Tesi di laurea di Elena Pelloni - Memoria indiretta del lager negli scrittori della seconda e terza generazione


Capitolo 4: L’aspetto generazionale nella letteratura che ha per tema lo sterminio

4.1 Lo sterminio visto e vissuto dalla generazione dei nipoti
4.2 Lo sterminio visto e vissuto dalla generazione dei figli

I miei non mi chiedevano più cosa leggevo. Le mie domande erano cresciute e portavano l’insidia di chiedere conto. Avevano partecipato ad una resistenza, avevano aiutato un perseguitato? Non l’avevano fatto, ne portavano però il rammarico”.

Erri de Luca, Tu,mio

4.1 Lo sterminio visto e vissuto dalla generazione dei nipoti

In relazione all’esperienza dei campi di sterminio non possiamo sottovalutare, oggi, l’aspetto ‘generazionale’ che lega e separa, sia dal punto di vista storico che letterario, gli scrittori che si cimentano e si sono cimentati col tema dello sterminio.

Gli accadimenti del lager non possono e non devono essere archiviati come meri ‘fatti storici’, ma devono continuare ad essere vissuti come ‘fatti umani’. Per tale ragione, di essi, della loro memoria e della loro analisi, devono continuare ad interessarsi anche le generazioni successive a coloro che, dei campi di sterminio, hanno fatto diretta esperienza o ne sono stati contemporanei. Stefano Levi della Torre ne fa una questione di responsabilità :

La categoria del ‘tempo che passa’ sembra promuovere una particolare mentalità giuridica, secondo la quale la questione si estingue con l’estinguersi dei diretti colpevoli. Con il trapassare dei colpevoli anche la questione trapasserebbe nel regno dei ‘fatti storici’, perderebbe l’altra sua dimensione, quella di essere uno di quegli avvenimenti su cui si misurano le cose umane. A me pare che lo sterminio sia un fatto di fronte a cui anche i non colpevoli e i nati dopo sono responsabili, ossia sono chiamati a interrogarsi e a rispondere”. 196

Interessante lavoro, a tal proposito, è quello di Milva Spadi197 la quale, al termine dell’intervista a lei rilasciata da Primo Levi, colloca altri contributi raccolti da sopravvissuti, come Liana Millun, figli di deportati nei lager, come Esther Koppel, figli di nazisti, come Rolph Usseler, figli della ‘neutrale’ borghesia italiana come Erri De Luca e i nipoti di un’intera generazione: gli alunni di un istituto superiore italiano, alcuni dei quali molto impegnati politicamente a favore del revisionismo storico di destra.

Muovendo dalle dichiarazioni rilasciate da questi intervistati, Milva Spadi ricostruisce, in un certo senso, il diverso modo di porsi dei figli e dei nipoti di fronte allo sterminio.

Tra le fila dei più giovani intervistati colpisce quanto abbiano inciso le teorie revisioniste sull’olocausto. Per questi ragazzi le camere a gas non sono mai esistite, i deportati erano comuni criminali, i nazisti avevano valori che esaltavano lo spirito ed è giusto che ognuno esalti la propria razza:

“L’invenzione dell’olocausto doveva servire a far cambiare idea al popolo tedesco: i tedeschi amavano molto Hitler, lo avevano seguito anche fanaticamente; allora l’unico modo per demolirlo era far credere che aveva fatto saponette con gli ebrei. […] La questione della razza poi, non significa che una razza è migliore di un’altra, ma che ognuno deve esaltare la propria. […]Io penso che i valori portati dal nazismo erano valori che esaltavano lo spirito: un fascista era sicuramente religioso, credeva in Dio, nella patria, nella famiglia. […]Sulla questione dei deportati bisogna specificare che le persone internate erano per il 75% criminali comuni: gli ebrei erano stati deportati perché contrari al regime nazionalsocialista, erano quindi nemici e come tali venivano fatti prigionieri. […]Ho letto Levi, non parla delle camere a gas e racconta di essere stato malato e curato. […]Hoess è l’unico tedesco che abbia raccontato dei campi di sterminio, ma è stato tenuto per lungo tempo in isolamento, a contatto con gli alleati. Era un uomo influenzabile[…]. Se noi prendiamo tutto quello che ci danno a bere così com’è, finisce che smettiamo di ragionare”.198

Non tutti i nipoti, però, si trovano in questa condizione di ‘asservimento mentale’, anzi si può ancora dire che simili affermazioni appartengano ad una minoranza ma, come più volte ribadisce la Spadi, tra i loro coetanei, i giovani revisionisti sembrano essere i più attivi, anche politicamente, e sono quelli che, pur nelle loro travisate nozioni storiche, vogliono comunicare al mondo la loro idea.

Forse non a caso l’intervistatrice Milva Spadi colloca, proprio sotto le loro dichiarazioni, quella di Liana Millun, cronista degli anni trenta, insegnante e scrittrice, sopravvissuta ad Auschwitz, in cui venne deportata nel 1944 e autrice di vari libri che raccontano tale esperienza.

La Millun sostiene accanitamente l’utilità dell’esperienza, scritta e orale, dei sopravvissuti per le generazioni più giovani. Affinché tale racconto rivesta un significato profondo per le giovani generazioni occorre, però, un suo aggancio alla realtà e, soprattutto, la voglia e la forza di discutere con coloro che, male informati ed educati, hanno travisato tutta la questione. E’ l’indifferenza, secondo la Millun, la responsabilità più grave che le generazioni adulte hanno nei confronti dei giovani:

I violenti, lo abbiamo visto nella storia, inizialmente non sono mai milioni, non sono mai la maggioranza: è sempre un pugno di violenti che ha di fronte una moltitudine di indifferenti, quelli che dicono: basta stare in pace e gli altri facciano pure quello che vogliono. Violenza ed indifferenza sono legate indissolubilmente e, quando la violenza vince, glielo hanno permesso gli indifferenti”.199

E’ disarmante l’assurdità delle affermazioni ‘revisioniste’ dei ragazzi intervistati da Milva Spadi che affermano di essersi ‘formati’ sui libri di “storici revisionisti, per esempio Irving, Faurriçon, il rapporto Luchter. In Italia c’è Mattogno, un eminente storico, oppure La fandonia di Auschwitz, scritta da un ex internato200.

Per questo motivo non appare affatto ‘visionario’ il romanzo di uno scrittore trentenne come Marco Bosonetto, in cui vediamo agire, in un realissimo ‘girotondo dell’assurdo’, tesi revisioniste e personaggi che, con un po’ di coraggio, potremmo facilmente scovare anche nella realtà che ci circonda.

Silvano Biula è un giovane bibliotecario di Firenze. Dopo aver perso entrambi i genitori è convinto di essere rimasto solo, ma improvvisamente vede ripresentarsi il nonno materno, Simon Rosenstein, anziano signore di origine ebraica, sopravvissuto al campo di sterminio di Auschwitz.

Per Silvano, il nonno materno è avvertito, fin dall’infanzia, come una presenza scomoda, forse anche imbarazzante, per i suoi atteggiamenti clowneschi, che molte volte sfociano nel grottesco: “Il padre di mia madre era una sfida vivente alla razionalità. Sin da piccolo la sua vicinanza mi era sembrata perniciosa”201.

Dopo Auschwitz, Simon Rosenstein era riuscito a ricostruirsi una vita normale, o almeno cosi sembrava; aveva sposato Lucia, donna amorevole ed intelligente, ed aveva anche una figlia bellissima, Miriam, madre di Silvano. Tuttavia, c’era qualcosa in Simon che non andava. Sentiva l’esigenza di abbandonare moglie e figlia, per periodi più o meno lunghi, nei quali andava a suonare il suo clarinetto ovunque lo chiamassero:

Il diluvio di dolore che si era abbattuto su Simon Rosenstein gli usciva dalla bocca sotto forma di note di clarinetto e fragorosi silenzi […]. Forse la colpa di Simon Rosenstein era che per l’abisso sperimentato da lui era difficile immaginare un riscatto, né nella vittoria degli Alleati, né nel processo di Norimberga, né nella Resistenza”202.

La coppia Simon-Lucia si divide dopo l’ultima fuga di nonno Rosenstein dalla normalità della vita familiare, ma questa separazione non ha gettato scompiglio tra i parenti, poiché:

I testimoni del male sono come una piaga insanabile e averli sotto gli occhi è imbarazzante, invischia i gesti e i pensieri in dubbi sulla loro sensatezza. E lo strano modo di portare il lutto da parte di Simon, una sorta di cordoglio ilare e clownesco, non aiuta, perché certe risate sono pozzi profondi aperti su inesauribili giacimenti di lacrime”203.

Nonno Rosenstein sconvolge la tranquilla vita di Silvano, presentandosi, dopo anni di silenzio, in casa sua, sbronzo e malridotto: “Cosi mi è rimasto un nonno solo. Quello che attraversa la vita barcollando, ubriaco di dolore”204.

Questo incontro, per niente desiderato da Silvano, genererà un ‘confronto generazionale’ su quello che i campi di sterminio hanno significato per il nonno e sulle implicazioni che, inevitabilmente, ricadono anche sul nipote.

Nonno Rosenstein viene ospitato da Viola, fidanzata di Silvano, che vive in campagna insieme al fratello Nicola e alla figlia di lui: Alice.

Simon viene subito accettato benevolmente dalla famiglia di Viola, soprattutto per i suoi racconti che riescono ad avvincere tutti, anche Anna Crono, donna di grande cultura e vedova del maestro di Silvano.

Rosenstein narra, con la cartina della Polonia ben in vista, il suo passato, la sua vita a Varsavia prima della guerra, la sua passione per la musica, condivisa con l’amico Bashele, finito a suonare, insieme a lui, nell’orchestra di Auschwitz.

Silvano, favorevolmente colpito da Simon, si complimenta con lui per la sua capacità di ricordare il passato, ma nonno Rosenstein non è altrettanto entusiasta: “Davvero? Io invece preferirei non aver niente da raccontare. Una bella memoria sgombra, vuota o difettosa. Starei meglio senz’altro.”205

Dalle narrazioni di Rosenstein, Silvano si accorge delle convinzioni di suo nonno e resta sbalordito nel constatare che questi è “il primo reduce di Auschwitz negazionista mai esistito”206.

E’ dopo queste rivelazioni che Viola inizia a controllare gli scritti di Simon, che vengono gelosamente custoditi da lui all’interno della custodia del clarinetto e che palesano in maniera evidente le sue convinzioni:

Si moriva per un mucchio di ragioni ad Auschwitz. Di fame, tifo, dissenteria, botte, fucilazione, impiccagione, disperazione. L’unica cosa di cui non è mai morto nessuno è lo Zyklon B. Le camere a gas camuffate da docce le hanno inventate quelli del direttivo sionista. I russi trovarono l’idea entusiasmante. Il Progetto Resurrezione avrebbe seppellito la nazione tedesca sotto le macerie di una colpa incancellabile”207.

Simon, gradatamente si allontana da Viola e da Silvano, i quali tentano, inutilmente, di fargli riconsiderare le sue teorie e si avvicina al “Circolo culturale Squarciamo il Velo (Paladini della Verità)”208. Questa associazione conta otto membri tutti “innamorati del negazionismo”209.

Nonno Rosenstein è entusiasta di fare la conoscenza di questo gruppo. Infatti, a casa di Don Zappa, un prete revisionista, ha la possibilità di leggere un testo che ha sempre voluto leggere ma che nelle librerie è introvabile: Auschwitz: due false testimonianze di Carlo Mattogno210.

Quelli che dicono che la storia di sei milioni di morti è una balla le librerie non li hanno. Cercano di zittirci, di sterminarci, di farci passare per pazzi. Ma noi non ci lasciamo sopraffare dalla congiura sionista.”211

Simon decide di abbandonare la casa di Viola, ritenuta da lui poco sicura, per entrare a far parte del Circolo Culturale dei revisionisti, sempre più convinto che i suoi compagni di prigionia non siano morti nei campi di sterminio e sotto le più efferate torture ma che, sotto falsi nomi, vivano agiatamente, nelle più disparate località del mondo, protetti dal Gruppo sionista:

“[…] Tutti vivi, con un’altra identità, trasferiti in America, Israele, Australia o chissà dove, con i soldi delle riparazioni di guerra della Germania. Io lo sapevo bene perché avevo rifiutato. Alcune persone fidate, vennero scelte come sopravvissuti ufficiali. Loro avrebbero raccontato. Gli altri sarebbero morti e risorti in un’altra parte del mondo. Non per nulla il nome di tutta la faccenda era Resurrezione”212.

A questo punto nonno Rosenstein inventa delle teorie a dir poco grottesche e blasfeme, nelle quali egli assurge a vittima minacciata da Simon Wiesenthal, il quale teme che Simon possa rivelare, attraverso il suo diario, la ‘verità’ sui campi di sterminio.

A conferma di questa folle ipotesi, Simon utilizza anche il suicidio di Primo Levi, affermando che il chimico torinese non sopportava più il peso della menzogna inscenata nei suoi libri.

Il Circolo Culturale dei revisionisti italiani, volendo far risuonare in tutto il mondo la voce di nonno Rosenstein, ebreo che nega lo sterminio del suo popolo, si mette in contatto con gruppi revisionisti europei ed organizza una conferenza all’Auditorium Mostarde di Parigi, dove Simon esporrà e finalmente dichiarerà la sua verità.

Silvano, venuto a conoscenza della volontà del nonno, decide, insieme a Viola ed Anna Crono, che nel frattempo ha allacciato con Simon un bel rapporto di amicizia, di partire per Parigi e raggiungere Simon.

Nella sala, dove si terrà la conferenza, ci sono numerosi fotografi e telecamere; tutti sembrano ansiosi e felici di ascoltare le inedite rivelazioni di un vecchio ebreo:

E’una buona notizia per il popolo tedesco, che ha vissuto per mezzo secolo sotto il peso di una colpa di cui non si è macchiato. Ed è una buona notizia anche per quei francesi che sono stati accusati di aver collaborato con le autorità di occupazione favorendo un genocidio presunto. Infine è una buona notizia per noi che, con tutte le forze, abbiamo tentato in questi anni di far trapelare la verità, costantemente sbeffeggiati, insultati, perseguitati, banditi da scuole, università, giornali e biblioteche, trattati nel migliore dei modi come pazzi e nel peggiore come criminali”213.

E’ l’ora della rivelazione di Simon, Silvano sente di perdere l’equilibrio, gli sembra di vedere alla sua destra Adolf Hitler che ridacchia compiaciuto; d’altronde la storia continua ad immortalare gli assassini, mentre i volti ed i nomi delle vittime non li ricorda quasi nessuno.

Improvvisamente Anna Crono si alza; è l’unica persona in piedi in tutta la platea, fissa senza esitazione Simon quasi ad esigere la verità.

Nonno Rosenstein la guarda, balbetta e non riesce a dire nulla, quindi raggiunge il nipote e se ne va, tra lo sgomento dei revisionisti che però affermano “mai fidarsi di un giudeo, errore imperdonabile”.

A questo punto Simon chiarisce a Silvano che cosa era accaduto nella sua mente: guardando la televisione, casualmente, aveva sentito l’intervista di un revisionista che sosteneva che i campi di sterminio erano una montatura degli Alleati. Dopo un primo momento di disgusto per le affermazioni sentite, nonno Rosenstein aveva pensato a come sarebbe stato bello se tutti i suoi compagni e le persone morte nelle camere a gas avessero veramente potuto salvarsi e rifarsi una vita nelle diverse parti del mondo:

E’ stato come fumare la prima sigaretta: all’inizio tossisci, poi diventa sempre più difficile farne a meno. Cosi, quando volevo scappare dai miei ricordi fantasticavo sulla possibilità che quel tizio avesse ragione. Cominciai a scrivere delle memorie basate sull’idea che la Shoah fosse un complotto sionista. Studiavo i libri dei negazionisti e quando riuscivo a crederci era stupendo”214.

Nel rapporto nonno-nipote tra Silvano e Simon Rosenstein, Bosonetto descrive una paradossale situazione di completo stravolgimento delle parti. E’ il nipote ad aver ben salde le conoscenze storiche reali, mentre il nonno è in completa balìa delle tesi revisioniste. Tuttavia, l’assurdità delle tesi di nonno Rosenstein lascia in noi compassione, non sdegno; essa appare come la conseguenza dell’immenso dolore di un’esperienza atroce e di cui il vecchio ebreo vuole disfarsi, e che invece lo insegue come un incubo.

Diversa è la posizione di coloro che ‘cavalcano’ questo enorme dolore per perseguire i loro biechi scopi di totale stravolgimento della realtà dei fatti.

Il romanzo di Bosonetto mette in luce il reale pericolo che potrà verificarsi non tanto venendo a mancare la generazione dei nonni, ma nel caso in cui la generazione dei nipoti non si presenti all’appuntamento con la storia ‘equipaggiata’ come il nipote bibliotecario Silvano Biula.

La distanza che separa nonni e nipoti può essere negativa se colmata da una cattiva memoria, ma può e dovrebbe costituire anche una positiva occasione per “pensare all’evento in sé”215, per concentrarsi sul significato dell’accaduto.

Nella sua analisi sul massacro delle Fosse Ardeatine, Alessandro Portelli conclude così:

La mancanza di memoria comporta una perdita di senso e di conoscenza, ma apre degli spazi di immaginazione e di rielaborazione. Nella misura in cui sono meno informati i ragazzi sono a volte indotti a cercare di ricostruirsi interpretazione e senso da soli, a partire dai pochi dati a disposizione.[…] Non concentrarsi sulle circostanze, induce a pensare l’evento in sé216.

Resta, comunque, la fondamentale responsabilità intellettuale e sociale, di non confondere la realtà “dei pochi dati a disposizione” di cui parla Portelli e, cioè, di non far passare le vittime per carnefici e questi ultimi per eroi.

4.2 Lo sterminio visto e vissuto dalla generazione dei figli

Interessante aspetto sollevato da Portelli nel suo saggio è quello del concetto di morte posseduto dai giovani contemporanei:

Questa generazione, molto di più di quelle che la precedono (ma come quelle che hanno vissuto la guerra, anche se in forma e con ragioni diverse), conosce la possibilità di morire improvvisamente, insensatamente e prima che il tempo sia arrivato217.

Dalle parole di Portelli sembra che i nipoti abbiano più possibilità di comprendere i nonni, di quanta ne abbiano avuta i loro padri. Per questi ultimi, la vicinanza-distanza con i genitori vittime, o persecutori o indifferenti spettatori, è stata fonte di traumi più o meno consci, e comunque tale da non permettere loro di “sfebbrarsi”, come afferma Erri De Luca nell’intervista a Milva Spadi.

Quest’ultima ha intervistato Rolf Usseler, giornalista e saggista, nato nel 1943 in Germania:

Vivo un paradosso: sono vittima e anche carnefice, perché sono figlio di un SS, ma non ci posso fare nulla […]. I carnefici e le vittime sono legati, e non c’è scampo, non si può fuggire. E’ come nella tragedia greca, dove il destino, il Fato, stabilisce le condizioni; e le condizioni nella tragedia sono paradossali e contraddittorie fino al punto da costringere ad uccidere i propri amici, a rinnegare la propria terra o ad odiare il proprio padre, e così non può che terminare tragicamente”.218

Tragica la posizione anche dei figli dei sopravvissuti, come testimonia nella stessa intervista Esther Koppel, figlia di un reduce dal lager:

Mi sembra abbastanza ovvio che i figli di ebrei deportati compiano forse un’operazione di rimozione rispetto alla memoria dell’accaduto, sia che lo abbiano saputo dai loro padri, sia che lo abbiano vissuto come un silenzio intangibile”219.

Nei suoi ultimi due romanzi, Tu, mio e Montedidio, Erri de Luca, dà forma ai concetti esposti durante l’intervista raccolta da Milva Spadi.

In quell’occasione De Luca ribadiva infatti l’impossibilità per la generazione dei ‘figli di Auschwitz’ di “sfebbrarsi” dalla violenza vissuta dai loro padri:

Questo è un secolo esagerato, è un secolo nel quale si è svolto il più grande massacro della storia; è il secolo più macellaio di tutta la storia dell’umanità. Quindi anche le generazioni che ci hanno preceduto, la generazione dei miei padri, è stata una generazione esagerata. Noi siamo i figli -esagerati a nostra volta- di quella condizione di provenienza. Forse ora sta subentrando una maggiore calma, cominciano a spuntare i figli che stemperano molto il loro rapporto sentimentale con la storia; più attenti semplicemente alla quotidianità, al presente, sono sfebbrati dalla storia.

Noi, i figli di quella generazione che aveva attraversato quella immensa macelleria del secolo, noi no, non potevamo essere sfebbrati”220:

Tu, mio è ambientato ad Ischia, in un’estate di metà anni ’50. Un giovane di sedici anni trascorre, come sempre, la sua vacanza sull’isola del golfo partenopeo.

L’estate, di cui si parla nel libro, sarà decisiva per la formazione umana del giovane, che attraverso i racconti del marinaio Nicola rivive gli anni della seconda guerra mondiale.

Questo suo interesse per il periodo bellico è rafforzato dall’incontro con un’affascinante ragazza, Caia, che cela sotto un comportamento disinvolto le sue ferite di sopravvissuta al campo di sterminio nazista.

Il giovane ascoltava “la guerra da bambino, in casa erano le storie dette a tavola. Quel passato era appena successo, resistevano i vuoti nelle strade. E quando i miei smisero di raccontarlo, cominciai io a chiedere e questo a loro non piaceva. Nelle mie domande ci doveva essere un’insistenza che non riesco a ricordare, se spazientiti risposero con la biblioteca: ecco la storia, è scritta lì, leggine quanta vuoi ma lasciaci in pace, non abbiamo più voglia di rimettere a giorno quelle pene. […] Quella storia recente era un ammasso di vicende infami, poche battaglie, invece rastrellamenti, esecuzioni in massa, vigliaccherie, stragi di inermiEbrei, imparai questo nome sui libri della guerra. Prima erano un popolo remoto come i fenici, gli egiziani. Ebrei, e perché i bambini, le donne e i vecchi e cercati ovunque nei più miseri luoghi d’ Europa?”221

Queste conoscenze allontanano il ragazzo dai suoi familiari:

I miei non mi chiedevano più cosa leggevo. Le mie domande erano cresciute e portavano l’insidia di chiedere conto. Avevano partecipato ad una resistenza, avevano aiutato un perseguitato? Non l’avevano fatto, ne portavano però il rammarico”222.

Le lunghe giornate estive trascorrono fra albe dedicate alla pesca e incontri con un gruppo di ragazzi più grandi favorito da Daniele, figlio dello zio che lo porta a pesca, e con cui condivide la stanza.

C’è una ragazza nuova, con un accento straniero ospite di una fanciulla del gruppo, che condivide con lei una stanza di collegio. E’ di origine rumena e non ha genitori :

Per i ragazzi la sua libertà orfana era una attrazione, nessuno di loro sapeva cosa fosse non avere nessuno al mondo”.223

Anche il ragazzo, che si tiene rispettosamente in disparte, è incuriosito da questa giovane dalla risata limpida. Da questo momento inizia una sorta di ‘protezione’ del ragazzo nei confronti della giovane e la ricostruzione attraverso dei flash-back di quella “dolenza impenetrabile”, della quale solo lui si è accorto.

Il trascorrere delle giornate compone un mosaico che è la trama subliminale del romanzo. L’uscita in barca con Caia, che esige che anche il giovane amico l’accompagni, ne compone la prima tessera: “a volte tu somigli in qualche gesto ad una persona che mi voleva bene”224.

Gesti che vengono spontanei al ragazzo: di tutela, di protezione, di premura, e che riconducono Caia ad un affetto irrimediabilmente perduto.

Nicola, rivela al ragazzo la vera identità di Caia: “La ragazza è ebbrea …il suo vero nome è Haiele. A Sarajievo ci vivevano tante donne ebbree e si chiamavano tutte Sara e Caia ma con l’accento forte: Haia”225. La conoscenza di questo segreto riguardante la sua giovane amica, gli rende Caia più vicina.

In una calda giornata l’incontro casuale di Haiele con il ragazzo è un’altra tessera del mosaico, che porta la giovane alla sua infanzia e l’adolescente si immedesima in un’età più matura e in una persona cara ormai scomparsa: il padre di Haiele. Il ragazzo con la sua voce, che cambia tono per l’età, per l’emozione, per l’amore, diviene per Caia il padre, visto per l’ultima volta alla stazione ferroviaria, quando insieme alla moglie veniva fatto salire dai tedeschi sui treni merci diretti ad Auschwitz . Caia è riuscita a scappare, ma ha perso tutti i suoi familiari :

Perché a te? Io so che ci sono momenti in cui qualcuno che ho perduto mi viene intorno e prende il corpo di una persona sconosciuta, solo per un momento, per salutarmi da dietro un corpo, con una mossa o una parola inconfondibile, solo un cenno e basta. Lo so da tanto tempo che non mi hanno lasciato sola. Ma io mi sento protetta da questa folla di minimi segnali. Prima di ora nessuno aveva accumulato tanti segni. Sono di mio padre che non c’è più e io non voglio parlare di lui con nessuno neanche con te.”226

Questo riconoscimento fa del ragazzo un punto di congiunzione fra Caia e la sua infanzia.

Il padre scomparso, attraverso il giovane amico, dà alla figlia un nuovo orgoglio, un coraggio vivificato, che spinge Caia ad intervenire violentemente contro dei turisti tedeschi che, in pizzeria, cantano un inno delle SS. Il ragazzo acquista anche lui una nuova consapevolezza, mai avuta prima, che lo porta a non subire passivamente, anzi a difendersi e, se necessario, ad attaccare.

Caia parte da Ischia, le sue vacanze sono terminate, il ragazzo l’accompagna al porto, lei è spaventata come quando salutò, per l’ultima volta il padre: “Quando lasciai mio padre l’ultima volta, a un treno, avevo paura. Anche ora ho paura, ma per te”.227

Il ragazzo deve rispondere a quei tedeschi incontrati per caso in pizzeria, deve farlo per Caia, per la sua famiglia sterminata dall’odio e dall’indifferenza. Decide, così, di bruciarne, nella notte, la macchina. Prepara con precisione ogni cosa: la tanica di benzina, i fiammiferi, i giornali e, a notte fonda, raggiunto l’albergo dove alloggiano i turisti tedeschi, con matematica precisione compie la sua ‘vendetta’:

“Sbatterono finestre, dietro di me, voci, strilli, io già in mezzo alla strada correvo a favore di vento, svelto leggero, col buio che mi copriva le spalle e un cane all’angolo della via mi aspettava per corrermi affianco e dietro di me esplodeva un fuoco che non poteva correggere il passato”228.

L’altro romanzo di Erri de Luca, Montedidio, ha una struttura diaristica. Ogni pagina, infatti, contiene le riflessioni, a fine giornata, di un ragazzo di tredici anni che, nella Napoli degli anni Cinquanta, abbandona la scuola per un lavoro come garzone di bottega:

[…] Troppo cresciuto per i banchi della quinta elementare […]. A noi iscritti alla povertà il bidello consegnava il pane con la cotognata. Quando veniva caldo i bambini poveri venivano a scuola coi capelli tagliati a zero, a mellone, per via dei pidocchi, gli altri bambini restavano pettinati. Troppe specialità di differenze, loro poi continuavano a studiare, noi no”229.

Questo ragazzo, di cui l’autore non dice mai il nome, viene mandato a bottega da un falegname, Mast’Errico, per aiutare economicamente il padre, che lavora al porto e la madre malata, che di giorno in giorno sta diventando sempre più debole e stanca. Questo nuovo lavoro, unitamente alla malattia della madre, segnano per lui l’ingresso nel mondo degli adulti.

Mast’Errico tiene a bottega anche uno “scarpaio”, Don Rafaniello:

“E’ venuto a Napoli da qualche pizzo d’Europa dopo la guerra. E’ salito dritto sopra Montedidio da Mast’Errico e si è messo a sistemare scarpe ai puverielli […]. E’ venuto a Napoli per sbaglio, voleva andare a Gerusalemme dopo la guerra. E’ sceso dal treno e ha visto il mare per la prima volta. Una sirena di bastimento ha suonato e lui s’è ricordato di una festa al paese suo che comincia con un suono uguale. Ha guardato i piedi, quanti scalzi, bambini assai, come al paese suo, secchi, svelti, gli sembrano i suoi. Lui viene da un paese inguaiato che ha perso tutti i bambini, la folla di Napoli glieli riporta a mente. Al paese suo sono diventati cosi pochi che non si salutano più, a Napoli invece uno può passare la giornata solo a salutare e poi si va a coricare stanco solo per quello”.230

Don Rafaniello, chiamato cosi perché è rosso di capelli come un ravanello, è gobbo, ma non se ne dispiace; anzi, per lui è un onore. Infatti, mentre il ragazzo pulisce e Mast’Errico non c’è, Don Rafaniello racconta che un angelo gli è apparso e gli ha spiegato il suo destino:

Caro Rav Daniel, gli risponde l’angelo che conosce il nome originale di Rafaniello, tu andrai a Gerusalemme con le ali. Io vado a piedi pure se sono un angelo e tu andrai fino al muro occidentale della città santa con un paio di ali forti come quelle dell’avvoltoio. E chi me le dà, insiste Rafaniello. Già le tieni, gli dice quello, stanno nella custodia della gobba.”231

Il garzone di bottega ascolta con entusiasmo misto ad ammirazione il racconto di Rafaniello, poiché lui stesso è attratto dal volo. Infatti, per il suo compleanno, il padre gli ha regalato un boomerang:

“Un pezzo di legno curvo, si chiama bomeràm, babbo spiega, che si lancia lontano e quello torna indietro. Mamma è contraria: ma addò l’adda ausà?, dove lo deve usare? Ha ragione, sopra questo quartiere di vicolo che si chiama Montedidio se vuoi sputare in terra non trovi un posto libero tra i piedi”.232

La madre è malata di itterizia e poiché non migliora viene ricoverata all’ospedale e, per questo motivo, il ragazzo comincia ad occuparsi anche della casa.

La sera, quando sale ai lavatoi per ritirare i panni stesi, sul terrazzo più alto di Montedidio, prova il boomerang, non lo fa volare, si esercita solamente: “La sera ai lavatoi forzo il lancio, faccio tutta la mossa di tirarlo e poi lo stringo all’ultimo. La spinta si rafforza, il bumeràn freme di voglia.”233

E’ proprio mentre si esercita che dal buio spunta Maria: “I tredici anni suoi sono più cresciuti dei miei, lei sta già in un corpo arrivato”.234

Maria vive nel suo stesso palazzo, anche lei ha una situazione difficile alle spalle; infatti suo padre gioca d’azzardo e così la famiglia è piena di debiti. Per pagare l’affitto la ragazza deve sottostare ai soprusi del padrone di casa:

“La persona più scioccante di quelle che incontro. Chiede agli inquilini: quando mi pagate? E glielo chiede quando ci sta intorno gente che sente. Quando mi pagate?dice forte, cosi li fa vergognare”.235

Dopo il lavoro diventa una piacevole abitudine per i due ragazzi incontrarsi ai lavatoi, dove nessuno li può vedere, dove nessuna malvagità umana li può raggiungere. La madre del ragazzo sta sempre più male, il padre non va più al porto, assiste solamente la moglie, cosi il nostro protagonista passa sempre più tempo alla bottega di Mast’Errico dove entra in confidenza con Don Rafaniello.

Don Rafaniello racconta della sua terra, mai dimenticata, delle umiliazioni subite in tempo di guerra:

Poi la guerra ha colpito le mie parti, veniva da Ovest, passava addosso a noi, bruciava viva la terra e la gente. Mi sono nascosto sotto lo sterco degli animali, sotto un pavimento, in una cava di calce abbandonata, resistevo, senza sapere perché volevo vivere mentre tutti morivano. Ero un ribelle a non morire pure io, un bestemmiatore a vivere. La moglie di Giobbe gli dice: Maledici Dio e muori, non l’ho fatto, e neanche Giobbe. Non ho maledetto e non sono morto. La guerra mi ha pulito il cuore e lavato le mani con la calce. Quand’è finita ero pronto a salire nel monte di Dio”.236

Don Rafaniello abbandona, insieme alla sua gente, l’Europa orientale e vuole raggiungere Gerusalemme :

Cerchiamo d’imbarcarci per la terra scritta nei nostri libri santi, siamo senza passaporto, senza diritti, siamo dei vivi rifiutati dalla morte. Gli inglesi chiudono il mare, non ci fanno andare. Ho un cattivo pensiero: Tièntelo il tuo monte, tieniti gli inglesi a Gerusalemme, pigliati quello per popolo. Cosi lui ci ripensa, leva gli inglesi e a me dà un castigo sotto la specie della presa in giro: monte di Dio, si, ma a Napoli. E’ vero che qui sanno rifare tali e quali i mobili antichi, gli orologi di lusso e i pacchetti di sigarette americane, ma rifare il monte di Dio è troppa imitazione, quello sta solo a Gerusalemme”.237

Il ragazzo, di soli tredici anni, diventa il fidato confidente del calzolaio ebreo:

Adesso conosci i fatti miei di quand’ero Rav Daniel e quelli dei miei paesani che non ci sono più. Chi muore lascia la storia in eredità ai figli, ai parenti. Il mio popolo l’ha lasciata a me e a qualcun altro. Io te la dico perché parto tra poco, quando si crepa questa gobba di ossa e di piume”.238

Si avvicina Natale, Maria si rifiuta di assecondare il padrone di casa e si trasferisce a casa del ragazzo, Rafaniello non sta bene, infatti la gobba si è come aperta, senza perdita di sangue; ciò vuol dire che presto lascerà Napoli per raggiungere Gerusalemme con le sue ali :

Dice che le ha aperte, sono più grandi di quelle di cicogna. Ha deciso che aspetta la notte dei fuochi d’artificio, intanto la sera si allena nella sua stanza”.239

La madre del ragazzo muore, il padre riprende a lavorare al porto, Maria è ormai parte della famiglia, il garzone di bottega sta diventando un uomo, malgrado i suoi tredici anni.

Il 31 di Dicembre il giovane decide di lanciare il suo boomerang, contemporaneamente anche Rafaniello volerà finalmente per raggiungere la terra dei suoi avi: “(Gerusalemme) E’ l’unica città del mondo in cui la morte si vergogna di esistere”.240

Maria, Rafaniello e il ragazzo raggiungono la terrazza di Montedidio, dalla città salgono i rumori tipici della fine dell’anno: fischi, spari, cocci rotti; il giovane prende il boomerang che scappa dalle sue mani con una spinta mai avuta prima, intanto alle sue spalle si sentono i rumori di lenzuoli agitati dal vento, ma non ci sono panni stesi:

Mi volto, è Rafaniello, le ali spalancate in tutta apertura, i piedi scalzi si sollevano, ricadono, una volta, due, cresce il vento sbattuto dalle piume, gli spiriti si mettono anche loro a spingere da sotto così al terzo salto Rafaniello sale e va dov’è la traccia infuocata del bumeràn”.241

Intanto Maria urla e si dimena: un’ombra l’ha assalita: è il padrone di casa; il ragazzo l’afferra con tutta la forza che ha e lo scaraventa giù dal terrazzo:

Vola di sotto, vola dalla terrazza di Montedidio sotto il diluvio di vasi e piatti vecchi gettati dai balconi, tutto vola da sopra Montedidio, noi due no, noi due abbracciati sotto la coperta di Rafaniello, Maria trema, io sputo fuori un grumo caldo d’aria dalla gola, è voce, è la mia voce…io grido”.242

Se la violenza dei personaggi di De Luca è sintomatica di un disagio da cui la generazione post-bellica non riesce a liberarsi, quella che troviamo descritta nel romanzo di Paolo Maurensig, La variante di Lünenburg, è una ‘violenza catartica’.

Nel romanzo di Maurensig il passare del tempo e il cambiare delle generazioni è tanto importante quanto la necessità di “interrompere la linea del sangue”, di caricare, cioè, il dramma dello sterminio sulle spalle di persone di un’altra generazione, di una diversa estrazione culturale e sociale:

Il fatto che, interrotta la linea del sangue, sia Hans, mio figlio adottivo in extremis, a portare a termine questo compito, mi solleva da un accresciuto sospetto di malafede, di desiderio di vendetta personale, ridandomi l’illusione che si sia ristabilita non dico, la giustizia, ma almeno una sorta di equilibrio, di compensazione naturale”.243

Nella Vienna di fine anni Ottanta, un ricco uomo d’affari viene trovato morto nel giardino della sua villa con un colpo di pistola sparato in bocca. La cosa viene subito archiviata come un tragico incidente, mancando qualsiasi movente di suicidio e tanto meno di omicidio. L’uomo, Dieter Frisch, non ha lasciato biglietti o modificato le sue abitudini nelle sue ultime ore di vita. Unico particolare: ha usato una scacchiera diversa per la sua consueta partita serale a scacchi:

una scacchiera con una posizione di gioco già sviluppata in un complicato centro di partita. Una strana scacchiera, in verità, cucita assieme con pezze chiare e scure di stoffa grezza; e con le pedine formate da bottoni di varie dimensioni che portavano, malamente incise su una faccia – si sarebbe detto con la punta di un chiodo – le figure del gioco”.244

Scopriamo subito che il narratore è il mandante e ideatore di questo omicidio, si chiama Tabori ed è un famoso giocatore di scacchi.

Ha rintracciato la sua vittima dopo 40 anni, quando Frisch ha pubblicato su una rivista di scacchi la critica alla posizione di gioco nota come “variante di Lünenburg”, ideata un tempo da Tabori stesso.

Frisch lavora come dirigente a Monaco e ogni venerdì torna a Vienna per il fine settimana. Fa il viaggio in treno e nel suo ultimo venerdì incontra Hans Mayer, il figlio adottivo di Tabori .

Hans fa capire a Frisch di essere appassionato di scacchi, ma si rifiuta di fare una partita con lui in treno. Attira così l’attenzione del dirigente viennese, che si mette ad ascoltare la storia del giovane.

Hans narra della sua passione per gli scacchi, con la quale ha superato la solitudine dopo la morte dei genitori e narra la storia del suo maestro Tabori, ora anche padre adottivo.

Sotto la guida di Tabori, Hans è divenuto un maestro degli scacchi. Ha preso lezioni nella casa di Tabori stesso, rinchiuso dentro una piccola cella, e utilizzando una scacchiera che ad ogni sbaglio gli infligge una scossa elettrica. Hans comincia a fare tornei in tutta Europa e in tutte le sue partite Tabori lo costringe ad adottare una variante che solo lui conosce. Un giorno Tabori gli rivela di essersi servito di lui e della sua variante per rintracciare un giocatore di scacchi conosciuto 40 anni prima.

Tabori è in realtà un viennese, di origine ebraica, appartenuto ad una ricca famiglia, nella cui storia c’è una lunga tradizione di scacchi. Viene iniziato sin da piccolo a tale gioco dal padre stesso, che lo fa allenare su una scacchiera particolare, che impartisce scosse elettriche al giocatore che sbaglia la mossa e su cui è incisa in ebraico la scritta “tu non arrecherai dolore, tu fuggirai il dolore, tu imparerai dal dolore”.

Diviene ben presto un bravo giocatore ed inizia a fare tornei in tutta Europa. E’ in questo periodo che incontra il coetaneo Dieter Frisch:

Fu proprio in quel periodo, durante una delle mie esibizioni, che lo incontrai per la prima volta. Credo che ciascuno di noi abbia, in qualche parte del mondo, il proprio antagonista, l’alter ego negativo, come ciò che si oppone ai Santi Nomi dell’Albero della Vita: la Qlippah, di cui i saggi sconsigliano persino di pronunciare il nome, il serpente sempre pronto a sollevare la testa, l’avversario che non ci si augurerebbe mai di incontrare e nel quale, tuttavia, si finisce per imbattersi, essendo egli parte del nostro stesso essere. Nel mio caso, sembrò che tutti gli sforzi fatti, compresi quelli delle generazioni passate, non mirassero, e da secoli non avessero mirato, che a combinare questo scontro mortale”245.

Ma nel 1929 Tabori, che allora non portava certo questo falso nome, era già apostrofato come “giudeo” e ad ogni vittoria gli avversari ariani gli ripetono “te la faremo pagare giudeo”. Tabori e Frisch continuano a scontrarsi fino al 1938, ultimo incontro al quale Frisch si presenta vestito con una divisa da SS. L’incontro finisce alla pari, ma Frisch incassa anche la posta di Tabori, che viene letteralmente cacciato dall’Hotel.

Dopo la Notte dei Cristalli, a causa della delazione di “un solo pedone” Tabori e tutta la sua famiglia finiscono nel campo di concentramento di Bergen Belsen, così come accade per l’intera comunità ebraica viennese. Qui Tabori, riesce a farsi una scacchiera con dei pezzi di stoffa e dei bottoni.

Nel campo c’è, in qualità di capo nazista, anche Frisch il quale, riconosciuto Tabori, lo costringe a giocare con lui a scacchi.

Inizialmente Tabori fa di tutto per perdere, in modo da compiacere il suo avversario aguzzino. Questi, resosi conto che l’ebreo non gioca come dovrebbe, fa uccidere dei deportati ogni volta che Tabori perde. In questo modo costringe Tabori a concentrasi sul gioco, visto che la posta è la vita di altri prigionieri come lui:

Ciò che in quel frangente mi fece ritrovare tutte le mie forze fu proprio questa responsabilità. Se mai ho giocato con ogni cellula del mio corpo, con l’anima e con il cuore, e sentendo il peso della memoria di tutte le generazioni passate, fu proprio nell’inverno del ’44, durante quel lunghissimo match246.

Durante questa partita Tabori mette in atto una mossa che chiama “la variante di Lünenburg”; nel percorso verso la vittoria subisce anche due sconfitte, per le quali vengono uccise, ogni volta, ben 24 persone, di cui conserva i ritratti sopra il pianoforte a coda della sua casa:

quegli uomini e quelle donne, che al momento della morte mi erano del tutto sconosciuti, sono legate a me più saldamente che da un vincolo di sangue e finché vivrò abiteranno nella mia memoria e nella mia coscienza. Quando sono tornato alla vita ho cercato di ritrovare i quartieri, le strade, le case in cui loro avevano abitato e una volta all’anno ho voluto ripercorrere quei luoghi, come in pellegrinaggio”.247

Sono le foto che incuriosiranno Hans 40 anni più tardi:

Le fotografie, che pure erano disposte e raggruppate come quelle di un numeroso parentado, apparivano invece completamente estranee tra loro; non avevano nulla in comune se non quella luminosa cecità che solo i ritratti dei defunti sanno assumere; per il resto non poteva esserci parentela tra il pallido ovale di maestrina e la faccia di quel baffuto contadino; né tra la corpulenta popolana e l’occhialuto filosofo … Eppure c’era qualcosa che li univa. Quanti potevano essere? Quaranta, anche di più… E che strana mescolanza di fisionomie, di razze, di fogge, di culture… Se mai c’era qualcosa ad accomunarli, questo era solo un generale sentimento di tragedia: la carta stessa appariva sofferta, accartocciata, ferita –macchiata, si sarebbe detto, di fango o di sangue. Mi domandavo cosa rappresentassero per lui. Certamente qualcosa di importante, a giudicare dalla cura con cui era disposto quel piccolo camposanto della memoria”.248

Alla fine Tabori vince la sfida:

Il mio avversario doveva subire e ancora subire le combinazioni più macchinose che avesse mai avuto modo di vedere. Per quanto abile e freddo, per quanto buon giocatore egli fosse, di fronte alla mia determinazione in quei giorni, brancolava come un cieco in una palude. Lui non muoveva che pezzi di legno inanimati, mentre io facevo avanzare una schiera di temibili golem[…]. Ma pur avendo vinto sulla scacchiera, sono stato io in realtà il vero sconfitto, perché ero stato complice di un disegno rivoltante. Il semplice fatto di essere rimasto in vita, testimone impunito dei loro assassini, mi accomunava ad essi; e per quanto mi illudessi di essermi eretto con tutte le mie forze a difensore dei miei compagni, nulla avrebbe mai potuto giustificare agli occhi di Dio e della mia coscienza, il fatto che mi ero pur sempre giocato a scacchi la loro vita249.

L’arrivo degli alleati salva la vita di Tabori e mette in luce l’enormità di quello che i nazisti avevano potuto compiere:

Le vere dimensioni dell’eccidio si poterono intuire solo quando furono ritrovati i minuscoli oggetti personali requisiti ai prigionieri nel momento in cui arrivavano, e conservati con cura meticolosa: montagne di occhiali, berretti, fermagli, bracciali, bottoni … e questo era ciò che rimaneva unicamente perché privo di valore250.

Il romanzo termina così, rivelandoci che Lünenburg è il nome della landa che circonda il campo di concentramento di Bergen Belsen.

La storia è tutta incentrata sulla simbologia del gioco degli scacchi, a partire dal diverso colore delle pedine chiare e scure, che riecheggiano una lotta tra bene e male. Parlando di Frisch, Tabori dice che “uno scacchista come lui (un nazista? Ndr.) non abbandona mai del tutto il gioco a cui si è dedicato per anni con tanta passione251.

Nella concezione del tedesco nei confronti del gioco stesso Tabori riscontra le tracce di una più vasta ristrettezza culturale:

il suo era un gioco conservatore, legato ancora agli schematismi di Tarrasch (il padre tedesco degli scacchi) e non era stato per nulla influenzato dalle teorie ipermoderne allora in voga. Eppure, era proprio quella mancanza di originalità, di rischio, di fantasia, quell’asservimento al dogmatismo, che mi inquietavano[…] Le loro facce sembravano conformarsi a un’unica espressione, come se a quei volti fosse stato reciso un muscolo, uno dei tanti che presiedono alla complessa mimica del riso, quel nervo –si sarebbe detto- preposto a esprimere l’umorismo, l’ironia: l’appagamento che l’intelligenza riserva a se stessa252.

Ma gli scacchi e il tramandarsi della scacchiera nella famiglia di Tabori, assurgono anche a simbolo di tradizione culturale, di trasmissione tra le generazioni di un popolo che nel corso della sua storia ha conosciuto persecuzioni e migrazioni continue: “Mio padre mi disse che sarebbe diventato il mio maestro, come a suo tempo suo padre aveva fatto con lui, e come il bisnonno aveva fatto con suo nonno”.253

Le tradizioni sono un aspetto del nostro legame con il passato. Ritroviamo nelle tradizioni idee, credenze e valori che erano propri delle persone care che non ci sono più, per cui l’attaccamento alle tradizioni ci sembra un modo di sentirci vicini ad esse.

Anche chi non sente questo legame affettivo con la propria storia, non può comunque esimersi dall’obbligo morale di tenere viva la memoria di alcuni fatti cruciali per la storia dell’umanità.

Spesso la conoscenza collettiva dello sterminio nei lager nazisti obbedisce, come rileva Frediano Sessi254, ad una sorta di conformismo che vuole che la maggioranza si dichiari a favore della memoria. Ma questo può diventare un modo per banalizzare lo sterminio.

Ben vengano, dunque, figli e nipoti che, attraverso una consapevole e seria scelta individuale, assumano su di sé la responsabilità intellettuale di dare voce autentica a fatti, quali lo sterminio, “di cui si può esser forzatamente vittime, ma non autori255.

 

196 S.Levi della Torre, Mosaico. Attualità e inattualità degli ebrei, Torino, Rosenberg e Sellier, 1994, p.56.

197 Milva Spadi, Le parole di un uomo. Incontro con Primo Levi, op. cit. .

198 Ibidem, pp.40-41.

199 Liana Millun, in Milva Spadi, op. cit., p.80.

200 Ibidem, p.38.

201 M.Bosonetto, Nonno Rosenstein nega tutto, op. cit., p.13.

202 Ibidem, pp.26-7.

203 Ibidem, p.28.

204 Ibidem.

205 Ibidem, p.43.

206 Ibidem, p.52.

207 Ibidem, p.53.

208 Ibidem, p.78.

209 Ibidem.

210 C. Mattogno, Auschwitz: due false testimonianze, Roma, La Sfinge, 1986.

211 Ibidem, pp.86-87.

212 Ibidem, p.89.

213 Ibidem, p.130.

214 Ibidem, pp.161-62.

215 A. Portelli, L’ordine è già stato eseguito, op. cit., p.377.

216 Ibidem, pp.375-7.

217 Ibidem, p.378.

218 M. Spadi, op. cit., p.60.

219 Ibidem.

220 Ibidem, p.48.

221 Ibidem, pp.15-17.

222 Ibidem, p.18.

223 Ibidem, p.24.

224 Ibidem, p.31.

225 Ibidem.

226 Ibidem, p.73.

227 Ibidem, p.104.

228 Ibidem, p.114.

229 E. De Luca, Montedidio, op. cit., p.12.

230 Ibidem, pp.16-25.

231 Ibidem, p.27.

232 Ibidem, p.8.

233 Ibidem, p.24.

234 Ibidem, p.31.

235 Ibidem, p.39.

236 Ibidem, p.64.

237 Ibidem, p. 65.

238 Ibidem, p. 67.

239 Ibidem, p.88.

240 Ibidem, p.67.

241 Ibidem, p.141.

242 Ibidem, p.142.

243 P. Maurensig, La variante di Lünenburg , op.cit., p.92.

244 Ibidem, p.14.

245 Ibidem, p.110.

246 Ibidem, p.155.

247 Ibidem.

248 Ibidem, p.64.

249 Ibidem, p.157.

250 Ibidem, p.158.

251 Ibidem, p.94.

252 Ibidem, pp.112-116.

253 Ibidem, p.100.

254 F. Sessi, Non dimenticare l’olocausto, op. cit., p.393.

255 A.Manzoni, Storia della colonna infame, op.cit.

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© Morashà 2003 - Elena Pelloni 2003

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