Tesi di laurea di Laura Moneta - Nascita, crescita e vicissitudini attuali della scuola ebraica di Milano


Capitolo 3: IL DOPOGUERRA

3.1. La comunità nel 1945
3.2. La riapertura delle Scuole
3.3. Gli anni Cinquanta
3.4. La Fondazione Sally Mayer
3.5. Conclusioni
3.6. La testimonianza della signora Kopciowsky
3.7. La testimonianza di Anita Schaumann

3.1 La comunità nel 1945.

Lo smembramento della Comunità cominciò nel 1938 e si protrasse fino al settembre 1943.

Dal settembre 1943 all’aprile 1945 la Comunità cessò completamente di esistere. Dei dodici mila ebrei presenti a Milano nel 1938, ben cinquemila riuscirono ad espatriare rifugiandosi in specie nell’allora Palestina e nelle Americhe. I tedeschi deportarono da Milano ottocentonovantasei ebrei, di cui solo cinquanta riuscirono a scampare alla morte. Durante questi due anni, i pochi ebrei rimasti a Milano, che si trovavano in condizione di bisogno, furono aiutati dall’Arcivescovado.

Nel secondo bombardamento dell’agosto 1943, il Tempio di Via Guastalla fu colpito da una bomba incendiaria che lo distrusse. Della sinagoga era rimasta in piedi soltanto la facciata. La ricostruzione cominciò nel 1953 e fu affidata agli architetti D’Urbino e Gentili Tedeschi. Lo Stato italiano fece un prestito alla Comunità di settantacinque milioni di lire, restituibili in trent’anni. La somma servì a coprire solo la metà della spesa.

Nell’aprile 1945, un gruppo di volenterosi, con a capo Raffaele Cantoni, iniziò l’opera di ricostruzione e d’assistenza ai bisognosi. Non c’erano più archivi, gli uffici erano occupati, il Tempio era distrutto. Occorreva rifare tutto.

Cominciarono a ritornare gli ebrei che si trovavano nelle vicinanze di Milano e chi si era rifugiato in Svizzera.

In uno stabile di Via Unione 5 furono sistemati il tempio, una mensa ed un oratorio. Il palazzo, a tre piani, aveva al primo piano un oratorio e tutti gli uffici essenziali comunitari, oltre che una mensa. Nei piani superiori trovavano ospitalità i numerosissimi profughi che arrivavano in città da tutta Europa. La sede funzionò fino al 1952. In quella parte di locali di Via Guastalla che poterono salvarsi dall’incendio, trovarono posto gli uffici d’amministrazione, d’assistenza e dello stato civile.

A tutti, italiani e stranieri, bisognosi e non, fu data assistenza in denaro. A tutto il febbraio 1946 furono aiutate quattordicimila persone, alle quali furono distribuiti sussidi per un ammontare complessivo di 14.750.000 (pari a circa 440.000.000 di lire di oggi).1

Il risorgere della Comunità favorì la ricostituzione di quelle istituzioni che hanno per fine di promuovere la cultura ebraica. Dal giugno 1945 incominciò le sue pubblicazioni il “Bollettino della Comunità Israelitica di Milano”, prima settimanale e poi mensile. Organo d’informazione della Comunità, inizialmente ebbe più che altro il compito d’informare tutti gli ebrei presenti a Milano della ripresa della vita della comunità, invitandoli ad uscire dai propri nascondigli e a partecipare ad incontri e riunioni.

Dalle pagine del Bollettino si chiamavano gli ebrei a presentarsi agli uffici anagrafici per un censimento. La situazione anagrafica della Comunità al 15 giugno 1945 era di 2574 iscritti, di cui 1774 italiani e 759 stranieri. Di 43 non se ne conosceva la nazionalità.

Alla fine di agosto, gli iscritti avevano già raggiunto quota cinquemila (4921).

Fu nominato Commissario Straordinario della Comunità, il Rag. Raffaele Cantoni e segretario, Giacomo Viterbo.

Un’altra attività importante era la raccolta di tutti i documenti relativi al periodo appena trascorso. Tutti gli iscritti furono, così, invitati, a collaborare a questa raccolta, inviando tutto il materiale in loro possesso, che potesse documentare l’attività nel periodo clandestino, la cattura di persone della famiglia e in generale tutto quanto si riferisse a dati certi sulla persecuzione nazifascista.

3.2 La riapertura delle Scuole.

Le scuole ebraiche riaprirono il 22 maggio 1945 negli uffici di Via Eupili 6 e 8.

Così era scritto nel Bollettino del 22 giugno 1945:

“Le scuole ebraiche sono state riaperte il 21 maggio. Esse accolgono ragazzi di ambo i sessi dai sei ai quindici anni, nelle due categorie di interni ed esterni per la preparazione agli esami di qualsiasi tipo della sessione autunnale nelle scuole pubbliche.”2

Così Alda Perugia, vicepreside della scuola, ricordava nel 1968, la riapertura delle Scuole:

“Autunno 1945, rinascita della Scuola.

Ed ecco, a ridare significato di rifugio e di speranza alla Scuola le ondate di superstiti e di fuggiaschi e degli esuli volontari: dall’Europa centrorientale, dai paesi mediterranei, dalla lontana e favolosa Persia.”3

La presidenza della scuola fu riassunta dal professor Yoseph Colombo e la direzione dalla signorina Matilde Cassin. Insegnavano alle scuole elementari le maestre signorine Lidia Bedarida e Anna Viterbo.

L’insegnamento nella scuola media e di avviamento, fino all’ammissione al liceo scientifico e classico, fu affidato alle professoresse Annetta Levi, Jolanda Luzzatto, per lettere, alla professoressa Amelia Levi per matematica e Olga Dalla Volta per canto.

Stella Matalon insegnava francese e Alda Bedarida Astrologo insegnava stenografia.

I corsi di ebraico furono affidati al dottor David Schaumann e a Moscè Zeiri.4

La direzione della scuola istituì anche corsi di lingua e cultura ebraica per la formazione dei giovani insegnanti.

Bisogna ricordare che la scuola riprese, ma della scuola non era rimasto quasi niente. Erano stati portati via banchi, cattedre, apparecchi scientifici e addirittura i caloriferi.

Si andò in giro per la città a cercare di recuperare ciò che era stato rubato e serviva per la scuola. Si ritrovarono i libri nelle stanze del Castello.

Nel frattempo continuavano a tornare ebrei italiani dalla vicina Svizzera e con loro, la maggior parte dei ragazzi milanesi.

Il problema della scuola diventava urgente. Infatti, non tutti i membri della Comunità erano d’accordo nella necessità della ripresa di una scuola media ebraica. Essa era stata creata nel 1938 per rispondere a reali esigenze pratiche, per garantire una continuazione nell’istruzione ai ragazzi e un lavoro ai professori. Ora questo problema non c’era più. Molti genitori preferivano iscrivere i propri figli alle scuole pubbliche, venendo così accusati di non essere dei buoni ebrei e di non aver a cuore la formazione ebraica delle giovani leve della Comunità. Avevano paura che la scuola ebraica diventasse motivo di isolamento, di separatismo. Alcuni proposero, piuttosto, corsi settimanali di religione ebraica, così da integrare l’insegnamento nelle scuole pubbliche e la cura della propria identità ebraica. Era proprio su quest’ultimo punto che la Comunità “batteva” . La scuola ebraica forniva non solo la stessa istruzione di una qualsiasi scuola pubblica, ma in più permetteva al giovane di essere e diventare un buon ebreo. In poche parole, frequentando la scuola ebrea si frequentava il proprio mondo, s’insegnavano le proprie preghiere, i propri usi. Frequentando un’altra scuola, il rischio era proprio quello di allontanarsi dall’ebraismo.

Fu così indetto un referendum per valutare la difficile situazione. Tutte le famiglie furono invitate a partecipare e a rispondere in modo da “illuminare gli amministratori della Comunità su questo importante problema”.5

La decisione fu così presa: le scuole continuarono ad esistere e nello stesso anno della ripresa, 1945-46, gli iscritti furono 371.

Solo pochi mesi dopo la riapertura, nel marzo 1946, l’asilo era frequentato da ventuno bambini, la scuola elementare da centotrentadue e la scuola media da centodiciannove giovani.

Funzionavano il sistema di riscaldamento e la mensa.

La convivenza delle scuole elementari e del giardino d’infanzia con i corsi di scuola media e superiore in uno stesso ambiente, se da una parte poteva creare qualche inconveniente per quanto riguarda gli spazi, dall’altra era cosa apprezzabilissima, perché faceva dell’Istituto, un complesso scolastico completo, in cui un alunno entrava bambino di poco più di tre anni, ed usciva per avviarsi all’università.

Nel 1946, il professor Yoseph Colombo lasciò la Scuola per assumere la presidenza del liceo Berchet. Il suo posto fu, così, preso dal professor David Schaumann. Il vice preside fu Eugenio Levi, che rimase in carica fino al 1963, sostituito poi dalla professoressa Alda Perugia Crema. Con la fine dell’anno scolastico 1946-47 lasciava l’insegnamento anche la maestra Anna Viterbo, dopo circa vent’anni di contributo e di preziosa collaborazione.6 A quella data la scuola era formata da un asilo, dalle classi elementari. Le scuole medie inferiori erano formate dalle scuole medie e la classe di avviamento commerciale. Le medie superiori dal ginnasio-liceo classico e dal liceo scientifico.

La comunità si impegnava con ogni mezzo e risorse per invitare e convincere i genitori a mandare i propri figli alle scuole ebraiche. Non c’erano tasse da pagare, era garantita la refezione e l’efficienza degli insegnanti, era previsto un servizio d’autobus per l’accompagnamento alla scuola.

La tabella uno mostra la situazione dei corsi e degli iscritti nell’anno 1946-47.

Dal 1° febbraio 1948 il servizio autobus fu poi esteso alla parte nord della città, comprendente la zona intorno a Piazza della Repubblica.

Tabella 1: N.iscritti alle Scuole di Milano nell’anno scolastico 1946-47.

Giardino d’infanzia ed elementari

Alunni 168
Scuola media Alunni 45
Liceo-ginnasio Alunni 31
Liceo scientifico Alunni 26
Avviamento a tipo commerciale Alunni 16
  Totale 286

Fonte: Bollettino Comunità ebraica di Milano, anno II, n.10-11, ottobre-novembre 1947.

Per l’anno scolastico 1947-48 furono eliminati i corsi non parificati (istituto magistrale ed istituto tecnico), che costituivano un onere eccessivo in rapporto all’affluenza di due o tre alunni per classe.

In quell’anno, però, la scuola materna contava più di quaranta iscritti e i corsi elementari raggruppavano oltre centottanta scolari. La sola terza elementare era formata di trentasette alunni!

3.3 Gli anni Cinquanta.

Dal 1948 in poi, dopo la guerra d’Israele con gli Stati arabi giunsero a Milano ebrei dall’Africa del Nord e dal Medio Oriente. La Comunità raggiunse le settemila unità. Negli schedari della Comunità, al 30 giugno 1952, però, risultavano solo 4934 persone (2463 maschi e 2471 femmine) 7. La ragione di questa differenza era da ricercarsi nel fatto che molti ebrei non si curavano di denunciarsi e lo stesso “inconveniente” si verificava per i matrimoni misti.

Per quanto riguarda la scuola, il numero totale di alunni continuò a crescere fino al 1951-52, raggiungendo un totale di 462 iscritti.8 Era in progetto l’istituzione di un corso di lingue e un corso di ragioneria, rispettivamente di tre e cinque anni.

Nel 1950-51, gli iscritti all’asilo furono sessantasette. I ragazzi che frequentavano le elementari erano centosessantotto; cinquantatré le scuole medie, venticinque i corsi di avviamento professionale. Al liceo classico erano ventuno, mentre al liceo scientifico ventinove. Il primo anno del nuovo corso di Istituto tecnico contava sette allievi.9 La classe più numerosa (escludendo l’asilo) era la prima elementare, con quarantaquattro iscritti. Al vertice opposto era la seconda classico con due soli allievi.

Nel 1953 fu istituito un primo corso aziendale, il cui programma comportava lo studio delle lingue (italiano, ebraico, francese, inglese), di cultura generale, ragioneria, stenografia, dattilografia, oltre che materie pratiche. Al corso potevano essere ammessi i licenziati delle scuole medie e scuole di avviamento commerciale. Aveva durata di tre anni, con possibilità di un biennio di perfezionamento. Nel 1953-54, gli iscritti a questo nuovo corso furono diciassette, per raggiungere il massimo di trentotto alla fine degli anni Cinquanta (1959-60).

Alle scuole elementari ci fu una netta ed evidente crescita dal 1953-54. In quell’anno le iscrizioni furono duecentoventicinque, che salirono a duecentoventotto l’anno dopo e a duecentoquaranta l’anno successivo, con una progressione continua fino al 1960-61, in cui furono raggiunti i quattrocento alunni.

Le medie registrarono un aumento considerevole solo a dieci anni dalla riapertura delle scuole e questo forse si doveva al fatto che, dopo il 1945, molti genitori decisero di iscrivere i figli alle scuole pubbliche. L’anno della “svolta” sembrò essere il 1955-56. In quell’anno gli iscritti furono settantadue. Da quel momento crebbero costantemente, fino a toccare quota centocinquantaquattro nel 1960-61. Per quanto riguarda la scuola superiore, la punta massima di iscrizioni al liceo classico fu raggiunta nel 1963-64, con 41 iscritti, mentre per il liceo scientifico si parlava di 71 alunni nel 1962-63.10

A chi sosteneva negli anni ’50 che i corsi fossero troppi e che da questa molteplicità potesse derivare un peggioramento nella preparazione dei giovani, Sarano, segretario della Comunità, rispondeva:

“La nostra Comunità è un nucleo modesto di 6/7000 anime, con una popolazione scolastica di circa un migliaio di individui. Quindi, per aumentare il numero degli alunni della nostra Scuola bisogna innanzi tutto risolvere i problemi logistico e di trasporto e poi venire incontro alle esigenze delle varie famiglie.”11

Allo scopo di facilitare la frequenza alle Scuole della Comunità stessa da parte dei giovani ebrei, che, nei luoghi di residenza non potevano ricevere un’adeguata istruzione ebraica, la Comunità di Milano decise l’istituzione, dall’anno scolastico 1952-53, di un pensionato per giovani ebrei dai dieci ai ventun’anni. I posti erano limitati e quindi i titoli di preferenza erano l’iscrizione presso le Scuole Medie della Comunità, o presso i corsi di Enti Ebraici e la residenza fuori Milano.

Dall’anno scolastico 1951-52 i ragazzi ebbero anche la possibilità di seguire un corso di computisteria. Aveva durata biennale e vi potevano accedere tutti i diplomati.

Molti genitori chiesero alla Comunità di studiare la possibilità di istituire un nuovo corso superiore: il liceo artistico.

Nel giugno 1954 anche il terzo corso dell’Istituto tecnico ottenne la parificazione, in modo da evitare che i ragazzi sostenessero esami fuori sede alla fine di ogni anno scolastico.

Sebbene non tutti i genitori ebrei inviassero i loro figli alla scuola ebraica, il numero degli eupilini continuava ad aumentare. Questo si doveva anche alla forte immigrazione di ebrei da paesi arabi in specie dal Medio Oriente, dall’Egitto, dalla Libia e dalle ex colonie francesi dell’Africa settentrionale, e dal lontano Iran. Nel 1952 gli iscritti furono 397 contro 370 dell’anno precedente. Il maggiore aumento si registrò proprio all’asilo, dove gli iscritti furono settantasette invece di sessantasette dell’anno prima. All’inizio dell’anno 1952-53 l’aumento delle iscrizioni fu del 20% (467 contro 397).

Tabella 2: N.iscritti per corso e numero totale alunni nell’anno scolastico 1953-54.

Fonte: Bollettino Comunità Ebraica di Milano, 1953.

Questo incremento portò alla scissione della prima e della terza elementare, che contavano rispettivamente sessantacinque e quarantanove iscritti!

L’anno successivo la scuola si avviò al superamento dei cinquecento iscritti. La situazione corso per corso si può osservare in tabella due.

La Scuola cominciò ad avere seri problemi di spazio. Come ospitare tutti questi allievi? Le due villette erano già state ristrutturate per ricavare nuovi spazi e in ogni modo, originariamente, erano state destinate ad un massimo di quattrocento allievi, che erano diventati settecentotto nel 1957. Si ebbe un inatteso incremento di nuove iscrizioni di ragazzi provenienti da tanti paesi lontani, dai quali le famiglie erano state costrette a scappare per cercare luoghi più sicuri.

Si faceva strada il progetto di un edificio nuovo che ospitasse tutta la scuola, un edificio grande, costruito con i criteri più moderni, che potesse accogliere anche mille allievi. Nel frattempo, per far fronte alle esigenze di spazio fu chiuso il Pensionato scolastico di Via Ippolito Nievo. Questo edificio fu così usato per collocarvi le prime tre doppie classi elementari e l’asilo.

La scelta di chiudere il pensionato non fu facile e ci furono diverse proteste in seguito a questa decisione. Il pensionato era, infatti, molto importante per richiamare studenti che vivevano fuori città, nelle scuole ebraiche di Milano. Fortunatamente, all’inizio dell’anno scolastico 1958-59 il pensionato fu riaperto e trasferito in una nuova sede, Via Duccio da Bonsinsegna.

3.4 La Fondazione Sally Mayer.

Nell’anno scolastico 1951-52 entrò in funzione la “Fondazione Sally Mayer”, una scuola superiore di studi ebraici per studenti liceali ed universitari. La Fondazione fu attuata con il contributo dell’American Joint Distribution Commitee12 e intendeva onorare con il suo nome la feconda e benefica attività ebraica del Presidente della Comunità, Sally Mayer. La Fondazione si proponeva di contribuire alla diffusione della cultura ebraica. Era diretta dal professor David Schaumann e si avvaleva della collaborazione di importanti personalità, come il professor Avissar, laureato in Israele, il professor Adler-Frostig, già del Collegio Rabbinico Italiano e del rabbino Berty Wckert, già vice rabbino a Milano.

La Fondazione si componeva di un corso preparatorio e di tre classi, al termine delle quali l’allievo avrebbe sostenuto un esame che dava diritto ad un regolare diploma. Con quest’ultimo, lo studente aveva la possibilità di insegnare nelle Scuole Ebraiche d’Italia.

Nel primo anno della sua istituzione, funzionava un turno per gli eupilini e uno per gli esterni e l’orario era regolato compatibilmente con le esigenze di lavoro e di studio universitario dell’interessato.

Il programma complessivo comprendeva le seguenti materie: Tanach, Torah, Storia della Halachà, Mishnà, Talmud, Grammatica ebraica.13

Già l’anno dopo, la scuola aveva migliorato la sua organizzazione e previsto corsi per principianti, per progrediti, e per “meno progrediti”, corrispondente ad un livello medio.

Tutti i corsi erano gratuiti e tenuti in italiano, ad eccezione, naturalmente, del corso di lingua ebraica e di letteratura ebraica moderna, che erano tenuti in ebraico.

La scuola prevedeva un corso di preparazione corrispondente al diploma di primo grado in lingua ebraica; un corso di laurea in lingua e letteratura ebraica ed uno di cultura ebraica. Con il passare degli anni aumentarono i corsi e diventarono più specifici. Per esempio, nell’anno 1959-60 iniziò il corso di Storia e Doveri, tenuto dal professor Schaumann, il corso di Bibbia, liturgia e lingua tenuti dal professor Elia Kopciowsky. Il professor Eugenio Levi curava le lezioni di arabo.

Per concludere, la Fondazione era importante perché consentiva, alla fine del corso di studi, un ulteriore approfondimento della cultura ebraica ed era il corso preparatorio per i giovani insegnanti della Scuola.

3.5 Conclusioni.

Si possono fare alcune considerazioni intorno alla situazione della scuola a circa quindici anni dalla riapertura, avvenuta nel 1945. A questo scopo sono state inserite tabelle che chiarificano le conclusioni. Una tabella che indica l’aumento progressivo degli iscritti a scuola ed un’altra che mostra anche la crescita della popolazione ebraica milanese. Infatti, questi due dati sono correlati e il primo dipendente dal secondo: aumentando gli iscritti alla comunità, aumentano le famiglie e di conseguenza anche i bambini e i ragazzi in età scolare.

In specifico, la tabella 3 riassume quello che fu il movimento delle nascite, delle morti e dei matrimoni della Comunità di Milano alla fine degli anni Cinquanta.

La colonna riguardante le nascite dovrebbe essere integrata con il numero delle bambine, le quali non venivano spesso denunciate in Comunità perché i genitori ritenevano inutile la loro denuncia, non essendoci un atto rituale da compiere.

Come per gli anni precedenti, oltre a questo dato non è possibile avere neppure quello relativo ai matrimoni misti.

Per quanto riguarda le scuole, queste avevano continuato a svilupparsi e non solo per l’arrivo di profughi, in specie dall’Egitto, ma anche per l’accrescimento della popolazione ebraica milanese e per un maggiore interesse da parte degli appartenenti alla Comunità a questo istituto, che aveva intanto raggiunto un livello di serietà negli studi riconosciuto dalle autorità scolastiche locali e dagli enti ebraici all’estero.

La tabella 4, invece, mostra l’evidente aumento degli iscritti alle scuole di Via Eupili nel corso degli anni Cinquanta.

E’ evidente l’aumento degli iscritti alle scuole ebraiche e questo nonostante molti genitori decidessero ancora di mandare i propri figli nelle scuole pubbliche.

Nel corso di cinque anni la crescita era stata del 62% (pari a 280 nuove immissioni). Se si considerano i dati anche degli anni precedenti, cioè dalla riapertura della scuola al 1958, l’aumento fu addirittura superiore al 100% (alla fine dell’anno 1945-46 gli iscritti furono 371).

La tendenza, inoltre, era verso un continuo incremento, infatti, agli inizi degli anni Settanta le iscrizioni superarono il migliaio.

Se si guarda la tabella cinque relativa alle cifre spese dalla Comunità per il mantenimento delle scuole, si nota che rappresentano una voce sempre più rilevante e pesante per il bilancio generale. Gli sforzi furono notevoli in ogni senso: servizio autobus, che negli anni allargò il percorso a nuove zone della città, per poter “raccogliere” davvero tutti i ragazzi; il servizio mensa; l’efficienza di tutto il corpo insegnante.

Ancora, tutto questo non bastava, e allora furono introdotti nuovi corsi di studi. Così, nel 1953 nacque l’istituto tecnico, che richiamò nuovi studenti.

In poche parole, la Comunità si impegnava a sostenere questo carico economico perché le scuole ebraiche non dovevano solo rappresentare una valida alternativa alle scuole pubbliche, ma dovevano offrire qualcosa di più. Solo così si convincevano i genitori più reticenti a portare i propri figli alle scuole. Cos’era “quel qualcosa in più”? Naturalmente, l’insegnamento della materia ebraica.

Solo attraverso l’insegnamento della cultura, della storia, della religione e della lingua ebraica i giovani della comunità possono prendere atto e coscienza della propria identità ebraica. Questo processo di identificazione era garantito dalle Scuole.

Tabella 3: Situazione demografica della Comunità di Milano negli anni 1952-1957.

ANNO

ISCRITTI NASCITE MORTI MATRIM
1952 4971 41 78 18
1953 5116 37 78 29
1954 5180 33 85 25
1955 5833 37 93 26
1956 6150 24 70 26
1957 6354 44 98 33

Fonte: Bollettino Comunità Israelitica di Milano, anno XIII, n.6-7, giugno-luglio 1958.

Tabella 4: Iscrizioni Scuola tra gli anni scolastici 1952-53 e 1957-58.

ANNO

N.EUPILINI NEGLI ULTIMI SEI ANNI
1952-53 450
1953-54 500
1954-55 500
1955-56 600
1956-57 709
1957-58 730

Tabella 5: Spesa della Comunità per la gestione delle Scuole tra il 1952 e il 1957.

ANNO

SPESE GESTIONE SCUOLA TOT.SPESE BILANCIO
1952 14.457.502 (=355.000.000 £) 48.453.087 (=1.190.000.000 £)
1953 21.147.821 (=510.000.000 £) 65.778.708 (=1.585.000.000 £)
1954 32.707.790 (=767.000.000 £) 73.900.822 (= 1.735.000.000 £)
1955 34.338.827 (=785.000.000 £) 86.081.127 (=1.965.000.000 £)
1956 36.736.202 (=800.000.000 £) 101.323.858 (=2.204.000.000 £)
1957 33.238.336 (=710.000.000 £) 109.506.039 (=2.337.000.000 £)

14 Fonte: Bollettino Comunità Ebraica di Milano, 1958.

3.6 La testimonianza della signora Kopciowsky.15

La signora Kopciowsky è arrivata a Milano nel 1953, dopo aver insegnato nelle Scuole ebraiche di Roma, successivamente all’istituzione delle leggi razziali.

La sua testimonianza è stata importante perché si è soprattutto concentrata sull’aspetto principale delle scuole ebraiche negli anni Cinquanta: l’arrivo e l’accoglienza dei ragazzi ebrei persiani e di altre nazionalità e il loro inserimento a scuola.

La fine degli anni Quaranta e i primi anni Cinquanta furono anni importanti e di fermento per gli ebrei. Erano gli anni della formazione dello Stato di Israele. Dopo il 1948 furono molti gli ebrei che dovettero scappare o furono cacciati dai paesi arabi. Molti arrivarono in Italia e in particolare a Milano. Giunsero dalla Libia, dall’Egitto, dalla Tunisia, Siria, Iran, Iraq. Si trattò, però, soprattutto di ebrei persiani. Naturalmente, anche la scuola dovette accogliere questi nuovi arrivati e non fu facile. Dai trecento allievi del 1945-46, anno di riapertura delle scuole, si passò ai cinquecento dei primi anni Cinquanta.

Si presentava prima di tutto un problema di tipo pratico: lo spazio. La sede era ancora in Via Eupili e le condizioni d’insegnamento erano le stesse del 1938: non c’erano le aule. Ci si arrangiava alla meglio: la palestra nei sotterranei della villetta, le lezioni spesso anche in sala professori, lezioni in comune per classi di corsi diversi.

Il secondo problema era propriamente legato all’integrazione di questi nuovi arrivati. Capita ogni anno di avere nuovi compagni, magari arrivati da altre città o da altri paesi. Il primo giorno di scuola sono accompagnati dal preside in classe e presentati ai compagni. Si fanno migliaia di raccomandazioni ai ragazzi per trattare bene il nuovo arrivato e inserirlo in ogni attività, per integrarlo al più presto. Qui, però, non si trattava di in solo nuovo ragazzo, ma di centinaia da inserire in un ambiente completamente nuovo. Casa, scuola, città nuove. Il lavoro dell’insegnante non si poteva limitare a quello propriamente didattico, ma doveva avere quasi un ruolo di psicologo. Bisognava farli sentire a loro agio, fare tutto il possibile per farli sentire parte della Comunità. Era un lavoro imponente cui partecipavano tutti, ma che fu soprattutto svolto a scuola, poiché luogo proprio di insegnamento e nel quale i ragazzi, da sempre, trascorrono la maggior o gran parte della loro giornata.

Bisogna ricordare che questi ebrei fuggivano da situazioni per loro gravose, fatte di sottomissione, di isolamento, da paesi in cui erano costretti a nascondersi, a temere tutto. Ora, improvvisamente, si ritrovavano in un paese basato sulla democrazia e sulla libertà e sul rispetto. Ecco, questo dovevano imparare, il rispetto per gli altri, la libertà. Questi ragazzi erano spaesati e avevano bisogno di essere consolati, rassicurati.

Per quanto riguarda il gruppo persiano, il più numeroso, si trattava in particolar modo di commercianti di tappeti, molto amici o legati allo scià di Persia, ma mal visti dal nuovo governo e costretti a fuggire. Infatti, l’Iran era guidato dallo scià Muhammad Reza della dinastia dei Pahlavi. All’inizio degli anni Cinquanta il partito di ispirazione nazionalista e radicale, capeggiato da Muhammad Mossadeq, riuscì a far approvare una legge che nazionalizzava i giacimenti di petrolio, liberandoli dalla pressione e dal dominio straniero, soprattutto inglese. Lo scià andò in esilio pur di non farsi condizionare dalla politica di Mossadeq, ma subito dopo scattò un colpo di stato, capeggiato dal generale Zahedi, che lo riportò sul trono.

I persiani che fuggirono dal loro paese continuarono la loro attività commerciale anche in Italia. Soprattutto continuarono a mantenere le loro tradizioni. Avevano un certo timore di questo processo di integrazione e di mescolanza che è inevitabile a scuola. Avevano paura che i loro figli si allontanassero dai loro usi e cominciassero a fare propri quelli della maggioranza. Per quanto tutti ebrei, ogni gruppo ha le sue usanze e l’attaccamento ad esse può essere più o meno sentito.

I persiani rappresentavano un gruppo particolarmente rigido, soprattutto sul ruolo della donna e sulle regole alimentari. Erano restii a dare i loro nomi ed indirizzi alla scuola e alla Comunità, per delle semplici registrazioni. Era normale e comprensibile, viste le situazioni da cui provenivano. Nei paesi mediorientali erano abituati a vivere in semi clandestinità per la paura di essere scoperti. Proprio per queste loro abitudini tutto diventava più difficile, anche un semplice rapporto di collaborazione tra professori e genitori per discutere dell’andamento del figlio a scuola.

Non c’era nessuna avversione da parte degli ebrei italiani nei confronti dei nuovi arrivati. Ai genitori era chiesto di collaborare, invitando i piccoli persiani a casa loro, per integrarli, per farli sentire vicini. L’ostilità, invece, era propria dei persiani adulti. Si opponevano a una totale integrazione. Gli inizi furono davvero difficili!

Solo la nuova generazione, quindi la terza rispetto ai primi arrivati, comincia oggi a integrarsi.

A scuola un motivo e un momento di condivisione, di mescolanza erano le feste. Per esempio, le feste organizzate per Purim16. Ogni classe faceva una specie di saggio, preparava un canto, un balletto o una vera e propria recita da presentare davanti alla platea di genitori. In quelle occasioni non si lasciava fuori nessuno, neanche il più stonato o il più negato nel ballo. Tutti avevano un ruolo e partecipavano. Lo scopo era proprio facilitare l’aggregazione. Le feste erano le occasioni migliori per sentirsi tutti uguali ed abbattere barriere e differenze linguistiche, culturali e di rito.

Per quanto riguarda i programmi, essendo una scuola parificata e riconosciuta dallo Stato, seguiva quelli ministeriali, con l’unica differenza dell’ora di religione.

Per l’insegnamento di ebraismo era prevista un’ora la settimana, che assolutamente non bastava a portare a termine l’intero programma. Infatti, la materia “ebraismo” raccoglieva varie voci, tra cui la storia dalla creazione del mondo in poi; le regole di osservanza; lo studio della Torah; lingua ebraica scritta e parlata.

Naturalmente, ogni insegnante seguiva il programma a suo piacimento, insistendo chi su un punto, chi su un altro, adeguando il programma all’età e al livello degli alunni. Spesso era il professore di storia che insegnava anche la storia dell’ebraismo e d’Israele.

All’inizio, anche gli orari scolastici erano quelli ministeriali, ma con il tempo nacque l’esigenza di recuperare il sabato festivo. Furono istituiti, così, due pomeriggi la settimana in cui le classi si fermavano a scuola.

Funzionava il servizio mensa. Si faceva in modo che gli alunni avessero materie più leggere nel pomeriggio.

Insegnai fino ai primi anni Ottanta, fui testimone oculare dello spostamento della scuola in Via Sally Mayer.

Le chiedo quale fu il suo primo commento alla notizia, come accolse questo importante cambiamento. La risposta semplice: finalmente spazio! Aule, cattedre, banchi per tutti. Un’aula magna per le recite, i corridoi per la loro reale funzione di passaggio e non per aule. Una scuola ariosa, luminosa, grande.

Abbandonare Via Eupili rappresentò “un sollievo” da una parte, perché era realmente e da qualche tempo necessario uno spazio adeguato ad accogliere tutti quegli alunni, che crescevano ogni anno; dall’altro, rappresentò un momento di malinconia, di vera sofferenza per chi, professori e alunni, aveva vissuto l’origine della scuola, aveva partecipato e collaborato a renderla storica.

3.7 La testimonianza di Anita Schaumann.17

L’intervista fatta alla signora Schaumann è stata molto importante, perché mi ha fornito una doppia testimonianza, prima come studentessa e poi come insegnante.

Anita Schaumann è di origine polacca ed in seguito ad un decreto del 1938 emanato dal Gran Consiglio, che stabiliva che tutti gli ebrei stranieri presenti in Italia dovessero essere espulsi, anche i suoi genitori avrebbero dovuto andarsene, perché non possedevano la cittadinanza italiana. La mamma fece appello a Mussolini, facendo presente che aveva tre figli piccoli e che l’intera famiglia si sentiva ormai italiana. Il decreto, infatti, faceva eccezione per gli ebrei di età superiore ai sessant’anni; per gli ebrei in accertate condizioni precarie di salute; per gli ebrei che avessero contratto matrimonio misto prima del primo ottobre e per quelli che avessero tre o più figli minorenni a carico.

Tutta la famiglia fu così trasferita in un piccolo paese della Basilicata, insieme con altri ebrei. Qui, cominciò a frequentare la scuola, che continuò anche quando furono tutti spostati in Puglia. Riceveva un’istruzione privata per poi sostenere gli esami di fine anno scolastico nella scuola pubblica di Nardo di Lecce. In questo modo arrivò alla prima ginnasio.

Quando gli eventi lo permisero, l’intera famiglia tornò al nord. Nel 1947 arrivò così a Milano.

Il primo impatto con la scuola ebraica della città fu “traumatico”, non semplice. Ero abituata ad una scuola in cui era mantenuto un rapporto freddo e distaccato tra insegnanti e alunni.

Una scuola in cui i professori e il preside erano temuti dai giovani allievi. Invece, la scuola ebraica si distingueva per l’atmosfera tranquilla ed amichevole, in cui cadevano le barriere di professionalità.

Ci si conosceva tutti, spesso i professori erano amici di lunga data dei genitori di un alunno, che avevano visto, quindi, crescere, che avevano tenuto in braccio fin da piccolo. Era difficile separare la sferaumana” da quella professionale.

Non si mantenevano le regole di formalità del “lei” al professore, ma, nella maggior parte dei casi, gli alunni davano del “tu” ai propri insegnanti.

Frequentai alla scuola di Milano, la seconda ginnasio e i tre anni del liceo classico. Tra i professori, ricordo con particolare affetto e stima Eugenio Levi, che m’insegnava greco e latino.

La sua esperienza nella scuola ebraica non termina con gli anni del liceo, perché qualche tempo dopo diventa maestra delle classi elementari e sposa il preside, David Schaumann.

Le chiedo soprattutto di parlarmi della nuova scuola, della sede di Via Sally Mayer. Le due villette di Via Eupili erano diventate ormai davvero troppo piccole per accogliere tutti gli studenti e i professori. Nel 1959, fu così avviato il progetto della nuova scuola. Grandi aiuti finanziari giunsero dalla Claims Conference, ma furono notevoli soprattutto i contributi dei privati.

Quando venne fatta la cerimonia d’inaugurazione, con la posa della prima pietra, era un pomeriggio freddo e nebbioso, in tardo autunno. Via Soderini18 era allora in una zona poco abitata, anzi per niente toccata dallo sviluppo urbano. La scuola sarebbe sorta in piena campagna! Tutt’intorno c’erano cascine e per vicini i contadini e i loro animali.

Chi mai avrebbe deciso di portare i propri figli fin là? Questo fu il primo pensiero, in quel triste pomeriggio d’autunno.

Erano tutti abituati ad una scuola in una zona piuttosto centrale della città. I lavori terminarono “a tempo di record”, tanto che nell’autunno 1961 il nuovo anno scolastico iniziava proprio nella nuova scuola.

Abbandonare Via Eupili fu triste, ma indispensabile. Finalmente si aveva una vera scuola, con delle vere aule, una mensa e una grande palestra. In Via Eupili la palestra era nei sotterranei e spesso si faceva lezione in sala professori.

Ogni classe, invece, aveva la sua aula e non si era più costretti ad unire classi di corsi diversi per le lezioni di materie in comune. La nuova scuola aveva anche un’aula magna per le rappresentazioni teatrali che si organizzavano per le feste.

Il problema del “decentramento” della scuola fu presto risolto con l’istituzione di un efficiente servizio autobus. Ben presto, la zona intorno alla scuola si popolò, furono costruite case e palazzi. Probabilmente furono anche famiglie ebree a sviluppare il quartiere, trasferendosi vicino alle scuole.

Un’altra esperienza importante è stato l’arrivo e l’accoglienza dei tanti ragazzi stranieri negli anni Cinquanta. Si trattava soprattutto di persiani, che erano scappati dal loro paese e che inizialmente si erano rifugiati in Israele. Non avendo trovato fortuna si trasferirono in Italia, e molti a Milano. All’inizio non fu facile il rapporto con loro e il problema era anche la lingua. Chi era stato in Israele aveva imparato l’ebraico e questo era un punto di contatto.

Con il tempo tutto migliorò, i persiani impararono l’italiano e anche le mamme cominciarono a adattarsi al nuovo corso, seguendo i figli nei compiti e aiutando gli insegnanti.

Il programma scolastico seguito era quello ministeriale. Sin dall’asilo si insegnava la lingua ebraica con le dovute attenzioni e semplificazioni per i bambini. Le materie ebraiche erano insegnate fino alla maturità, seguendo corsi e gradi diversi secondo le età e capacità degli alunni. Quali sono le “materie ebraiche”? Lo studio dei testi biblici, la Torah, la Midrash (commenti ed esposizione della Torah e racconti aggadici, che sono leggende e racconti folclorici), feste e ricorrenze, regole di vita ebraica, le preghiere, la storia ebraica, con particola attenzione alla Shoà e al Sionismo, la lingua ebraica. Naturalmente le materie si possono collegare. Per esempio, l’insegnamento delle preghiere e della lingua. I ragazzi più grandi, infatti, studiano direttamente dai testi sacri originali.

Nelle scuole sono rispettate le feste ebraiche, il Sabato e la kascerut, cioè le norme alimentari della mensa.

Con queste notizie si conclude la collaborazione della signora Schaumann, particolarmente preziosa perché mi ha fornito testimonianza degli aspetti più pratici relativi alla scuola, come l’orario e le materie, ma anche, e soprattutto, ricordi lontani, allegri come dolorosi, che fanno la storia della scuola.

Foto 1. A sinistra: Amelia Levi (matematica), Enrico Tedeschi (matematica), Annetta Levi (lettere), Eugenio Levi (lettere), David Schaumann (Preside), Stella Matalon (storia dell’arte). A destra: (alcuni studenti): Silvana Pardo, Adele Rimini, N.Carpi. A.s. 1949-50.

Fonte. Album privato di A.Tedeschi.

Foto 2. Alunni e professori nel giardino di Via Eupili (inizi anni Cinquanta).

Fonte: album privato della Professoressa Mayer Modena.

Figura . Elenco licenziati e diplomati dal 1945-46 al 1954-55.

Fonte: Scuola Ebraica, a cura della Comunità Ebraica di Milano-O.R.T.


1 Bollettino Comunità Israelitica di Milano, anno II, n.3, 24 marzo 1946, pp.2-4.

2 Bollettino della Comunità Israelitica di Milano, anno I, n.1, 22 giugno 1945 (primo numero).

3 Alda Perugia, “Nel trentennio della scuola”, in Bollettino della Comunità israelitica di Milano, anno XXIII, n.9-10, settembre-ottobre 1968, pp.12-13.

4 Bollettino Comunità Israelitica di Milano, n.1/1945.

5 Bollettino della Comunità Israelitica di Milano, anno I, n.8, 31 agosto 1945.

6 Bollettino Comunità Israelitica di Milano, anno II, n.10-11, ottobre-novembre 1947, pp.1-3.

7 Alfredo Sarano, “Demografia di Milano ebraica negli ultimi cent’anni”, in Bollettino Comunità israelitica di Milano, anno VIII, n.11-12, novembre-dicembre 1953, pp.5-6.

8 Alfredo Sarano, “La scuola in cifre”, in Raul Elia (a cura di), La scuola ebraica di Milano, lineamenti di storia e di vita, Milano, 1955, pp.37-45.

9 Bollettino Comunità di Milano, anno XV, n.12, dicembre 1950-gennaio 1951, pag.8.

10 Dati dall’annuario della scuola ebraica di Milano 1963-64.

11 Alfredo Sarano, cit. 1955.

12 Organizzazione nata in America nel 1914 con lo scopo di aiutare gli ebrei americani e all’estero. In particolare, furono inviati aiuti in Palestina dopo la prima guerra mondiale; furono aiutati gli ebrei d’Europa rimasti senza casa dopo la prima guerra mondiale. Durante la seconda guerra mondiale, il JDC fu costretto a chiudere i suoi uffici prima a Berlino, poi a Parigi. Il nuovo quartiere generale divenne Lisbona. Alla fine della guerra organizzò l’assistenza per gli ebrei. Già nel 1947 settecentomila ebrei potevano contare sull’aiuto del JDC. Più di 250.000 erano nei campi per rifugiati organizzati dal Joint. Questi campi rimasero aperti fino al 1948. Negli anni successivi si fece promotore di molte attività d’aiuto in tutto il mondo. Negli anni Novanta si è impegnato in Bosnia, in Kossovo, in Ruanda. Nel 1999 ha aiutato il Bene Israel Jews di Bombay ad aprire il primo centro ebraico in quella comunità in duemila anni di storia. (Notizie dal sito Internet www.jdc.org).

13 La Torah è il Pentateuco, l’intero corpo della Legge e dell’insegnamento ebraici; Halakhah è la parte del Talmud che tratta di argomenti legali, Mishnah è la versione codificata della Legge Orale ebraica; il Talmud è il commento alla Torah.

14 Le cifre tra parentesi si riferiscono al valore della lira nel 2001.

15 Intervista del 15 ottobre 2001, Milano.

16 Festa che commemora la liberazione degli ebrei persiani per opera di Ester.

17 Intervista del 24 ottobre 2001, Milano.

18 Via Sally Mayer, dove sorge la scuola, è stata inaugurata nel 1962.


© Morashà 2002 - Laura Moneta 2002.

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