Memoria indiretta del lager negli scrittori della seconda e terza generazione
Elena Pelloni
Università degli Studi di Perugia
Facoltà di Lettere e Filosofia
Corso di laurea in Lettere
Relatore: Giovanni Falaschi
Anno Accademico 2001-2002

 

1.1 “L’originale e il ritratto”
1.2 Autobiografia e finzione letteraria
1.3 Un nuovo umanesimo

 

2.1 Si può fare letteratura di Auschwitz?
2.2 Quale letteratura dopo lo sterminio?
2.3 Il contenuto
2.4 La forma
2.5 Lo stile

 

3.1 L’avvento del fascismo e gli intellettuali italiani
3.2 Responsabilità intellettuale ieri: il cassetto vuoto
3.3 “Intellettuale ad Auschwitz”
3.4 Responsabilità intellettuale oggi: il ‘palombaro’

 

4.1 Lo sterminio visto e vissuto dalla generazione dei nipoti
4.2 Lo sterminio visto e vissuto dalla generazione dei figli

 

“Noi, proponendo a lettori pazienti di fissare di nuovo lo sguardo sopra orrori già conosciuti, crediamo che non sarà senza un nuovo e non ignobile frutto, se lo sdegno e il ribrezzo che non si può non provarne ogni volta, si rivolgeranno anche, e principalmente, contro passioni che non si possono bandire, come falsi sistemi, né abolire, come cattive istituzioni, ma render meno potenti e meno funeste, col riconoscerle ne’ loro effetti e detestarle […].

Quando nel guardar più attentamente a que’ fatti, ci si scopre un’ingiustizia che poteva esser veduta da quelli stessi che la commettevano, un trasgredir le regole ammesse anche da loro, dell’azioni opposte ai lumi che non solo c’erano al loro tempo, ma che essi medesimi, in circostanze simili, mostraron d’avere, è un sollievo pensare che se non seppero quello che facevano, fu per non volerlo sapere, fu per quell’ignoranza che l’uomo assume e perde a suo piacere, e non è una scusa, ma una colpa; e che di tali fatti si può bensì esser forzatamente vittime, ma non autori”.

Alessandro Manzoni, Storia della colonna infame

Introduzione

Questa tesi nasce dalla lettura del libro Campo del sangue1, di Eraldo Affinati, autore romano nato nel 1956. Lo scrittore ripetutamente si definisce “reduce di pace” dei campi di sterminio, di cui non può essere stato né vittima né tanto meno responsabile, ma che avverte come luogo da cui partire per capire ed interpretare il secolo in cui vive. Per Affinati il campo di sterminio è: “il corpo del Novecento, il campo del sangue, il vero giardino di pietra del secolo che abbiamo vissuto”2.

Egli più volte evidenzia il suo essere nipote di un partigiano e figlio di una scampata ai lager, ma anche e soprattutto, erede di un’intera generazione di intellettuali che hanno il dovere morale ed etico di rispondere alla domanda: “Come è l’Uomo?”.

Oggi la cosa più importante, specie tra gli intellettuali, è che continui la ricerca alla risposta; è fondamentale continuare a porsi la domanda e non lasciare che cada nel vuoto. La letteratura che si propone di partire dal campo di sterminio deve avere questo difficile ma nobile compito: spiegare alle generazioni future la natura umana, senza vane ipocrisie, mostrando che i crimini commessi allora possono di nuovo e terribilmente compiersi.

Primo Levi, sopravvissuto ad Auschwitz, ha dedicato tutta la sua vita a testimoniare alle giovani generazioni la sua terribile esperienza, definendosi egli stesso “reduce di mestiere”3 e ammonendo tutti a non dimenticare:

Meditate che questo è stato:/Vi comando queste parole./Scolpitele nel vostro cuore./

Stando in casa andando per via,/Coricandovi, alzandovi;/Ripetetele ai vostri figli./O vi si sfaccia la casa,/La malattia vi impedisca,/I vostri nati torcano il viso da voi.4

Anche Edith Bruck, di origine ungherese, deportata ancora bambina nei lager nazisti, ha dedicato tutta la sua vita alla testimonianza. Mi sono soffermata a lungo sulla produzione di questa scrittrice, che può considerarsi a tutti gli effetti italiana, poiché vive nel nostro Paese da ormai cinquant’anni e ha scritto in lingua italiana tutte le sue opere letterarie.

La Bruck e Levi sono stati i primi, in Italia, ad avvertire l’esigenza di un rinnovamento all’interno della produzione letteraria che ha per tema lo sterminio nei lager nazisti.

Intendo dire che i due scrittori si accorsero che nella tragica ‘ripetitività’ dei resoconti dei reduci, era insito il rischio di annoiare gli interlocutori più giovani.

E’ proprio dalla loro improrogabile esigenza di comunicare la terribile esperienza dei campi di sterminio, attraverso nuove tecniche letterarie, che nascono veri e propri romanzi, come ad esempio Se non ora quando?5 di Primo Levi e Transit o Nuda Proprietà6 di Edith Bruck.

Ho analizzato nella mia tesi le opere della scrittrice e ho volutamente tralasciato l’attività letteraria del chimico torinese, che è stata già oggetto di numerosi ed approfonditi studi.

La letteratura di finzione, per la Bruck, ma anche per gli scrittori italiani contemporanei da me analizzati, diventa un luogo privilegiato da cui far parlare “i sommersi”, autentica testimonianza e unica soluzione affinché l’universo concentrazionario nazista non venga dimenticato, o peggio, taciuto alle generazioni future.

Levi ripete costantemente, nel suo saggio I sommersi e i salvati7, che i lager sono in realtà un evento senza testimoni: ed è proprio questa amara constatazione ad aprire la strada a romanzi e racconti di finzione, attraverso i quali poter cogliere sentimenti e stati d’animo, che lo storico non è in grado di documentare.

La letteratura ispirata ai campi di sterminio permette di far riemergere dall’inevitabile oblio persone, con i loro volti, caratteri e storie, che l’universo concentrazionario ha terribilmente ed anonimamente eliminato.

Leggendo un romanzo noi lettori stabiliamo un vincolo piuttosto forte con il protagonista, di cui iniziamo a comprendere le ragioni più intime, ma anche le paure, le esitazioni, ed è proprio grazie a questo meccanismo di immedesimazione che la letteratura di finzione, più di un resoconto storico, può farci penetrare ‘fin dentro lo sterminio’.

La drammaticità dell’evento viene amplificata attraverso la narrazione delle vicende di un individuo, che non è più solo un nome, o peggio, un numero, ma è il nostro protagonista, con tutto il suo mondo, le sue speranze ed i suoi affetti.

Sicuramente tutto questo ci rende molto più consapevoli e partecipi al dolore delle vittime, altrimenti anonime, della cui sorte leggiamo nelle pagine di un libro di storia.

La posizione che tende a giustificare la letteratura di finzione come strumento atto a comunicare la realtà dei lager nazisti alle nuove generazioni non è condivisa da tutti i sopravvissuti.

Elie Wiesel, scampato al campo di sterminio, è convinto assertore che la stessa definizione “letteratura dell’olocausto” sia un controsenso, poiché chi non lo ha vissuto direttamente non può parlare dello sterminio8.

Della stessa opinione è anche Dan Paguis, ebreo russo fuggito da un campo di concentramento nel 1944, che così scrive in un breve componimento:

“Mio fratello ha inventato l’assassino/ I miei genitori il pianto/Io il silenzio”9.

Mi sono trovata di fronte a due posizioni contrastanti e difficilmente conciliabili, poiché ho dovuto riconoscere l’autorevolezza delle opinioni di entrambi gli ‘schieramenti’, sentendomi, in qualche modo, impossibilitata a proseguire il mio lavoro di tesi. Ho trovato, però, nell’opera di due ‘grandi’ della letteratura italiana, Dante Alighieri e Alessandro Manzoni, la possibile soluzione a questa impasse, per me, di difficile soluzione.

Nel I Canto del Paradiso, al verso settanta, Dante scrive: “Transumanar significar per verba non si poria”. Con tale verso, o meglio, con un solo verso, Dante ci fa pienamente avvertire la difficoltà di esprimere concetti ‘immensi’ attraverso la ‘finitudine’ del linguaggio umano. In tutta la Divina Commedia egli fa uso di vere e proprie ‘strategie di reticenza’10 con le quali far cogliere al lettore l’inesprimibile.

Nelle tre Cantiche ci sono paragoni ed espressioni analogiche per descrivere il Sommo Bene o il Sommo Male, attraverso i quali Dante crea stati d’animo che permettono a noi lettori di vivere la sua stessa esperienza.

Questo ‘stratagemma stilistico’ è riscontrabile anche nei romanzi che ho preso in esame e che hanno per tema il campo di sterminio, anche se non è certo applicato con la stessa perizia e altezza stilistica di Dante. In questo contesto, vorrei semplicemente sottolineare l’uso di tale ‘strategia’, da parte di alcuni scrittori italiani contemporanei, a riprova del fatto che potrebbe essere questa la via da seguire per una letteratura, che voglia trasmettere l’esperienza del lager, e quindi del Sommo Male del Novecento. Infatti, la peculiarità che accomuna la maggior parte di opere di fiction che hanno per tema lo sterminio nazista è che, avendo la realtà superato di gran lunga la finzione, lo scrittore, più che inventare, deve “significar per verba”.

Alla luce della mia ricerca sui campi di sterminio è stato per me sbalorditivo rileggere un famoso passo della Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni e notare come le parole da lui usate potessero essere applicate, senza nessuna forzatura, all’esperienza concentrazionaria.

Manzoni propone ai suoi lettori di “fissare di nuovo lo sguardo sopra orrori già conosciuti” e di analizzare le “passioni” che conducono gli uomini al Male, e così “riconoscerle ne’ loro effetti” ed arginarle11.

L’opera del Manzoni mi è stata di aiuto anche nell’analizzare la possibilità di unire la verità storica del lager con la finzione letteraria, come riscontrato nei romanzi presi in esame.

Nella lettera Del romanzo storico e, in genere, de’ componimenti misti di storia e d’invenzione, ma anche nel suo capolavoro, Manzoni ha ampiamente dimostrato come non ci sia contrasto nell’affiancare “vero” e “verosimile” e che anche il “ritratto” può esserci utile per comprendere più a fondo “l’originale12.

Ho creduto opportuno iniziare la mia tesi proprio dalla constatazione del fatto che sia possibile costruire un romanzo di finzione, anche a partire da accadimenti così traumatici come lo sterminio nazista. Tale operazione non è da ritenersi blasfema, o non rispettosa di tanto dolore, perché attraverso opere di fiction può palesarsi la verità storica in tutta la sua tragicità.

In Italia, a differenza di altri Paesi, come la Francia, la Germania e gli Stati Uniti, il dibattito letterario si è, in qualche modo, arrestato sulla domanda ‘Si può fare letteratura di Auschwitz?’ e non si è ancora concentrato sulla domanda ‘Come fare letteratura su Auschwitz?’. Ho quindi cercato di focalizzare la mia ricerca sui pochi scrittori italiani che, a mio avviso, stanno aprendo questa seconda via.

La prima difficoltà incontrata è stata proprio il reperimento dei romanzi che, per la mia tesi, costituiscono delle vere e proprie fonti.

Apporto fondamentale mi è stato fornito, in tal senso, dal Centro di documentazione ebraica contemporanea (CDEC) di Milano che, con passione e competenza, aiuta tutti coloro che si accingono a lavorare su queste difficoltose tematiche. Altri importanti documenti storici e testimonianze di ex deportati mi sono state inviate anche dall’Associazione Nazionale Ex Deportati (ANED).

Gran parte del mio lavoro si è svolto nelle librerie, più che nelle biblioteche, alla ricerca di romanzi di più recente pubblicazione per verificare come gli scrittori italiani stiano scoprendo l’importanza di utilizzare il ‘canale letterario della fiction’ in relazione ai campi di sterminio. Un aiuto prezioso mi è stato fornito dalla libreria ebraica Menorah di Roma, i cui collaboratori, una volta saputo il tema della mia tesi, mi hanno indirizzato verso romanzi di giovani scrittori italiani, che vertessero, più o meno esplicitamente, sul tema del campo di sterminio.

Ho contattato, pur non conoscendoli personalmente, gli studiosi italiani che, procedendo nella mia ricerca, incontravo citati più frequentemente. Preziose sono state le indicazioni e gli spunti di ricerca di Anna Bravo, Fausto Coen e Frediano Sessi.

A questo punto, ritengo utile una breve esposizione degli autori contemporanei da me esaminati.

Autore di indubbio valore letterario è Giuseppe Pederiali, nato nel 1937. Nei romanzi Stella di piazza Giudia e L’amica italiana13, egli costruisce storie di finzione letteraria partendo da fatti realmente accaduti all’interno del ghetto di Roma, dando voce a personaggi realmente esistiti, di cui si sono o perse le traccie, come nel caso di Celeste, spia del ghetto, oppure che sono morti ad Auschwitz, come nel caso di Fiorella Castelfranco. E’ proprio nelle sue opere che si realizza meglio quel connubio tra verità storica e finzione letteraria di cui parla Alessandro Manzoni.

Ne Il bambino che guardava le donne14, Giampaolo Pansa, nato nel 1935, intreccia fatti realmente accaduti nella sua città natale, Casale Monferrato, con la storia di un bambino che altro non è se non l’alter ego dell’autore.

Nel suo libro Pansa compie un’operazione molto delicata in cui cerca di analizzare sia la ferocia della persecuzione nazi-fascista, sia la spietatezza di alcuni partigiani durante le loro azioni.

Sia Pansa che Pederiali si collocano, quindi, all’interno di una letteratura impegnata anche dal punto di vista sociale ed ancorata a problemi di attualità.

Nel suo romanzo Nonno Rosenstein nega tutto15, Marco Bosonetto, scrittore appena trentenne, analizza in maniera grottesca le teorie negazioniste, narrando le vicende di un ex deportato, che nega l’esistenza dei lager nazisti, diventando testimone ambito di tutti i circoli revisionisti d’Europa. Purtroppo non siamo distanti dalla verità storica, poiché nel 1954 Paul Rassinier, deportato politico a Dora e a Buchenwald, nella prefazione di Le Mensonge d’Ulysse definisce le camere a gas “una questione irritante” e giungerà, negli anni a venire a proclamarne l’inesistenza16.

Si collocano in una dimensione a sé stante i due romanzi: Tu,mio, e Montedidio17,di Erri De Luca, nato nel 1950. Le due opere sembrano essere delle vere e proprie parabole del ventesimo secolo, in cui i protagonisti assurgono a vendicatori dei perseguitati. Le conclusioni di entrambi i libri non sono conciliative verso il passato, anzi, l’autore utilizza la stessa violenza usata dagli oppressori, quasi a voler ristabilire un senso di giustizia ed equità.

Anche Paolo Mauresing, scrittore nato nel 1943, nel suo romanzo La variante di Lünenburg18, propone un ristabilimento dei conti attraverso la vendetta. In questo caso, tuttavia, la storia, anche se sapientemente costruita, è più che altro riconducibile ad un filone letterario di suspance, che forse applicato alla realtà dei campi di sterminio può risultare riduttivo.

Merita, invece, un discorso a sé il saggio La parola ebreo19 di Rosetta Loy, scrittrice romana nata nel 1932. Pur non essendo in alcun modo un romanzo di finzione, esso non esula dalla mia ricerca, anzi mi ha fornito più di un’indicazione per analizzare quale sia stata e quale sia oggi la funzione e la responsabilità dell’intellettuale di fronte ad accadimenti come lo sterminio nazista, argomento cui ho dedicato l’intero terzo capitolo della mia tesi. Nel suo saggio, Rosetta Loy descrive l’atteggiamento di una tipica famiglia borghese italiana, nella fattispecie quella della scrittrice, durante il fascismo. Attraverso gli occhi innocenti della Loy bambina ripercorriamo i maggiori avvenimenti della storia. Il libro è una critica piuttosto pungente verso una classe intellettuale italiana alquanto indifferente e anche nei confronti della politica vaticana, in particolare dopo il 1938.

Alla luce della mia ricerca, credo di poter affermare che compito dell’uomo di cultura sia quello di rendere vigile l’umanità, di guidare menti e coscienze, senza separare “la causa dell’arte da quella dell’uomo20, senza sganciarsi da una responsabilità che prima di essere intellettuale deve essere morale.

E’ significativo, a mio avviso, che tale responsabilità venga avvertita, oggi, da scrittori ‘giovani’, appartenenti alla generazione dei figli e dei nipoti. Per questi autori, la scelta della finzione letteraria, in relazione ai campi di sterminio, è una strada quasi obbligata. Si sono ‘formati’ sui testi di Levi, Wiesel, Améry, e di tutti gli altri, che hanno voluto e potuto scrivere le loro memorie sui campi di sterminio, ma sono consapevoli che gli accadimenti dei lager non possono essere archiviati come meri ‘fatti storici’ e devono continuare ad essere vissuti come ‘fatti umani’.

E’ questo l’aspetto che ho voluto analizzare nel quarto capitolo di questa tesi. Ho infatti avvertito la necessità di dividere gli scrittori contemporanei, su cui avevo lavorato, in scrittori figli e scrittori nipoti. Tale esigenza è sorta dall’analisi dei vari romanzi in cui ho individuato un diverso atteggiamento, nei confronti dell’esperienza dello sterminio, a seconda delle generazioni.

Erri De Luca, in un’intervista a Milva Spadi, parla dei “figli di Auschwitz” non ancora “sfebbrati” da quella terribile violenza, definendo il XX secolo: “il più macellaio di tutta la storia dell’umanità21.

E’ naturale che la generazione contemporanea ai campi di sterminio sia “esagerata” come quella dei loro discendenti diretti (come, ad esempio, Erri De Luca, oggi cinquantatreenne), che non hanno avuto modo di stemperare il loro rapporto emotivo con la Storia.

Nella generazione dei nipoti (come ad esempio Marco Bosonetto, oggi trentenne), cresciuta in pace e senza colpa, risiede l’opportunità “di fissare di nuovo lo sguardo sopra orrori già conosciuti”22, mostrandone attraverso nuovi canali comunicativi, quali la finzione letteraria, i loro terribili effetti alle generazioni future.

Nella coscienza di ogni uomo post-concentrazionario deve essere palese che Auschwitz appartiene, in maniera indissolubile, alla Storia e, quindi, alla sua stessa identità.

1 E. Affinati, Campo del sangue, Milano, Mondadori, 1997.

2 Ibidem, p.179.

3 M.Spadi, Le parole di un uomo. Incontro con Primo Levi, Roma, Di Rienzo Editore, 1997, p.26.

4 P. Levi, Se questo è un uomo, Torino, Einaudi, 1976, I ed. Torino, De Silva, 1947, II ed. Torino, Einaudi, 1957.

5 Idem, Se non ora quando?, Torino, Einaudi, 1982.

6 E. Bruck, Transit, Venezia, Marsilio, 1975; Idem, Nuda proprietà, Venezia, Marsilio, 1993.

7 P.Levi, I sommersi e i salvati, Torino, Einaudi, 1986.

8 E. Wiesel, Un juif aud’jourd’hui, Paris, Editions de Minuit, 1977, p.190: "La littérature de l’holocauste? Le terme même est un contresens. Qui n’a pas vécu l’événement jamais ne le connaitra et qui l’a vecu jamais ne le devoilera. Pas vraiment. Pas jusq’au fond.(La letteratura dell’olocausto? Il termine stesso è un controsenso. Chi non ha vissuto tale avvenimento non potrà mai conoscerlo e chi lo ha vissuto non lo svelerà. Mai veramente. Mai fino in fondo”, Traduzione mia). Ma lo stesso Wiesel comprende il “controsenso” della sua affermazione quando dichiara: “Come parlarne? Come non parlarne? Presto non ci sarà più nessuno a parlarne e ad ascoltare”, Elie Wiesel, Entre deux soleils, Paris, Seuil, 1970, p.249, in Rabi Wladimir, Elie Wiesel, un homme, une oeuvre, un public, ESPRIT, 45, septembre 1980, p.81.

9 Dan Paguis, Autobiografia, in Chant d’Israel, Paris, Ed Caractère, 1984, p.192, a cura di M.Eckhart e B. Ziffer.

10 A.Cavaglion, Parola, silenzio e memoria. Esiste una forma letteraria per la testimonianza?, in Il racconto della deportazione nella letteratura e nel cinema, I quaderni della porta/73, pp.25-37.

11 A. Manzoni, Storia della colonna infame, vol.I, Firenze, Sansoni, 1988, pp.1277-1332.

12 Idem, Del romanzo storico e, in genere, de’ componimenti misti di storia e d’invenzione, vol.II, Firenze, Sansoni, 1988, p.1727-1763.

13 G.Pederiali, Stella di Piazza Giudia, Firenze, Giunti, 1995; Idem, L’amica Italiana, Milano, Mondadori, 1998.

14 G.Pansa, Il bambino che guardava le donne, Milano, Sperling & Kupfer, 1999.

15 M.Bosonetto, Nonno Rosenstein nega tutto, Milano, Baldini & Castoldi, 2000.

16 E.Collotti, Fascismo e antifascismo. Rimozioni, revisioni, negazioni, Roma-Bari, Laterza, 2000, p.45.

17 E. De Luca, Tu, mio, Milano, Feltrinelli, 1998; Idem, Montedidio, Milano, Feltrinelli, 2001.

18 P.Maurensig, La variante di Lünenburg, Milano, Adelphi, 1993.

19 R. Loy, La parola ebreo, Torino, Einaudi, 1997.

20 E. Affinati, op.cit.,p.81.

21 M.Spadi, Le parole di un uomo. Incontro con Primo Levi, op.cit., p.60.

22 A.Manzoni, Storia della colonna infame, op. cit. .


© Morashà 2003 - Elena Pelloni 2003

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