Tesi di laurea di Elena Pelloni - Memoria indiretta del lager negli scrittori della seconda e terza generazione


Capitolo 1: Verità storica e finzione letteraria

1.1 “L’originale e il ritratto”
1.2 Autobiografia e finzione letteraria
1.3 Un nuovo umanesimo

“<Ci riusciranno, il tempo lavora per loro. Tra cinquant’anni, grazie all’Operazione Memoria, neppure gli ebrei crederanno nei campi di sterminio> disse Corinna.

<Possono bruciare i documenti originali e sostenere che i vincitori mentono o esagerano. Ma non potranno bruciare o far dimenticare i libri di Primo Levi o di Giacomo Debenedetti. Le esperienze rivissute attraverso la letteratura diventano arte: monumenti indistruttibili>.

<Tu parli da scrittore.>

<No, da lettore>.

Giuseppe Pederiali, L’amica italiana

1.1 “L’originale e il ritratto”

Quando si va ad esaminare il rapporto tra verità storica e finzione letteraria nel trattare l’argomento dei campi di sterminio e della persecuzione razziale, politica e religiosa nazista, ci si imbatte in un costante punto di approdo -sia da parte dei sostenitori che dei detrattori dell’uso in tal senso della finzione letteraria- che potremmo riassumere nella molto abusata affermazione di Primo Levi per il quale l’esperienza del lager rappresenta “un unicum” nella storia dell’uomo23.

Ora, tale considerazione, per quanto vera, non risolve il problema della presunta dicotomia che molti vedono tra la verità storica e la finzione letteraria in relazione al campo di sterminio. Si tratta di una impasse che ha ‘bloccato’ molto la letteratura italiana, rispetto a quella di altri Paesi quali Francia e Stati Uniti, pur contando l’Italia tra le sue fila autori di straordinaria portata che da secoli hanno indicato una possibile via d’uscita. Primo fra tutti, Alessandro Manzoni, al quale non può certo essere negato il merito di aver dimostrato come la finzione letteraria può e deve aiutare la verità storica ad essere compresa ed interiorizzata dalle generazioni successive.

Nella lettera Del romanzo storico e, in genere, de’ componimenti misti di storia e d’invenzione, Manzoni così scrive:

“L’intento e lo studio dell’autore è di rendere, per quanto può, e il soggetto e tutta l’azione, tanto verosimile relativamente al tempo in cui è finta, che fosse potuta parer tale agli uomini di quel tempo, se il romanzo fosse stato scritto per loro.

Ma è scritto per altri. Mettiamo pure, che all’autore sia riuscito di comporre un racconto che agli uomini di quel tempo sarebbe parso verosimile. Un tale effetto sarebbe allora venuto dal confronto spontaneo ed immediato, tra il generale ideato dall’autore, ed il reale che essi conoscevano per esperienza; mentre, per produrlo in uomini di un altro tempo, l’autore è ridotto a cercare di supplire all’esperienza con l’informazione, e di mettere, dirò così, in una sola composizione, l’originale e il ritratto (neretto del redattore). Non c’è il contrasto diretto tra il vero e il verosimile; e è senza dubbio un grande vantaggio; ma c’è ugualmente o la confusione dell’uno con l’altro, o la distinzione tra di essi. Anzi c’è, in proporzioni variabilissime, ma inevitabilmente, e confusione e distinzione[…]”.24

“Originale e ritratto”, dunque, la cui commistione o, come scrive Manzoni “confusione e distinzione”, è per molti ‘puristi’ -intendendo con tale termine coloro che ritengono opportuno affidare la trasmissione dell’esperienza del lager alla sola memorialistica- inammissibile ed ingiustificabile, ma che invece può dare ottimi frutti.

Ovviamente tale commistione deve essere effettuata da ‘mani felici’, anche se non tutti possono arrivare all’altezza di Manzoni, proprio per non compromettere il delicato equilibrio tra la realtà storica dei campi di sterminio e la finzione dei personaggi letterari. Equilibrio che presuppone una notevole conoscenza e competenza storica, oltre alle necessarie maestria letteraria ed empatia umana. Tali alte competenze dovrebbero essere patrimonio di qualsiasi autore letterario, ma quando esse mancano in coloro che si cimentano con il tema che qui interessa, non solo provocano sdegno ed ampie polemiche, ma si rivelano enormemente lacunose, e pericolose, proprio per la delicatezza della materia trattata.

Quanto accaduto nei lager è costantemente presente nella coscienza dell’uomo ‘post-concentrazionario’ e ciò è testimoniato dal forte interesse che, dopo 67 anni, giovani scrittori, nati anche a molti anni di distanza dallo sterminio, dimostrano attraverso le loro opere.

Anche a causa di questa distanza generazionale, la letteratura che affronta il tema del campo di sterminio si occupa sempre meno di ‘memorie’, anche se è innegabile il loro peso e la loro fondamentale importanza. Questo tipo di letteratura diviene sempre più riflessione per l’approfondimento della nostra coscienza storica e per la ricerca di risposte, non solo a spiegazione dell’accaduto, ma anche alla domanda se la Storia sia solo un insieme casuale di fatti o una cosciente sequenza di azioni, compiute dall’uomo, con il pieno controllo della sua volontà e del suo arbitrio.

Caratteristica principale di quasi tutti i romanzi analizzati è, a mio avviso, l’aver reso possibile quello che la Storia, ma dovrei dire l’uomo, ha negato alle vittime del lager: la potenzialità di narrarsi, dando un significato alla propria esistenza. Questa possibilità, negata dalla Storia alle vittime dei campi di sterminio, viene restituita dall’opera letteraria in tutta la sua individualità.

E’ un emergere della soggettività nella storia quello che, di fatto, si verifica attraverso la finzione letteraria. Una soggettività che deve palesarsi in quanto tale, senza essere denigrata o idealizzata, ma che proprio perché unica ci coinvolge e ci conduce ad una conoscenza ‘storica’ meno generalizzata, ma non meno completa.

E’ per questo che, dai romanzi in esame, vediamo emergere personaggi di ogni estrazione sociale e politica, a tutto tondo nella loro soggettività comunque lacerata, senza che però risultino confusi i ruoli di vittima e carnefice, di persecutori e perseguitati. La finzione letteraria ci restituisce una realtà che alla storia, nel suo compito generalizzante di costruire visioni più ampie, spesso sfugge.

Un’altra caratteristica comune a tutti i romanzi letti, o meglio ai loro autori, è il non lasciarsi ‘bloccare’ dal riverente rispetto di una verità storica che finirebbe per inaridire e rendere scontato qualsiasi racconto. Gli scrittori di cui tratterò hanno affrontato il tema dello sterminio con attenzione e cautela, ma senza il timore di suscitare scandalo. Spesso, infatti, la tragica esperienza di ogni deportato fa da sfondo alle loro storie, non viene mai del tutto esplicitata, ma tenuta costantemente presente con sapienti “strategie di reticenza”, il cui significato esaminerò più a fondo nel capitolo successivo.

Per rendere meno generico il discorso, credo sia necessario un attento esame di alcuni romanzi in cui i concetti sopra esposti siano esplicitati. Per ragioni di spazio, ne prendo in considerazione solo alcuni, rimandando più avanti la presentazione degli altri.

Il primo autore di cui vorrei esaminare l’opera è Giuseppe Pederiali, nato nel 1937 a Finale Emilia e attualmente residente a Milano. Sono due i romanzi in cui quest’autore si cimenta con il tema dei campi di sterminio e della persecuzione razziale a Roma25.

E’ il plot narrativo che interessa sottoporre all’attenzione, per mostrare come i personaggi di L’amica italiana e Stella di Piazza Giudia, seppur realmente esistiti, acquistino una personalità ed un significato letterario che, nella vita reale, forse non hanno avuto o, al contrario, che la storia pura e semplice non ha messo in evidenza. In ogni caso, a romanzo letto, non guardiamo i luoghi e le persone descritte con gli stessi occhi di prima. La nostra conoscenza, o forse percezione, di questi e di quelle si è al tempo stesso ampliata e ingarbugliata. Siamo andati più a fondo, ma la conoscenza del mondo che circonda i personaggi ha reso tutto più sfaccettato, meno netto rispetto alla lezione di storia appresa a scuola, a casa, dai nonni o dai sopravvissuti. Non è cambiata la nostra visione di chi siano i colpevoli, gli innocenti e le vittime, ma si è ampliata la nostra capacità di ‘percezione’ e visione della realtà.

Stella di Piazza Giudia è ambientato in un lasso di tempo che va dalla Roma degli anni Trenta, e dalla vita della gente del ghetto sulla riva del Tevere, alle leggi razziali, ai discorsi del Duce, ai giorni delle retate e delle deportazioni di massa e, infine, alla caotica euforia dell’Italia liberata. Il romanzo è un riuscito tentativo di dare voce e sentimento a vicende e personaggi, realmente esistiti, di cui molto è stato detto e scritto, ma che neanche i processi sono riusciti a comprendere nelle ragioni più intime26.

Luoghi e avvenimenti fanno da sfondo alla storia, realmente accaduta, ma liberamente re-interpretata da Pederiali. Celeste, una ragazza del ghetto ebraico di Roma, si è macchiata di infamanti atti di spionaggio e denuncia nei confronti della sua gente durante la persecuzione razziale. Per tutti la ragazza è la “pantera nera”, a causa della sua collaborazione con fascisti e nazisti, ma anche per il colore del suo incarnato e dei capelli. Stella è il nome con cui tutti la chiamano fin da piccola e anche il nome che compare nelle strofe che la gente del ghetto canticchia quando la vede: “Stella della sira, Stella ria, sei tu la spia, di Piazza Giudìa…”.27

Celeste è considerata fin da giovanissima la più bella ragazza del ghetto. E’ una giovane piena di entusiasmo, lusingata dai complimenti che le vengono rivolti per strada. Il suo amore per la vita la spinge a fare nuove e continue esperienze, entrando spesso in conflitto con la famiglia e con tutta la gente del ghetto, che vorrebbe da lei un atteggiamento più consono alle tradizioni e al buoncostume.

A Celeste sta troppo stretto questo piccolo mondo fatto di povertà, di privazioni e di pregiudizi. La sua insofferenza la spinge a continue, ma piccole e insignificanti disobbedienze, che però la fanno additare fin dall’adolescenza, come una poco di buono. Unica amica fedele che le rimane è Settimia, una coetanea con cui compie passeggiate proibite fuori dal Ghetto. Tutte le altre ragazze sembrano evitarla e i ragazzi pure, visto che si è fatta vedere in giro con un ragazzo diverso dal suo fidanzato, il quale ha subito interrotto il loro rapporto. Anche Ignazio, il saggio ciabattino del quartiere di Piazza Giudia, le sta vicino con amorevoli consigli e l’ascolta quando Celeste ha bisogno di confidarsi.

L’emanazione delle leggi razziali produce pochi cambiamenti nella vita delle persone del ghetto, organizzata da sempre intorno alle stesse attività e allo stesso ambiente: “Le leggi razziali hanno colpito più crudelmente gli ebrei che abitavano fuori dal Ghetto, i più assimilati al resto della popolazione: impiegati dello Stato, insegnanti delle scuole pubbliche, ufficiali di carriera”28.

Dopo l’8 settembre Celeste inizia una relazione con un poliziotto romano della polizia segreta fascista e, contemporaneamente, inizia anche la sua attività di denuncia alle autorità naziste, degli ebrei scampati alla retata del 16 ottobre 1943. Già in quella occasione, Celeste si era distinta dagli altri abitanti del ghetto, perché non aveva voluto contribuire alla raccolta dell’oro richiesto dai tedeschi. Con l’inasprirsi della situazione per i cittadini italiani di origine ebraica, Celeste diventa sempre più invisa alla sua gente, ma non interrompe né la relazione con il poliziotto né la sua attività di denuncia.

La vicenda di Celeste è ricostruita attraverso la voce di coloro che, come Ignazio, l’amica Settimia, la portiera di una pensione, hanno fatto con lei una parte del percorso. Nell’ultima parte del romanzo, è il racconto di Settimia che ci guida attraverso le vicissitudini di tutta la gente del ghetto, intrecciate a quelle di Celeste. Settimia è una dei pochi superstiti della deportazione ad Auschwitz degli ebrei del Ghetto di Roma. Parentesi interessante del suo racconto è l’incontro da lei avuto con Fiorella Castelfranco, una ragazza quattordicenne, le cui vicende hanno fornito a Pederiali lo spunto per il romanzo L’amica italiana29.

Nessuno ha mai saputo perché Celeste abbia fatto ciò che ha fatto. Se per soldi o per amore del poliziotto ausiliario delle SS, se per salvare persone care o se stessa, o addirittura per vendicarsi della propria comunità che l’aveva respinta ai margini per il suo comportamento disinibito: “Non mi lascerò chiudere in un Ghetto e neppure in un campo di concentramento, rispose Celeste[…]. Se uno è furbo riesce a fregare anche i tedeschi30.

Il mistero di Celeste è di quelli che solo i narratori possono illuminare, prendendo spunto dalla realtà delle carte processuali, degli archivi e dei giornali d’epoca o delle testimonianze. Pederiali conclude il suo lavoro con queste parole:

“Mi chiamo Giuseppe Pederiali e sono l’autore di questo romanzo. Quando Settimia e Fiorella entrarono ad Auschwitz, io avevo sei anni e abitavo a Milano con i miei genitori in una pensione in via Santa Maria Valle. La noia delle lunghe giornate trascorse sul terrazzo era attenuata dalla presenza di un misterioso ospite che non usciva mai di casa. Il signor Ignazio Scugnizzi mi raccontava favole molto belle, diverse da quelle di mia madre […]. Un giorno sentii la padrona della pensione dire che il signor Ignazio (nonostante sia un ebreo, precisò) era una brava persona. […].Che le fiabe del signor Scugnizzi non fossero altro che dei midrashim, l’ho scoperto molti anni dopo, durante le ricerche tra i muri e le persone del Ghetto di Roma, mentre ricostruivo la storia di Celeste. Il tempo ha modificato il colore delle pietre e i ricordi degli uomini: il mio racconto non è solo cronaca, documento, memoriale di molti testimoni; vorrei che fosse un midrash, una parabola”31.

Il secondo romanzo di Pederiali preso in esame è L’amica Italiana. La storia si dipana tra la Roma del ghetto degli anni Novanta, la Vienna degli intrighi e dei rigurgiti neonazisti, l’Argentina popolata da presenze inquietanti e i vicoli di Gerusalemme, crocevia della grande storia.

Molti dei romanzi italiani esaminati seguono questo andamento ‘internazionale’, da cui è quasi impossibile prescindere poiché, la storia dello sterminio, ha unito e diviso i popoli e le vicende di ogni singolo essere umano e di tutto il mondo occidentale.

Vittorio è uno scrittore italiano alla ricerca di un buon soggetto per il suo prossimo romanzo, mentre Corinna è una giornalista tenace e alla ricerca dello ‘scoop’ della vita. Insieme si mettono sulle tracce di Fiorella Castelfranco, una ragazza romana di origine ebrea deportata ad Auschwitz all’età di 14 anni, che risulta sopravvissuta dai documenti redatti dopo la liberazione. Muovendosi tra i negozi del vecchio ghetto di Roma, Vittorio e Corinna rintracciano il fratellastro di Fiorella, il quale nutre forti dubbi sulla sopravvivenza della sorella, che mai si è fatta viva o ha tentato un contatto con ciò che rimaneva della sua famiglia negli ultimi cinquant’anni.

Dalle carte in possesso di Vittorio risulta che Fiorella, una volta ad Auschwitz, sia stata portata in casa dell’ufficiale responsabile del lager, Mennecke, che aveva una figlia della stessa età di Fiorella, Adelheid, e che stava imparando l’italiano, essendo la moglie di Mennecke una tirolese di lingua italiana. In casa c’era un’altra deportata, una signora tedesca testimone di Geova, Gerta, che faceva da domestica e da governante. Fiorella e Gerta furono costrette a seguire i Mennecke nel campo di Bergen Belsen, quando questi fuggirono da Auschwitz in seguito all’arrivo dei russi. Una bomba uccise tutta la famiglia Mennecke, mentre Gerta e Fiorella si salvarono.

Vittorio e Corinna si recano a Vienna e rintracciano Gerta, la quale conferma loro che Fiorella è sopravvissuta; non rivela altro, ma si limita a descrivere alcune situazioni quotidiane all’interno della casa dei Mennecke:

Nessuno al mondo avrebbe potuto notare differenze tra un uomo che prestava servizio in un lager e un qualsiasi funzionario statale, o un funzionario della Wehrmacht, o un commerciante di legname, o un fabbro ferraio. Il nostro ufficiale arrivava a casa stanco, ma trovava sempre il tempo per ascoltare la moglie e osservare i progressi scolastici della figlia […]. Voi riuscite a capire il male soltanto attraverso l’immagine dei cattivi con la frusta in mano. Ho visto il padrone di casa accarezzare i capelli a Fiorella32.

Dal momento dell’incontro dei due italiani con Gerta il romanzo si biforca: la storia presente dei due ‘ricercatori’ si alterna costantemente con la storia passata delle vicende della quattordicenne Fiorella Castelfranco, in lotta per la sopravvivenza nella casa dei Mennecke.

Vittorio e Corinna sono costantemente ostacolati nelle loro ricerche da una serie di incidenti per niente fortuiti. Un impiegato del centro Wiesenthal chiarisce loro la situazione spiegando che forze nascoste e potenti cercano di far sparire molte tracce dello sterminio, a cominciare da alcuni industriali tedeschi:

Oggi non sono certo Odessa o Edelweiss -le organizzazioni che aiutarono i criminali nazisti a sparire impuniti- a preoccuparci, bensì le sempre più frequenti e ben orchestrate campagne che negano l’esistenza dei campi di sterminio[…]. Società agricole e industriali già da anni premono sul governo della Polonia per avere in concessione aree di Auschwitz-Birkenau per costruirvi stalle e complessi industriali al posto degli ‘inutili’ reperti33.

L’altra parte del romanzo ci descrive la ‘prigionia’ di Fiorella in casa Mennecke; qui la ragazza italiana riceve anche un nuovo nome, quello che i nazisti davano a tutte le donne ebree: Sara, nient’altro.

Fiorella-Sara è costretta ad assistere alle lezioni di Rassenkunde della coetanea Adelheid, figlia dell’ufficiale nazista, che le puntualizza:

La Rassenkunde è la scienza che spiega la superiorità della razza ariana; studiandola si capiscono i grossi difetti degli altri popoli.[…]. La piccola e giovane tedesca deve essere sana di corpo, stoica d’indole e ferma nella sua convinzione che il redentore della Germania è Adolf Hitler”34.

La lettura preferita di Adelheid è il Mein Kampf di Hitler, di cui legge ampi passi a Fiorella:

Se riconosciamo quale prima missione dello Stato al servizio e per il bene del popolo la conservazione, la cura e lo sviluppo dei migliori elementi della razza, è naturale che le provvidenze statali debbano estendersi fino alla nascita del piccolo rampollo della nazione e della razza e che lo Stato debba altresì fare, con l’educazione, del giovinetto un prezioso elemento della ulteriore propagazione della stirpe35.

Le lezioni hanno anche una parte pratica e di essa si occupa Mennecke in persona. Fiorella serve a questo: a dimostrare ad Adelheid la superiorità della razza ariana attraverso un continuo confronto con un’ebrea, il cui naso presenta la caratteristica gobba di tutti gli ebrei. Ma una sera Adelheid, guardandosi il naso allo specchio, “tornò a toccarselo dalla punta all’attaccatura tra gli occhi e tornò a percepire la lieve gobba, identica a quella trovata sul naso di Sara36.

Seguono a questo punto una serie di osservazioni che mettono in evidenza la fragilità delle teorie dell’ufficiale nazista, ma che egli ciecamente sostiene. Mennecke ha scelto come moglie una donna ariana che avesse tutte le caratteristiche per garantire il miglioramento e la moltiplicazione della razza:

Aveva scelto Augusta perché aveva i fianchi abbastanza ampi da garantire una sicura maternità, gli occhi verdazzurro, possedeva un carattere tranquillo, sapeva cucinare e amava la casa: così come suggerivano i libri in vendita nella Braune Läden, una donna valeva per le due K ideali, Kinder und Küche, bambini e cucina37.

Ma Augusta avrà una sola figlia e con difficoltà; non sa cucinare e non è appassionata per la casa.

A volte Fiorella-Sara si rilassa e si considera fortunata di non essere dentro il campo a morire di fame e di stenti ed arriva persino a chiamare “Heidi” la coetanea Adelheid; ma ciò non le è permesso sempre e, dopo averle confidato un segreto, la ragazza tedesca si assicura così il suo silenzio:

“<Ricordati che basterebbe una mia parola per farti tornare da dove sei venuta…> . Fiorella capì che Adelheid conosceva bene il lager38.

Una volta fuggiti da Auschwitz e rifugiatisi a Bergen Belsen, i Mennecke non sono più i privilegiati di un tempo e scoprono fame e freddo. Fiorella è di troppo e viene spedita al vicino campo di concentramento, dove si compie il suo tragico destino39. Mennecke scompare; la moglie muore sotto un bombardamento e la giovane Adelheid, miracolosamente salva, si fa passare per una deportata sopravvissuta che risponde al nome di Fiorella Castelfranco.

A questo punto i due piani della narrazione si ricongiungono poiché Vitttorio e Corinna riescono a rintracciare Fiorella-Adelheid in Israele, dove vive con il nome di Elsa Shelach. A Gerusalemme, dove ha trascorso tutta la sua vita dalla fine della guerra in poi, Elsa lavora come guida e ogni giorno conduce i visitatori lungo il Sentiero dei Giusti illustrando loro le tappe dello sterminio di milioni di ebrei, descrivendo dettagliatamente in cosa consisteva un lager nazista. Ma Adelheid non vuole che la sua vera identità sia rivelata e i due italiani accettano di farlo solo dopo la sua morte.

Sulle tracce di Adelheid si mette anche Walter Mennecke, che però crede di cercare Fiorella, dalla quale teme di essere riconosciuto e denunciato. Mennecke, dopo aver lasciato moglie e figlia si era rifugiato in Argentina, in una località nota come la ‘Svizzera argentina’. Qui ha operato per anni sotto mentite spoglie come emissario dell’Organizzazione Memoria, una struttura composta da ex gerarchi nazisti e giovani neonazisti il cui compito è di far sparire dalla faccia della terra tutte le informazioni possibili sull’avvenuto massacro dei campi di sterminio nazisti40.

Sotto la falsa identità di un ricco mercante d’arte argentino, Mennecke si reca a Roma, dove acquista da un altro trafficante dei documenti nazisti che testimoniano l’esistenza del progetto della soluzione finale:

Li estrae con delicatezza, li apre. Non provengono certo dagli archivi violati dell’Armata Rossa. Più facile trovarli nelle bancarelle e nei negozi di piccolo antiquariato. Giusto però cancellare anche queste immagini dalla memoria, spesso più appariscenti e fuorvianti di un documento scritto e firmato41.

Dopo Roma, Mennecke si reca a Gerusalemme. Quando finalmente riesce ad incontrare la donna che porta il nome di Elsa Shelach vede che si tratta di sua figlia Adelheid e cerca di convincerla ad andare con lui. Heidi respinge l’anziano padre, il quale viene in seguito ucciso dai sicari della sua stessa organizzazione perché, palesandosi, ha rischiato di mettere allo scoperto il gruppo revisionista.

La scoperta dell’esistenza dell’Organizzazione Memoria è un tuffo al cuore per Vittorio e Corinna, che in essa intravedono l’inizio di un oblio per le vicende assolutamente da non dimenticare dei campi di sterminio:

“<Ci riusciranno, il tempo lavora per loro. Tra cinquant’anni, grazie all’Operazione Memoria, neppure gli ebrei crederanno nei campi di sterminio> disse Corinna.

<Possono bruciare i documenti originali e sostenere che i vincitori mentono o esagerano. Ma non potranno bruciare o far dimenticare i libri di Primo Levi o di Giacomo Debenedetti. Le esperienze rivissute attraverso la letteratura diventano arte: monumenti indistruttibili>.

<Tu parli da scrittore>.

<No, da lettore>.42

La narrazione si interrompe qui per riprendere anni dopo, il giorno successivo al funerale di Elsa Shelach:

Oggi Elsa Shelach è morta e con lei sono morte Fiorella Castelfranco e Heidi Mennecke. Peccato che Heidi non abbia voluto, o saputo, raccontarci della sua trasformazione in Fiorella. Forse fu un processo graduale, l’appropriazione di una diversa identità iniziata mentre abitavano nella medesima casa di Auschwitz. Le donne delle SS non ignoravano il lavoro dei padri e dei mariti. La figlia quattordicenne del guardiano del lager vedeva ogni giorno il fumo dei camini. L’innocente Heidi non aveva nulla da espiare. Eppure, con generosità, volle diventare Fiorella alla morte di costei. Per risarcirla, prestarle la propria vita da vivere dopo l’orrore, come l’avrebbe vissuta la piccola ebrea43.

In un dialogo tra Vittorio e Corinna l’autore pone quella che è la sua visione del rapporto tra storia e finzione letteraria. A corto di informazioni, Vittorio non riesce ad andare avanti col suo romanzo e quando Corinna gli suggerisce di inventare, lo scrittore spiega che la realtà storica di cui si stanno interessando ha di gran lunga superato qualsiasi macabra immaginazione umana44 e, anzi, continua ad agire nel presente ogni volta che un luogo o una persona ci mettono in contatto con tale realtà, come gli accade a Roma durante l’incontro con Clemente Coen, perché il fumo dei lager “inquina ancora il mondo”:

Clemente Coen ride, e i denti d’oro luccicano colpiti in pieno dalla luce che viene dalla grande finestra aperta sul traffico di via De Amicis. Vittorio immagina Coen in un campo di concentramento, con le SS che gli strappano l’oro di bocca per fonderlo insieme ad altre migliaia di capsule, anelli e braccialetti rubati agli ebrei appena entrati nei lager. Un pensiero macabro, nato dalla follia ancora nell’aria, come se il fumo di Birkenau e degli altri forni non riuscisse a svanire, e ancora inquinasse il mondo” 45.

In questo romanzo Pederiali, attraverso continui riferimenti, seppur di finzione, ci tiene in costante rapporto con i fatti storici, più o meno lontani: la vicenda dei testimoni di Geova tedeschi46, la fuga da Auschwitz verso Bergen Belsen dei nazisti e dei deportati sopravvissuti, le ‘vie di fuga’ dei gerarchi nazisti dopo la fine della guerra, la loro nuova vita in Argentina, l’attività dei servizi segreti israeliani e, seppur difficile da credere, il fiorire di ‘organizzazioni’ e movimenti revisionisti della peggior specie.

Spesso i fatti storici, nella loro oggettività, non rendono possibile quanto invece lo scritto riesce a veicolare attraverso la finzione letteraria. La comprensione dell’immensa tragicità della morte di migliaia di persone nei campi di sterminio è forse impossibile finché non si comprende il significato della morte di ogni singola persona, come in questo caso di Fiorella Castelfranco.

Attraverso la finzione letteraria ogni singolo volto umano ritrova la sua ‘sensibilità’, esce fuori da quell’annientamento di massa prodotto nei lager, che la storia ci ha spesso tramandato in numeri, e la memoria in resoconti; questi ultimi, per forza di cose, sono molto simili tra loro e corrono il rischio di diventare un unico e sempre uguale racconto.

Solo la finzione può ribaltare il punto di vista che la Storia ci ha purtroppo costretto a constatare: lo sterminio avvenuto nei campi di concentramento è il risultato di un totale ‘annientamento dell’altro’, attraverso la sua riduzione a mero numero, la sua degradazione a Stużck, a pezzo.

Il personaggio o i personaggi di un romanzo di finzione sul lager, con la loro individualità, escono invece fuori dalla massa indistinta delle povere vittime e dal baratro in cui li ha gettati la storia. Questa operazione restituisce all’individuo la sua dignità, il suo diritto ad esistere e a distinguersi come essere unico ed irripetibile e permette al lettore di comprendere a fondo, di percepire l’enormità dello sterminio. Perché se è difficile, doloroso e assurdo quanto apprendiamo dal romanzo circa le vicende del personaggio, quanto può esserlo tutta insieme la storia di milioni di individui che hanno subito tale sorte?

Lo scrittore e il lettore non hanno un compito scientifico, come possono e debbono averlo lo storico e il giudice, a loro spetta esprimere e comprendere ‘l’indicibile’ da uomini, con i mezzi che la natura umana ha a sua disposizione per esplorare se stessa; e l’arte è il mezzo più antico ed immediato che l’uomo abbia mai avuto per farlo.

Alcune forme d’arte possono usufruire di un’immediatezza che permette una comunicazione sensoriale diretta ed immediata.

Solo ad esempio posso qui citare una ‘scultura’ di Christian Boltanski, permanentemente allestita al Centre Pompidour di Parigi. Si tratta di una stanza, senza finestre, cui si accede tramite un’entrata bassa e stretta senza porta. La stanza è interamente rivestita di abiti appesi e ammassati alle pareti. Si tratta di abiti che l’artista ha trovato nelle bancarelle dei mercatini delle pulci, ed entrandovi si avverte la presenza visiva, fisica ed olfattiva di un’umanità che era lì fino a poco tempo fa, una drammatica e totale immersione che soffoca lo spettatore, anche il ragazzo più giovane ed ignaro dell’esistenza del lager. E’ una cappella ardente, una commemorazione anonima alle ferite del XX secolo, che evoca la tragica sparizione programmata di migliaia di individui. Tale immediatezza comunicativa non appartiene alla letteratura che, come vedremo al capitolo successivo, fa uso di altri strumenti.

1.2 Autobiografia e finzione letteraria

In Italia, Primo Levi è stato tra gli autori sopravvissuti ai lager, quello che ha aperto il campo ad una letteratura che, pur restando espressione della sofferenza dei “sommersi” nei campi di sterminio, è anche e deve essere finzione letteraria, unica soluzione che permetta di ricordare l’universo concentrazionario nazista alle generazioni future.

Il fatto che lo sterminio sia in realtà un evento senza testimoni, deve necessariamente aprire la strada a romanzi e racconti in quanto luoghi da cui far parlare “i sommersi”.

In tutti i romanzi degli autori contemporanei fin qui esaminati ho potuto riscontrare quanto sia efficace l’uso in tal senso della finzione letteraria. Nel caso di Primo Levi, ma anche di Edith Bruck, in quanto sopravvissuti all’esperienza del lager, è quasi sempre la memoria che diviene racconto e letteratura. Quest’ultima è frutto di un processo di avvicinamento caratterizzato, al contempo, dalla difficoltà di raccontarsi e l’urgenza vitale di farlo, per cui il testimone comunica, in primo luogo, la sua esperienza di uomo, la sua esperienza della storia diversa, come un DNA, da quella di tutti gli altri uomini47.

In Italia, Primo Levi è lo scrittore ‘sopravvissuto’ che più di tutti ha saputo dare alla sua tragica esperienza del lager il significato conoscitivo ed educativo più importante. Inizialmente, Levi ha concepito la scrittura come mezzo privilegiato, a lui concesso, per comunicare e denunciare le atrocità vissute ad Auschwitz. Lo scrittore torinese ha cercato in questo modo di esorcizzare il sogno, o meglio l’incubo, ricorrente di molti ex deportati: raccontare il loro vissuto e non essere ascoltati né creduti48. Il ricorso di Levi alla finzione letteraria muove anche da questa difficoltà ad essere ascoltati, dall’urgenza di comunicare alle generazioni future l’esperienza di quegli anni terribili, affinché ne scaturisse vera comprensione e condanna.

La finzione letteraria diviene ‘stratagemma stilistico’ efficace per arrivare e far arrivare, in modo meno violento e sofferto, alla più ampia comprensione della realtà della persecuzione nazista49.

Poiché sulle opere di Primo Levi esiste una letteratura ampia ed esaustiva, prenderò in esame l’opera di Edith Bruck, autrice di origine ungherese, la cui produzione letteraria è interamente in lingua italiana e in cui si può riscontrare un percorso molto simile a quello compiuto dallo scrittore torinese, e certamente più consapevole rispetto all’uso della letteratura di finzione in rapporto all’esperienza del lager.

Deportata ancora bambina nei lager nazisti, Edith Bruck vive a Roma dal 1954. Non mi riferirò alle sue opere di carattere spiccatamente biografico50, di sicuro valore, ma a quelle di finzione letteraria, in cui la scrittrice ha realizzato un perfetto e proficuo connubio tra autobiografia e letteratura.

Soprattutto per l’ultima produzione della Bruck è appropriato l’uso del termine “autofiction”, coniato per un nuovo genere letterario nato dalla collaborazione tra lo scrittore francese Julien Serge Doubrovsky e il critico Philippe Lejeune.

Franco D’Intino, nel suo saggio sull’Autobiografia moderna51, descrivendo l’origine di tale termine ne elenca le caratteristiche; tra queste spicca la “sovrapposizione tra verità e finzione, o meglio lo svelamento della verità come finzione52.

In Nuda proprietà, la Bruck risponde a questo criterio. Nel romanzo, la finzione consiste nell’inserire l’esperienza concentrazionaria, rigorosamente vera, in una situazione (lo sfratto) della vita del personaggio narrato. E’ questo connubio tra autobiografia e finzione che fa parlare di “autobiografia come letteratura”.53

Nelle prime opere della Bruck, che risalgono alla fine degli anni ’50 inizio anni ’60 (Andremo in città, Chi ti ama così), troviamo la narrazione delle vicende personali della giovane Edith, prima nella sua terra d’origine e poi durante la tremenda esperienza del lager. Già in questi primi romanzi la Bruck si distingue per spessore narrativo e comunicativo, che nulla ha da invidiare alla migliore produzione di Primo Levi.

Ma è soprattutto nel 1975 con il romanzo breve Transit54 che l’autrice inizia ad utilizzare la propria esperienza di ‘sopravvissuta’ in chiave di fiction ed è nel 1993, con Nuda Proprietà55, che raggiunge la sua più alta espressione.

Essendo Edith Bruck un’autrice molto e costantemente impegnata nella divulgazione e trasmissione orale ai giovani sulla realtà storica dei lager nazisti e della persecuzione in generale56, non possiamo pensare che questa sua scelta di produrre opere di finzione letteraria sul tema non sia più che consapevole e attentamente studiata.

Una scelta che risponde forse, prima di tutto, ad un bisogno soggettivo di catarsi, sublimazione, un riappropriarsi della propria esistenza recuperando il proprio vissuto, ma che non è certo aliena da un consapevole intento ‘educativo’, di far comprendere gli stati d’animo più nascosti ed inesprimibili di chi ha fatto una così atroce esperienza.

E’ infatti sempre un senso generale di angoscia che accompagna il lettore dei romanzi della Bruck; si tratta dell’inquietudine con cui si muovono i suoi personaggi principali nella quotidiana realtà e con cui si rapportano agli oggetti o alle persone che in qualche modo ripropongono per loro una situazione, quasi sempre psicologica, di vittima-perseguitato. Quando arriviamo alla fine del romanzo, la sensazione, che è poi la stessa del personaggio principale, è quella di chi è consapevole di essere alla fine di un tunnel, di cui si vede bene l’uscita, che è proprio vicina ma, nonostante ciò, ci sentiamo fisicamente ancora dentro la cavità buia, che è sopra la nostra testa e alle nostre spalle, perché tale è la sensazione di chi è uscito fisicamente dal lager, ma non può farlo interamente a livello di storia personale, nonostante tutte le sublimazioni ed attivazioni della sua psiche o le sue reali azioni nella vita quotidiana. Alla protagonista di Transit la scrittrice mette in bocca queste parole:

“<Hai brutti sogni? Hai cercato di esorcizzare, guarire questo trauma?> si interessò.

<No. Non è una malattia, era una realtà, la vita>57.

La protagonista di Transit è Melinda, una giovane donna ex deportata nei campi di sterminio, che fa da consulente ad un regista per un film sul tema della deportazione, girato in Ungheria nei primi anni ’60.

Un giorno Melinda viene aggredita in un negozio e apostrofata come “spia criminale” e “fascista”. Denuncia immediatamente il fatto agli agenti di pubblica sicurezza, ma il capo della polizia regionale è tutto ammiccamenti e non dà seguito ad alcuna azione; infatti, l’ufficiale si interessa continuamente sull’accaduto facendo domande solo a Melinda e non si rivolge mai al gestore del negozio.

A Melinda si presenta anche un avvocato, che vuole convincerla a chiedere un risarcimento danni:

“<Ma, dica il massimo della cifra.>

<Non c’è né minimo né massimo, non mi intendo di affari.>

<Lei?>

<Già, io ebrea, è a questo che allude, no?>58

Presso il vicino ospedale, dove si reca per medicarsi il braccio, Melinda incontra David Davidson, un medico ex deportato in un campo di sterminio, dove è stato costretto ad ‘esercitare’ la sua professione, con tutto ciò che di orribile essa comportava. David è taciturno, timoroso e schivo, non vuole parlare del lager, ma Melinda cerca comunque di confrontarsi con lui, per condividere la loro comune esperienza, sperando di poter essere compresa: “Sei tornato di laggiù così, oppure lo eri anche prima? Io dico sempre prima e dopo, anche tu?59

Del cast del film fanno parte un’attrice francese ed una americana, tutta lamentele e totale ignoranza di quella che è stata la realtà dei campi di sterminio. Il regista non mostra alcuna stima per le attrici, ma neanche troppa convinzione nel suo stesso lavoro:

“<Come farai a far vedere a questa>, mi investì il registra indicando l’attrice <come mangia un morto di fame?> […].

<Shit, Shit>, batteva i piedi l’attrice dicendomi di restare con lei e mostrarle, ancora una volta, i gesti del mangiare. Ancora una volta le mostrai i gesti concitati di un affamato e la sua paura di essere derubato della brodaglia, della gavetta, del cucchiaio, per evitare di essere puniti. Perdere il cucchiaio, che valeva una porzione di pane, significava anche la punizione”60.

L’attrice francese sembra più consapevole del suo ruolo:

All’inizio avevo creduto che fosse ebrea, però dicevano tutti che non lo era; se qualcuno di noi o della gente intorno era ebreo, lo si sapeva subito, c’era sempre qualcuno che per caratterizzare o definire una persona diceva che era ebreo61.

Le riprese del film, l’esperienza nel negozio, nonché l’ambiente circostante, gettano Melinda in continui stati di depressione e agitazione. Una notte sogna delle pagnotte che stanno per essere messe nel forno, e da questo momento, la protagonista non riesce più a toccare il pane:

In una delle pagnotte appena riconobbi il volto di mia madre che già perdeva i lineamenti e si disfaceva con le altre62.

La situazione diviene insostenibile e Melinda decide di far ritorno a Roma. Sull’aereo viene aiutata con il bagaglio a mano da alcuni ragazzi arabi molto cordiali, ma il loro atteggiamento cambia completamente quando le vedono il ciondolo con la stella di David appeso al collo. Quella stella è indossata volontariamente da Melinda, con orgoglio e non per costrizione, ma il pregiudizio e l’odio tra le razze non stanno alle sue spalle, né degli uomini e delle donne delle nuove generazioni.

Tra tutti i romanzi di Edith Bruck, Nuda proprietà63, è quello che con più netta decisione va oltre la testimonianza diretta con la forza di una scrittura incalzante e coinvolgente. Nel romanzo si affronta un tema molto attuale come quello dello sfratto, trasformandolo, sotto forma metaforica, nell’inquietante ritorno di un passato ineludibile, riproposto attraverso il rapporto tra perseguitato e aguzzino.

La protagonista è una donna ebrea di origine ungherese Anna Wolf, sopravvissuta al campo di sterminio. Stabilitasi a Roma, vive da alcuni decenni nello stesso appartamento da cui ora viene sfrattata. Decide così di comprare la nuda proprietà dell’abitazione di un’anziana ed enigmatica donna tedesca, Frau Kramer, ancora convinta nazista.

Il rapporto della donna ebrea con quella tedesca è denso di inquietudini, di passi avanti e ripensamenti e quando, alla fine del romanzo, Anna riesce a rivelare all’anziana tedesca l’orrore del suo passato, Frau Kramer “non sente e non vede64. Inizia così una convivenza fisica che psicologicamente ricalca quella tra vittima e persecutore nel lager e che la protagonista non è mai riuscita ad eludere nello spazio e nel tempo.

Per tutta la durata del romanzo il lettore è costretto ad interrogarsi sul meccanismo che fa accettare ad Anna Wolf l’offerta di Frau Kramer: una speranza di comprensione? Il desiderio mai confessato che la vecchia muoia presto? Una sfida con se stessa? E davvero Frau Kramer non vede e non sente niente di ciò che Anna vuole farle capire?

E’ proprio ciò che la vecchia tedesca simboleggia a svuotare l’animo della protagonista e a condizionarne lo strano comportamento. Emblematico l’episodio del mazzolino di fiori:

Pur di non regalarli alla vecchia, decisi di tenerli per me, con coraggio, senza doverglieli dare per forza […]. Per prima cosa offrii subito i fiori, senza alcun pensiero buono o cattivo, naturalmente, automaticamente, come se li avessi portati proprio per lei. […] Ciò che mi ha fatto smarrire ogni volta che la vedevo, è la sua assoluta normalità e la mia immutata stupidità, nel voler cercare ancora qualcosa di diverso in certe persone, un segno del male 65

Frau Kramer non fa nulla per nascondere il suo passato di convinta patriota tedesca e si rammarica spesso con Anna del brutto presente:

Lei ha conosciuto l’Italia vera. Questa è divenuta un mercato africano. Per carità! Gli stranieri come lei sono i benvenuti […]. I ricordi, i cimeli di Manfred, sa chi li vuole? Chi me li ha chiesti? Chi si è riscattato? Mio nipote! Il figlio selvaggio di Berthold, Rudolf. Rudi porterà avanti la bandiera di suo nonno, che mio figlio Berthold ha ammainato”. 66

L’avvocato che fa da intermediario per Frau Kramer, spiega ad Anna che la vecchia non è stata mai tanto convinta di vendere la nuda proprietà come in questo caso ed usa queste parole:

E’ affascinata da lei. L’ha proprio scelta, selezionata tra tutti quelli che sono andati a vedere la casa67.

C’è da chiedersi quale sia la connotazione che l’autrice abbia voluto dare qui al verbo “selezionare”, troppo evocativo per una sopravvissuta al campo di sterminio.

I momenti di più alta tensione, ma anche delusione, per la protagonista, e per il lettore, sono le ‘entrate a gamba tesa’ che Anna cerca di fare sulla vecchia tedesca e che vengono puntualmente respinte da un “Cosa?, Come?,Cosa dice?”:

“<A lei fa impressione la morte Frau Wolf?>

<No. Abbiamo giocato insieme a nascondino. E non mi ha mai presa, mai trovata, non ha mai puntato su di me con precisione il dito inguantato?>

<Cosa?>”68.

Oppure:

“<Io non amo i nazionalismi. Non mi piacciono. Sono sentimenti pericolosi, primitivi, portatori di lutto.>

<Cosa?>69.

Ed ancora:

“<Lei pensa troppo. Pensare fa male. Dimentichi. Io non la disturberò molto>70.

Quando finalmente Anna si trasferisce a casa della Kramer è convinta che:

“Prima o poi le cose della vecchia sarebbero sparite una volta per sempre, con lei, con tutto il suo odore di morte. La casa, con le mie cose dentro, con me dentro, si sarebbe purificata, diventando un tempio bianco71.

Ma non sarà così, neanche quando Anna appende in camera il ritratto dei genitori morti nelle camere a gas naziste:

Di colpo illuminata, mi resi conto che non avrebbe mai guardato dove avrei voluto io né mi avrebbe mai sentito. Mi crollò il mondo addosso. La speranza mi lasciò sola. Inutile. Sconfitta. Impotente con l’anima strappata72.

Solo alla fine comprendiamo che la speranza di cui parla la protagonista è, da un lato, quella di far comprendere, a chi lo ha commesso o lasciato commettere, tutto il male fatto alle persone come lei: ma chi ha chiuso occhi ed orecchi su un tale crimine, sa benissimo come continuare a farlo, ottusamente, per il resto dei suoi giorni.

Dall’altra parte c’è invece la speranza, mai sopita, come ‘sopravvissuta’, di lasciarsi definitivamente dietro la brutta esperienza, di riuscire a convivere serenamente con chi parla la lingua e ha la cultura degli ‘aguzzini’.

Pochi autori ci possono condurre per mano ad analizzare le potenzialità della ‘memoria’ che si fa letteratura di finzione, come fa Edith Bruck.

In un’intervista rilasciata a Milvia Spadi nel 1986 per la Westdeutscher Rundfunk, anche Primo Levi si definiva “reduce di mestiere”:

“Sono diventato un reduce di mestiere, quasi un mercenario. La mia esperienza di allora è profondamente adulterata da una quantità di ripensamenti avuti dopo, di conversazioni […]. Il mio personale modo di convivere con la memoria è stato questo: di esorcizzarla, se si vuole, scrivendo. E’ stato un istinto. Appena ritornato a casa, in questa casa, ho provato un bisogno intenso di raccontare e di scrivere; ciò è stato salutare, perché mi ha tolto dall’incubo. Perché era un incubo.”73

Questo processo catartico ha sicuramente attraversato anche l’opera di Edith Bruck, ma negli ultimi romanzi esso si è evoluto, non in senso positivo o negativo; è semplicemente variato con il variare di tutte le componenti soggettive, oggettive, spaziali e temporali che sottendono alla ‘memoria’ che si fa linguaggio scritto e soprattutto letteratura74.

In Signora Auschwitz, Edith Bruck descrive la sua attività di “reduce di mestiere”, quanto essa sia pesante, difficile e, al tempo stesso, sentita come un pressante bisogno di raccontare75.

C’è molta distanza di atteggiamento tra Levi e la Bruck da un lato e altri sopravvissuti dall’altro, con simili esperienze del lager, come ad esempio Dan Paguis, ebreo russo fuggito da un campo di concentramento nel 1944 e che così scrive in un breve componimento:

“Mio fratello ha inventato l’assassinio

I miei genitori il pianto

Io il silenzio”76.

La scelta del silenzio, benché legittima e comprensibile, a volte unica scelta possibile, si sta rivelando, con il passare degli anni, sempre meno giusta dal punto di vista ‘educativo’ ed ‘etico’. Allo stesso tempo, il dovere morale di raccontare, come ben ha espresso Edith Bruck in Signora Auschwitz, si scontra con la difficoltà di farsi comprendere dalle nuove generazioni, con il rischio di ‘raccontare sempre la solita storia’77.

Nei suoi ultimi romanzi Edith Bruck ha trovato una via d’uscita a questa impasse che non è un semplice problema letterario, ma ha delle ripercussioni molto importanti dal punto di vista morale, educativo, sociale e storico.

In Nuda proprietà la Bruck è riuscita a fare letteratura unendo storia e psicologia. Ben cosciente che dalla storia non si può prescindere, la scrittura viene usata come ‘mezzo’ per comunicare e gridare al mondo contemporaneo un’offesa che non può essere cancellata e che riaffiora ogni volta che ne ha l’occasione, con un’angoscia che è sempre la stessa, pur assumendo forme diverse, dalla paura di uno sfratto, al regalo di un mazzo di fiori:

La storia ha fatto del tempo e del divenire gli atti principali del suo discorso, mentre la psicologia è cresciuta sulla sconvolgente constatazione di Freud negli anni fondanti della psicoanalisi che l’offesa patita trent’anni prima continua ad avere, non appena riesce a trovare l’accesso alle fonti affettive inconsce, l’effetto di un’offesa recente’ 78.

1.3 Un nuovo umanesimo

La prima letteratura concentrazionaria, essenzialmente documentaristica e memorialistica ci fornisce spesso un quadro di netta distinzione tra bene e male, tra buoni e cattivi. Essa aveva infatti la necessità di trasmettere testimonianze ed esperienze completamente nuove e sconosciute rispetto agli accadimenti passati dei singoli individui e dell’intera società. Il passare del tempo ha ultimamente reso ancora più pressante la necessità di raccogliere quante più testimonianze dirette possibili dai sopravvissuti, sempre più anziani. Si tratta di ‘documenti’ di fondamentale importanza, che non possono andare perduti.

Nel corso degli anni, però, la letteratura ha approfondito altri importanti aspetti che la memoria e la storia dei campi di sterminio non hanno potuto, per loro stessa natura, affrontare.

L’esperienza, ma anche la semplice conoscenza dello sterminio nazista hanno ferito l’umanità intera. Il pensiero che le atrocità dei lager siano state commesse da uomini considerati ‘normali’ nella vita quotidiana, che conducevano fuori dal campo, ha posto e continua a porre molti interrogativi su quale sia il ‘fondo’ della moralità e della cultura umana.

Il quadro del nazista che commette i crimini per puro sadismo, ha ceduto il passo alla visione di un criminale consapevole che, fuori dal campo di sterminio, conduce una vita normale e retta, che la conduceva prima del lager e che la condurrà dopo il lager, senza distinguersi da tutti gli altri uomini79.

Non si tratta soltanto della “zona grigia” di cui parla Primo Levi ne i Sommersi e salvati80; essa presuppone molta pietà per una natura umana che ha degli aspetti orribili e che getta nella disperazione più nera chi di tale natura si vergogna e vorrebbe disfarsi.

In virtù di questo suo modo di essere, l’uomo ha bisogno di ‘speranza’ per continuare a vivere e questa non può che scaturire da ritrovate possibilità per la natura umana di essere morale, buona e costruttiva.

Psicologia, pedagogia, sociologia e altre scienze umane hanno fornito ampi contributi negli ultimi decenni all’analisi dell’azione e della condizione umana; studi sui diversi concetti di individuazione ed individualismo81 ci hanno reso consapevoli del valore etico e civile dell’educazione; in ogni campo dello scibile umano si è cercato di analizzare a fondo quanto già magistralmente espresso molti anni prima non da uno scienziato, attraverso studi oggettivi, ma da uno scrittore, attraverso un romanzo: “passioni che non si possono bandire, ma render meno potenti e meno funeste, col riconoscerle ne’ loro effetti e detestarle”82.

Affronterò nel terzo capitolo quanto tutto questo abbia influenzato e debba influenzare la funzione ‘educativa’ di un intellettuale impegnato e responsabile. Quello che vorrei porre in evidenza in questa fase è come la letteratura di finzione sui campi di sterminio, abbia per molti aspetti aperto la via ad un nuovo umanesimo, dopo la fine di quello decretato dall’esistenza stessa del lager.

Attraverso la finzione letteraria vengono portati avanti interrogativi non solo sull’accaduto, ma sulla natura umana, sulle conseguenze delle sue interazioni storico sociali. Più che la risposta alla domanda ‘Chi è l’Uomo?’, che ciascuno si pone in relazione agli avvenimenti dei lager, i romanzi ci mostrano l’ ‘Uomo’.

Attraverso questo meccanismo, anche e soprattutto artistico, si può costruire un nuovo umanesimo, il cui compito è anche quello di renderci vigili, ma che soprattutto rappresenta l’unica forma di rivincita che l’uomo post-concentrazionario può storicamente e psicologicamente opporre alla barbarie dello sterminio nazista83.

Se oggi possiamo ‘immaginare’ Fiorella Castelfranco, la giovane vittima di Auschwitz, non lo dobbiamo certo ai suoi aguzzini, e nemmeno al suo nome riportato su un verbale alleato del 1945, ma al personaggio del libro di Pederiali, anche se non fedele alla realtà o addirittura completamente diverso da essa.

Ridare un volto ad una ragazza scomparsa senza lasciare traccia è come “ammettere l’azione della letteratura sugli uomini: è questa forse l’ultima saggezza dell’occidente84.

I campi di concentramento hanno decretato la fine dell’umanesimo storico tanto per le vittime, che per i carnefici, che per gli ‘ignavi’ e inerti spettatori, pur con un insormontabile divario di responsabilità e colpe85; ma nella letteratura contemporanea l’esperienza del lager fonda un nuovo umanesimo: il linguaggio della finzione nell’opera letteraria diviene espressione di libertà di fronte alla barbarie di ogni regime oppressivo e totalitario che vorrebbe annientare l’individuo e ciò che lo distingue dal resto del regno animale.

Le storie narrate nei romanzi che stiamo analizzando non corrompono affatto il significato di ciò che il campo di sterminio ha rappresentato, ma lo trasmettono in tutta la sua tragicità umana e verità storica.

Ciò può essere riscontrato anche nei romanzi di Paolo Maurensig, autore friulano nato nel 1943, e di Giampaolo Pansa, nato a Casale Monferrato nel 1935.

Nella Variante di Lünenburg86, il personaggio principale, ha messo esposte sopra al pianoforte a coda tutte le foto delle persone che non è riuscito a salvare dallo sterminio. Attraverso tali foto esse riconquistano ognuna la propria individualità e permettono al narratore di ripercorrerne la vicenda personale e unica.

Nel romanzo di Pansa, Il bambino che guardava le donne87, il narratore adotta una tecnica simile; al posto delle fotografie, sono i luoghi a ricostruire e parlare delle singole vite spezzate, che il lager ha indistintamente soppresso.

Il cardine di questo ‘nuovo umanesimo’ sta nel ‘potere della scrittura’, della parola, come espressione di libertà che si afferma proprio attraverso l’opera letteraria ed è questa libertà che minaccia la sostanza dei regimi totalitari. Il potere della parola, e dunque del pensiero, che si esterna attraverso l’opera letteraria, sfugge per la sua stessa irriducibile natura, a qualsiasi ordine oppressivo.

E’ anche vero che lo scrittore arriva spesso a toccare argomenti e azzardare conclusioni e giudizi, quando invece lo storico e il giudice devono basarsi solo su prove documentarie, ma la vera forza della finzione letteraria è soprattutto quella di poter e dover cogliere il ‘sentimento’ della Storia.

Il romanzo si situa al di là di ogni verità storica, poiché ha la possibilità di costruire un perfetto adeguamento tra la realtà dei fatti e la finzione. Gli autori che si cimentano con il tema dei campi di sterminio mostrano di aver preso coscienza del ‘potere’ dell’opera letteraria nel relazionarsi alla realtà, con dei modi e dei tempi propri. E’ come se la letteratura contemporanea si stesse liberando, o meglio, stesse lentamente riacquistando un diritto di espressione abbandonato dall’intellettuale “in virtù degli orrori che ha commesso o lasciato commettere88in passato.

La mancanza di una letteratura di finzione sui campi di sterminio rappresenterebbe una vittoria incontestabile di tutto ciò che il nazismo ha fatto e rappresentato: essa con il tempo costituirà, invece, il mezzo primo attraverso cui ridare la parola a tutti coloro che ne furono privati e condannati al silenzio.

23 P. Levi, I sommersi e i salvati, op.cit., p.12: “Il sistema concentrazionario nazista rimane, tuttavia, un unicum, sia come mole, sia come qualità”.

24 A. Manzoni, Del romanzo storico e, in genere, de’ componimenti misti di storia e d’invenzione, op. cit., p. 1762.

25 G.Pederiali, Stella di Piazza Giudia, op.cit.;Idem, L’amica italiana, op.cit. .

26 Il processo giuridico è momento necessario e fondamentale, ma “è possibile che proprio i processi (da Norimberga al processo Eichman) siano responsabili della confusione delle intelligenze che ha impedito per decenni di pensare ad Auschwitz”, in G. Agamben, Quel che resta di Auschwitz. L’archivio e il testimone, Torino, Bollati Boringhieri, 1988, p.17. Anche A. Portelli osserva che “è possibile che l’ipertrofia del discorso giuridico dai processi alleati a Kesserling, Maeltzer von Mackesen al processo Priebke, renda difficile ragionare storicamente su via Rasella e le Fosse Ardeatine […]. La certezza del diritto richiede una delimitazione dell’oggetto del discorso; la coscienza storica esige una sempre aperta contestualizzazione”; in A. Portelli, L’ordine è già stato eseguito. Roma, le Fosse Ardeatine, la memoria, Roma, Donzelli Editore, 1999, p.339-40.

27 G.Pederiali, Stella di Piazza Giudia, op.cit., p.6.

28 Ibidem, p.26.

29 G. Pederiali, L’amica italiana, op. cit. .

30 Ibidem, p.58.

31 Ibidem, p.194.

32 G.Pederiali, L’amica italiana, op.cit., p.70.

33 Ibidem, p.87.

34 Ibidem, p.144.

35 Ibidem, p.146.

36 Ibidem, p.195.

37 Ibidem, p.170.

38 Ibidem, p. 200.

39 Pederiali non usa una parola di più per descrivere il nuovo ingresso di Fiorella in campo di sterminio. La secchezza di queste parole suscita ben più orrore di molte descrizioni. Anche se non bisogna dimenticare che è proprio grazie a quelle descrizioni che poche parole possono bastare per farci capire ed intuire tutto.

40 La realtà dei fatti, purtroppo, anche qui è poco distante dalla finzione letteraria. Si veda A. Portelli, L’ordine è già stato eseguito. Roma, le Fosse Ardeatine, la memoria, op.cit.,pp.350-1: “Si rifugiano in Argentina fascisti eccellenti e 7500 nazisti; molti si concentrano a Bariloche, un luogo di villeggiatura sulle Ande dove a fine anni Quaranta l’ex nazista Ronald Richter gestisce un fasullo programma per produrre una bomba atomica Argentina. Nel 1951, a Natale, ha luogo a Bariloche una grande riunione di ex nazisti […]”.

41 G.Pederiali,L’amica italiana, op.cit., p.213.

42 Ibidem, p.230.

43 Ibidem, p.281.

44 Ibidem, p.117: “<Inventa. Non è questo il bello della narrativa? Mica devi scrivere un saggio o un libro di storia>.

<Preferirei costruirlo sulla realtà, spesso più romanzesca della fantasia, e qualche volta in maniera esagerata. Ricordi il mio libro su Celeste, la collaborazionista ebrea del ghetto di Roma? Per espiare le colpe della figlia, Settimio andò a consegnarsi alle SS di via Tasso e finì in campo di concentramento, da dove non è più tornato. Io non avrei mai osato inventare particolari così romanzeschi e incredibili>”.

45 Ibidem, p.115.

46 A tal proposito si veda il saggio di B.Bettelheim, Il cuore vigile, Milano, Adelphi, 1998, p.140. I testimoni di Geova tedeschi furono deportati nei campi di sterminio a causa della loro religione. Per loro la deportazione assunse un significato, riuscirono cioè a vedere un senso ad essa, essendone la causa il loro essere di una religione diversa da quella ariana e per tale motivo riuscirono anche a sopportare meglio la persecuzione. Più difficile era resistere, psicologicamente più che fisicamente, ad una realtà senza senso, come lo fu per gli ebrei.

47 Si veda L.Passerini, Storia e soggettività: le fonti orali, la memoria, Firenze, La Nuova Italia, 1988, p. 176: “Il soggetto narrante rappresenta sempre il punto d’incrocio tra varie temporalità: il presente in cui narra, il suo proprio passato ( e la relazione, spesso contraddittoria, tra questi due tempi), il tempo dei fenomeni storici generali che la sua storia di vita incontra nel corso del racconto. Seppure in modo intuitivo e non esplicitato, chi compie un’operazione autobiografica ha a che fare con queste dimensioni temporali e deve definirne l’indirizzo, il significato, i rapporti”.

48 G. Falaschi, L’offesa insanabile: L’imprinting del lager su Primo Levi, in Allegoria, n.38, anno XIII, Maggio-Agosto 2001, pp.5-35, p.6: “Qui c’è mia sorella, e qualche mio amico non precisato, e molta altra gente. Tutti mi stanno ascoltando e io sto raccontando […]. E’ un godimento intenso, fisico, inesprimibile, essere nella mia casa, fra persone amiche, e avere tante cose da raccontare: ma non posso non accorgermi che i miei ascoltatori non mi seguono. Anzi, essi sono del tutto indifferenti: parlano confusamente d’altro fra di loro, come se io non ci fossi. Mia sorella mi guarda, si alza e se ne va senza far parola”.

49 Si veda, ad esempio,il romanzo di P. Levi, Se non ora quando?, op.cit. .

50 E. Bruck, Andremo in città, Milano, Lerici, 1962, Idem, Chi ti ama così, Venezia, Marsilio, 1972.

51 F. D’intino, L’autobiografia moderna. Storia, forme, problemi, Milano, Bulzoni Editore, 1998,

pp.148 e ss.

52 Ibidem, p.149.

53 Ibidem, pp.148 e ss.

54 E. Bruck, Transit, op.cit. .

55 Idem, Nuda Proprietà, op.cit. .

56 Si veda, ad esempio, E. Bruck, Signora Auschwitz, Venezia, Marsilio, 2000.

57 E.Bruck, Transit, op.cit., p.77.

58 Ibidem, p.87.

59 Ibidem, p.81.

60 Ibidem, pp. 40-41.

61 Ibidem, p.60.

62 Ibidem, p.90.

63 E. Bruck, Nuda proprietà, op. cit. .

64 E. Bruck, Nuda proprietà, op.cit., p.151.

65 Ibidem, pp.111-127.

66 Ibidem, pp.105-147.

67 Ibidem, p.106.

68 Ibidem, p.116.

69 Ibidem, p.141.

70 Ibidem, p.145.

71 Ibidem, p.122.

72 Ibidem, p.151.

73 M.Spadi, Le parole di un uomo. Incontro con Primo Levi, op.cit., p.26.

74 F. D’Intino, L’autobiografia moderna. Storia, forme e problemi, op. cit., p.273: “L’ottica autobiografica presuppone dunque ad ogni istante un rapporto sempre diverso e unico tra l’io narrato e l’io narrante, una distanza variabile. In essa […] il rapporto della scrittura è rilevantissimo, giacché il rapporto dello scrivente con il se stesso oggettivato e con le varie fasi della vita cambia man mano che procede, anche grazie al processo innescato dalla scrittura stessa”.

75 E. Bruck, Signora Auschwitz, op. cit., p.13: “Nonostante le testimonianze mi pesassero e avvertissi una certa resistenza, da reduce coscienziosa, a ogni nuovo invito, scattava in me una sorta di obbligo interiore e, armata di medicinali contro gli spasmi addominali, continuavo come una Giovanna d’Arco che si avvia al rogo. E mi bruciavo. Mi lasciavo bruciare, e non mi meravigliai per niente quando un’impacciata studentessa, rivolgendomi una domanda mi chiamò “signora Auschwitz”, luogo che abitava il mio corpo e che mi sentivo anche addosso, come una camicia di forza sempre più stretta, che negli ultimi due anni mi stava letteralmente soffocando, senza che fossi capace di liberarmene. Ero convinta che dire di no alla testimonianza, separarmi da Auschwitz, da me stessa, dal mio essere, mi avrebbe fatto più male che continuare”.

76 Dan Paguis, Autobiografia, in Chant d’Israel, op. cit., p.192.

77 E.Bruck, , Signora Auschwitz, op.cit., pp.12-13:“[…] Prendendo un profondo respiro, continuavo a parlare del passato per il presente e il futuro. Non più mio, ma dei giovani. Fino a due anni fa era convinta che valesse la pena di poterlo e volerlo fare, finché avessi vissuto, anche se alcuni ragazzi, mentre parlavo di mia madre e di mio fratello finiti nella camera a gas e di mio padre morto di stenti, seguivano il ritmo dela loro musica nelle cuffie. Oppure chiacchieravano disattenti, ridevano, o si allontanavano annoiati. Senza immaginare certo che io sentivo, contavo i loro passi sulle mie ferite riaperte e le mie viscere contorte. E stranamente avvertivo per loro la stessa pena che avevo avuto per gli Hitler Jugend, che ignoravano ciò che facevano, come avrebbe detto angelicamente mia madre”.

A conferma di questa comune sensazione tra i sopravvissuti, si veda quanto dichiarato a Milvia Spadi, op.cit., p.78, da Liana Millun, cronista degli anni ’30, insegnante e scrittrice, ex deportata ad Auschwitz-Birkenau nel 1944: “Eppure i giovani, quando leggono questi libri [memorie dei sopravvissuti, ndr] partecipano […], ma perché diventi qualcosa di sentito, ci vuole un aggancio con la realtà.”

78 L. Passerini, op. cit., p.20.

79 Nessuno al mondo avrebbe potuto notare differenze tra un uomo che prestava servizio in un lager e un qualsiasi funzionario statale, o un funzionario della Wehrmacht, o un commerciante di legname, o un fabbro ferraio. Il nostro ufficiale arrivava a casa stanco, ma trovava sempre il tempo per ascoltare la moglie e osservare i progressi scolastici della figlia […]. Voi riuscite a capire il male soltanto attraverso l’immagine dei cattivi con la frusta in mano. Ho visto il padrone di casa accarezzare i capelli a Fiorella”, in Giuseppe Pederiali, L’amica italiana, op.cit., p.70.

80 Si veda anche M. Spadi, op. cit., p. 14: “(La zona grigia) Non siamo tutti uguali, abbiamo livelli di colpa diversi. Però siamo fatti della stessa stoffa. E un oppresso può diventare un oppressore, e spesso lo fa”.

81 Si veda par.3.1. di questa tesi.

82 A. Manzoni, Storia della colonna infame, op.cit. .

83 E. Affinati, Campo del sangue, op.cit, p.22: “Proprio perché abbiamo scoperto la strumentalità dei comportamenti umani dobbiamo distinguere, in ognuno di essi, il bene dal male, come se fosse possibile farlo. […]. Io sono cieco, ma non vado a sbattere come chi pensa di non esserlo”.

84 Miriam Ruszniewski -Dahan, La Shoah, entre mémoire et roman, in Revue d’histoire de la shoah, Le mond juif, Paris, n.162, Janvier-Avril 1998, pp.140-172.

85 Affinati vede in Auschwitz la rappresentazione della fine del Romanticismo: “Parto da questa città [Venezia, ndr] immaginandovi inchiodata come una farfalla in bacheca la bellezza del Novecento. […] Che la decisione nazista di gettarsi nella Storia trasformando il popolo ebreo in una plastica colorata sotto gli occhi stupefatti del mondo sia stato il vero incubo del Romanticismo tedesco?”, in E. Affinati, Campo del sangue, op.cit., pp.13-15.

86 P.Maurensig, La variante di Lünenburg, op.cit..

87 G.Pansa, Il bambino che guardava le donne, op.cit. .

88 George Steiner, Language e Silence, in M. Ruszntiewski-Dahan, La Shoah, entre mémoire et roman, op.cit., p163. Va precisato che Steiner usava queste parole in modo molto diverso e allo scopo di mostrare come “la letteratura su Auschwitz non potrà che essere prossima al silenzio e fortemente allegorica

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© Morashà 2003 - Elena Pelloni 2003

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