrimoni permessi all’uomo con i propri consanguinei:

Matrimoni permessi alla donna con i propri consanguinei:
La sua sorellastra15 Il suo fratellastro16
L’ex moglie di suo suocero L’ex marito della sua matrigna
Sua nipote (di zio)17  
La nuora di suo fratello o fratellastro o di sua sorella  
Sua cugina Suo cugino
La moglie del suo figliastro, dopo che sia divorziata o dopo che sia divenuta vedova Il marito di sua sorella o della sua sorellastra dopo che sia morta
La sorella della sua defunta moglie Suo zio

Questi divieti non differiscono particolarmente da quelli previsti dal nostro Codice Civile al capo III, sezione I, art. 87 e dal Codice Canonico, cann. 1091 e 1092.

2.5-Gli orientamenti delle diverse comunità ebraiche

Dall’antichità ad oggi molte comunità si sono adattate ad uno stile di vita più moderno (soprattutto negli ultimi due secoli), rifiutando l’eterna immutabilità della halakhàh e la sua natura vincolante.

In questa maniera molti ebrei hanno trovato il modo di essere più facilmente accettati e nello stesso tempo di conservare il senso di appartenenza al popolo ebraico ed alle sue tradizioni. Infatti, secondo le “menti pensanti” di queste comunità, il diritto ebraico tradizionale contiene degli anacronismi.

Questo processo ha lentamente creato una profonda spaccatura nel popolo ebraico dividendolo in due gruppi religiosi ben distinti: le comunità ebraiche riformiste, che si trovano principalmente negli Stati Uniti d’America, e le comunità ebraiche ortodosse, le quali risiedono principalmente in Israele, dove godono di notevole influenza socio - politica. La ragione di questa divisione non sta solo in un diverso approccio ideologico alla tradizione ebraica, ma nella convinzione, da parte dei tradizionalisti (ortodossi), che sia stata proprio l’osservanza della halakhàh ad aver mantenuto fermamente unito un popolo da sempre perseguitato, come lo è stato nei secoli il popolo ebraico. Qui però si entra nel vivo del problema, poiché, se è vero quanto detto fin d’ora circa il potere di coesione degli usi tradizionali del popolo ebraico, bisogna pur sempre ricordare come l’incalzante globalizzazione, che è in corso in questi ultimi anni, richieda la capacità non solo di adattarsi (esercizio in cui il popolo eletto è sempre stato suo malgrado maestro), ma anche di integrarsi. Ora, se è pur vero che agli ebrei non è stata mai resa la vita facile in quanto ad integrazione, si deve pur ammettere che certe loro regole, soprattutto quelle afferenti la vita pratica, sembrano fatte apposta per impedire qualunque tipo di contatto.

Oggi, addirittura, in seno ad alcune comunità ortodosse (soprattutto in Israele), vengono svolti attenti controlli sugli antenati dei possibili partner per evitare unioni con seguaci dei movimenti riformisti e per essere, infine, sicuri che tutto si svolga secondo il diritto ebraico e secondo la halakhàh. E’ possibile fare dei paralleli storici con la divisione che sorse oltre dodici secoli fa tra il popolo ebreo e la setta dei Karaiti; la loro peculiarità era di riconoscere come unica fonte del diritto ebraico le Sacre Scritture, rifiutando il contenuto del Talmud e dei Responsa. Si giunse così allo scisma, che creò una nuova religione con i cui seguaci gli ebrei hanno il divieto di contrarre matrimonio. Anche se fosse ipotizzabile che si possa giungere ad analoghe conclusioni, avvenimento che risulterebbe catastrofico per l’unione del popolo ebraico, nonché per la stessa esistenza dello stato d’Israele, è improbabile avvenga un tale fatto, mancando in realtà tali gravi differenze, ed essendoci prevalentemente una diversità di vedute circa i metodi di applicazione, più o meno rigidi, della halakhàh.

2.6 - Conversioni e divorzi non “halakhiche”

Nella seconda metà del ventesimo secolo, specialmente negli Stati Uniti d’America, si sono celebrati un gran numero di matrimoni misti. I partner non ebrei o non si sono convertiti al giudaismo, o hanno seguito procedure di conversione non conformi alle specifiche richieste dalla halakhàh; tali matrimoni sono stati celebrati da rabbini che non osservano la halakhàh o che non accettano la sua natura vincolante o che non sono particolarmente ferrati circa le regole del diritto ebraico.

Nelle parole di un’influente rabbino riformato americano si possono cogliere le fondamentali divergenze di opinione: “Nell’ebraismo riformato la discendenza di una coppia mista osservante, se il figlio o la figlia celebrano il bar/bat mitzvah e/o l’omologazione, sono considerati ebrei sotto ogni punto di vista, senza dover compiere una conversione formale”.18

Nel 1983 la Conferenza generale dei rabbini americani, l’ente che rappresenta il movimento di riforma rabbinico, ha adottato una risoluzione che stabilisce: “il figlio di un genitore ebreo si presume sia di discendenza ebraica”19. Pertanto, gli ebrei riformati considerano il figlio di un matrimonio misto automaticamente come ebreo, se sottoposto ad atti meramente formali, come ad esempio l’imposizione di un nome ebraico20. Invece gli ortodossi, che seguono alla lettera la halakhàh, non accettano tale impostazione21. Il diritto ebraico, perciò, proibisce assolutamente i matrimoni con tali ebrei o coi loro discendenti.

Il problema diventa ancor più grave quando si parla di divorzio; un gran numero di divorzi compiuti in questi anni tra ebrei americani non sono stati condotti in osservanza delle procedure richieste dal diritto ebraico. Tali divorzi sono perfettamente in regola dal punto di vista del diritto civile e da quello dei riformati o di quei rabbini che non osservano strettamente la halakhàh . In linea col diritto ebraico una coppia che abbia compiuto un divorzio non halakhico è considerata ancora sposata; nel caso di nuove nozze si tratterebbe, quindi, di adulterio22.

2.7 - La posizione giuridica della donna ebrea

La posizione della donna ebrea viene frequentemente considerata discriminata od anacronistica in base ad una troppo rapida o superficiale lettura delle Sacre Scritture. Per capire, invece, correttamente i molteplici aspetti della posizione della donna nel diritto ebraico, soprattutto in quella parte riguardante il matrimonio, bisogna far riferimento all’imprescindibile aspetto giuridico della questione: la halakhàh.

L’ambito in cui si esplica la normativa ebraica di maggior importanza in questo contesto, è il diritto matrimoniale. A questo proposito può essere rilevante ritornare a ciò che successe in Italia con l’entrata in vigore della riforma del diritto di famiglia23, che segnava finalmente il riconoscimento del ruolo di assoluta parità della donna nei confronti dell’uomo (marito): sul piano del diritto comparato questa riforma poneva il problema della compatibilità delle nuove norme col diritto ebraico e del comportamento che avrebbero dovuto tenere gli ebrei.

La questione non sfuggì ai rabbini italiani i quali, oltre ai problemi di compatibilità tra le due legislazioni, si trovarono in seguito a dover risolvere un problema, sorto con l’approvazione dell’intesa tra Stato e Comunità Ebraica Italiana24, che li vedeva direttamente coinvolti. Con l’entrata in vigore delle nuove norme i rabbini si sarebbero potuti trovare in una posizione difficile: prima leggere agli sposi la Kethubàh (che presuppone l’accettazione del diritto ebraico) e subito dopo gli articoli del codice civile che avrebbero potuto contenere dei concetti contraddittori con le precedenti norme25. La soluzione di questo problema fu rimandata ad una Commissione in seno all’ Assemblea dei Rabbini d’Italia26.

La discussione comprendeva un confronto tra i due sistemi legislativi per saggiarne la compatibilità, soprattutto a riguardo dei nuovi diritti concessi dalla legge italiana alla donna, e per verificare se essi andassero contro una presunta inferiorità di questa nella legge ebraica. In pratica la principale contraddizione sembrava trovarsi nell’enunciazione di principi generali dell’art. 14327 comma 1° e 3° del codice civile. Nel diritto ebraico non esiste una dichiarazione così generale, ma una dettagliata normativa ispirata da un principio sostanzialmente diverso: c’è uno schema che definisce i diritti e i doveri dell’uno e dell’altro e la donna in questo rapporto non è considerata sullo stesso piano, ma come elemento debole che deve essere difeso, con la garanzia esplicita di un maggior numero di diritti. Per i rabbini che studiarono questo problema ciò non sembrò essere un ostacolo insormontabile, poiché la vera discussione deve essere intrapresa su norme singole, caso per caso.

Anzitutto si deve notare come lo schema proposto dalla halakhàh fosse, all’epoca della sua adozione, assai più evoluto di altre legislazioni proprio a riguardo dello stato della donna: ciò che è proposto dalla halakhàh non è rigido, ma può essere messo in discussione in molte sue parti. Ne è un chiaro esempio la questione del lavoro femminile; per evitare la possibilità che la donna venisse sfruttata, già nei testi più antichi era stabilito che “la donna può dire al marito: non ricevo i tuoi alimenti e non lavoro per te”28.

Un altro aspetto che avrebbe potuto creare problemi di conflitto tra diritto civile italiano ed ebraico era quello dei doveri verso i figli e del concorso agli oneri ( artt. 147-148 comma 1 )29 imposto dalla legge civile “ad entrambi i coniugi in proporzione alle rispettive sostanze e secondo la loro capacità di lavoro professionale o casalingo”. Anche se per il diritto ebraico tradizionale questi oneri incombono solamente sul padre non v’è contraddizione di fondo, poiché nella pratica e nello sviluppo stesso della tradizione la madre è certamente coinvolta nelle scelte e negli obblighi inerenti la famiglia.

La vera sorpresa dei lavori della Commissione fu il problema del domicilio della coppia. La versione del codice civile antecedente la riforma, infatti, stabiliva in maniera chiaramente discriminatoria che “la moglie segue il marito”. Secondo l’art. 144 c.c. , come modificato dalla riforma, i coniugi “fissano la residenza secondo le esigenze di entrambi”. L’esame del diritto ebraico ha dimostrato che questa nuova formulazione è assai più vicina alla halakhàh della precedente; nel diritto ebraico la questione è disciplinata nei minimi dettagli in termini di sostanziale parità. Perciò la contraddizione sussisteva con la precedente formulazione.

Gli orientamenti conclusivi sono stati i seguenti: 1) una coppia che regola i propri rapporti in osservanza del diritto ebraico non vìola la legge italiana; 2) viceversa ci possono essere degli schemi di rapporto tra i coniugi che possono risultare corretti per la legge italiana, ma che contraddicono l’halakhàh e ciò soprattutto per i maggiori diritti di cui la donna gode nel diritto ebraico; 3) pertanto il rabbino celebrante deve avvertire i coniugi, prima della celebrazione, di questi possibili problemi e ricordare loro che la firma della ketubàh li ha impegnati a rispettare la normativa ebraica30: in caso di contrasti v’è l’obbligo morale di far prevalere quest’ultima.

1 Lv. 18, 6-30

2 Maimonide, Yad, Gerushin 10,12; 11,14.

3 Rituale dello “scalzamento” che si sostituisce all’obbligo di contrarre nozze con la vedova del proprio fratello, che sia morto senza darle figli, quando uno dei due non voglia il matrimonio leviratico. Dt. 25, 5-10.

4 Maimonide, Yad, Gerushin 11,12.

5 Shulchan Arukh, Even HaEzer .

6 “…èllu she-asuròth me-chanuràth ‘ervàh [ogni sorta di relazione vietata], mehèn min ha-Toràh, me-hèn mi-de-Rabbanàn. Otàn she-hèn min ha-Toràh, ein kiddushìn tofesìn ba-hèn. Ve-otàn she-hèn mi-de-Rabbanan kiddushìn tofesìn ba-hèn u-tzrikhòth ghet”. Even HaEzer 15, 1.

7 Dt. 7,4.

8 N. Goldberg, W. J. Fried, Jews and Divorce, voce in Encyclopedia Judaica 6,136.

9 Maimonide, Yad, Isurei Bi’ah 15,1; Shulchan Arukh, Even HaEzer 4,13.

10 Dt. 23,3.

11 Cfr. cap. 2.1.4 .

12 Cfr. cap. 2.1.4 .

13 Cfr. voce “Falasha” in glossario.

14 Maimonide: “Ukhdè leharchìk min ha-‘arayòth neesàr sheyavò mamzèr ‘al bat Israèl, kedè sheyedà’ ha-noèf veha-noèfeth sheìm ‘osìm zoth harè hem poghemìn be-zar’àm pegàm sheèn lo terufà le’olàm.” Morè Nevukhìm 3,49 (a cura di Y.Kapach, Mossad Ha-Rav Kook, Gerusalemme 1972); C. Chavel, The Commandaments, Soncino, New York, 1967.

15 Shulchan Arukh, Even HaEzer 15,11.

16 Idem.

17 Idem, vedi Rema su Shulchan Arukh, Even HaEzer 15,25.

18 ”In Reform Judaism the offspring of a religiously mixed couple, if he or she celebrates Bar/Bat mitzvàh and/or confirmation, is considered to be in every respect a Jew, without undergoing formal conversion”

Roland B. Gittelsohn, Love, Sex and Marriage in Union of American Hebrew Congregations, New York, 1980, p. 278.

19 “the child of one jewish parent is under the presumption of Jewish descent”

Associated Press riportato da Ma’ariv , Tel Aviv, 17 marzo 1983, p. 7

20 vedi Jerusalem Post, 18 luglio 1983, p. 15.

21 L’Halakhàh richiede che la madre sia ebrea, perché il figlio possa essere considerato tale.

22 Vedi kiddushin 6a,13a.

23 Legge 19 maggio 1975, n°151. Riforma del diritto di famiglia in G.U. 23 maggio 1975, n°135

24 Legge 8 marzo 1989, n°101. Norme per la regolazione dei rapporti tra lo Stato e l’Unione delle Comunità ebraiche italiane in Suppl. ord. G.U. 23 marzo 1989, n°69.

25 Art. 14 lg. 101/89.

26 cfr. HA-TIKWA’ magg. - giu. ’80 anno XXXII, n° 213 c/o C.D.E.C.

27 “Con il matrimonio il marito e la moglie acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri (Cost. 29;c.c. 151 comma 2)”.“Entrambi i coniugi sono tenuti, ciascuno in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo, a contribuire ai bisogni della famiglia”.

28 Un interessante esempio si può ritrovare nel Beit Yosef e nel Bayit Chadash su Tur, Chosen Mishpat 97.

29 “Il matrimonio impone ad ambedue i coniugi l’obbligo di mantenere, istruire ed educare la prole tenendo conto delle capacità, delle inclinazioni naturali e delle aspirazioni dei figli [107, 155, 261, 279, 330, 333; Cost. 30; c.p. 570-572]”.

“I coniugi devono adempiere l’obbligazione prevista nell’articolo precedente in proporzione alle rispettive sostanze e secondo la loro capacità di lavoro professionale o casalingo [143 comma 2]. Quando i genitori non hanno mezzi sufficenti [Cost. 30 comma 2], gli altri ascendenti legittimi o naturali, in ordine di prossimità, sono tenuti a fornire ai genitori stessi i mezzi necessari affinchè possano adempiere i loro doveri nei confronti dei figli [147, 324, 433].

30 “Debbo adempiere all’obbligo di dire agli sposi che negli articoli del Codice Civile che fra poco leggerò esistono delle disposizioni che in alcuni casi possono trovarsi in contrasto con quanto è stabilito dalla Halakhàh. Vi avverto pertanto che la legge ebraica deve prevalere sempre nella soluzione di quei problemi che eventualmente dovessero sorgere tra voi”. Delibera approvata dall’Assemblea dei Rabbini d’Italia nella sessione plenaria tenutasi a Roma il 17 Sivan 5736; 15 Giugno 1976.

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© Morashà 2002 - Dino Fabbrini

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