Gershom Scholem tra Sionismo e Kabbalà
Flavia Piperno
Università degli Studi di Roma “La Sapienza”
Facoltà di Sociologia
Corso di Laurea in Comunicazione e Mass Media
Relatore: Massimo Canevacci
Correlatore: Enzo Capelli
Anno Accademico 2000-2001

 

1.1 L’ebreo tedesco tra libertà generali e diritti in particolare
1.2 L’ebreo tedesco negli abiti del “gentile”
1.3 Bildung e sittlichkeit: Autodefinizione e rispettabilità

 

2.1 Le origini e le sue esperienze

 

3.1 La Kabbalà
3.2 La Kabbalà Lurianica
3.3 I simboli cabalistici
3.4 Lo Zohar. Il libro dello splendore
3.5 Il Sabbatianesimo e l’eresia mistica
3.6 Il chassidismo

 

4.1 Martin Buber: La passione per il Sionismo
4.2 Walter Benjamin: Storia di un’amicizia
4.3 Hannah Arendt: La dialettica tra ebreo esposto, ebreo nascosto
Conclusioni

Ringrazio il Professore Massimo Canevacci per avermi dato l’opportunità di mettere in discussione l’ebrea che è in me

Introduzione

Come tutti i più famosi filosofi, storici, antropologi e altri pensatori che hanno contribuito a dar vita a nuove idee nella storia dell’umanità, Gershom Scholem rappresenta la figura per eccellenza che incarna gli aspetti più sensibili e profondi sentiti e condivisi dalla maggior parte degli ebrei tedeschi nei primi anni del XX secolo. Scholem è un singolare personaggio che vive il suo contesto storico e sociale con grande dignità, quella spiccatamente ebraica. Nella ricerca della comprensione di questa figura farò emergere dalla descrizione inevitabilmente il momento storico della società tedesca in cui Scholem è coinvolto, una realtà che vede una notevole presenza di ebrei tedeschi negli ambienti politici e sociali, per questo non si può conoscere Scholem senza collocarlo nel proprio contesto, storico, sociale e culturale.

Nel primo capitolo approfondirò quella parte storica che vede per la gran parte del periodo che precedette il 1848-’49, la maggioranza degli ebrei negli Stati tedeschi rimanere politicamente inerte e apatica, e l’aspettativa di un miglioramento o addirittura di una parità dei diritti civili per la popolazione ebraica era riposta nei sovrani e non nei popoli. Definirò quel momento, tra il più importante punto di partenza in cui gli ebrei tedeschi poterono occuparsi, innanzitutto della libertà generale dei tedeschi nella Germania, e in secondo luogo dei diritti degli ebrei in particolare. Vedremo come alla nascita dell’Impero nel 1871 ci fu una presenza notevole di ebrei tedeschi negli ambienti politici e sociali e come la vita degli stessi si divise in due parti: quella in favore dell’integrazione sociale tedesca con la rinuncia alla propria identità ebraica e quella in favore della difesa sui diritti degli ebrei con la rinuncia, dell’appartenenza alla società tedesca.

Spiegherò come, la comunità ebraica dovette integrarsi nella società e nello stato tedeschi e nello stesso tempo mantenere la propria identità ebraica, affrontando così un nuovo problema, l’assimilazione: perdere l’identità ebraica per l’emancipazione politica, l’integrazione sociale gli allettamenti del mondo esterno. Per adeguarsi ai parametri tedeschi, c’era il pericolo di dover "depurare" l’ebraismo da tutte le sue espressioni peculiari, nell’intento di rileggerlo in una chiave adeguata ai tempi storici, rinunciando anche alle aspirazione di una nazione ebraica in nome dell’adeguamento dello stato tedesco.

L’ebreo era tenuto a sottoporsi a una radicale trasformazione della sua personalità, delle sue abitudini dei suoi atteggiamenti: gli ebrei emancipati non si tolsero semplicemente i loro abiti per indossarne di nuovi, ma cercarono di diventare uomini e donne radicalmente nuovi.

Una delle note fondamentali del periodo che affronterò è l’importanza di due concetti chiave che assorbono il contenuto della realtà ebraica nella società tedesca: una è la Bildung cioè (autodefinizione o formazione) l’altra è la Sittlichkeit cioè (rispettabilità). Il concetto di bildung è singolare perché unicamente riferito alla circostanza tedesca; l’emancipazione degli ebrei parte infatti dalla bildung, da quell’insieme di elementi che comprende l’autoformazione intesa come processo interiore di sviluppo, la formazione del carattere, l’educazione morale, la ricerca dell’armonia interiore. Gli ebrei allora furono emancipati in una società in cui la bildung prometteva uguaglianza e cittadinanza, mentre la rispettabilità richiedeva una maggiore conformità, rispetto al passato, ai costumi e alla moralità. La Sittlichkeit forniva coesione sociale e dava delle indicazioni che fissavano il comportamento appropriato e inappropriato, gli atteggiamenti corretti o scorretti da mantenere.

La bildung nel suo sinonimo di cultura sta a significare una struttura di significati trasmessa storicamente, incarnati in simboli, un sistema di concezioni ereditate espresse in forme simboliche per mezzo di cui gli uomini comunicano, perpetuano e sviluppano la loro conoscenza e i loro atteggiamenti verso la vita. La descrizione di questo sistema simbolico può essere espresso ancora di più nei termini delle interpretazioni secondo l’attribuzione che lo stesso Scholem dava al mondo in cui viveva, alle formule usate per definire quanto gli accadeva, nel contesto permeato di significato che variava secondo il modello di vita da cui fu influenzato. Lo stesso Scholem vive l’esperienza tedesca con un ovvio e totale coinvolgimento e parallelamente scopre l’ebraicità che è in lui, si realizza una giustapposizione e reciprocità di due tradizioni culturali che determinano una sempre maggiore interdipendenza tra le due identità. È questa la dinamica che affronterò nel secondo capitolo in cui si percepirà quella componente profonda dell’identità, dove l’ebreo diventa tedesco e il tedesco ebreo, la ricerca e la lotta per l’acquisizione di un’identità è una reinvenzione e una scoperta di una visione etica orientata al futuro. È la sua autobiografia a parlare di sé: nato a Berlino nel 1897 da una famiglia ebraica originaria della Slesia, Scholem era il più piccolo di quattro fratelli ognuno dei quali scelse una strada autonoma e indipendente rispetto alla propria condizione di ebreo.

Descriverò Scholem innanzitutto come un filologo, l’interesse della storia, infatti, è stato il primo impulso all’approfondimento e alla ricerca dei minimi particolari. La sua vita è permeata dalla ricerca di se stesso, della propria identità ebraica, e questa egli la ricerca negli scritti sacri e soprattutto nella Torà, la Sacra Scrittura.

Il percorso di Scholem nella ricerca dell’identità ebraica si concentra su due vie: quella data dall’impulso passionale per la costituzione dello Stato d’Israele, e quello rivolto allo studio della Kabbalà, due strade che lo hanno portano ad un'unica meta: la conoscenza della propria identità.

Lo stimolo dato dalla kabbalà e la sua adesione al movimento sionistico sono le radici su cui poggia la sensibilità e la grande conoscenza del mistico.

Scholem, contemporaneamente allo studio del Talmud, si adoperava nei progetti della "Jung Juda", di cui faceva parte sentendo un grande slancio verso il futuro. Il sionismo si incarnava nel suo interesse per la kabbalà, che aveva le radici nella sua anima, nel grande desiderio di comprendere il mistero della storia ebraica, e la kabbalà rappresentava per Scholem l’elemento vivificante dell’ebraismo, il quid che gli aveva consentito di sopravvivere spiritualmente nonostante le condizioni artificiose della vita diasporica. L’esplicita attività politica forte nella sua convinzione lo ha reso più sensibile di fronte all’obbiettivo della sua vita, quello finalmente di giungere in Israele, nel 1923.

Farò emergere di Scholem il "dramma" nato dal conflitto culturale emerso dalle due realtà, quella ebraica e quella tedesca, spesso in contrasto, la sovrapposizione tra le due culture generava un conflitto determinato dalla volontà di allontanare un mondo per recuperarne un altro.

Nel terzo capitolo affronterò i lavori di Scholem concentrati soprattutto sugli studi della kabbalà attraverso cui il mistico rivisita il passato per scoprire il futuro: Le grandi correnti della mistica ebraica, Shabbetài Zevì, la kabbalà e il suo simbolismo, Judaica, sono tra i più celebri testi che Scholem ha scritto in una versione sia descrittiva della mistica ebraica, sia inscrittiva nel modo in cui ha interpretato la Torà per mezzo della comunicazione simbolica, che è alla base del suo percorso interpretativo che non si arresta mai.

Collocherò Scholem non come spettatore ma come interlocutore del proprio contesto culturale dove è il simbolo a trascinare il protagonista nell’esperienza mistica verso la sua meta; il simbolo è il veicolo di quel viaggio verso il sé che è lo scopo di ogni ascesi. È qui che spiegherò il significato della kabbalà che è in primo luogo una ricerca interiore il cui valore dipende dalla qualità morale di chi la pratica, e lo spazio simbolico dal quale i cabalisti presero l’avvio attraverso la Bibbia ebraica; i maestri ebrei si concentravano sui singoli versetti e in singole parole in cui il risultato è la trasformazione della Torà in un corpus atemporale. Mi soffermerò sulla struttura simbolica della kabbalà che si differenzia in due fasi: la gamma dei simboli della kabbalà primitiva fino al periodo delle sefiròth nelle varie parti dello Zohar, il libro dello splendore, la gamma dei simboli creati dalla kabbalà Lurianica, che nel complesso dominò il pensiero cabbalistico del XVII secolo fino ai tempi nostri, trasmettendoci usi e riti come il digiuno dei primogeniti alla vigilia di Pesach; la veglia notturna prima di Shavuòth e Hoshanà Rabbà: l’ebreo deve gran parte di questi usi e riti all’influenza esercitata dalla kabbalà Luriana.

Verranno descritti i simboli cabbalistici, Gematria, il Gilgul, l’Ibbur, il Dibbuk, il Golem, Lilith e il Maghen David.

In una chiave più specifica e esplicativa sarà affrontato il significato delle sefiròth nello Zohar, come gradi e cioè come livelli attraverso i quali la forza del Signore agisce nel creato; le Sefiròth sono dieci ciascuna definita come un grado provvisorio di aggregazione dell’energia divina inserito in un continuo dinamismo di discesa e di risalita.

Tratterò come si è accennato la kabbalà Lurianica; il Sabbatianesimo, sorto dalla crisi immediatamente successiva all’esodo ebraico della Spagna in una teoria della redenzione, dove il portavoce del movimento, Shabbetai Zevì, si identificava nel Messia e il Chassidismo, nella propria rivisitazione ebraica che ha abbracciato e recuperato lo studio della Torà in un rapporto diretto con D. senza nessuna allusione ad ispirazioni messianiche come lo è stato per il Sabbatianesimo.

Nel quarto capitolo cercherò di rappresentare l’elemento di confronto tra lo stesso Scholem e tre figure chiave coinvolte nella vita del mistico: Martin Buber, con il quale ha condiviso la passione per il sionismo catturando l’interesse di Scholem per tutta la vita; Walter Benjamin, con il quale ha instaurato un’amicizia durata fino alla tragica scomparsa dello stesso Benjamin: essi si incontrarono per la prima volta a Parigi nel 1927, il loro legame unito dalla fitta corrispondenza era concentrata sui continui confronti in cui i concetti della sfera politica si identificavano con quelli della sfera religiosa.

Un altro legame per Scholem, quello con Hannah Arendt, rappresenta una nota degna di essere approfondita, concentrata sulla polemica che vede protagonisti, dopo il processo intentato nel 1962 a Gerusalemme contro Eichmann, i due ebrei, in una discussione sulla definizione dell’ebreo che per Scholem si deve esporre trovando una propria patria, al contrario per Hannah Arendt l’ebreo si deve nascondere, perché per essere riconosciuto come tale non deve necessariamente appartenere a uno Stato che lo rappresenti.

La figura di Scholem in verità non potrà essere spiegata così facilmente su poche righe perché la sua sensibilità e profondità d’animo forse non è neanche esprimibile in maniera esaustiva attraverso parole comuni.

La tesi si concentrerà sull’esperienza del mistico, prima di tutto come ebreo e in secondo luogo come storico e filologo, nonostante le due espressioni si amalgameranno insieme.


© Morashà 2002 - Flavia Piperno 2002

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