Tesi di laurea di Elena Pelloni - Memoria indiretta del lager negli scrittori della seconda e terza generazione


Capitolo 3: Letteratura ed impegno sociale: l’intellettuale contemporaneo in rapporto al tema del lager

3.1 L’avvento del fascismo e gli intellettuali italiani
3.2 Responsabilità intellettuale ieri: il cassetto vuoto
3.3 “Intellettuale ad Auschwitz”
3.4 Responsabilità intellettuale oggi: il ‘palombaro’

L’aspirazione dell’artista moderno a venire considerato un maestro spirituale chiedendo però, in ragione del suo genio, di non essere moralmente giudicato. Carta bianca per quanto riguarda l’opera, riflettori spenti su tutto il resto: da questa paradossale presunzione si sono formate le impotenze, i taciti accordi coi sistemi sociali vigenti, la perniciosa mitologia dell’uomo libero, senza doveri”.

Eraldo Affinati, Campo del sangue

3.1 L’avvento del fascismo e gli intellettuali italiani

Dopo l’eclissi del positivismo, agli inizi del ventesimo secolo, nel panorama della cultura italiana si fa strada l’idealismo, che si potrebbe definire più esattamente crocianesimo. Lo stesso Norberto Bobbio afferma: “Eravamo crociani con la stessa sicurezza e la stessa ingenuità con cui la generazione dei nostri padri era stata positivista128. Non deve stupire perciò che la maggioranza degli intellettuali italiani si sia omologata a quanto proposto da Croce, il quale sosteneva un superiore distacco dalle ‘contaminazioni’ politiche e l’arroccamento da parte dell’intellettuale nella ‘torre d’avorio’ dell’attività specialistica. L’intellettuale crociano è, dunque, svincolato da ogni forma di potere; l’unica fedeltà a cui è chiamato è a quella ‘societas studiorum’ del tutto aliena dalle problematiche politiche e, quindi, libera da qualsiasi imposizione.

Oltre a Croce, la cultura italiana può usufruire della collaborazione di Gentile, che redige il Manifesto degli intellettuali del fascismo e che vede nel nazionalismo fascista “la risposta all’Italia decadente, quella plasmata dal Rinascimento, dal dilagare dell’individualismo, dell’asservimento della vita pubblica al ‘particulare’ 129.

L’opposizione intellettuale al regime fascista acquistò ufficialità solo intorno alla figura di Benedetto Croce che pubblicò Il Manifesto degli intellettuali antifascisti ne Il Mondo” del 1 maggio 1925, in risposta a quello di Gentile; documento sottoscritto da numerosi intellettuali italiani. Ma Croce sosteneva che la cultura doveva essere svincolata dalla politica e colui che, rinunciando all’autonomia della ricerca scientifica, accetta di mettersi al servizio di qualunque schieramento compie un errore imperdonabile.

In tal modo, l’antifascismo culturale viene rappresentato ufficialmente solo dal conservatorismo crociano, a volte di pura reazione intellettuale, perché, come afferma Cusin, “in Italia, l’autorità conta sempre, anche tra i vinti130.

Molti dei firmatari del Manifesto Croce, sostiene sempre Cusin, neppure si resero conto dell’importanza dell’atto che avevano compiuto, tanto da poterlo rinnegare con molta facilità sia nel 1931 che nel 1938, con la promulgazione delle leggi razziali: “La cultura nazionale mostrò, anche in questi frangenti la sua scarsa coscienza e il poco senso di concretezza e, quindi, poca coerenza di azione e dottrina131.

Per Franco Ferrarotti lo scrittore italiano rappresenta un caso unico di “sopravvivenza intellettuale”:

Con i suoi riti, con i suoi premi letterari, per il tipo di vita che conduce, le vacanze che fa, la casa che abita e per il tipo di chiusura che mostra contro tutto ciò che non sia letteratura. Sembra nutrire una buona dose di paura della realtà, paura di esporsi come persona, come singolo. Il fatto è che gli scrittori intellettuali italiani sono sempre stati a servizio. Prima uomini di Chiesa, poi uomini di Corte, alfieriane “muse” appigionate. E ancora oggi sono personaggi profondamente insicuri, quindi piuttosto avidi e venali, alla ricerca di un quietum servitium o con la Chiesa, o con il partito e con l’azienda o con la RAI TV, o con l’ENI o con l’IRI132.

Altrettanto dura è la posizione di Ajello, per il quale:

I letterati non tentarono neppure di essere, all’interno del regime fascista, ciò che oggi si definirebbe un gruppo di pressione, anzi, il conformismo politico si trasformò in limpida arcadia. Il momento di maggiore espansione fu raggiunto, a cavallo degli anni Trenta, con l’inclusione nei ranghi di alcuni ribelli convertiti, chi al Cattolicesimo e chi al Classicismo, fra cui facevano spicco Giovanni Papini e Ardengo Soffici. Così la pattuglia degli elzeviristi si trovò padrona del campo al punto da sentirsi a disagio: come chi aveva affittato un intero continente per portarci a spasso il cane133.

Le affermazioni di Ajello e Ferrarotti sono molto forti, ma evidenziano un comportamento quanto meno altalenante in seno al mondo intellettuale italiano del periodo, il quale non scelse neppure la via dell’esilio, intrapresa invero da vari scienziati, ma non certo dai maggiori e più rappresentativi scrittori italiani134.

Anche il mondo accademico non dà una risposta decisa e contraria al dilagare del fascismo. Infatti, il giuramento di fedeltà al regime fascista, imposto da Mussolini a tutti i docenti universitari nel 1931, fu firmato da oltre 1200 professori universitari: solo dodici non prestarono giuramento e, conseguentemente, furono costretti ad abbandonare le loro cattedre di insegnamento135.

Con tale plebiscitaria adesione, il regime fascista può dimostrare che l’elite culturale italiana appoggia la sua politica mentre, in realtà, il panorama dell’intellighenzia italiana è un puzzle variegato e un sottobosco piuttosto intricato e problematico.

A tal proposito, Guglielmino e Grosser136 si chiedono: “Doppio gioco moralmente condannabile o ‘dissimulazione onesta’?”.

D’altra parte, i dodici professori che hanno rifiutato di giurare fedeltà al regime fascista non sono assurti a simbolo dell’intellettuale impegnato politicamente che, di fronte a leggi liberticide, preferisce perdere il posto di lavoro piuttosto che essere complice di un sistema totalitario.

Anche dopo la fine della guerra il loro gesto è passato inosservato, e solo nel 2001 Giorgio Boatti scrive, per Einaudi, un libro che ripercorre le vite di questi uomini137.

Sono dodici persone diverse per carattere, formazione ed interessi culturali, ma hanno una matrice comune, un credo politico che li costringe a dire di no di fronte alle imposizioni e di fronte a un regime che vuole appiattire i singoli ed esautorarli dal loro compito più importante: essere insegnanti nel senso più alto del termine, ovvero non solo comunicatori di nozioni, ma anche educatori di giovani coscienze, faro direzionale per tutti i loro allievi.

La scelta di questi professori avviene senza clamore, ma sicuramente il loro silenzio parla da solo. Tale scelta li porta ad una vita di isolamento, emarginazione; per alcuni coinciderà con il carcere, per altri con l’espulsione dall’ordine dei medici o degli ecclesiastici: una scelta, comunque, ardua da sostenere in una ‘società sonnecchiante’ come quella italiana del periodo.

Gaetano De Sanctis, proprio riferendosi alla sua decisione di non prestare giuramento, scrive nel suo diario:

Vi sono giorni in cui viene meno ogni speranza terrena. Sembra che il dolore fisico ci opprima. Sembra che la vita, nel dolore, si dissolva. E frattanto, intorno a noi si fa, o a noi si faccia, il deserto. L’odio, l’invidia, la calunnia ci straziano a gara, gli amici sono lontani. Forse ci hanno dimenticato. Forse ci hanno tradito. Tutto crolla. Il domani non è che tenebra. Pare che si sfascino gli organi dei sensi e lo spirito si sente chiuso in un carcere tetro. Ma c’è pure nella resistenza indomita che oppone al dolore e al male, nello sforzo di accettare la volontà divina, non col porgersi ad essi passivo, ma attuandola in qualche modo in sé, ma identificandosi in qualche modo, attivamente, con essa, c’è una gioia intima e violenta e turbinosa.

E la nostra notte si illumina di divini bagliori”.138

Giorgio Boatti sostiene che probabilmente i dodici professori, scegliendo la via del no, avranno pensato alla nota terzina dantesca:

“Facesti come quei che va di notte,

che porta il lume dietro e sé non giova,

ma dopo sé fa le persone dotte”139.

3.2 Responsabilità intellettuale ieri: il cassetto vuoto

Tra i testi esaminati, quelli che meglio rispecchiano il quadro generale della responsabilità intellettuale di fronte allo sterminio nazista rispettivamente di ieri e di oggi sono La parola ebreo, di Rosetta Loy140 e Campo del sangue di Eraldo Affinati141.

Il libro di Rosetta Loy è quanto di più completo sia stato pubblicato in Italia sulle responsabilità individuali e collettive degli intellettuali contemporanei all’avvento del fascismo e del nazismo. In esso l’autrice intreccia storia collettiva e storia individuale. L’avvento del fascismo, delle leggi razziali, l’indifferenza di parte della borghesia italiana e di parte della Chiesa cattolica, si intrecciano con le vicende personali dell’autrice stessa, appartenente ad una famiglia romana di religione cattolica:

Questa memoria autobiografica non è un saggio, ma neppure un racconto di fantasia e chiama specificamente in causa fatti e avvenimenti realmente accaduti142.

La parola ‘ebreo entra nella vita della narratrice fin dai primi anni della sua infanzia, quando viene usata per definire ed individuare persone a lei vicine. Ma già da molti anni in tutta Europa, Italia compresa, è assolutamente impossibile, per qualsiasi persona in grado di ascoltare e leggere, non sentire e vedere la devastante campagna antisemita proveniente dai più disparati ambienti e circoli politici e culturali.

Il 1931 è l’anno di nascita di Rosetta Loy e anche l’anno in cui il Ministro della Pubblica Istruzione impone ai docenti universitari il giuramento di fedeltà al fascismo e l’anno in cui Giovanni Papini pubblica Gog, volume che nel 1943 verrà adottato dalla scuola allievi ufficiali della Repubblica di Salò come testo in un corso di antisemitismo.

Nel 1933, dopo aver firmato il Concordato con la Chiesa Cattolica, Hitler pronuncia queste parole durante la seduta del Consiglio dei Ministri del Reich:

Questo Concordato, il cui contenuto non mi interessa minimamente, ci ha avvolti in un’atmosfera di fiducia molto utile alla nostra lotta senza compromessi contro l’ebraismo143.

Così scrive la Loy:

Il primo tragico appuntamento per gli ebrei italiani è stato l’ascesa al potere di Hilter nel 1933. Qualcosa di profondamente nuovo si è fatto strada nell’immaginario degli oltre 40 milioni di abitanti della penisola. All’olio di ricino e al manganello del fascismo, ha cominciato a sovrapporsi la coreografia mortuaria e sacrificale della croce uncinata, mentre l’antigiudaismo di origine religiosa si è trovato a fianco l’odio e il fanatismo di una nuova mistica pagana144.

Storia emblematica è quella che avvolge le varie edizioni e diffusioni dei Protocolli dei Savi Anziani di Sion. Pubblicati per la prima volta a San Pietroburgo nel 1903, essi sono:

“Il frutto della fantasia degli agenti segreti della polizia zarista; tra gli anni ’20 e ’21 sono pubblicati in Germania, Inghilterra, Francia, Polonia, Ungheria, Jugoslavia e Italia e la rivoluzione bolscevica appare come la prima tappa dell’occulto progetto di dominio ebraico145.

Quasi subito si scopre che essi altro non sono che un plagio e una parafrasi di un libello contro Napoleone III, ma la maggioranza preferisce ritenerli il frutto del lavoro di malintenzionati ebrei:

In Italia sono pubblicati la prima volta nel 1921 in due diverse edizioni a cura di Giovanni Preziosi e di Umberto Benigni, un prete integrista, e passano quasi inosservati. […] Nella terza edizione italiana del 1938, sotto il titolo Gli ebrei in Italia, verrà poi inserito un nuovo capitolo con l’elenco in ordine alfabetico (e si può immaginare con quale intento) di 9800 famiglie ebraiche146.

Nell’estate del 1937 il fratello della narratrice fa una vacanza in Germania e gli rimangono impresse le scritte gotiche a caratteri cubitali al confine tra Austria e Baviera: Wir wollen keine Juden (Non vogliamo ebrei).

Questi e tanti altri episodi sono emblematici nel libro, che alterna continuamente le esperienze individuali della famiglia di Rosetta Loy con quelle collettive di tutti gli italiani.

Il primo ottobre 1937 Rosetta entra in prima elementare, mentre nelle edicole è in piena attività

la campagna di stampa per sensibilizzare un’opinione pubblica poco attenta all’argomento ‘razza’. […] Fra gli intellettuali uno degli obiettivi preferiti è, per il momento, Alberto Pincherle, Moravia (benché ebreo misto). […] Manca da parte della classe intellettuale perfino l’ombra di quella fiera opposizione che più di qualcuno avrebbe sperato. C’è invece quella che Concetto Marchesi nel gennaio del 1945 definirà ‘la libidine di assentimento’. Quasi contemporaneamente arriva per noi Euro, ragazzo aviatore […] il ragazzo della grande Italia fascista147.

A luglio del 1937,

mentre noi bambini corriamo come ogni estate giù per i prati di Ortisei, un discreto numero di professori e assistenti offre al Duce il regalo più ambito: l’avallo ufficiale della scienza […] il Manifesto degli scienziati fascisti, pubblicato anonimo il 14 sul ‘Giornale d’Italia’. Il documento si chiama in realtà Il fascismo e i problemi della razza, ed è stato elaborato da Guido Landra, un giovane assistente di antropologia, su indicazioni di Mussolini e Dino Alfieri. Al pubblico viene presentato ufficialmente come frutto dell’esimio direttore dell’Istituto di Patologia medica di Roma (riuscirà a conservare la cattedra fino al 1955), professore Nicola Pende.148.

Ma è il 1938 l’anno terribile, quello delle leggi razziali, in cui l’Italia raggiunge il livello più abbietto, che culminerà con l’articolo 1 del nuovo Codice Civile (“La capacità giuridica si acquista al momento della nascita. Le limitazioni alla capacità giuridica derivanti dall’appartenenza a determinate razze sono stabilite da leggi speciali”) e con la legge 13 luglio 1939 n.1024 che introduce “la figura dell’arianizzato”, dando inizio ad un vero e proprio mercato, di cui molti ebrei facoltosi e disperati si serviranno per scampare ai lager.

Nel 1938, “quasi trecento posti con le leggi razziali si rendono immediatamente disponibili […]. Per quanto riguarda i <subentrati> si conosce un solo rifiuto all’offerta di occupare una cattedra forzatamente lasciata libera dal docente di <razza ebraica>: quello di Massimo Bontempelli […]. Con una lettera di quattro righe a firma del rettore Cardinali, che avvisa : Dalla vostra scheda di censimento personale risulta che appartenete alla razza ebraica. Siete stato pertanto sospeso dal servizio a decorrere dal 16 ottobre 1938 XVI a norma del R.D.L. 5-9-1938 n.1390, verranno estromessi dall’insegnamento e da qualsiasi altra carica, il professore Tullio Levi-Civita, Federigo Enriques, Beniamino Segre e Guido Castelnuovo, Guido Fubini, Guido Ascoli, Gino Fano, Alessandro Terracini, Emilio Segré, Eugenio Fubini, Leo Pincherle, Bruno Rossi ed Enrico Fermi, che li seguirà avendo la moglie ebrea149.

Rosetta Loy mette costantemente l’accento sulle responsabilità di parte del mondo ecclesiastico cattolico, romano e non. L’autrice si scaglia soprattutto su quella parte di clero che, in tempi di leggi razziali e persecuzioni contro gli ebrei, continuano a parlare del “deicidio fatto dagli ebrei”, come fa Padre Gemelli nel commentare il suicidio del professore di origine ebraica Felice Somigliano:

Ma se insieme con il Positivismo, il Socialismo, il Libero Pensiero e con il Somigliano morissero i Giudei che hanno crocefisso Nostro Signore, non è vero che al mondo si starebbe meglio?”.150

Nel 1940 le scuole chiudono in anticipo e ai primi di giugno la famiglia Loy è già al mare di Ostia. Nello stesso tempo, il nunzio apostolico a Berlino Monsignor Orsenigo:

manifesta a Ernst Wormann, rappresentante del Ministero degli Esteri tedesco, il desiderio che anche l’Italia entri in guerra e si congratula per le vittorie della Germania, Scherzando si augura poi che i tedeschi entrino a Parigi da Versailles151.

Solo nel 1995 si scoprirà la verità sul contenuto dell’enciclica Humani Generis Unitas, voluta da Papa Pio XI e mai pubblicata152. Forse essa avrebbe posto un problema non eludibile alla coscienza dei circa cento milioni di cattolici europei, ma la morte di Pio XI mise tutto a tacere.

Le cose cambiarono con l’elezione di Eugenio Pacelli a Papa Pio XII. Nunzio in Germania dal 1917 al 1929, nel 1933 fu, in qualità di Segretario di Stato, tra i maggiori fautori del concordato tra il Reich hitleriano e la Chiesa.

Ma tra le fila degli ecclesiastici c’è chi, come il cardinale Tisserant sa e cerca di fare qualcosa:

“Quelli sotto ai trentacinque anni sono disposti a tutto. Ho domandato con insistenza alla Santa Sede di fare un’enciclica sul dovere individuale di obbedire ai dettami della coscienza, perché è il punto vitale del Cristianesimo … Temo che la storia dovrà rimproverare alla Santa Sede di aver fatto una politica di comodo per se stessa e non molti di più. E’ molto triste per chi ha vissuto sotto Pio XI153.

Forse il clero conosce anche ‘il resto’: le persecuzioni, gli eccidi:“Il 9 febbraio del 1942 monsignor Orsenigo, nunzio a Berlino, chiede il trasferimento a Dachau dei preti rinchiusi nel campo di Auschwitz154, dove nel settembre precedente era morto Padre Kolbe. Per tutto il 1942 la chiesa cattolica tedesca continua a percepire dal Reich hitleriano 900.000.000 di marchi come contributo per il culto.

Il 10 giugno Mussolini annuncia la guerra contro la Francia e il padre di Rosetta “va a trovare la signora Fioravanti, che è francese, per testimoniarle la sua solidarietà umana e la sua vergogna di italiano per quella che nei decenni a venire sarà chiamata <la pugnalata alle spalle>”155.

Nulla turba la vita quotidiana della piccola Rosetta. Quando ha la febbre non sarà il professore Luzzati a visitarla, ma comunque viene visitata:

“[…]. Dovranno accadere cose terribili perché io torni a visitare quel tempo e guardi nel pozzo dove la signora Della Seta, i Levi, il bambino che vedo trotterellare tra una finestra e l’altra, stanno scivolando giù senza che ne arrivi il minimo fruscio. Neanche mi sono accorta che Giorgio Levi ha smesso di suonare alla porta per andare con mio fratello a giocare a pallone156.

Nella famiglia di Rosetta Loy, quello del fratello, che cerca di darsi alla macchia, è “il solo generoso tentativo di prendere parte al dolore e alla fatica comuni, comuni nel senso <di tutti>”157.

Brucia dirlo, ma un orlo nero segna i nostri giorni incolpevoli, senza memoria e senza storia. E se i Levi non si sono difesi e non sono riusciti a immaginare l’inconcepibile è perché si consideravano, al pari degli altri romani, partecipi di quella garanzia che faceva di Roma una Città aperta[…]. Per troppo tempo avevano condiviso con noi giornate tristi e felici […]. Troppo tempo per sentirsi altri. Come immaginare quella mostruosa solitudine davanti alle SS, a quegli ordini che nello spazio di venti minuti, li cancellavano dall’Humano Genere?158

Dopo aver narrato brevemente la tragica fine dei suoi vicini di casa di origine ebraica, Rosetta Loy conclude il suo libro con un breve accenno al film Pastor Angelicus, del 1954, il cui protagonista è Papa Pio XII:

Il film è un susseguirsi di immagini e musiche dove la guerra appare simile a un misterioso cataclisma, una tempesta di fuoco, senza protagonisti né colpevoli, a pura esaltazione dell’operato del Papa159.

Dalle pagine della Loy emerge un’accusa di colpevole responsabilità nei confronti della borghesia italiana, benestante, alfabetizzata, intellettualmente in grado, volendo, di comprendere il significato di leggi e patti politici- e nei confronti delle alte sfere cattoliche, ancora più ‘equipaggiate’ dal punto di vista della preparazione culturale .

Una responsabilità che non è tanto dovuta all’aver partecipato ad azioni violente contro i perseguitati, politici o ebrei, ma all’esser venuti meno al dovere di denuncia, funzione principale dell’intellettuale, mancando la quale viene a cessare il suo stesso diritto di essere considerato tale.

Il dilemma tra l’esprimere o l’esprimersi non ha minimamente attraversato le menti di buona parte degli intellettuali del periodo pre-bellico. E’ quest’ultimo periodo, infatti, quello da tener particolarmente presente e non certo quello della guerra vera e propria, poiché in quel caso sono subentrati sentimenti di paura e istinto di sopravvivenza che possono senz’altro investire anche un uomo di ‘lettere’ o uno scienziato.

Se l’intellettuale perde, come è accaduto prima e durante l’avvento del fascismo e del nazismo, la sua funzione di ‘sentinella’, di campanello d’allarme, di consapevole educatore di coscienze, allora la società non ha più alcun strumento per difendersi da dittatori e totalitarismi e dai presunti ‘intellettuali’ che lavorano per essi.

A livello storico, filosofico, psicologico e sociale, si è combattuta, nei primi decenni del Novecento, una lotta impari poiché le forze democratiche ed etiche non potevano contare nel loro esercito un’avanguardia abbastanza numerosa e coraggiosa da opporre alla fanatica avanzata dei ‘filosofi’ e degli ‘ideologi’ di regime.

L’intellettuale ha un compito, come lo hanno tutti i componenti di una società civile. Se il fornaio deve fare il pane, o l’ingegnere deve fare progetti, l’intellettuale deve usare l’intelletto, deve essere un uomo, o una donna, ‘individuato’, autonomo dal gruppo a garanzia dello stesso. I pochi intellettuali che riuscirono ad esercitare il loro compito non possono servire da esempio per scagionare tutti gli altri che sono venuti meno al loro dovere, alla loro funzione.

Ampio spazio è dato alla responsabilità morale, soprattutto degli intellettuali, anche nel libro di Affinati:

Come il burocrate, anche l’artista, quando pretende di potersi sganciare dai doveri dell’uomo comune, ha contribuito oggettivamente a creare le condizioni di responsabilità perché ciò avvenisse[…]. L’intero meccanismo che ha reso possibile lo sterminio del ventesimo secolo è basato sulla cancellazione della responsabilità: ogni uomo, nella Germania nazista, si sentiva giustificato, non direttamente punibile. In tale modo l’autorità morale viene resa inoperante senza essere sfidata o negata160.

La responsabilità di parte dell’arte moderna, e di chi ne è espressione, è aver lasciato incidere nella percezione comune l’idea che l’artista potesse

separare impunemente la causa dell’arte da quella dell’uomo. […] L’aspirazione dell’artista moderno a venire considerato un maestro spirituale chiedendo però, in ragione del suo genio, di non essere moralmente giudicato. Carta bianca per quanto riguarda l’opera, riflettori spenti su tutto il resto: da questa paradossale presunzione si sono formate le impotenze, i taciti accordi coi sistemi sociali vigenti, la perniciosa mitologia dell’uomo libero, senza doveri161.

Come in altre occasioni nel corso della storia umana, anche nei primi decenni del Novecento è venuta a mancare alla società la sua ‘anima educativa’, il maestro che insegna a comprendere linguaggi e smascherare inganni, e la società ha creduto a quelli che, mostrando “un cassetto vuoto”, ne promettevano ed esaltavano il contenuto:

E’ la grande regola per fondare le tirannidi ed asaltare il terrore. La cosa si è vista bene in Germania, quando i nazisti si impossessavano del Paese. I gregari ripetevano la loro energia e ogni altra risorsa dai gerarchi, i quali la ripetevano da Hitler, il quale parlava di un arcano cassetto, dove teneva chiuso un piano economico-sociale per la rigenerazione del Reich. Rauschning ci ha rivelato che quel cassetto era vuoto. Alla base di ogni tirannide o terrore c’è quel cassetto vuoto. L’apparente intelligenza e capacità degli esecutori –perspicacia di poliziotti e audacia di militi- dipendono dalla fede in quel cassetto”162.

3.3 “Intellettuale ad Auschwitz”

La figura dell’intellettuale che ha fatto diretta esperienza dei campi di sterminio, pur essendo variamente rappresentata da coloro che sono riusciti a sopravvivere all’orrore dei lager, presenta anche tratti comuni.

Jean Améry ha scritto un saggio intitolato Intellettuale ad Auschwitz163, in cui descrive, in maniera dettagliata, la sua personale esperienza, inizialmente come prigioniero politico, sottoposto alla tortura, e poi come deportato.

Per Améry, l’intellettuale non è:

chiunque eserciti una delle cosiddette professioni intellettuali […], ma è un essere umano che vive all’interno di un sistema di riferimento che è spirituale nel senso più vasto. L’ambito delle sue associazioni è essenzialmente umanistico o filosofico. Ha una coscienza estetica ben sviluppata. Per tendenza ed attitudine è portato al ragionamento astratto. […]L’avere avuto un buon livello d’istruzione è forse una condizione necessaria, ma non sufficiente. Ognuno di noi conosce avvocati, medici, ingegneri, probabilmente anche filologi che sono certamente intelligenti, magari anche eccellenti nel loro ramo, ma che non possono essere definiti intellettuali.”164

Una volta delineate le coordinate della figura dell’intellettuale, Améry ne esamina il difficile rapporto-scontro con il campo di sterminio:

“[…]Ad Auschwitz-Monovitz coloro che esercitavano un lavoro manuale abitualmente venivano inquadrati in base al loro mestiere […]. Diversa la situazione per chi esercitava una professione dell’ingegno[…]. La loro abilità e la loro forza fisica erano di norma limitate e solitamente non si doveva attendere a lungo prima che fossero eliminati dal processo produttivo e trasferiti nell’adiacente campo principale dove vi erano le camere a gas e i forni crematori. Se era difficile la loro situazione sul lavoro, altrettanto si può dire per la loro condizione all’interno del campo, dove la vita richiedeva soprattutto agilità fisica e un coraggio che per forza di cose assomigliava molto alla brutalità. Entrambe qualità che i lavoratori dell’ingegno raramente possedevano; il coraggio morale che spesso volevano impiegare in sostituzione di quello fisico, non valeva un fico secco. […] Ma c’è di peggio: essi non riuscivano nemmeno a farsi degli amici.Nella maggior parte dei casi erano costituzionalmente impediti a utilizzare spontaneamente il gergo del campo, l’unica forma accettata di comunicazione reciproca. […] Detto questo arrivo ai fondamentali problemi psicologici ed esistenziali della vita nel campo e all’intellettuale nell’accezione limitata del termine che ho tratteggiata in precedenza. La questione di fondo potrebbe essere riassunta nel modo seguente: la cultura e il sostrato intellettuale nei momenti decisivi sono stati di ausilio al prigioniero del Campo? L’hanno aiutato a resistere?”165

In risposta a questa domanda, Améry ci dice che ad Auschwitz l’intelletuale è paria tra i paria. La sua fragilità sta nella razionalità che gli impedisce di illudersi e lo porta a scrutare sino in fondo l’annientamento dell’etica nel lager, lo induce a interrogarsi sulla debolezza della morale stessa e a dubitare dei valori che non hanno saputo dominare il bruto corso degli eventi.

In Italia la stessa problematica, ovvero come l’uomo contemplativo possa reagire in condizioni estreme, come quelle di un campo di sterminio, è stata trattata in maniera esaustiva da Primo Levi. In Sommersi e Salvati lo scrittore torinese dedica un intero capitolo alla figura dell’intellettuale in rapporto alla realtà concentrazionaria, intitolandolo, in maniera emblematica, allo stesso modo del saggio di Améry.

A differenza di quest’ultimo, Levi, nel termine intellettuale comprende anche

il matematico o il naturalista o il filosofo della scienza […]. Proporrei di estendere il termine alla persona colta, al di là del suo mestiere quotidiano, la cui cultura è viva, in quanto si sforza di rinnovarsi, accrescersi ed aggiornarsi; e che non prova indifferenza o fastidio davanti ad alcun ramo del sapere, anche se, evidentemente, non li può coltivare tutti166.

Al di là delle definizioni, anche per Levi l’uomo di cultura si abituava più difficilmente alle condizioni del lager: “A parte il lavoro, anche la vita in baracca era più penosa per l’uomo colto. Era una vita hobbesiana, una guerra continua di tutti contro tutti […]”167.

Levi si sofferma anche sulle differenze tra un intellettuale di lingua tedesca e un intellettuale appartenente ad altre culture:

Anche Améry-Mayer afferma di aver sofferto per la mutilazione del linguaggio: eppure lui era di lingua tedesca. Ne ha sofferto in modo diverso da noi alloglotti, ridotti alla condizione di sordomuti: in un modo, se mi è lecito, più spirituale che materiale. Ne ha sofferto perché era di lingua tedesca, perché era un filologo amante della sua lingua: come soffrirebbe uno scultore nel veder deturpare o amputare una sua statua. La sofferenza dell’intellettuale era dunque diversa, in questo caso, da quella dello straniero incolto: per questo, il tedesco del lager era un linguaggio che lui non capiva, col rischio della sua vita; per quello era un gergo barbarico, che lui capiva, ma che gli scorticava la bocca se cercava di parlarlo. L’uno era un deportato, l’altro uno straniero in patria”168.

Levi afferma che durante la permanenza nel lager non pensava mai alla morte, ma a come evitarla; Améry invece sostiene di aver discusso con i suoi compagni su quanto tempo occorresse affinché lo Zyklon B delle camere a gas o un’iniezione di fenolo facessero il loro effetto.

All’apparenza, quelle di Levi e di Améry, sono due testimonianze diverse, quasi dicotomiche, anche se in entrambi gli autori c’è il desiderio intimo, quasi un diktat morale, che impone loro di esaminare le reazioni dell’uomo di cultura di fronte al male, di fronte all’inimmaginabile.

In realtà, come mostra in maniera esaustiva Giovanni Falaschi:

“I due intellettuali appaiono anche uniti da un rapporto sotterraneo e profondo, di cui forse Levi non si rendeva pienamente conto e che è ben rappresentato da quanto essi dichiarano sull’esperienza di Auschwitz (e della tortura precedente subita nel caso di Améry). Scrive Levi che ‘ancora una volta si deve constatare con lutto che l’offesa è insanabile’; e poco oltre: ‘ non si leggono senza spavento le parole lasciate scritte da Jean Améry […]’: ‘Chi è stato torturato rimane torturato[…]. Chi ha subito il tormento non potrà più ambientarsi nel mondo, l’abominio dell’annullamento non si estingue mai’. […] Di cosa aveva paura Levi? Evidentemente del suicidio, che Améry gli indicava come soluzione possibile del ‘loro’ caso. […] Elie Wiesel, persona che con espressione terribilmente grossolana ma molto efficace si potrebbe definire ‘uno che di Lager se ne intendeva’, interrogato a botta calda da un giornalista sulla fine di Levi ha dichiarato decisamente: ‘Primo Levi è morto a Auschwitz quarant’anni dopo’ ”169.

Bruno Bettelheim, noto psichiatra sopravvissuto a Dachau e a Buchenwald, nei suoi scritti ha più volte ribadito come l’unico modo, per lui, di sopravvivere nel lager fosse quello di non rinunciare al suo lavoro di quando era un uomo libero e, quindi di mantenersi capace di incidere in qualche modo sull’ambiente che lo circondava; si mise dunque a studiare i comportamenti dei suoi compagni e degli aguzzini nazisti:

Quei prigionieri che riuscivano a non chiudere ermeticamente né il proprio cuore né la ragione, né i sentimenti, né le facoltà percettive, ma rimanevano vigili riguardo ai propri atteggiamenti interiori anche quando non potevano permettersi di influirvi, ebbene quei prigionieri sopravvissero e arrivarono a comprendere le condizioni in cui vivevano. Arrivarono anche a rendersi conto di ciò che prima non avevano intuito: che essi conservavano ancora l’ultima, se non la più grande, delle libertà umane: quella di scegliere l’atteggiamento da assumere in qualsiasi circostanza. I prigionieri che compresero pienamente questo fatto poterono rendersi conto che in ciò consisteva la differenza cruciale fra il conservare la propria umanità (e con essa, spesso, la vita) e l’accettare la morte come esseri umani (e forse anche la morte fisica): conservare la libertà di scegliere autonomamente il proprio atteggiamento verso condizioni estreme, anche quando sembrava non esserci alcuna possibilità di influire su di esse”170.

Sicuramente anche Levi, non era stato ridotto a un mero numero, se afferma:

A me, la cultura, è stata utile; non sempre, a volte forse per vie sotterranee ed impreviste, ma mi ha servito e forse mi ha salvato. Rileggo dopo 40 anni in ‘Se questo è un uomo’ il capitolo il ‘Canto di Ulisse’ […]. Avrei dato veramente pane e zuppa, cioè sangue, per salvare dal nulla quei ricordi, che oggi, col supporto sicuro della carta stampata, posso rinfrescare quando voglio e gratis, e che perciò sembrano valere poco”171 .

Sia Levi che Bettelheim, per sfuggire alla spietata realtà concentrazionaria, e nel tentativo di riappropriarsi della propria individualità e dignità umana, scelgono di coltivare, anche se sono in situazioni estreme, gli antichi interessi: per l’uno la letteratura, per l’altro la psicanalisi.

Tragico elemento che accomuna questi tre intellettuali sopravvissuti al campo di sterminio è il loro suicidio172. Non sappiamo, né possiamo sapere quanto tale atto possa essere collegato all’esperienza vissuta nel lager, ma certamente non si può ignorare il grande numero di intellettuali morti suicidi nel XX secolo.

In Campo del sangue, saggio interamente dedicato al campo di sterminio di Auschwitz, Affinati mostra come dopo la seconda guerra mondiale i morti suicidi tra le fila degli intellettuali aumentino a ritmo incessante:

Il disastro del Novecento poggia sulle spalle dei suicidi, come se molti di loro avessero assunto –lo abbiano saputo oppure no- la funzione di capro espiatorio nel tempo dei massacri173.

Gli uomini, in una forma o nell’altra, devono assumere la responsabilità di tutti i crimini commessi dagli uomini e tutte le nazioni devono sopportare il peso del male commesso da tutte le altre. La vergogna di essere umano è l’espressione individuale e pre-politica di questa visione174.

Il suicidio è un elemento che accomuna un vasto numero di sopravvissuti al campo di sterminio anche tra le fila dei non intellettuali.

Tra gli scrittori contemporanei esaminati, Susanna Tamaro, nata a Trieste nel 1957, è quella che più affronta, in termini di fiction letteraria, il tema del suicidio in rapporto all’esperienza del campo di sterminio. Nel racconto Per voce sola175, che dà il titolo ad un’intera raccolta di storie tutte incentrate sulla sofferenza di vivere, la Tamaro mostra come il lager lasci tracce di sé non solo nei sopravvissuti, ma anche nei loro discendenti176, i quali spesso non sfuggono al tragico epilogo del suicidio:

In Israele stanno studiando l’effetto dei campi di sterminio sulle generazioni più giovani? Allora vedi che ho ragione, è vero: l’orrore si diluisce nelle fibre, si trasmette ai figli, i figli lo trasmettono ai nipoti, va avanti di generazione in generazione, va avanti sempre un po’ più debole certo, alla fine anche si estingue”177.

3.4 Responsabilità intellettuale oggi: il ‘palombaro’

In Campo del sangue Affinati mette in forte evidenza la responsabilità dell’intellettuale di oggi di fronte allo sterminio nazista, quasi come monito affinché non si ripeta, tra le fila degli intellettuali, la stessa indifferenza mostrata dagli uomini di cultura del periodo fascista e che che la Loy ha sapientemente descritto.

Campo del sangue è il racconto di viaggio compiuto da Affinati e dal suo amico poeta Plinio Perilli, da Venezia ad Auschwitz nell’estate del 1995.

Affinati e Perilli partono in treno da Venezia, città romantica ed emblema del romanticismo, soprattutto tedesco178, nonché punto di partenza verso tutto ciò che di tale periodo storico, filosofico e sociale rappresenta l’annientamento: Auschwitz.

Fino ad Auschwitz è un continuo susseguirsi di citazioni da testimonianze di deportati, stazioni di avvicinamento, osservazioni di chi scrive, passaggi filosofici: “i cronisti che ho letto mi prendono la mano e io li seguo in silenzio, nel buio filosofico, cercando solo di mettermi a loro disposizione179.

Allo stesso tempo, però, c’è la necessità di ricordare e di passare il testimone alle nuove generazioni. E’ questo il compito dell’intellettuale, la responsabilità che resta ad ogni singolo artista: farsi “palombaro” e penetrare “con uno speciale scafandro poetico-strutturale nell’interiorità spezzata che caratterizza la coscienza moderna”.180

La letteratura contemporanea, al contrario di quello che sostenevano Adorno o Wiesel181, non si è annullata ma, al contrario, ha recuperato proprio attraverso il tema dello sterminio, la sua funzione più alta: quella di educare, guidare, formare menti e coscienze, costruire persone, e lettori, individuati, impedire il silenzio e l’appiattimento mentale e culturale che, paradossalmente, potrebbe invece venire ‘facilitato’ da una letteratura solamente ‘di memoria’, la quale, nella sua ripetitività, potrebbe addirittura ‘annoiare’, rendendo scontate esperienze che non possono permettersi tale ordinarietà.

Gli scrittori che si ‘cimentano’ con l’esperienza dei lager sono artisti non “sganciati dai doveri dell’uomo comune”, non separano “impunemente la causa dell’arte da quella dell’uomo182.

Il campo di sterminio non è più e solo un luogo fisico del quale avere sempre memoria, ma soprattutto luogo mentale anzi, intellettuale, da cui attingere con lo stesso spirito descritto da Malinowski:

“Credo di essere diretto ad Auschwitz con lo stesso obiettivo che aveva lui quando si recò fra gli indigeni della Nuova Guinea: scoprire notizie sulla specie cui appartengo”183.

Lo “scafandro poetico” serve all’artista per esplorare gli ‘abissi’ della sua natura di uomo, i suoi istinti primordiali. L’irruzione del totalitarismo e della violenza nella coscienza umana procede per vie molto complesse e sottili e “non è detto che l’istinto del branco non possa riemergere sotto mentite spoglie nell’epoca informatica184.

Altra responsabilità fondamentale dell’intellettuale è quella di non lasciare il dovere della memoria e della riflessione sullo sterminio nazista unicamente al popolo ebraico:

Se stemperassimo la radicale estremità di ciò che avvenne in questi luoghi, lasciandone il compito unicamente al popolo ebreo, come una parentesi nella frase principale, contribuiremmo in modo oggettivo a decretare la loro futura cancellazione185.

Oggi più che mai deve apparire chiaro all’intellettuale che memoria e tradizione non possono essere lasciate ‘sole’ nel loro compito di ricordare, ammonire ed educare. In uno degli studi più completi sul massacro delle Fosse Ardeatine così scrive Alessandro Portelli:

Una tradizione è un processo in cui anche la semplice ripetizione è una responsabilità cruciale, perché il sottile merletto della memoria si lacera in modo irreparabile ogni volta che qualcuno tace […]. Ricordare è come respirare: gli esseri umani non possono smettere neanche se vogliono. Altrimenti i silenzi e le lacerazioni vengono suturati dai ricordi e racconti altrui e il lavoro della memoria viene soppiantato dalla cattiva memoria del luogo comune e del falso buon senso. […] La memoria è un lavoro di ricerca di senso, incessante elaborazione del rapporto mutevole tra presente e passato, fra sé e il mondo, la cattiva memoria sostituisce questo processo con un testo intangibile, una soggettività congelata in difesa del cambiamento.[…]Una storiografia che ha pensato alla memoria come mero inaffidabile riflesso ha finito per ignorarne l’agire storico. La memoria sociale e la tradizione dal basso hanno supplito in parte a questa lacuna, ma è rimasto aperto lo spazio in cui la cattiva memoria ha continuato ad agire indisturbata e da dove riemerge oggi con tutta la forza del represso. La memoria testualizzata del revisionismo e della Regione Lazio è sia discorso ufficiale (approvata da apposita commissione) sia discorso alternativo (alla presunta storiografia di regime): il sogno avverato di un autoritarismo populista ammantato di linguaggio antiautoritario.186

Per quanto riguarda il ‘lavoro nascosto’ delle cattive memorie e delle sue categorie è il libro Nonno Rosenstein nega tutto di Marco Bosonetto187 che, nell’assurdità delle situazioni ricreate, si avvicina più di ogni altro alla realtà accennata da Portelli.

Mentre ne Il bambino che guardava le donne, di Giampaolo Pansa, la benevolenza del narratore nei confronti della “fascista” non impedisce allo stesso, e quindi anche al lettore, di mantenere ben distinte colpe e responsabilità. Il romanzo si muove su piani diversi, con lo scopo principale di ricomporre lacerazioni dolorose, senza per questo invertire il ruolo di vittime e persecutori.

Un giovane laureando in storia si reca da un noto avvocato milanese che, negli anni ’80, dopo essersi ritirato dalla professione, si è trasferito a Casale Monferrato. Il giovane è stato a lui indirizzato dal suo professore, che gli ha indicato nell’avvocato una persona ben informata sui fatti storici che hanno interessato l’Italia settentrionale durante la seconda guerra mondiale. Il giovane si chiede perché l’avvocato non abbia una posizione di condanna netta nei confronti dei ‘repubblichini’ come dovrebbe invece averne un’antifascista convinto come lui è. Per tutta risposta l’avvocato dipana un resoconto, che è poi il plot del libro di Pansa.

Giuseppe è un bambino di 10-12 anni. Abita a Casale Monferrato, in uno di quegli stabili tipici della regione, in cui gli ingressi delle varie abitazioni sono collegati, dalla parte del cortile interno, da una serie di terrazzi concentrici. Al piano sopra al suo abita una giovane donna che versa in cattive condizioni economiche, fisiche e sociali. Si tratta di una ragazza che ha militato con i repubblichini e che viene derisa e schivata da tutti gli altri abitanti, che l’additano come “la fascista”.

Giuseppe è dolce e amichevole con la ragazza, il cui nome è Carmen, e ne diviene l’unico punto di contatto con il mondo esterno, ma anche l’unica mano amichevole che le viene tesa. Carmen è convinta ancora della scelta fatta un tempo e odia i partigiani, o presunti tali, che, dopo la liberazione, l’hanno ripetutamente violentata per vendetta.

A farle cambiare idea sulla giustezza della sua scelta sarà un ragazzo ebreo sopravvissuto alle camere a gas di Auschwitz, il cui cognome è Vitta. Il giovane, la cui famiglia non ha fatto ritorno dal campo di sterminio, viene contattato da Giuseppe su richiesta della stessa Carmen e, dopo le prime aspre reticenze e duri scontri, i due ragazzi si incontrano sul comune terreno della sofferenza umana:

Vitta e Carmen avevano sofferto entrambi. Certo l’offesa subita dal ragazzo scampato ad Auschwitz era di un’enormità incancellabile. Mentre la ragazza, sopravvissuta al suo fascismo, aveva subito e visto violenze perverse, ma sprigionate da una brutale resa dei conti fra le opposte Italie in lotta188.

Vitta è sopravvissuto prima alle torture dei fascisti italiani, a cui Carmen scopre di aver casualmente assistito da dietro un muro, poi agli orrori nella “capitale della Germania189. Il giovane ebreo si sente colpevole della sua sopravvivenza, pensa di non essere creduto:

Non dovevo tornare perché nessuno avrebbe avuto voglia di ascoltare il mio racconto. E’ capitato a quasi tutti i sopravvissuti allo sterminio. L’anno scorso è uscito un libro scritto da un chimico di Torino, Primo Levi, che stava sul convoglio 8. Bene: so che quasi nessuno l’ha letto190.

Eppure spetta proprio a Vitta far comprendere a Carmen, di cui si è oramai innamorato, di essere stata “una comparsa sullo sfondo di una tragedia orrenda. Dove la fazione che avevo scelto si era lasciata guidare da un odio assurdo e da una ferocia disumana, macchiandosi di una colpa immensa che non gli verrà mai perdonata191.

Perché, nonostante le atrocità commesse nella colonia di Rovegno dai partigiani, lo sterminio dei lager nazisti è stato diverso; esso non ha permesso neanche di ritrovare i resti dei morti: “Non c’erano fosse da scoprire nella capitale della Germania e in tutti gli altri campi. Persino la cenere non si è trovata più192.

Nel bel mezzo del romanzo, proprio per ridare un corpo ad alcune di queste vittime, viene inserito un lungo resoconto sulla distruzione della comunità ebraica di Casale Monferrato. La tragedia è ricostruita attraverso le storie delle vittime, una per una. L’incalzante succedersi di tanti delitti sembra insopportabile, interrompe la storia, ma il lettore non può passare oltre, tornare alla narrazione. Prima, quegli ebrei devono finire tutti nelle camere a gas e noi dobbiamo vederli morire, conoscendo ciascuna delle loro storie, al contrario di quanto accadde nello sterminio, quando in troppi si voltarono dall’altra parte.

Con l’aiuto di Giuseppe, Vitta riesce a tirar fuori Carmen dal profondo senso di colpa e prostrazione in cui la gettano tutte queste rivelazioni sullo sterminio. Anche se il giovane è convinto che esse non possano essere vere e proprie rivelazioni visto che:

Sarebbe bastato leggere i giornali del fascismo di Salò per avere davanti il patibolo che ci aspettava[…]. Come è possibile sostenere che voi fascisti non sapevate nulla della persecuzione contro di noi dopo l’inizio dell’occupazione tedesca? Che non avete aizzato la gente all’odio contro gli ebrei? Che non avete tenuto il sacco ai nazisti che ci razziavano?193.

Ma l’amore è più forte dell’odio e i due giovani tentano di guardare avanti, ora che hanno rispettivamente conosciuto e compreso il loro dolore. Ciò sarà possibile solo abbandonando la terra che li ha visti l’uno contro l’altra. Si trasferiscono negli Stati Uniti, ma dopo pochi anni Vitta viene travolto da un’auto e muore.

Carmen sa che, senza di lui, non deve guardare al futuro, ma ripiegare al passato e permettere al passato di Vitta, come a quello di tutti i morti dei campi di sterminio, di vivere attraverso di lei. Si trasferisce quindi a Parigi e precisamente nel quartiere ebraico di Marais, nella casa di proprietà della famiglia di Vitta. E’ qui che Carmen incontra nuovamente Giuseppe, divenuto oramai un apprezzato giurista. Lo conduce in giro per il quartiere, che conosce come se vi avesse sempre vissuto e narra a Giuseppe alcune delle storie che è riuscita a raccogliere. Sono eventi di persone mai più tornate, o di sopravvissuti che non hanno più trovato ciò che avevano lasciato, di abiti appartenuti a persone care che hanno visto addosso a qualche signora francese:

Per gli ebrei lo sterminio è uguale dappertutto. E molte vicende si assomigliano. Persino quelle del ritorno, alla ricerca di un passato che non esiste più, anch’esso finito nelle camere a gas della capitale della Germania194.

La comune ‘esperienza di conoscenza’ del grande dramma, che Carmen e Giuseppe hanno vissuto insieme, li ha uniti così tanto che decidono di non separarsi più. Fino alla morte di Carmen, quando Giuseppe si ritira definitivamente a Casale Monferrato, in un palazzo dal cui balcone ogni giorno può vedere i luoghi tristi e densi di memoria di cui ha narrato al giovane laureando in storia. E’ solo alla fine, infatti, che l’avvocato svela la sua identità di testimone: “Ci sono rimasto soltanto io: un bambino della guerra che ha l’obbligo di ricordare195.

Se il libro di Pansa porta alla luce del sole una legittima esigenza di ‘ricompattare’ le coscienze lacerate degli italiani, senza stravolgere in alcun modo la Storia e i suoi protagonisti, quello di Bosonetto, che analizzerò più dettagliatamente nel capitolo successivo, getta il lettore in un continuo stato di incredulità.

Leggendo il libro si ha l’impressione di leggere una serie continua di assurdità, spesso così irrealizzabili da far sorridere ma ,alla fine, viene da pensare che già altre volte, nella storia dell’uomo, la realtà ha superato la più assurda e macabra delle fantasie. Ed infatti, alcune situazioni del romanzo non sono oggi pura fantasia, ma reali pericoli da cui doversi prima di tutto ‘intellettualmente’ difendere e, successivamente e responsabilmente, tutelare le generazioni successive.

128 N. Bobbio, Italia civile. Ritratti e testimonianze, Firenze, Passigli, 1986, p.70.

129 G. Boatti, Preferirei di no. Le storie dei dodici professori che si opposero a Mussolini, Torino, Einaudi, 2001, p.33.

130 F.Cusin, in Boatti, Preferirei di no, op. cit., p. 38.

131 Ibidem., p. 45.

132 F. Ferrarotti, La prospettiva sociologica negli studi di arte e letteratura, in La critica sociologica, n.9, Primavera, 1969, p.31.

133 N. Ajello, Lo scrittore e il potere, Bari, Laterza, 1974, p. 25. A p. 249 l’autore sostiene anche che “il dissenso letterario, il fuoco di fila contro l’establishment è stata un’occasione mancata, che forse non si ripeterà più”.

134 Non è un caso che Eraldo Affinati, autore tra l’altro di Campo del Sangue, abbia deciso di far conoscere al pubblico italiano la storia di un intellettuale che è sceso in campo e che ha pagato con la vita la fedeltà ai suoi ideali democratici e che, per tale esempio, Affinati non abbia potuto scegliere un intellettuale italiano. Descrive la storia di Dietrich Bonhoeffer, un teologo cresciuto nelle case dell’aristocrazia tedesca, che sceglie di insegnare nell’antico e degradato quartiere berlinese di Wedding, e poi nelle chiese nere di Harlem e che, pur avendo la possibilità di salvarsi e rimanere in America, decide di tornare in Germania ed essere esempio di rettitudine etica e morale per i suoi fedeli. Condannato a morte, lascia un messaggio al vescovo filo-nazista Belle, che lo ha isolato dalla Chiesa tedesca ufficiale: “Io credo nel principio della fratellanza cristiana universale, al di sopra di qualsiasi interesse nazionale e credo che la nostra vittoria è certa”; in E. Affinati, Un teologo contro Hitler. Sulle tracce di Dietrich Bonhoeffer, Milano, Mondadori, 2002, p.162.

135 Si veda G. Boatti, Preferirei di no, op.cit. .

136 S. Gugliemino, H. Grosser, Il sistema letterario. Guida alla storia letteraria e all’analisi testuale, Milano, Principato, 1989, p.503.

137 G. Boatti, Preferirei di no, op.cit. .

138 Ibidem, pp.62-3.

139 Purgatorio, Canto XXII, vv.67-69, citato da G.Boatti, op.cit., p.314.

140 R. Loy, La parola ebreo, op. cit. .

141 E. Affinati, Campo del sangue, op.cit. .

142 R. Loy, La parola ebreo, op.cit., p.149.

143 Ibidem, p.13.

144 Ibidem, pp.12-13.

145 Ibidem, p.18.

146 Ibidem, pp. 18-19.

147 Ibidem, pp.27-30.

148 Ibidem, p.35.

149 Ibidem, pp.36-37.

150 Ibidem, p.55.

151 Ibidem, p.86.

152 Ibidem, pp. 67-72.

153 Ibidem, p.87.

154 Ibidem, p.102.

155 Ibidem, p.86.

156 Ibidem, p.58.

157 Ibidem, p.119.

158 Ibidem, p.135.

159 Ibidem, p.148.

160 E. Affinati, Campo del sangue, op. cit., pp.39-40.

161 Ibidem, p.82.

162 G. Debenedetti, Otto ebrei, in IL TEMPO, 11, 13, 19 ottobre 1944, Milano, Meridiani, Mondadori, 1999, p.70.

163 J.Améry, Intellettuale ad Auschwitz, Torino, Bollati Boringhieri, 1987.

164 Ibidem, pp.30 e ss. .

165 Ibidem.

166 P. Levi, I sommersi e i salvati, op. cit., p.106.

167 Ibidem, p.108.

168 Ibidem, p.109.

169 G. Falaschi., L’offesa insanabile: L’imprinting del lager su Primo Levi, op. cit., pp.23-4.

170 B. Bettelheim, Il cuore vigile, Milano, Adelphi, 1988, p.183.

171 P. Levi, I sommersi e i salvati, op. cit. ,p.112.

172 A proposito del suicidio di Primo Levi, si veda ancora G. Falaschi, L’offesa insanabile: L’imprinting del lager su Primo Levi, op.cit. .

173 E.Affinati, Campo del sangue, op.cit., p.155.

174 Ibidem, p.153, citazione da H.Arendt, La banalità del male, Feltrinelli, Milano, 1992.

175 S. Tamaro, Per voce sola, Milano, Rizzoli,1991.

176 Si veda al capitolo quarto di questa tesi.

177 S. Tamaro, Per voce sola, op. cit., pp.185-6.

178 E.Affinati, op.cit., p.91: “Mi chiedo se non esista un rapporto reale fra l’uomo vagheggiato e la volontà di potenza, scaturita dalla matrice romantica, sfociata nei massacri nazisti”.

179 Ibidem, p.128.

180 Ibidem, p.166.

181 Si veda al par. 1.1. di questa tesi.

182 E. Affinati, Campo del sangue, op. cit., p.82.

183 Ibidem, p.28.

184 Ibidem, pp.51-2.

185 Ibidem, p.125.

186 A. Portelli, L’ordine è già stato eseguito, op.cit., p.436.

187 Si veda al par. 4.1. di questa tesi.

188 G.Pansa, Il bambino che guardava le donne, op. cit., p.351.

189 Ibidem, p.313.

190 Ibidem, p.335.

191 Ibidem, p.431.

192 Ibidem, p.313.

193 Ibidem, pp.188-192.

194 Ibidem, p.432.

195 Ibidem, p.436.

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© Morashà 2003 - Elena Pelloni 2003

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