Tesi di laurea di Laura Moneta - Nascita, crescita e vicissitudini attuali della scuola ebraica di Milano


Capitolo 5: LA SCUOLA OGGI

5.1. Cenni sulla situazione attuale della Comunità di Milano
5.2. L’organizzazione attuale della scuola
5.3. La delicata questione della conversione dei minori
5.3.1. Un sofferto compromesso
5.3.2. La scelta ultima
5.3.3. L’associazione Shorashim
5.4. La Fondazione della Scuola - La nuova scuola di Via dei Gracchi
5.5. La testimonianza della Professoressa Paola Sereni

5.1 Cenni sulla situazione attuale della Comunità di Milano.

Sono necessarie alcune considerazioni sull’attuale situazione demografica della Comunità di Milano. Il numero degli iscritti, infatti, incide in modo importante sulla scuola, sulla sua organizzazione e sulla sua stessa esistenza, poiché i corsi superiori sono vincolati alla richiesta delle famiglie e al raggiungimento del numero minimo di alunni necessari per formare una classe.

Oggi la Comunità di Milano è composta di cinquemila-seimila iscritti.

Lo studioso Sergio Della Pergola1 ha compiuto un interessante studio demografico sulla Comunità di Milano, mostrando delle proiezioni a dir poco preoccupanti, se le condizioni dovessero restare le stesse di oggi.

Nel 1995 il numero degli iscritti alla Comunità di Milano, inclusa l’intera circoscrizione geografica, ammontava a 6715. All’inizio del 1998, questa cifra era scesa a 6505.2

Mettendo a confronto questa cifra con il numero degli iscritti del 1965, che era 8488, si nota un declino di millecinquecento ebrei, pari al 18% della popolazione ebraica del 1965.

Questo dato suscita una certa sorpresa, considerando che nel corso degli ultimi trent’anni si sono stabilite a Milano numerose persone, valutate in alcune migliaia, provenienti da numerosi paesi esteri, in primo luogo l’Iran, ma anche Libia, Turchia ed altre da paesi europei.

E’ anche vero, però, che da molti decenni si è riscontrato un deficit permanente fra il numero delle nascite e quello dei decessi di ebrei a Milano. Questa dinamica naturale ha ridimensionato, almeno parzialmente, il possibile accrescimento della popolazione ebraica dovuto all’immigrazione.

Da un’analisi più precisa si può notare che negli ultimi trent’anni il numero delle persone sotto ai vent’anni risulta dimezzato, mentre appare aumentato quello degli anziani oltre i settant’anni. Si tratta, quindi, del profilo di una comunità ebraica della diaspora incanalata lungo i binari di una scarsa natalità e dell’invecchiamento demografico.

La bassa natalità ebraica è il prodotto della bassa fecondità tipica in generale delle società occidentali e in modo particolarmente acuto di quell’italiana e “della non affiliazione all’ebraismo di un’alta percentuale di figli di matrimonio misto”3, questione quest’ultima delicata anche nel settore-scuola.

Considerando il livello di fecondità delle famiglie ebraiche in 1.15, Sergio Della Pergola ha tentato una proiezione.

Mantenendosi sui livelli attuali di sviluppo demografico, nel 2020 la popolazione ebraica milanese sarebbe ridotta a 5167 persone, cioè ben millecinquecento persone in meno rispetto al 1995 e milletrecento in meno rispetto al 1998.

Nel 2045 sarebbe prevista un’ulteriore diminuzione di milleseicento persone, che porterebbe il totale a 3547.

Oltre alla già citata diminuzione della natalità e aumento dei matrimoni misti, che allontanano dalla Comunità, un’altra causa di questa “crisi” riguarda proprio la città di Milano e la sua capacità di attirare nuove immigrazioni ebraiche. Milano è stata, infatti, un’importante meta di insediamento per molti, ma per centinaia di persone quest’insediamento è risultato solo temporaneo e non si è protratto per più di una generazione.

La continua riduzione della popolazione della Comunità mette a rischio la sopravvivenza della propria scuola, intesa come massima istituzione della comunità stessa, come luogo di formazione dell’identità e consapevolezza ebraica dei bambini e dei ragazzi. Venendo a mancare la “materia prima”, cioè i ragazzi da istruire e educare all’ebraismo, viene meno la stessa Comunità.

5.2 L’organizzazione attuale della scuola.

Fin dalla sua fondazione, la scuola ebraica ha accolto, educato e formato varie ondate immigratorie, dalle origini geografiche e culturali più diverse: Europa orientale, Egitto, Iran, Libia. A queste, si sono aggiunte numerose famiglie trasferitesi a Milano da altre città italiane e dall’estero, anche da Israele.4

A tutti gli alunni la scuola offre un insegnamento di riconosciuta qualità a livello nazionale ed internazionale. Una scuola italiana che svolge i programmi della scuola statale, secondo i suoi vari ordini e gradi, dalla materna (compreso un asilo nido privato) all’esame di stato finale.

La Comunità mantiene e gestisce la scuola e ne stabilisce l’indirizzo educativo. In particolare alla Comunità compete l’organizzazione dell’apparato amministrativo, economico e finanziario; alla scuola il compito didattico ed educativo. Il Rabbino Capo, attraverso i responsabili da lui nominati, sovrintende all’indirizzo educativo ebraico della scuola.

A scuola si segue la tradizione dell’ebraismo; si rispettano il Sabato e il calendario ebraico, la kasherut (norme alimentari) della mensa.

La scuola non è né religiosa né laica, bensì pluralista. Al suo interno vivono gran parte della giornata ragazzini di famiglie molto diverse. Tutti, però, studiano insieme, vivono, giocano e mangiano insieme.

La scuola superiore prevede quattro indirizzi di maxisperimentazione: classico, scientifico, linguistico e tecnico-aziendale.

Gli studi ebraici sono parte integrante dei programmi. Le materie ebraiche comprendono, secondo l’età e le classi:

a) Torah orale divisa in: Mishnà5

Passi del Talmud6

Midrash7

Torah scritta:

Parasciot8

Tanakh9

Aggadah10

  1. Tefillà11
  2. Festività
  3. Halakhah12
  4. Storia ebraica (con particolare attenzione alla Shoà e al Sionismo)
  5. Lingua ebraica

Queste materie sono strettamente curricolari e integrate da seminari, giornate di studio, conferenze, collettivi, recite, commemorazioni e manifestazioni. Importanti sono le recite dei ragazzi per Hanukkah13 e Purim, che costituiscono alcuni momenti significativi della vita ebraica che si respira a scuola.

Per quanto riguarda la struttura dei suoi corsi, la scuola ebraica di Milano è dotata di un asilo nido, che è ancora una struttura privata, vale a dire non dipende finanziariamente dalla Comunità.

L’asilo in questione è stato inaugurato all’inizio dell’anno 1992/93, grazie alla donazione della famiglia Jarach, che ha voluto così onorare la memoria dell’Ing. Guido Jarach, per molti anni Presidente della Comunità.

La gestione è a carico del comitato Ganenu, diretto da Antonella Jarach e Bona Cohenca.14

La struttura può accogliere un massimo di ventuno bambini, compresi tra i quindici mesi e i tre anni, regolarmente iscritti alla Comunità. Quando ha aperto, nell’ottobre 1992, accoglieva sette bambini, che sono diventati presto ventuno.

La scuola materna è parificata proprio dall’anno scolastico 2000-2001 e comprende quattro sezioni.

Rappresenta un po’ il “fiore all’occhiello” della Comunità, tanto che nel 1998 contava la cifra record di novantasette bambini, cioè il 16% in più dell’anno precedente. Un dato positivo, che non si registrava ormai da qualche tempo e che era ancor più importante considerando il trend negativo degli altri corsi.

L’impegno nella scuola materna si spiega perché fin da piccoli i bambini devono avvicinarsi alla tradizione ebraica. La caratteristica della scuola è di formare la personalità dei bambini, tenendo presente gli obiettivi didattici dei programmi ministeriali., anche attraverso contenuti e attività ebraiche. Il fine della scuola materna è quello di far apprendere nella maniera più giocosa e felice possibile tutto ciò che regola la vita ebraica: le Mitzvot15 principali, il significato delle festività.

Anche l’apprendimento della lingua ebraica si consegue attraverso il gioco e l’uso quotidiano dei vocaboli più comuni per arrivare al termine della scuola materna al riconoscimento dell’alfabeto ebraico, alla lettura di facili vocaboli e brevi frasi.

Dall’anno scolastico 1998-99 è curricolare l’apprendimento dei primi rudimenti d’informatica e, dai quattro anni, l’insegnamento della lingua inglese.

Anche nelle scuole elementari è previsto, dall’anno scolastico 1995-96 l’insegnamento, in via obbligatoria della lingua straniera.

La scuola media inferiore è intitolata a Mario Falco.16

Tutti i giorni si respira e si vive lo spirito ebraico in tutti i suoi aspetti, pur frequentando un istituto legalmente riconosciuto. Sono rispettate tutte le festività ebraiche, cominciando dallo Shabbat.17

Un’iniziativa molto bella è la Tefillà 18 che si svolge tutte le mattine nel tempio della scuola prima delle lezioni.

Dal 1986 è in corso una sperimentazione didattica, riconosciuta dal Ministero della Pubblica Istruzione, che interessa i corsi superiori, dividendoli in quattro indirizzi: linguistico, classico, scientifico e tecnico commerciale, corrispondenti in lingue estere. Per ogni indirizzo è necessario raggiungere un numero sufficiente di adesioni.

Nel biennio la prevalenza delle materie di area comune permette ai ragazzi di affrontare il liceo in gran parte insieme, sia pur divisi in due sezioni.19 Nel triennio, invece, la differenza dei corsi diventa più marcata, perché prevalgono le materie di indirizzo.20

Sono da evidenziare gli ottimi risultati ottenuti dagli alunni delle classi quinte agli esami di Stato.

Tabella 1: Risultati degli esami di maturità dall’anno scolastico 1991/ 92 al 1997/98

Anno scolastico

Iscritti in V superiore Ammessi Voti da 48 a 60 Voti 60/60
1991/92 36 36 22 4
1992/93 48 48 23 4
1993/94 40 40 14 1
1994/95 36 36 18 7
1995/96 34 34 10 1
1996/97 35 35 19 4
1997/98 32 32 24 4

Tabella 2: Risultati al nuovo esame di Stato dall’anno scolastico 1998/99 al 2000/2001.

Anno Scolastico

Iscritti in V superiore Promossi Voti da 80 a 90 Voti 100/100
1998/99 31 31 13 5
1999/2000 27 27 10 5
2000/2001 31 31 14 4

Fonte: La nostra scuola: per volare verso il futuro, Scuole della Comunità Ebraica di Milano.

Si possono notare i brillanti risultati conseguiti negli ultimi dieci anni dagli alunni della scuola, a dimostrazione che l’attività della scuola risponde molto bene alle richieste della società e agli obiettivi stessi della Comunità. Lo scopo finale, infatti, è che gli alunni, una volta lasciata la scuola, siano in grado di essere uomini ed ebrei, ovunque si trovino, in Italia, in Europa, in Israele e nel mondo.

Nelle due successive tabelle sono presentati i dati relativi al totale d’iscrizioni negli anni scolastici 1994-95 e 1995-96.

Tabella 3: Iscrizioni per corso e n.totale di alunni nell’anno scolastico 1994-95.

MATERNE 96
ELEMENTARI 187
MEDIE INFERIORI 126
MEDIE SUPERIORI 184
TOTALE 594

Tabella 4: Iscrizioni per corso e n.totale di alunni nell’anno scolastico 1995-96.

MATERNE 75
ELEMENTARI 199
MEDIE INFERIORI 122
MEDIE SUPERIORI 183
TOTALE 574

Fonte: Bollettino Comunità ebraica di Milano, anno L, n.7-8, luglio-agosto 1995.

Appare evidente la diminuzione di iscritti. Questo si spiega facilmente perché i bambini che hanno finito il ciclo di tre anni alla materna, approdano naturalmente al ciclo successivo, le elementari appunto, aumentando il numero di alunni. Allo stesso tempo, i posti lasciati “vacanti” da loro non sono occupati da nuovi inserimenti. Ciò può essere dovuto proprio alla crisi demografica di cui parlava Sergio Della Pergola21.

In generale, negli ultimi dieci anni il numero totale di alunni è calato e questo trend negativo non accenna a diminuire, interessando anche i corsi superiori. Nel 1989 erano iscritti alle medie superiori 218 alunni, scesi a 151 nel 1999!

Tra le ragioni possibili di questa crisi, non devono essere sottovalutate le altre due scuole della comunità, in particolare quella sorta nel 1998 (la scuola del gruppo libanese) 22 che ospita bambini dell’asilo e alcune classi di elementari e medie. Si tratta certamente di scuole “minori”, ma che hanno tolto alla scuola di Via Sally Mayer circa duecento bambini. La scuola della signora Garelik, infatti, conta circa centocinquanta alunni; l’altra, che fa capo al gruppo libanese, cinquanta.

Per quanto riguarda più strettamente le superiori, la diminuzione di alunni è anche causata dal fatto che la scuola non offre tutti gli indirizzi di studio. I ragazzi che dopo la terza media scelgono di frequentare il liceo artistico o ragioneria, per esempio, sono costretti a lasciare la scuola, perché qui non ci sono.

Dalle precedenti tabelle si può notare che gli iscritti totali alle classi quinte dei quattro corsi superiori, negli ultimi dieci anni, raggiungono una media di 30/32 alunni. Solo nel 1992/93 sono stati 48, ma in epoca più recente sono stati anche solo 27 (anno scolastico 1999/2000).

La causa forse maggiore, però, di dispersione è legata ai figli di matrimoni misti e di quelle famiglie che per varie ragioni non vogliono far frequentare la scuola ebraica ai propri bambini.

Non è un problema da sottovalutare, soprattutto perché i matrimoni misti aumentano sempre più, allontanando spesso il coniuge ebreo, e di conseguenza anche i figli, dalla Comunità. Altrettanto importante è il secondo punto, molti genitori non fanno frequentare la scuola ebraica ai propri figli perché desiderano per loro un ambiente più aperto, più diversificato, abituandoli fin da piccoli a mescolarsi agli altri.

Tutti questi motivi fanno sì che oggi la scuola ospiti poco più di cinquecento alunni. Davvero pochi se si ricorda la cifra di 1038 raggiunta nel 1971-72!

5.3 La delicata questione della conversione dei minori.

La legge ebraica stabilisce che sia ebreo solo chi è figlio di madre ebrea. Ciò significa, da un lato, che la paternità non ha alcun rilievo e quindi in nessun caso chi abbia solo il padre di

questa religione può essere accolto nella Comunità, mentre la maternità ha tale forza che anche chi non voglia aderire volontariamente all’ebraismo, comunque è ebreo se la madre appartiene a questa religione.

Le scelte parentali in campo educativo, o l’eventuale adesione all’ebraismo da parte dei figli di matrimoni misti non hanno pertanto, per gli ebrei religiosi in generale, alcun rilievo, perché l’essere ebreo è connaturato dalla nascita, non può essere, in linea di massima, né acquisito, né perso.23

L’unica possibilità per chi abbia solo il padre ebreo di far parte della Comunità è di assoggettarsi alle regole di una conversione.

La questione è molto delicata perché, chi voglia diventare ebreo deve dimostrare un grandissimo entusiasmo e l’adesione completa a tutte le rigide regole della religione; deve studiare lungamente sotto la guida di un rabbino abilitato e deve svolgere il rituale della conversione.

Chi, invece, abbia madre ebrea, qualsiasi siano le sue azioni, rimane ebreo, indipendentemente dalla propria volontà.

La questione crea molti problemi visto il rapido smembrarsi della già piccola comunità milanese.

Molti rabbini italiani accettavano di buon cuore le conversioni di giovani di solo padre ebreo, facilitando anche il loro accesso alle scuole ebraiche.

Nell’ottobre 1997 il problema è stato nuovamente discusso in sede dell’Assemblea dei rabbini d’Italia. Il Consiglio dell’Assemblea dei Rabbini d’Italia aveva affrontato il delicato problema della conversione dei bambini, nati da madre non ebrea (Ghiur ketannim) 24.

Il presidente di tale assemblea era il Rabbino capo di Milano, Giuseppe Laras.

Perché l’argomento fu riesaminato proprio allora?

La risposta è apparsa in un’intervista rilasciata dallo stesso Laras al Bollettino della comunità di Milano, dove diceva che le condizioni socioculturali non erano più quelle di un tempo, quando la Comunità riusciva ad essere più vicino e disponibile al processo formativo delle famiglie.25

In poche parole il problema era rappresentato dal sempre più frequente numero di matrimoni misti, che fornivano una minaccia all’unione e alla stessa esistenza di una comunità. La decisione dell’Assemblea era dettata da un volontario atteggiamento di prudenza in tale materia.

Che cosa decise l’Assemblea?

Stabilì che in questioni di conversioni dei minori, potevano essere prese in considerazione solo quelle domande che fossero accompagnate da un’analoga istanza di conversione da parte delle madri.

Lo stesso rabbino però sottolineava che non c’era alcuna esortazione alla conversione delle madri, tutt’altro, ma si diceva che solo se la madre desiderava percorrere la strada di una conversione sincera, si poteva presupporre che si stava formando una vera famiglia ebraica capace di dare al bambino la garanzia educativa che la sua conversione richiedeva.

Naturalmente, questa decisione scatenò le reazioni dei membri della Comunità, alimentò discussioni e polemiche. La comunità si divise in due: chi appoggiava le posizioni dell’Assemblea e chi era contrario.

Documento dell’Assemblea dei Rabbini d’Italia sulle conversioni dei minori.

Fonte: Bollettino Comunità ebraica di Milano, novembre 1997.

Per capire meglio quale fosse il “nocciolo” della questione, bisogna soffermarsi su che cosa si intenda esattamente per conversione dei minori. Si tratta di conversioni di bambini piccoli, di solo uno o due anni, che non sono in grado, vista la tenera età, di dare il proprio consenso e di esercitare alcuna capacità decisionale. Il timore era, quindi, che questi bambini venissero convertiti per decisione dei genitori, soprattutto dei padri ebrei, e che nel corso del tempo, poiché si trattava di una decisione per loro “subita”, si allontanassero del tutto dall’ebraismo.

In pratica, tutto ruotava intorno alla necessità di superare la mancanza di assenso necessario per la conversione, che il bambino alla nascita non può esprimere. Una conversione senza assenso poteva avvenire solo sotto responsabilità diretta del Bet Din, il tribunale rabbinico, qualora ci fosse stato un evidente beneficio per il bambino ad essere convertito.

Questo beneficio-vantaggio (zechut) si otteneva se il minore aveva la possibilità di essere educato e se poteva osservare tutte le regole.26

D’altro canto, la legge ebraica stabilisce che i ragazzi debbano dare il loro esplicito assenso a diventare ebrei prima del compimento della maggiore età (tredici anni per i maschi e dodici per le femmine), attraverso la cerimonia del Bar-mitzvà27. I ragazzi devono essere, però, messi nella condizione di fare una scelta libera e ragionata sul loro essere o non essere ebrei. In termini ebraici questo si chiama kabbalat-mitzvot, in altre parole accettazione e adesione di essere ebrei attraverso i precetti e la loro osservanza.28

Il Rabbino Laras, in difesa della sua posizione, affermava che le conversioni “precoci” spesso non avevano dato i risultati sperati. L’impegno del genitore ebreo a far crescere ebraicamente il figlio, sia avvalendosi della scuola della Comunità, sia potenziando l’ambiente familiare nel senso di una maggiore osservanza, nonostante le buone intenzioni e la buona fede, difficilmente e raramente riuscivano a tradursi in realtà, creando delle situazioni atipiche sotto il profilo religioso.

Secondo questa visione, i figli di padre ebreo e madre non ebrea, potevano accedere all’ebraismo, ma solo tenendo conto che “ la conversione è un passo molto serio che il ragazzo deve poter compiere con consapevolezza”29.

Naturalmente, al ragazzo in questione non sarebbe stato possibile frequentare la scuola della Comunità. L’educazione e la formazione ebraica del giovane doveva avvenire attraverso una collaborazione tra famiglia e rabbinato, in modo tale da far sfociare, giunto alla maggiore età, in una consapevole e volontaria conversione.

Nella Comunità non si parlava d’altro.

In relazione alla questione delle conversioni c’era il tema delle iscrizioni a scuola di questi bambini. Ben presto il tema del dibattito si spostò completamente sulla scuola e sulla possibilità o no di accogliere i figli di matrimonio misto, di madre non ebrea.

Il Consiglio della Comunità decise di creare una commissione di otto “saggi” che avrebbe dovuto, nel più breve tempo possibile, aiutare a fornire tutti gli elementi necessari per una corretta valutazione del problema e giungere ad una soluzione.30

La commissione rappresentava le varie sfaccettature dell’ebraismo milanese.

“Ci si rende conto che il problema evidenzia una visione estremamente differenziata dell’ebraismo, ma la consistenza numerica della keillà milanese non consente ipotesi di scissione, a meno di non mettere in serio pericolo l’esistenza stessa della Comunità di Milano.

Lo spirito deve essere quello del dialogo e della ricerca di unità.”31

Come si vede il problema non era semplice e il rischio di una spaccatura all’interno della comunità era tutt’altro che remoto. Da più parti si invocava il dialogo e la ricerca di un compromesso.

Un gruppo di persone guidate da Andrea Jarach, presentò una mozione riguardante la proposta di modifica delle regole per l’accettazione di allievi alla Scuola ebraica di Milano, in cui si chiedeva di poter accogliere qualsiasi bambino di cui almeno un genitore fosse iscritto alla comunità. Era, inoltre, condizione necessaria all’accettazione di ogni nuovo allievo che ambedue i genitori aderissero esplicitamente al modello di vita ebraica adottato dalla Scuola.

Bisognava pur dare un’educazione appropriata a questi bambini per prepararli ad una conversione consapevole in età matura!

Anche su quest’argomento la Comunità si divise: chi voleva aprire le scuole a questi bambini e chi voleva, addirittura, ripensare globalmente l’istruzione ebraica in Italia.

5.3.1 Un sofferto compromesso.

La proposta dei religiosi in materia di scuola era severa. Ai componenti o figli di coppia mista che volessero avvicinarsi all’ebraismo senza impegnarsi in una prospettiva di conversione, non erano lasciate scelte. La Comunità doveva offrire ambiti di insegnamento al di fuori della scuola.

La scuola ebraica della comunità doveva rimanere riservata agli ebrei iscritti alla Comunità stessa. Si chiariva di non essere contrari alle conversioni dei minori, ma all’assenza delle condizioni familiari, educative e sociali, che potevano permettere tali conversioni. Il gruppo cosiddetto dei religiosi proponeva, quindi, in via transitoria, di affrontare i casi già esistenti e prendere in considerazione le domande di conversione.32 Questo ruolo sarebbe spettato ad una speciale commissione che avrebbe dovuto valutare le domande stesse. Accettandole, la commissione sarebbe diventata una specie di garante della serietà delle intenzioni dei genitori del minore da convertire, presso il rabbino capo, che sarebbe rimasto, comunque, l’unico legittimo a decidere.

La commissione avrebbe seguito la crescita ebraica della famiglia e del minore prima e dopo la sua conversione, ricoprendo così il ruolo di tutore.

La posizione dei laici partiva dal presupposto che “la Comunità di Milano è unitaria e comprende molti modi di essere e sentirsi ebrei.[…]Fanno parte della Comunità ebrei provenienti da diverse regioni del mondo, da diverse tradizioni familiari.”33

La Comunità diventava luogo di convivenza di questi modi diversi di intendere la propria appartenenza all’ebraismo. La scuola della Comunità diventava il luogo più adeguato in cui questi valori si incontravano e suo compito principale era proprio l’educazione al rispetto delle diversità.

“L’assimilazione, la non conoscenza almeno degli elementi essenziali della cultura ebraica, l’allontanamento dalle tradizioni ebraiche sono problemi che riguardano tutta la Comunità e il rabbinato.”34

Si trattava di chiarire l’appartenenza o meno all’ambito ebraico e di incoraggiare ogni possibile riavvicinamento all’ebraismo. “La scuola ebraica di Milano è e rimarrà riservata agli ebrei”.

I figli di solo padre ebreo, iscritto alla Comunità, come devono essere considerati?

La posizione laica era favorevole al loro inserimento nella scuola, considerandola come un percorso di potenziale conversione, che poteva essere ratificata o no da parte del giovane alla scadenza del Bar mitzvà.

C’erano delle condizioni da seguire. Entrambi i genitori dovevano dichiarare e dimostrare la loro decisa intenzione in questo senso e dovevano mostrarsi disposti ad istruirsi nell’ebraismo e sull’ebraismo.

Il ruolo della Comunità e del rabbinato sarebbe stato di garantire ai genitori corsi di istruzione e assistenza, che li avrebbe messi in grado di favorire i figli nella prospettiva di conversione.

Le due posizioni differivano proprio sul ruolo della scuola. Se per i religiosi non era possibile far frequentare la scuola della comunità a questi bambini, che di fatto non erano ebrei, e la loro educazione e formazione ebraica doveva avvenire fuori di essa, per i laici la scuola era un momento importante nel raggiungimento della conversione.

Entrambe le parti, però, erano d’accordo sull’impegno vero e dimostrato della famiglia del minore, su un ruolo presente di assistenza del rabbinato e della comunità.

Esaminate queste due posizioni, il 9 febbraio 1998, la commissione formata di otto “saggi”, istituita dal Consiglio della Comunità presentava il suo documento. Si proponeva di dividere la trattazione della questione in tre tempi:

  1. Una soluzione transitoria;
  1. Un periodo di confronto e dibattito, che coinvolgesse gli iscritti alla Comunità;

  2. Una soluzione a regime35.

Una precisazione è necessaria. Il Consiglio dell’UCEI (Unione Comunità Ebraiche Italiane) richiedeva che le Comunità non abbandonassero all’assimilazione i figli di madre non ebrea, ma che si facessero carico e si impegnassero nella loro educazione, non isolandoli dal contesto dei loro coetanei ebrei.

Che cosa stabilivano, nella pratica, questi tre punti?

Era consigliato un primo periodo transitorio di tre o quattro anni (punto 1), in cui, per la conversione dei minori di madre non ebrea, precedente all’iscrizione a scuola, il rabbino capo sarebbe stato appoggiato da una commissione scelta e formata dallo stesso rabbino. Ruolo della commissione sarebbe stato di esaminare le domande di conversione relative ai minori, valutare le intenzioni e l’impegno dei genitori di istruirsi nell’ebraismo e di condurre una vita domestica secondo le regole della tradizione.

La Comunità e il rabbinato avrebbero dovuto collaborare per offrire alle famiglie impegnate nella conversione dei minori aiuti in materia di istruzione e assistenza.

Nel corso di tali procedure transitorie si sarebbe aperta la fase di confronto e dibattito tra gli iscritti alla Comunità (punto 2).

In base alle conclusioni nate dal dibattito e dal confronto all’interno della Comunità, il Consiglio, d’accordo con il rabbino capo, avrebbe formato una nuova commissione atta a formulare una proposta definitiva per l’accettazione dei minori alla scuola ebraica (punto 3).

Il documento degli otto “saggi” fu accettato all’unanimità dal Consiglio e rappresentò un primo passo verso la conclusione della questione.

5.3.2 La scelta ultima.

I programmi della campagna elettorale dei candidati alle elezioni del 1998 per il rinnovo della giunta della Comunità si erano concentrati su questo delicato argomento. Con le elezioni del maggio 1998 cadeva la giunta di Cobi Benatoff e subentrava la giunta guidata da Emanuele Fiano, che sosteneva in linea di principio il diritto di ogni iscritto all’ammissione dei propri figli a scuola. Si trattava di vedere come attuare questa decisione. Erano al varo tre ipotesi:

  1. Creare classi distinte e separate nelle ore “curricolari” nelle quali si accedeva a seconda che il bambino fosse ebreo o no;
  1. Le classi rimanevano com’erano, mentre modelli distinti (per chi era ebreo e per chi non lo era o non lo era ancora) erano previsti solo per l’insegnamento dell’ebraismo;

  2. I criteri di formazione delle classi non venivano cambiati, ma la scuola accettava anche i figli di un solo genitore iscritto e/o il rabbino capo, da solo o di concerto con i membri del consiglio, decideva su ogni singola richiesta secondo il tipo e il grado di impegno preso dalla famiglia nel periodo di avvicinamento all’ebraismo.36

Si volevano, però, evitare i cosiddetti colpi di maggioranza, che avrebbero potuto spaccare la Comunità dopo tanto lavoro ed impegno. Si convenne che la maggioranza del consiglio avrebbe formulato una delibera parallela alla posizione del rabbino Laras, nella quale si ribadiva la competenza del consiglio circa le iscrizioni a scuola, secondo ciò che era stabilito dallo Statuto delle Comunità ebraiche italiane.37

In pratica, la nuova giunta voleva che le fosse garantito un certo “potere” in materia, voleva che emergesse la posizione più libera e che veramente venisse messa in pratica la richiesta dell’UCEI, in altre parole di non abbandonare all’assimilazione i figli di madre non ebrea, di non isolarli dagli altri ragazzi ebrei. Questo era possibile solo facendoli frequentare la scuola.

Al rabbino capo Laras quel “sentito” sembrava troppo poco come garanzia da proporre alla parte della Comunità più restia ad ammettere figli di solo padre ebreo.

Il parere del rabbino doveva essere vincolante.

Si arrivò così all’epilogo. Il consiglio accettò il ruolo del rabbino, ma riservandosi di verificare quanto le procedure proposte avrebbero saputo rispondere nei fatti alle esigenze e alla volontà delle diverse parti, soprattutto di quella “laica”38.

Finalmente, dopo due anni di discussioni, la scuola era pronta all’apertura del nuovo anno scolastico 1999-2000.

I figli di solo padre ebreo e non ancora ebrei potevano essere ammessi a scuola, ma a determinate condizioni, stabilite e verificate dal rabbino:

  1. Seria e dimostrata volontà di entrambi i genitori di creare all’interno della famiglia un progressivo clima di ebraicità, attraverso il recupero dei precetti dell’ebraismo;
  1. Rafforzamento significativo nella scuola materna, elementare e media dei programmi e dell’insegnamento delle materie ebraiche al fine di incrementare la conoscenza e la pratica dell'ebraismo nella linea della Torah, soprattutto attraverso l’inserimento e l’utilizzazione di personale didattico altamente qualificato e motivato.39

Il rabbino procedeva e procede ad una verifica periodica dei risultati ottenuti. Il commento finale del rabbino capo di Milano, Laras è stato:

“Tutto sommato, da questa vicenda che ha lacerato la nostra Comunità e che ha rischiato di portarla alla spaccatura, mi sembra di cogliere anche elementi di speranza e di ottimismo.

Vedo oggi, finalmente, la Comunità più unita, più consapevole, più determinata a stringersi unita attorno alle sue istituzioni.”40

Oggi, la scuola accoglie i bambini di madre non ebrea, secondo le condizioni precedentemente esposte. Si tratta di un processo di inserimento appena iniziato (dall’anno scolastico 1999-2000), ancora in corso e di cui si aspettano i risultati, sempre sotto il controllo diretto del rabbino.

5.3.3 L’associazione Shorashim.

Per i bambini che non frequentano la Scuola della Comunità per scelte dei genitori o perché figli di matrimonio misto, la signora Rosita Luzzati ha fondato dodici anni fa l’associazione culturale Shorashim.

Shorashim ha inteso dare una risposta a favore di un’utenza costituita da coppie di ebrei non osservanti e da coppie con un solo coniuge ebreo che non vogliono che i loro figli perdano ogni legame con l’ebraismo.41 Queste famiglie hanno comunque il desiderio che i bambini conoscano le proprie origini (Shorashim in ebraico significa radici), apprendano con orgoglio cos’è e cosa vuol dire essere ebreo.

L’associazione è del tutto autonoma finanziariamente dalla Comunità. L’attività prevede quattordici incontri l’anno (uno ogni quindici giorni) ed è rivolta a bambini compresi tra i quattro e i dieci anni. Gli incontri avvengono il sabato mattina e si raccontano storie bibliche, il significato delle feste ebraiche, si racconta la storia degli ebrei dai tempi della fuga dall’Egitto fino alla creazione dello stato d’Israele, senza tralasciare il nazismo e l’antisemitismo attraverso i secoli. Il tutto viene insegnato con termini semplici, adatti a bambini di quell’età.

In media frequentano Shorashim circa settanta bambini, divisi in quattro gruppi per età, seguiti da animatori, studenti universitari.

Di religione in senso stretto si parla con moderazione, preferendo trasmettere tradizione e cultura.

5.4 La Fondazione della Scuola.

Nel novembre 1996 è apparso sul Bollettino della Comunità di Milano un articolo del Preside Davide Nizza dai contenuti a dir pochi preoccupanti per le sorti e l’esistenza stessa della scuola.

In poche parole, il Preside parlava della crisi finanziaria che stava attraversando la Comunità e del deficit continuo e grave della scuola.

La scuola è completamente finanziata dalla Comunità, che ha sempre cercato di investire risorse economiche mirate ad uno sforzo di qualificazione (laboratori, corsi di aggiornamento, e formazione insegnanti, servizio mensa, arredo, etc), nella speranza di vedere un ritorno in termini di alunni iscritti. Questo non è avvenuto e il deficit è andato ad espandersi sempre più.42

Negli ultimi dieci anni il deficit è raddoppiato e il numero degli studenti è diminuito da 670 del 1987 a 571 del 1997 (tabella tre).

Nel 1997 il deficit alla “voce” scuola era pari a un miliardo e 965 milioni, 150 milioni in più del 1996.

Di fronte a queste cifre, le alternative non erano molte. Si prospettava addirittura la chiusura di alcuni corsi o l’aumento dei costi.

Come si vede dai dati della tabella il numero di alunni è diminuito sempre più e il deficit è aumentato, sfiorando i due miliardi nel 1997.

Proprio nel 1997 la O.R.T43 non ha contribuito come negli anni precedenti dando alla scuola la quota di duecentocinquanta milioni, portando il debito al 67% del totale dei contributi della comunità.44

Tabella tre: Relazione tra il numero di alunni e il

deficit scolastico dal 1987 al 1997.

Anno

entrate uscite deficit alunni D.F.*
1987 1.581 2.626 1.045 670 1,56
1988 1,886 2.957 1.071 653 1,64
1989 2.265 3.288 1.023 639 1,60
1990 2.679 3.624 945 638 1,48
1991 2.701 4.101 1.400 634 2,21
1992 2.957 4.071 1.114 634 1,76
1993 3.105 4.213 1.108 611 1,81
1994 3.113 4.349 1.236 594 2,08
1995 2.869 4.461 1.592 592 2,69
1996 2.867 4.682 1.815 571 3,18
1997 2.996 4.961 1.965 571 3,44

*Deficit pro capite

Fonte: Bollettino Comunità ebraica di Milano, anno

LII, n.2, febbraio 1997.

La Comunità ha sempre avuto un accordo economico con la O.R.T per sostenere i corsi superiori, che equivaleva a duecentotrenta milioni all’anno per coprire il 50% dello sbilancio di cassa. Nel 1996 il contributo è stato ridotto a centocinquantatre milioni, per poi azzerarsi del tutto.

Il problema principale è rappresentato dagli aumenti salariali del corpo insegnante. Oltre il 90% dei costi della scuola, infatti, sono costi del personale! Il contratto di lavoro degli insegnanti ha costi che la scuola da sola non può sostenere. La Comunità ha sempre fatto fronte a tutti gli impegni contrattuali degli insegnanti, che nella parte economica sono allineati ai contratti dei docenti statali.

E’ nata così l’idea della Fondazione della Scuola. Alla base c’era il progetto di creare un capitale che appartenesse alla Fondazione. Capitale che non poteva essere intaccato, ma investito e gli interessi usati solo per necessità della scuola.

Il capitale iniziale è stato di dieci miliardi di lire. E’ stato coinvolto un gruppo di soci fondatori. Circa cinquanta famiglie si sono impegnate a versare tra i dieci e i cinquanta milioni l’anno per tre anni e trecento famiglie cinque milioni l’anno.

La Comunità si è subito dichiarata pronta a versare una cifra di almeno tre miliardi. E’ stato aperto un conto corrente intestato alla Fondazione in modo che chiunque volesse, potesse dare subito il suo contributo.

“Ci rivolgiamo a tutti voi: aiutateci ad aiutarvi, aiutateli a raggiungere l’obiettivo di salvare la scuola e di garantire un futuro alla nostra Comunità.” 45

La Comunità non è rimasta insensibile, anche i membri più illustri hanno collaborato. L’attore Moni Ovadia, alunno della scuola in Via Eupili, ha dedicato una serata al Piccolo Teatro durante la quale ha rappresentato il suo spettacolo, a favore della scuola. Tutti i biglietti dello spettacolo sono andati esauriti e il ricavato, trentacinque milioni, è stato destinato alla Fondazione.46

Ancora oggi, a quattro anni dalla sua nascita, la Fondazione continua a ricevere aiuti e rappresenta un’ancora di salvezza per la Scuola, anche se i problemi economici sono sempre all’ordine del giorno.

5.4.1 La nuova scuola di Via dei Gracchi.

Nel 1998, nel pieno delle polemiche sulla grave situazione economica in cui versava la Comunità e che ha portato alla nascita della Fondazione della Scuola, è nata una nuova scuola.

Il motivo non era, però, direttamente collegato alle problematiche della comunità.

Il gruppo libanese ha deciso di aprire un asilo nei locali di Via dei Gracchi, precedentemente occupati dall’oratorio Joseph Tehillot. In Via dei Gracchi sono attive una classe di asilo nido, tre di materne, una prima elementare e una prima media, per un totale di circa cinquanta bambini.

Le classi del nido e delle materne hanno ognuna due insegnanti, una per l’area d’italiano e una per ebraico e ebraismo.

Nella prima elementare e nella prima media si seguono i programmi della scuola italiana. Nella scuola media ci sono tre insegnanti per ebraico, storia ebraica e ebraismo. Le prime due materie sono studiate da maschi e femmine insieme, mentre i ragazzi si dividono per le lezioni di ebraismo.

E’ una scuola privata riconosciuta. Al termine di ogni anno, i bambini devono sostenere un esame per accedere alle classi successive.

L’obiettivo di questa scuola è di dare ai bambini, parallelamente al progetto educativo di una normale scuola dell’obbligo, conoscenze ebraiche più approfondite.47


5.5 La testimonianza della Prof.ssa Paola Sereni.48

Ho frequentato la scuola di Via Eupili dal 1939 al 1942. Ho cominciato ad insegnare nel 1964. La mia prima classe era una prima liceo scientifico. L’anno successivo avvenne l’episodio più bello della mia carriera d’insegnante: i ragazzi chiesero al Preside Schaumann se potevo essere “promossa” in terza con loro, continuando ad accompagnarli negli studi. Schaumann accettò a condizione che facessi l’abilitazione alle superiori. Sostenni l’esame e da allora non ho più lasciato l’insegnamento nei trienni.

Una piccola, ma efficace, presentazione della signora Paola Sereni, che a detta di molti, non è solo stata una brava insegnante, una capace Vice preside e un’ottima Preside, ma è la scuola stessa.

Nel 1975 diventa Preside, in seguito all’improvvisa scomparsa di David Schaumann.

Ricordo che non avevo nessun desiderio di diventare Preside. Il mio unico interesse era l’insegnamento. La Comunità cercò inizialmente una persona che avesse i requisiti adatti a ricoprire quella carica. La ricerca andò avanti per una anno, ma fu vana. Alla fine accettai, ma alla condizione che mi fosse permesso continuare ad insegnare!

Questa sua duplice attività continuò fino al 1994-95, anno in cui passò la Presidenza delle classi elementari e medie a Davide Nizza (attuale Preside delle Scuole medie inferiori e superiori), mantenendo ancora per un anno la Presidenza delle superiori.

E’ tale la passione per l’insegnamento che ancora oggi, che è in pensione, non l’ha abbandonato, tenendo corsi di letteratura italiana per gli studenti universitari della “terza età”.

Mi racconta della scuola negli anni Settanta, gli “anni d’oro”, con tanti studenti.

L’incremento della popolazione scolastica in quegli anni fu dovuto a diversi motivi. Prima di tutto, l’arrivo di numerosi ebrei dal Medioriente e dall’Egitto. Tutto è cominciato negli anni Cinquanta, quando l’Egitto guidato da Nasser nel 1956 nazionalizzò il Canale di Suez, provocando la reazione dei governi inglese e francese e di Israele.

La conseguenza fu che molti ebrei egiziani se n’andarono, trasferendosi altrove e numerosi giunsero in Italia.

Le ragioni dell’aumento e delle diminuzioni di alunni sono intrecciate e rappresentano un argomento delicato.

Se negli anni Sessanta numerosi ebrei giunsero a Milano, ingrandendo la comunità e la scuola, è altrettanto vero che molti con il passare degli anni sono partiti, tornati in patria, trasferiti in Israele o negli Stati Uniti.

Negli anni Sessanta-Settanta la scuola pubblica italiana viveva una crisi profonda, erano gli anni della contestazione, delle manifestazioni, delle agitazioni politiche. Molti ragazzi ebrei, che allora frequentavano le scuole pubbliche, si ritirarono e scelsero la scuola ebraica privata, dove c’era maggior efficienza e organizzazione.

Anche questo però si rivelò un’arma a “doppio taglio”, perché passati quegli anni, calmata la bufera nell’istituzione pubblica, molte famiglie ebree tornarono a iscrivere i propri figli alle scuole statali.

A ciò si aggiunga la difficoltà di raggiungere la sede, poiché si trova in una zona un po’ decentrata, nella periferia nord-ovest di Milano. Questo, nonostante intorno alla scuola siano nati dei veri e propri quartieri ebraici. Molte famiglie decisero di trasferirsi qui, al suo nascere nel 1961, proprio per essere più vicini alla scuola. E’ qui che sorgono gli uffici della Comunità e le sedi di numerose associazioni ebraiche.

Lei stessa riconosce nelle altre due scuole della Comunità motivi di allontanamento di alunni. Si tratta di scuole che si concentrano sull’educazione ebraica, affrontandola in maniera più approfondita, rispetto alla materie “laiche”.

La scuola sceglie di essere scuola ebraica e non scuola per ebrei, dando un’educazione ebraica misurata, nel rispetto di ogni visione dell’ebraismo. Frequentano la scuola componenti della parte ortodossa, come di quella laiche e di tutte le sfumature che ci sono nel mezzo. E’ giusto accontentare tutti.

La scuola è il luogo e il momento di incontro di tutte le lingue e le culture presenti nella Comunità e può essere, a ragione, considerata crogiolo di etnie, pur non presentandosi più i problemi di lingua degli anni Cinquanta.

Si tratta ormai della terza generazione di immigrati, da tempo assimilati nella lingua e nella cultura italiana.

Chi entra nella scuola ebraica fin dall’asilo nido, difficilmente ne esce, se non alla conclusione del ciclo scolastico, con la maturità. Non avendo tutti i corsi superiori, però, capita, che gli alunni siano costretti ad andare in un’altra scuola per seguire i propri interessi e capacità.

Dal 1986 la scuola sta attuando un progetto di sperimentazione, che prevede l’introduzione di nuove materie.

E’ stata inserita l’informatica e posso dire con orgoglio che siamo stati tra i primi! Abbiamo introdotto diritto ed economia al biennio.

E’ stata fatta un’importante modifica al liceo classico, dove l’insegnamento dell’inglese non è più limitato al biennio, ma è mantenuto e continuato anche nel triennio. Sono stati apportati cambiamenti anche nelle stesse materie ebraiche. Gli insegnanti si erano accorti che gli alunni studiavano poco, non considerandole importanti. Si è deciso di aumentare le ore settimanali di ebraico ed ebraismo.

Il Ministero della Pubblica Istruzione le aveva riconosciute anche materie d’esame nel precedente ordinamento di esame di Stato.

Che cos’è la scuola, quali valori, insegnamenti offre?

Gli ebrei, come minoranza, hanno ottenuto nell’Illuminismo (anche se poi l’hanno perso nel secolo successivo) il diritto all’uguaglianza. Tutta l’educazione del mondo ebraico si fonda sul diritto all’uguaglianza, come valore da insegnare, da trasmettere, conservare, ravvivare e mai fare spegnere. E questo perché è sottile la linea che separa la tolleranza dalla sopportazione. La tolleranza non deve mai sfociare in sopportazione, significherebbe non aver capito la lezione della vita. E’ questo diritto che la scuola ebraica insegna, che deve essere valido per se stessi, come per gli altri.

Il diritto all’uguaglianza diventa allora diritto alla propria diversità, diritto ad essere diversi e riconoscersi tali, come tutela e conservazione della propria identità

La scuola si impegna anche per trasmettere ai ragazzi il senso positivo della propria identità, non fatta soltanto di persecuzione ed emarginazione, ma di valori positivi e di tradizioni.

Foto . La facciata d’ingresso della Scuola in Via Sally Mayer.

Fonte: Scuola Ebraica, a cura della Comunità Ebraica di Milano e O.R.T. Milano.

Foto . L’Oratorio della Scuola.

Fonte: Scuola Ebraica, a cura della Comunità Ebraica di Milano-O.R.T.

Foto . Visita di Elie Wiesel, premio Nobel per la Pace, 1986.

Milano, 4 Febbraio 1993.

Fonte: Scuola Ebraica, a cura della Comunità Ebraica di Milano- O.R.T.

Foto 4. Una classe delle medie.

Anno scolastico 2000-2001.

Fonte: Opuscolo di presentazione delle scuole della Comunità.


1 Professore ordinario di demografia, Università ebraica di Gerusalemme.

2 Sergio Della Pergola, “Ebrei milanesi, fate più bambini!”, in Bollettino Comunità Ebraica di Milano, anno LIII, n.6, giugno 1998, pp.10-12.

3 S. Della Pergola, cit., 1998.

4 Davide Nizza, Scuole della Comunità ebraica di Milano. (Notizie dal Sito Internet: www.morasha.it/librobianco/Ib_scuola.html).

5 Codificazione della tradizione giuridica orale.

6 Il Talmud è la raccolta delle discussioni e interpretazioni rabbiniche sulla Mishnà.

7 Commenti ed esposizione della Torah.

8 La sezione della Torah letta nel Sabato e nelle feste.

9 La Bibbia, dalle iniziali ebraiche delle sue tre parti: Torah, Neviim (Profeti), e ketuvim (Agiografi).

10 La parte non legislativa del Talmud e del Midrash: racconti, folklore, leggende, ben distinta dalla Legge stessa (halakhah).

11 Preghiera.

12 L’halakhah è la norma o il complesso di norme che regolano l’esistenza ebraica.

13 Festività che commemora la vittoria dei Maccabei sui greci pagani.

14 Simona Nessim, “Visita al nido Guido Moshè Jarach”, in Bollettino della Comunità ebraica di Milano, anno L, n.12, dicembre 1995, pag.29.

15 Precetti.

16 Docente di diritto ecclesiastico, ideatore della legge Falco del 1930, che dava una nuova organizzazione alle Comunità ebraiche italiane, dopo la legge Rattazzi del 1857.

17 La festività del Sabato.

18 Preghiera. E’ un momento di preghiera comune. Si ritrovano nel tempio della scuola, prima di iniziare le lezioni, alunni di tutte le età, insegnanti ed alcuni genitori.

19 Si veda l’allegato in merito all’orario delle materie in comune nel biennio e l’orario diversificato per indirizzo nel triennio, pag. 245-246.

20 Davide Nizza, Paola Sereni, “Buoni risultati con la nuova didattica”, in Bollettino Comunità ebraica di Milano, anno L, n.7-8, luglio-agosto 1995, pp.32-34; La nostra scuola, a cura delle Scuole della Comunità ebraica di Milano, 2001.

21 Si veda paragrafo 5.1.

22 Per approfondimenti si veda paragrafo 5.4.1.

23 Anna Maria Piussi (a cura di), E li insegnerai ai tuoi figli. Educazione ebraica in Italia dalle legge razziali ad oggi, Giuntina, Firenze, 1997.

24 Ghiur = conversione; ketannim = bambini.

25 Annie Sacerdoti (a cura di), Laras: “L’ebraismo è una scelta di vita”, in Bollettino Comunità ebraica di Milano, anno LII, n.12, dicembre 1997, pp.2-3.

26 “Si ricerca una soluzione al problema educazione”, in Bollettino Comunità ebraica di Milano, anno LIII, n.2, febbraio 1998, pag.1.

27 Cerimonia che segna a tredici anni il raggiungimento della maggiorità religiosa per il ragazzo. Dopo questa cerimonia il ragazzo è considerato adulto e conteggiato nel gruppo di dieci uomini adulti necessari per recitare preghiere pubbliche.

28 Annie Sacerdoti (a cura di), cit., 1997.

29 Annie Sacerdoti (a cura di), cit., 1997, pag.3.

30 Ester Moscati, “Si richiede una scuola aperta a tutti”, in Bollettino Comunità ebraica di Milano, anno LIII, n.1, gennaio 1998, pp.22-23.

31 Ester Moscati, cit., 1998, pag.23.

32 “Speciale conversione minori e iscrizioni a scuola. La proposta dei “religiosi”, in Bollettino Comunità ebraica di Milano, anno LIII, n.3, marzo 1998, pp.1-5.

33 “Speciale conversione dei minori e iscrizioni a scuola. La proposta dei laici”, in Bollettino Comunità ebraica di Milano, anno LIII, n.3, marzo 1998, pag.7.

34 “La posizione dei laici”, in Bollettino Comunità ebraica di Milano, anno LIII, n.3, marzo 1998, pag.7.

35 Per l’intero documento si veda, “Documento finale: firmato dai “saggi” e accettato all’unanimità”, in Bollettino Comunità ebraica di Milano, anno LIII, n.3, marzo 1998, pp.2-3.

36 “La scuola aperta a tutti gli iscritti, intervista al Presidente Fiano”, in Bollettino Comunità ebraica di Milano, anno LIV, n.5, maggio 1999, pp.2-3.

37 Articolo 2, comma 3: sulle iscrizioni alla Comunità decide il Consiglio sentito il rabbino.

38 Stefano Levi Della Torre, “Ognuno ha ceduto qualcosa”, in Bollettino Comunità ebraica di Milano, anno LIV, n.7-8, luglio-agosto 1999, pag.7.

39 Claudio Morpurgo, “Più ebraismo per i giovani”, in Bollettino Comunità ebraica di Milano, anno LIV, n.7-8, luglio-agosto 1999, pp.9-11.

40 Claudio Morpurgo, cit., 1999, pag.11.

41 Notizie dal sito Internet www.shorashim.it.

42 Davide Nizza, La scuola è alla base dell’educazione ebraica: aiutateci a tenerla aperta, Bollettino Comunità ebraica di Milano, anno LI, n.12, dicembre 1996, 19-20.

43 Una delle più antiche associazioni ebraiche internazionali nel campo dell’addestramento professionale. La ORT Italia è stata fondata a Roma nel 1946.

44 “Questa sarà la Fondazione Scuola, intervista al Presidente della Comunità, Cobi Benatoff”, in Bollettino Comunità ebraica di Milano, anno LII, n.2, febbraio 1997, pp.2-4.

45 Cobi Benatoff; Giuseppe Laras, “Salviamo il nostro futuro”, in Bollettino Comunità ebraica di Milano, anno LII, n.1, gennaio 1997, pag.1.

46 Lavinia Orsini Beraha, “Ovadia: a scuola ho imparato a vivere”, in Bollettino Comunità ebraica di Milano, anno LII, n.1, gennaio 1997, pp.6-7.

47 Ester Moscati (a cura di), “Spazi per crescere”, in Bollettino Comunità ebraica di Milano, anno LV, n.2, febbraio 2000, pp.30-31.

48 Intervista del 8 gennaio 2002, Milano.


© Morashà 2002 - Laura Moneta 2002.

Attenzione: tutti i materiali pubblicati sono strettamente coperti dalla legge sul diritto d'autore e ne è severamente proibita la copia e la riproduzione, totale o parziale senza permesso scritto dell'autore.