Tesi di laurea di Dino Fabbrini - Il matrimonio ebraico


Capitolo 4: I rapporti sessuali

4.1 - Pratiche lecite ed illecite
4.2 - I rapporti sessuali al di fuori del matrimonio
4.3 - La contraccezione
4.4 - L’aborto

4.1 - Pratiche lecite ed illecite

Le norme riguardanti il matrimonio devono essere viste come l’ossatura per la disciplina della sessualità nel diritto ebraico; le relazioni sessuali infatti sono regolate, nelle loro prescrizioni e nei loro divieti, all’interno dei confini del matrimonio. La sessualità fuori dal matrimonio è prevista e trattata dalle norme della halakhàh, ma è vista come una trasgressione alla normativa stessa. I rapporti sessuali nel matrimonio sono controllati dalle norme della onah che disciplina la loro frequenza e dalle norme della niddah che proibisce rapporti intimi durante il periodo mestruale, in costanza del quale la donna è considerata impura.

Le norme dell’onah, che si rifanno all’insegnamento biblico dicono che, se un uomo prende una seconda moglie, non può abbandonare a se stessa la prima: “se per sé ne prenderà un’altra, non diminuirà il cibo della prima, il suo vestiario e i suoi doveri sessuali”1.

La mishnah analizza e regola molto chiaramente il significato delle norme della onah : “Le volte prescritte dalla Torah per adempiere ai propri doveri coniugali sono: per un uomo che non lavora tutti i giorni; per i manovali due volte la settimana; per i conduttori di somari una volta la settimana; per i conduttori di cammelli una volta al mese; per i marinai una volta ogni sei mesi2”. Le frequenze previste dalla onah sono generalmente intese come lo standard minimo, sotto il quale si può parlare di inadempimento dei doveri coniugali da parte del marito. Così è dovere dell’uomo essere in sintonia coi desideri sessuali di sua moglie e di dar vita a rapporti sessuali che vadano oltre le prescrizioni minime della onah, nel caso che la moglie manifesti desideri in tal senso. Alcuni dei più autorevoli studiosi come Maimonide e Caro, comunque, vedono questi standard minimi come un’auspicabile linea di condotta da tenere3. Andando oltre gli standard prescritti dalla onah, è un giusto desiderio dell’uomo di voler godere con la sua legittima sposa dei piaceri del talamo. La halakhàh si schiera apertamente a favore delle donne in tali cose: è una mitzvah per l’uomo di far godere la donna, mentre il piacere dell’uomo è considerato al massimo un’inevitabile conseguenza del rapporto sessuale. Il piacere sessuale, che un uomo può trarre dal rapporto stesso è considerato potenzialmente pericoloso e non è una motivazione sufficientemente valida per fare del sesso.

Mentre la frequenza dei rapporti sessuali è attentamente disciplinata, la qualità dei medesimi, che è il mezzo per avere un rapporto sessuale soddisfacente, è molto meno attentamente disciplinata; tutte le pratiche eterosessuali sono permesse a patto che siano riconducibili ai seguenti parametri:

  1. l’uomo non deve spargere il proprio seme;
  2. il rapporto sessuale deve possibilmente condurre la donna all’orgasmo;
  3. è preferibile, ma non necessario che lo scopo sia la procreazione.

In questo modo sono possibili una gran varietà di posizioni che nonostante siano considerate innaturali sono legalmente accettabili.

4.2 - Sesso al di fuori del matrimonio

Le relazioni sessuali al di fuori della sfera del matrimonio e che non abbiano almeno come fine ultimo quello del matrimonio sono condannate e scoraggiate dalla halakhàh, ma non sono una vera e propria trasgressione dei suoi principi. Per un uomo, non importa se sposato o celibe, le relazioni sessuali occasionali non presentano problemi di legittimità dal punto di vista del diritto ebraico. Tuttavia l’insegnamento talmudico che proibisce incontri segreti tra un uomo e una donna che non sia sua moglie, e le considerazioni sulla poligamia di Rabbenu Gershom, hanno ristretto decisamente la libertà sessuale dell’uomo; in più, le autorità più ortodosse considerano i rapporti extramatrimoniali analoghi alla prostituzione rituale proibita dalla Torah4, prevedendo per i trasgressori anche punizioni corporali. Comunque le relazioni sessuali extraconiugali o prematrimoniali rimangono una violazione minore per un uomo quando raffrontate alle altre vere trasgressioni sessuali. Invece le donne nubili che intraprendano una relazione sessuale casuale, vengono punite e fermamente disapprovate dalla comunità; ma sono ancora considerate possibili “partiti” ai fini matrimoniali, anche se non possono sposare un sacerdote.

Il problema dei rapporti lesbici è affrontato e duramente condannato dalla halakhàh: viene discusso in due passaggi del Talmud5, i quali entrambi riportano l’opinione di rav Huna che condanna questo tipo di relazioni, assimilandole alla prostituzione. Comunque l’opinione prevalente è che non esiste uno specifico comandamento che lo vieti espressamente6. Il Maimonide, da parte sua, pur contrastando l’opinione di Rav Huna, si schiera a favore di una decisa repressione del fenomeno, tramite l’intervento dei Tribunali Rabbinici che commini una scudisciata alla donna che commetta tali atti.

4.3 - La contraccezione

Il fatto che la donna abbia la possibilità, ma non l’obbligo, di procreare lascia delle porte aperte all’argomento contraccezione fino all’estremo della sterilizzazione volontaria7.

Secondo rabbi Meir, in accordo con la disciplina minoritaria del Talmud, vi sono tre tipi di donne che usano il mokh come strumento di contraccezione: una minorenne, una donna incinta e colei che allatta.

Molti interpreti sostengono che neanche queste donne debbano utilizzare metodi di contraccezione e che debbano fare affidamento sulla misericordia di Dio, per proteggersi dagli eventuali rischi conseguenti dalla gravidanza. In tutte e tre queste situazioni la gestazione può portare con sè dei traumi: la minorenne può concepire, ma è troppo giovane per essere in grado di allevare un bambino o meglio può non essere psicologicamente all’altezza; la donna incinta può sperimentare una gravidanza sovrapposta e questa potrebbe danneggiare il feto, mentre la donna che allatta può trovarsi a dover svezzare il poppante troppo prematuramente8.

Il testo è oscuro: non è chiaro, infatti, se rabbi Meir permetta o disapprovi l’uso del mokh, e ciò è fonte di discussione tra i rabbini. Queste ambiguità hanno portato ad un ampio numero di responsi nella halakhàh sull’uso della contraccezione.

L’opinione di Rashi9 è che rabbi Meir permetta l’uso del mokh quando la donna si trovi in queste tre particolari condizioni, mentre i rabbini di regola non lo consentono. Queste considerazioni stanno alla base delle norme restrittive della halakhàh, che prevedono l’uso della contraccezione solamente nel caso che la gravidanza arrechi grave pericolo alla vita della madre: in sostanza se ne ammette un uso strettamente terapeutico10. Una parte delle autorità segue l’interpretazione di Rashi del passo di Yevamot, 12b, consentendo, tuttavia, l’uso della contraccezione nei casi in cui sia in pericolo la salute della donna.

In contrasto con le tesi di Rashi, Rabbenu Tam11 sostiene che rabbi Meir accordi ai tre casi in oggetto la possibilità di far uso del mokh (sulla base del dettame biblico di proteggere la vita), mentre i Saggi sono di diverso parere. La halakhàh concorda con la prima tesi poiché non v’è motivo alcuno di proibire tale comportamento12. Comunque, sebbene alcuni sostengano che il mokh deve essere inserita dopo il rapporto come fosse un’assorbente interno post coitale, piuttosto che come una barriera preventiva, la distinzione tra pre e post uso non è fatta in Yevamot 12b o nei commentari di Rashi, ma entrambi i testi sembrano indicare l’inserimento pre coitale, e tale è l’opinione di Rabbenu Tam riportata dalle Tosafòt come Halakhàh. Per contro, le opinioni più recenti sembrano esser più permissive, per quanto concerne l’uso della contraccezione, nelle tre situazioni tipo fin ora considerate, estendendo talvolta questa libertà a tutte le donne; diversamente sono molto più restrittive per ciò che riguarda i metodi di contraccezione consentiti.

Le moderne tecniche di contraccezione sono valutate dalla halakhàh secondo i principi di prevenzione del hashchatat zèra’, in modo da mantenere il rapporto nei suoi canali naturali e far sì che il metodo scelto sia il più possibile simile al mokh. Sicché l’uso del profilattico è proibito, poiché esso è una barriera fisica usata dall’uomo che chiaramente porta alla hashchatat zèra’. Diversamente, un diaframma può essere considerato come un valido sostituto della mokh ed è addirittura preferibile per la sua maggiore affidabilità; infine la pillola ormonale è considerata dalle autorità rabbiniche come la migliore soluzione poichè, essendo una barriera chimica, riduce considerevolmente il rischio di hashchatat zèra’13. Ovviamente rimane aperto il dibattito sui rischi connessi all’uso della pillola, soprattutto per donne che devono allattare o per le giovani.

4.4 - L’aborto

L’interruzione di gravidanza compare nella Torah solamente nel caso di aborto colposo: “Se due uomini litigano e urtano una donna incinta così da farla abortire, ma non ci sia danno (dolo), ci sarà un risarcimento così come lo imporrà il marito della donna e si darà attraverso i giudici.”14. L’aborto colposo viene trattato come una comune causa civile per danneggiamento ed è il marito a venir compensato per la perdita; in caso di dolo, invece, la pena prevista sarebbe vita per vita, così come previsto dalla legge del taglione.

La distruzione del feto non è considerato un omicidio, poiché il medesimo non ha dignità di persona, ma è considerato una parte della madre (‘ubbàr yèrekh immò). Il feto non gode di propri diritti, ma può essere sacrificato per salvare la vita della madre: “Se una donna ha delle difficoltà di parto, una taglierà via il feto da lei e lo asporterà, poiché la vita della madre è più importante della sua vita”15. L’embrione diviene una persona a tutti gli effetti alla fine del processo di travaglio, con la venuta alla luce della sua testa o della maggior parte del suo corpo. Nonostante l’esistenza del feto sia inferiore a quella della madre fino alla sua nascita, è tuttavia considerato come un potenziale essere vivente: ecco perchè è possibile violare una mitzvah per salvare la sua vita (per esempio portare un coltello di shabbat per operare ed assistere al parto)16.

La maggior parte delle autorità concede la possibilità di abortire unicamente per salvare la vita della madre. Essi seguono per una via o per un’altra le considerazioni di Maimonide che, commentando il Talmud arrivava alla conclusione che l’aborto sia da concedere solo nel caso in cui il feto rappresenti un pericolo per la salute della madre.

Oltre al caso esaminato, il Talmud cita un’altra situazione in cui può praticarsi l’aborto; disse Rav Jehudà a nome di Shemuel: “Se una donna sta per essere giustiziata, non si ha da aspettare sino a che ella partorisca, ma le sia percosso l’utero cosicché il feto possa morire prima ed essa non venga disonorata”17.

1 Es. 21, 10

2 Mishnà Ketubot 5, 6; TB ketubbòt 61b.

3 Questo dovrebbe essere –secondo loro- il significato dell’espressione di Dt. 24, 5 “ed allieterà la moglie che ha preso”. Cfr. Maimonide Yad, Ishut 17, 1; Shulchan Arukh Even HaEzer 76, 1.

4 Dt. 23, 18

5 Yevamot 76a; Shabbat 65 a-b

6 Yad, Issurei Bi’ah 21, 8

7 Yevamot 12b; 65b

8 Yevamot 42a-b.

9 Acronimo di rabbi Solomon (Ben) Isaac (1040-1150), studioso francese di discendenza davidica, che scrisse commenti basilari sui maggiori testi ebraici. Rashi fu il fondatore nel nord della Francia, di una vera e propria scuola di esegesi culturale ed i suoi discepoli continuarono il suo metodo. I suoi commenti alla Torah ed al Talmud babilonese hanno reso questi testi comprensibili anche ai non studiosi. Il suo speciale talento consta nell’abilità di esprimere un’opinione esegetica in poche parole di commento, adattando i commenti omiletici alle sue spiegazioni letterali e grammaticali. E’ da sottolineare, tuttavia, che, a volte, non si vergognò di commentare: ”Non so cosa significhi”.

10 Chatam Sofer, Responsa su YD 172

11 Tam Jacob (1100-1171). Rabbino francese, il cui vero nome era Jacob Ben Meir. Gli fu dato il soprannome di Tam, ”perfetto”, per la sua santità e perché era l’appellativo dato nella Torah a Giacobbe (Gn. 25, 27). Tam era il nipote di Rashi e il più grande tra gli esponenti della scuola tosafistica di commentatori del Talmud. Tam era ricco ed in buoni rapporti con l’aristocrazia francese e perfino con il re di Francia. Le sue opinioni halakhiche riflettevano una grande indipendenza di giudizio e, a volte, erano molto indulgenti.

12 Tosafot su Yevamot 12b

13 Cfr. David Feldman, Marital relations, birth control and abortion in Jewish Law, cap. 13

14 Es. 21, 22

15 Mishnà Oholòt 7, 6.

16 Yoma 85b; Arakhin 7a, b.

17 Arakhin 7a.

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© Morashà 2002 - Dino Fabbrini

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