Tesi di laurea di Stefano Tironi - La comunità ebraica tripolina tra la Libia e Roma


Capitolo 1: Profilo storico della Libia

1.1 Dalle origini alla caduta dell’Impero Ottomano
1.2 Il periodo coloniale italiano
1.3 L’amministrazione coloniale britannica e l’esodo

1.1 Dalle origini alla caduta dell’Impero Ottomano

Testimonianze sulla presenza della comunità ebraica in Libia si trovano sia in Erodoto sia in Strabone, alcuni le fanno risalire indietro nel tempo al 597 a.e.v., a seguito della distruzione del primo Tempio di Gerusalemme, ma le prime notizie attendibili attestanti la presenza ebraica in Libia, più precisamente in Tripolitania, risalgono al periodo cartaginese e, da fonti ancora più ricche, al periodo romano1, testimonianze che fanno precedere la presenza ebraica di molti secoli rispetto a quella araba, avvenuta solamente intorno al VII sec. e.v. Un ulteriore aumento della presenza ebraica si ebbe poi nel 70 a.e.v., la distruzione del secondo Tempio di Gerusalemme da parte dei romani fece sì che si creassero nuovi insediamenti in Tripolitania e Cirenaica, altra regione della Libia dove vi era una forte comunità. Proprio dalla città di Cirene, nel 115 e.v., scoppiò la rivolta ebraica contro Traiano, estesasi poi in altre parti dell’Impero. La repressione romana alla rivolta ebraica, durata fino al 117 e.v., fu però durissima2; ormai in decadenza gli ebrei di Cirenaica furono costretti alla fuga, trovando rifugio presso le tribù berbere della Sirte, in Tripolitania, Tunisia, Algeria e Marocco. Da questo momento le tracce della comunità libica, la cui presenza è ormai modesta, si perdono e diventano incerte, seguendo le sorti della Libia e della sua popolazione. Sotto il dominio dei Vandali, nel quinto secolo, ci fu una netta ripresa della comunità, che già lentamente era iniziata nei secoli precedenti; questo era dovuto al fatto che il dominio vandalo era incentrato sulla repressione di qualsiasi tentativo di riscossa della popolazione romana, appoggiandosi quindi a quelle romanizzate. Nel sesto secolo, con il ritorno della Libia sotto il controllo dell’Impero Romano di Bisanzio, la situazione andò invece peggiorando, con gravi conseguenze per gli ebrei. La politica intollerante dei bizantini e i rancori della popolazione romano-cristiana costrinsero gli ebrei a cercare rifugio nelle zone più interne del paese, trovando ospitalità presso alcune tribù berbere, di cui iniziò un processo di giudaizzazione, forse grazie anche al rapporto più intimo a cui erano costrette le due comunità.

La conquista araba nel VII secolo, che segnò l’inizio del medio evo per la Libia e le sue popolazioni, diede una svolta decisiva alla storia di tutta la regione nordafricana. Le fonti e le notizie su questo periodo sono scarse, per cui non è possibile ricostruire i fatti in maniera attendibile; rifacendosi però alla tradizione araba e a quella ebraica, sembra che nei primi tempi della conquista araba la popolazione ebraica e quella berbera opposero una notevole resistenza all’invasione araba, determinando così una ulteriore dispersione delle poche comunità ancora presenti, il cui posto fu successivamente occupato, soprattutto in Tripolitania, da nuove comunità berbero-giudaiche, culturalmente più primitive. I primi periodi sotto il nuovo dominio arabo degli Almohaidi furono abbastanza duri per gli ebrei che subirono delle persecuzioni; in seguito invece la dominazione divenne meno gravosa: grazie al cosiddetto “Patto di Omar” gli ebrei, così come i cristiani e gli zoroastriani (cioè coloro che erano in possesso del “Libro” e della rivelazione divina monoteistica), venivano riconosciuti come una “minoranza protetta”, nonostante il patto sancisse una serie di discriminazioni sociali e carichi fiscali, garantiva loro la sicurezza personale e dei beni e l’esercizio della propria religione. In questo modo le vicende della comunità ebraica seguivano di pari passo le vicende delle altre popolazioni libiche, entrambe risentivano di periodi di anarchia, di vuoti di governo, guerre civili ed esterne, carestie e relative conseguenze economiche. In pratica la condizione degli ebrei di Libia non era molto diversa da quella dei loro correligionari sottoposti al dominio degli arabi3. L’ebreo di Libia, e più in generale del Vicino Oriente, del Marocco e della Spagna, poteva temere qualche guerra civile o improvvisa invasione, ma sapeva che le sofferenze derivanti non dipendevano dal suo essere ebreo ma dal suo vivere in quella determinata regione, come una siccità o una carestia colpiva indistintamente tutta la popolazione. Nei periodi di pace, la legge gli garantiva protezione contro attacchi personali; nonostante alcune restrizioni modeste, le sue possibilità economiche probabilmente equivalevano quelle del vicino arabo, era libero di viaggiare di città in città, poteva attraversare il mondo musulmano in ricerca di vantaggi economici o culturali. La maggioranza degli ebrei sopportava le vessazioni e le umiliazioni imposte come un prezzo minimo per il quieto vivere suo e della sua comunità, mantenendo la propria libertà di coscienza, con la possibilità di vivere liberamente una vita ebraica4.

Momenti peggiori la comunità libica li visse prima sotto l’occupazione spagnola, tra il 1510 e il 1530, e sotto i Cavalieri di Malta poi, dal 1530 al 1551. Questo periodo, per gli ebrei, fu caratterizzato da decadenza economica, da un permanente stato di guerra tra cristiani e ottomani e dalle restrizioni e discriminazioni imposte dagli spagnoli. Proprio per questi motivi molte famiglie di ebrei, in particolar modo sotto il dominio spagnolo, decisero di abbandonare temporaneamente Tripoli per trovare rifugio nelle regioni interne della Libia, perdendo ogni contatto con la rimanente comunità tripolina, mentre poche altre ripararono in Italia, a Roma. Nel 1551 il controllo della Libia passò sotto il dominio ottomano che, con alterne vicende, lo mantenne fino al 1911, anno dell’occupazione italiana. Tripoli fu sottoposta al controllo diretto di Costantinopoli attraverso propri Pasha¯ e Day con una parentesi, tra il 1711 e il 1835, in cui ebbe una signoria propria, sotto la dinastia dei Qaramanli.

Anche per questo periodo le fonti pervenute sono assai scarse e approssimative, sia da parte musulmana, sia da parte della comunità tripolina, il cui livello culturale in quel periodo era alquanto depresso. Notizie più precise, anche se sporadiche, risalgono ai secoli XVII e XVIII per mano di viaggiatori, rappresentanti e consoli europei di passaggio per la Libia. Le condizioni di vita della comunità ebraica sotto il dominio ottomano, sul piano giuridico e civile, sostanzialmente mantennero un livello costante, non molto differente da quelle del periodo arabo; questo perché c’era una conformità dei governanti nell’applicazione dei principî e delle leggi musulmane; in ogni caso, come per le dominazioni precedenti, le condizioni politiche ed economiche del paese erano più soggette a variazioni causate da periodi di guerra più o meno prolungati, periodi di malgoverno, anarchie e carestie, ecc.

Una prima lenta ripresa della comunità, anche a livello religioso, era iniziata nei primi anni della dominazione ottomana, molte famiglie si trasferirono a Tripoli dalle zone interne dalla Libia, con cui furono ristabiliti i contatti interrotti sotto gli spagnoli, dalla Spagna e dall’Italia, in particolare da Livorno. Ripresa bruscamente interrotta però nel 1589 con la rivolta di Yahya ibn Yahya, la quale colpì duramente la comunità ancora debole, indebolendola ulteriormente anche a causa di numerose conversioni forzate. Solo nel XVIII secolo, quindi, la comunità poté definitivamente stabilizzarsi, grazie anche a un relativo periodo di pace, sviluppo economico e politica tollerante attuata dalla dinastia dei Qaramanli.

Verso la fine del periodo di dominio dei Qaramanli l’economia della comunità tripolina si era ormai stabilizzata ed era avviata verso un fiorente decollo. La comunità tripolina costituiva la parte più ricca della città, ed era riuscita ad accentrare su di se tutto il commercio della zona arrivando fino in Sudan. Contrariamente alla prudenza degli anni precedenti, in questa occasione la comunità faceva molto più sfoggio delle sue ricchezze, attirando così il risentimento della popolazione musulmana che, per ragioni di commercio, dovevano rimanere a loro sottomessi5. Nonostante il periodo favorevole sotto il profilo economico, la vita come anche i beni della comunità erano sempre sottoposti a vessazioni e pericoli, risale infatti al xviii secolo la celebrazione di due purim: “purim sherif” e “purim burghul” che vennero istituiti proprio a ricordo di due scampati pericoli, il primo ad opera di Ibrahim Sherif nel 1704 e l’occupazione della città nel 1795 per mano di Ali Burghul il secondo. La comunità viveva nel loro quartiere, che veniva definito hara, in una situazione di sovraffollamento, povertà e, secondo le descrizioni di viaggiatori dell’epoca, estrema sporcizia. La vita del quartiere ebraico era organizzata in modo simile a quella delle comunità tunisine e algerine, vi era un capo anziano, denominato qaid o sceich, a cui spettava il compito di rappresentanza con il governo, la raccolta e suddivisione delle tasse, la presidenza del consiglio dei notabili ed altri impegni. Generalmente il qaid non era un uomo di religione ma una persona di prestigio appartenente ad una delle famiglie più facoltose della comunità, così come anche i membri del consiglio da lui presieduto. La sua autorità era però limitata dal hakam basci, il rabbino maggiore, la cui nomina doveva però essere approvata dal governo. Ci furono casi in cui il rabbino maggiore veniva inviato da Gerusalemme o da qualche altro importante centro ebraico d’oriente, spesso per compensare al bassissimo livello culturale dei rabbini locali, ma generalmente questo avveniva raramente, ostacolato dalla parte più retrograda dell’ebraismo libico, più legato alle proprie tradizioni che non alla religione e, soprattutto, a protezione degli intrighi dei rabbini locali. Le attività commerciali praticate dalla comunità erano molto varie, spaziavano dal commercio marittimo (in particolare verso Livorno, con cui commerciavano henna, lana, cereali ecc) a quello via terra, con carovane verso il Fezzan fino alla Nigeria per il commercio di tessuti. Vi erano poi il commercio dello sparto, dell’alfa e delle penne di struzzo; la lavorazione artigianale dell’oro, dell’argento e della seta, molto sviluppati, diedero vita ad una serie di corporazioni che possedevano propri statuti e pare che raccogliessero anche artigiani arabi. C’erano poi banchieri e cambiavalute e anche i pochi assicuratori di navi e merci. Nonostante questa grande varietà di attività commerciali, però, il livello economico della comunità era assai basso in quanto i capitali erano per la maggior parte concentrati nelle mani di poche famiglie abbienti, famiglie alle quali generalmente il governo affidava importanti attività pubbliche, come l’appalto della dogana e della zecca6.

1.2 Il periodo coloniale italiano

Negli ultimi decenni del 19° secolo la situazione cominciò a mutare. Non appena la Turchia aveva aperto gli approdi libici al traffico marittimo internazionale, i primi ad approfittarne furono gli italiani, la cui immigrazione era ben accetta, sia dai turchi che dai libici, per l’utilità degli scambi commerciali ed un grande apporto di operosità industriale e agricola, tanto che il numero degli immigrati italiani continuò ad aumentare fino ad arrivare, verso la fine del secolo, a circa seimila unità. Ma il malcelato risentimento degli italiani per l’occupazione francese della Tunisia e la maldestra condotta di alcuni politici italiani, rivelarono in anticipo le mire italiane verso la “quarta sponda” libica, facendo sì che i turchi ponessero un freno all’immigrazione italiana in Libia e ostacolassero gli immigrati già presenti con balzelli, arbitrari sequestri di merci ed altri soprusi, costringendoli al rimpatrio o al trasferimento in Tunisia7. Anche per gli ebrei, a causa delle loro relazioni con gli italiani, la vita civile si fece più difficile e i rapporti con la popolazione musulmana iniziarono a deteriorarsi. Per questo, in particolar modo tra gli ebrei di condizione economica più agiata, e con un livello culturale più elevato, iniziò a circolare l’idea che solo sotto un governo non musulmano si sarebbe potuto ottenere una condizione civile più dignitosa e sicura, elemento oltre tutto necessario per lo sviluppo delle loro attività economiche. Anche il resto della popolazione ebraica, spinta soprattutto da un sentimento anti-musulmano, riteneva che qualsiasi governo della Liba, purché non musulmano, avrebbe giovato alla loro condizione. L’orientarsi verso l’Italia fu quindi una conseguenza logica, non solo per le circostanze politiche generali; geograficamente l’Italia era il paese più vicino, inoltre era quello con cui la comunità ebraica libica intratteneva da più tempo contatti, tanto che l’italiano era la lingua europea più diffusa all’interno della comunità stessa. Molte delle famiglie più ricche ed influenti avevano origini, più o meno remote, italiane, e molti erano i bambini che frequentavano la scuola italiana di Tripoli. “Per quanto rassegnati e pazienti, gli israeliti tollerano con ira contenuta e con sete inestinguibile di uguaglianza queste condizioni dolorose. La distanza fra la ricchezza e la cultura loro e la miseria e l’ignoranza araba rende più amara l’ingiustizia. La situazione può durare solo perché i Turchi dominatori sono musulmani, e per il fatto solo che hanno il potere, rafforzano gli arabi correligionari e deprimono gli ebrei che non credono nel Profeta. Il giorno in cui il dominio turco sia spezzato, ed un potere non musulmano sia costituito al posto suo, la situazione si rovescerà: la prepotenza araba non troverà più incoraggiamento e l’uguaglianza delle condizioni sarà raggiunta e garantita. Così anche gli israeliti, per ragioni più forti di quelle degli arabi, anelano ad un’occupazione europea della Tripolitania: perché segnerà la fine della loro degradazione. Quale, fra queste nazioni europee, gli ebrei preferiscono per quest’opera di redenzione è detto dal fatto che i più facoltosi e ragguardevoli della Comunità sono da generazioni sudditi italiani.”. Sono le parole che Giuseppe Bevione, inviato de “La Stampa” in Libia, usa per descrivere i sentimenti della comunità ebraica8.

Bisogna però fare un’analisi più profonda di questo sentimento. Nonostante le due componenti principali della comunità fossero accomunate da questa predilezione per il governo italiano, i motivi erano sostanzialmente diversi e riconducibili alle origini della comunità stessa: al momento dell’occupazione italiana del 1911, la comunità tripolina era composta da circa 15.000 unità che, a parte un numero esiguo di individui di diversa provenienza, con passaporto italiano, britannico, francese, olandese ecc., aveva abitato in Libia per secoli o millenni, assimilando, col tempo, i modi e i comportamenti degli arabi. Gli altri ebrei, per lo più di provenienza europea, erano arrivati più o meno recentemente in Libia sull’onda di scambi commerciali e, praticamente, nei modi e nel vestire non si distinguevano dagli europei di altra religione presenti a Tripoli9. La popolazione con un livello culturale ed economico più elevato (generalmente di origine europea, italiana o italianizzata) vedeva nel dominio coloniale italiano un’opportunità per la modernizzazione e l’europeizzazione della società stessa, un’apertura verso nuovi mercati e, di conseguenza, un distacco dalla società tradizionale libica. Anche l’ebraismo italiano, al pari di questa parte della società tripolina, appoggiava la politica coloniale italiana, essi erano convinti che la conquista della Libia avrebbe liberato i loro correligionari da quello status di arretratezza e inferiorità che li caratterizzava sotto il dominio ottomano10. Per il resto della comunità, ovvero per la parte numericamente più consistente e tradizionale della stessa, questo, il governo italiano, rappresentava solo l’ottenimento di pari libertà e dignità personali nei confronti della popolazione musulmana e una via d’uscita dall’indigenza materiale. Questa parte di popolazione continuava a riconoscere nella Libia il proprio paese, includendo in questo sentimento anche la convivenza con la componente musulmana della società, ma con pari diritti, mentre vedeva negli italiani, sì coloro che avevano migliorato la loro condizione sociale, ma pur sempre degli estranei, esattamente come i turchi lo erano stati nel secolo precedente. Questo sentimento favorevole verso gli italiani, che in alcuni casi sfociava in una forma attiva di partecipazione alle operazioni di occupazione, fece sì che turchi e arabi guardassero con sospetto ed una certa ostilità gli ebrei, arrivando addirittura, alla vigilia dell’occupazione italiana, nell’ottobre del 1911, a compiere violenza sulle persone e sui beni degli ebrei, con saccheggi, razzie ed incendi ai danni dei loro negozi ed abitazioni. Questi continui episodi di intolleranza da parte di arabi e turchi, iniziati già da tempo a causa del deteriorarsi dei rapporti, prima in misura minore, ma comunque psicologicamente logoranti, e che andavano via via crescendo fino a divenire vere a proprie violenze, avevano determinato questo atteggiamento filoitaliano nella massa di ebrei libici (costituita per la maggioranza da elementi tradizionalisti e che, fino ad allora, era rimasta chiusa in un proprio microcosmo in convivenza con la società indigena, senza aver mai avuto particolari rapporti né con la comunità italiana né tanto meno con l’Italia). Sia le violenze subite da parte degli arabi, sia la paura dei bombardamenti durante la conquista italiana aveva spinto gli ebrei delle località vicine a trovare rifugio a Tripoli; la quasi totalità della popolazione ebraica tripolitana, quindi, si era riversata all’interno della hara, il ghetto della città, mettendone in evidenza le difficoltà economiche e la miseria11. Queste diverse motivazioni che spingevano le due principali componenti della comunità tripolina, trovarono la loro conferma negli avvenimenti successivi all’occupazione. Gli ebrei più moderni ed aperti, di origine italiana o italianizzati, si inserirono con decisione ed entusiasmo nella nuova realtà, riuscendo a trovare impiego sia nell’amministrazione civile e militare, come interpreti, impiegati ecc., sia nelle ditte e imprese italiane che iniziavano a trasferire le proprie attività nella nuova colonia. Anche i commercianti erano riusciti ad ottenere dei buoni risultati, soprattutto grazie alla loro intraprendenza e alle loro relazioni, ottenendo appalti edilizi e di rifornimento alle truppe di occupazione presenti sul territorio.

Complessivamente le autorità italiane apprezzavano la solerzia e la professionalità delle prestazioni fornite da questa parte dell’ebraismo tripolino, soprattutto le autorità militari, che richiedevano puntualità e competenza, ne erano soddisfatte. Problemi invece venivano riscontrati dalle autorità civili, che si trovavano strette tra i problemi politici della popolazione araba da un lato, e dal forte tradizionalismo che caratterizzava la comunità ebraica dall’altro. Essendo questa, come già precedentemente accennato, composta da una maggioranza religiosa strettamente osservante e tradizionale, il sabato le attività economiche di Tripoli, ma anche delle altre località e di tutta la Libia, rimanevano paralizzate, dato che il commercio era praticato da un gran numero di ebrei. Questo fatto provocò dei malumori che dapprima partivano dalla popolazione italiana, per poi diffondersi nella popolazione araba, con ovvie ripercussioni sulla popolazione ebraica stessa. Le autorità cercarono dunque di modificare il giorno di riposo dal sabato alla domenica; questo provvedimento fu recepito dagli arabi senza alcun problema, in quanto per loro il venerdì non era un giorno sacro di riposo ma solo un giorno di preghiere più solenni, per cui non fu difficile per loro adeguarsi al cambiamento. Per gli ebrei invece la questione fu diversa: oltre che un inconcepibile oltraggio dal punto di vista religioso, questo provvedimento veniva visto come un atto discriminatorio a favore degli arabi, quasi una manifestazione di antisemitismo12.

La questione del sabato era solo uno dei più evidenti tra i vari problemi che sarebbero insorti tra gli italiani e gli ebrei: gli italiani infatti miravano alla modernizzazione della comunità ebraica, mentre questa, fortemente tradizionale, la rifiutava irremovibilmente, anche se, dopo tutto, la subiva costantemente, ogni giorno, in maniera impercettibile. Altra questione che creò dei malcontenti all’interno della comunità era l’ordinamento riguardante il tribunale rabbinico. Nel primo periodo dell’occupazione italiana, sia il tribunale musulmano sia quello rabbinico avevano cessato di funzionare. Ma mentre il primo aveva ripreso l’attività prima della fine del 1911, il tribunale rabbinico rimase bloccato fino al marzo 1912, cioè fino all’emanazione del decreto del Gen. Caneva che ne riconosceva l’esistenza di fatto. L’anno successivo, il 20 marzo 1913, veniva emanato il nuovo ordinamento giudiziario della Libia che stabiliva che, mentre al tribunale musulmano rimanevano assegnate le controversie riguardanti musulmani (con la sola condizione, comune con il tribunale rabbinico, che le leggi applicate non fossero incompatibili con quelle dello stato italiano), le controversie che interessavano cittadini ebrei libici, relative al loro stato personale, al diritto di famiglia o di successione, potevano interessare sia il tribunale rabbinico sia l’italiano, al quale comunque spettava l’omologazione (in materia di successioni) o il visto (per le altre materie) di tutte le sentenze emesse dal tribunale rabbinico stesso. Nel caso in cui il tribunale italiano avesse rifiutato una sentenza, il ricorso sarebbe stato di esclusiva competenza della Corte d’Appello. Mentre la parte moderata dell’ebraismo libico accolse positivamente questa riforma, in essa vedeva, infatti, la possibilità di evitare erronee interpretazioni della legge mosaica, la parte più tradizionalista interpretava questa decisione come un atto discriminatorio e di ingiustizia nei loro confronti, considerato che la popolazione musulmana invece vedeva garantita la propria autonomia. Forti furono le proteste e i malumori, espressi anche a mezzo stampa, per questa disparità di trattamento13, un’ineguaglianza che, temevano, conducesse all’ingiustizia.14

All’interno della comunità ebraica, dunque, si vennero a creare quattro correnti di pensiero che andavano dai modernisti (quasi al limite dell’assimilazione) da un lato ai tradizionalisti intransigenti all’altro opposto, mentre al centro c’erano i più moderati, tendenti verso l’una o l’altra posizione.

Tra il 1915 e il 1931, la Libia fu teatro della rivolta araba contro la dominazione coloniale italiana. Appoggiata dai Turchi già allo scoppio della guerra italo-turca, negli ultimi anni si era diffusa costringendo le forze italiane a ritirarsi dalle zone interne della Tripolitania, mantenendo sotto controllo solo una ridotta fascia costiera, mentre in Cirenaica riuscivano ancora a controllare un territorio più vasto (qui la rivolta era guidata dai Senussi, i quali erano ostili sia nei confronti di un governo italiano della zona, sia verso un possibile ritorno dei Turchi alla sovranità sulla Libia, che in quel momento sostenevano i tripolitani) anche se con grande difficoltà. La situazione iniziò a sbloccarsi solo verso il 1917, quando si riuscì a trovare una specie di accordo con i Senussi, riconoscendo l’autorità del capo della confraternita. Questo stato delle cose, che rimase in vigore fino al 1923, non modificava la situazione territoriale, però fece sì che le ostilità fossero sospese e che i traffici commerciali tra il territorio italiano e quello controllato dai Senussi, un tempo interrotti, venissero ripristinati. Con il termine della Prima Guerra Mondiale, nel 1918, gli arabi videro venir meno quegli aiuti che li avevano sostenuti, mentre l’Italia poté inviare in Libia un cospicuo numero di soldati; dopo anni di inutili tentavi di trovare un accordo con i capi tripolitani della rivolta araba, l’Italia, nel 1922, iniziò la riconquista della Libia, in un primo momento da Tripoli verso ovest, fino alla frontiera tunisina, dopodiché verso est, lungo la costa fino a Misurata, fino a una riconquista della Tripolitania intera. Nel 1923, dopo aver rotto i precedenti accordi del 1917 con i Senussi, iniziò la conquista della costa cirenaica nei pressi di Bengasi, poi verso l’interno, fino alla conquista totale della Libia, nel 1931.Vista l’impossibilità di trovare un accordo con i capi arabi, il governo fascista italiano decise di estendere la propria sovranità su tutta la Libia, dalla costa mediterranea fino al Fezzan; impresa che, nonostante la durezza dei combattimenti, riuscì comunque a portare a termine. Nel frattempo l’atteggiamento degli occupanti fascisti iniziava ad assumere un aspetto di superiorità nei confronti della popolazione ebraica; all’epoca, A. aveva sette anni ed ha tutt’ora un ricordo molto vivo del terrore che gli incutevano le camice nere:

“andavano per le strade con i loro manganelli per molestare soprattutto gli ebrei, perché erano i più umili e i più rispettosi che non osavano mai ribellarsi ai padroni di casa. Io, vedendoli arrivare minacciosi, cercavo di scappare come avevano fatto tutti gli altri, ma non potei sfuggire alla loro morsa e rimasi in trappola a pochi passi da casa mia, e così mi fecero ingoiare dell’olio di ricino"

ma gli episodi non si limitavano ad inseguimenti punitivi, e soprattutto la popolazione ebraica non rimaneva passiva di fronte a certi episodi di prevaricazione. Il racconto di A. prosegue nel giorno successivo:

“alcune camicie nere si avventurarono in gruppo nella hara, andando in un’osteria e rosticceria. Avevano bevuto e mangiato uscendo indisturbati senza pagare il conto. Incoraggiati da quel loro successo, si addentrarono nel ghetto e continuarono ad ubriacarsi in un altro bar. Un gruppo di giovani ebrei, informati dell’accaduto, seguirono quei fascisti, entrarono in quel bar chiudendo la porta, e li presero a botte. Dopo averli distesi per terra gli tolsero i pantaloni e li spogliarono dei loro pochi soldi facendoli uscire malconci ed in mutande. La sera dopo un folto gruppo di fascisti invase la hara, ma questa volta gli ebrei si difesero con dei coltelli che avevano preso dalle loro macellerie e le loro donne gettarono su di loro pentoloni di acqua bollente.”

L’occupazione italiana aveva messo in discussione l’unità morale e culturale della comunità ebraica tripolina. Sia la parte più tradizionalista, sia quella più modernista della comunità cercavano di preservare la propria identità, senza però rinunciare allo sviluppo civile, al loro adeguamento alla nuova realtà libica e soprattutto alle nuove possibilità di progresso sociale. Mentre però la parte più tradizionalista (costituita per la maggioranza dai più poveri e socialmente marginalizzati) era immobile ed isolata rispetto alla restante società libica, la parte più moderna (costituita per lo più dai più ricchi elementi della comunità) era molto più dinamica e attiva, avviata a ricalcare, nel bene e nel male, le orme dell’ebraismo italiano e dell’Europa centro-occidentale. Queste divergenze non facevano altro che aumentare il divario fra queste due componenti della comunità, un divario che con il passare degli anni cresceva sempre più, facendo sì che fra di loro il collegamento, a livello morale e religioso, fosse sempre più superficiale. In coincidenza con il periodo coloniale italiano, la comunità attraversò un periodo di crisi profonda in cui, a causa di lotte interne, non fu possibile eleggere un presidente della comunità che sapesse accontentare le esigenze sia della parte più tradizionalista, sia di quella più modernista della comunità. La crisi si aggravò a tal punto che, nel 1916, il maresciallo Badoglio nominò come commissario straordinario della comunità Alberto Monastero, un funzionario italiano, non ebreo. Questa scelta non fu priva di conseguenze per l’ebraismo tripolino; in primo luogo ci fu un ulteriore deterioramento dei rapporti tra la comunità ebraica e l’amministrazione coloniale; in secondo luogo la nomina di un commissario esterno e non ebreo, sanciva la fine di quella poca democrazia che governava la comunità (nonostante il fatto che, fino ad allora, la gestione amministrativa fosse privilegio di un piccolo gruppo di “maggioranza” che spesso l’aveva gestita con fini personalistici, si trattava pur sempre di membri della comunità).

Questo provvedimento era stato preso per un riordinamento ed un ammodernamento delle strutture burocratiche comunitarie e per la risoluzione di certi gravi problemi che incombevano, da tempo, sulla comunità, ma che le precedenti amministrazioni non erano riuscite a risolvere. La scelta di un commissario esterno era dettata dal fatto di non voler privilegiare nessuna delle correnti presenti all’interno della comunità ed aveva un carattere provvisorio, non era, infatti, intenzione del governo italiano, togliere ai membri della comunità la possibilità di eleggere i propri rappresentanti e di autogovernarsi. Nonostante ciò, a Tripoli, non si tennero più elezioni15.

Nonostante tutto, l’ebraismo libico, durante il periodo coloniale italiano, fu caratterizzato da un vivo senso della tradizione, che si rifletteva su tutti gli aspetti della vita, pubblica e privata, frutto di secoli di convivenza con la popolazione araba. Il sentimento ebraico era vivo e generale, su tutti i livelli, determinando quindi una vita comunitaria estremamente intensa, compatta e autosufficiente, che si sviluppava autonomamente rispetto alla circostante società, sia araba, sia italiana. A differenza di quello che succedeva in altri paesi arabi, gli ebrei libici non facevano nulla per nascondersi o mimetizzarsi, anzi, si consideravano una componente essenziale della società libica, con una loro funzione e caratteristiche distintive, allo stesso livello degli arabi. Vi era un profondo rispetto per il riposo sabbatico e le leggi alimentari venivano seguite rigorosamente, vi era una partecipazione generale alle pratiche culturali; anche se con una maggiore o minore intensità, a seconda che si fosse tradizionalisti o modernisti. Nonostante queste differenze, l’ebraismo tripolino era sostanzialmente unito; chi veramente si differenziava in maniera netta erano gli ebrei italiani giunti in Libia. La parte modernizzata dell’ebraismo tripolino era molto più simile agli elementi più tradizionalisti della loro comunità piuttosto che agli ebrei d’Italia. Gli ebrei tripolini più colti potevano vestirsi all’europea, mandare i propri figli alla scuola italiana, vivere nella parte nuova della città, frequentare la società europea ecc., ma nonostante ciò essi rimanevano ebrei libici, psicologicamente e moralmente legati alle tradizioni del loro paese di origine, a differenza degli ebrei italiani, che innanzi tutto si sentivano italiani, e che vedevano negli ebrei libici dei “fratelli sfortunati” da portare al proprio livello “civile”16.

Nel maggio del ’33, ci fu una netta ripresa delle tensioni tra arabi ed ebrei. Piccoli incidenti, scontri e risse turbavano il quartiere ebraico; approfittando delle divergenze che c’erano tra la comunità ebraica e il governo coloniale e delle nuove tensioni in Palestina, gli arabi si erano fatti più aggressivi. Gli ebrei stranieri avevano trovato protezione presso i loro consolati, la comunità invece protestò contro l’amministrazione coloniale per le scarse misure di protezione concesse. In questa situazione, il sentimento generale era la paura. Molti commercianti avevano anticipato l’orario di chiusura serale dei negozi, venditori ambulanti e manovali evitavano di avventurarsi nei quartieri musulmani. Una parte della popolazione ebraica, già duramente critica nei confronti del governo coloniale per la questione del sabato17 e per quello che veniva considerato un trattamento di favore verso gli arabi per l’assoluto rispetto delle loro festività religiose, assunse un atteggiamento ancora più duro e critico nei confronti della volontà delle autorità a voler tutelare l’ordine pubblico, anche perché, spesso, il compito di vigilanza veniva affidato a carabinieri musulmani, i quali venivano guardati con sospetto perché considerati favorevoli agli arabi. In questo clima di tensione, nei primi giorni di giugno, scoppiarono alcuni gravi incidenti, con feriti anche gravi. La reazione di Badoglio, governatore della Libia, fu differente rispetto a quella delle amministrazioni precedenti. Mentre prima ci si limitava alla denuncia dei responsabili degli incidenti e ad una ufficiale ammonizione dei maggiorenti delle comunità, Badoglio prima multò la comunità ebraica di mille lire ed, al ripetersi degli incidenti, fece fustigare pubblicamente nella piazza del mercato i responsabili degli incidenti, arabi ed ebrei.

Questo provvedimento, che per la sua durezza suscitò molta impressione all’interno della comunità, spinse l’Unione delle Comunità ad inviare in Libia il suo presidente F. Ravenna e il rabbino di Padova G. Castelbolognesi, con l’intento di prendere contatto con Badoglio. La missione però si concluse con un nulla di fatto; il governatore della Libia , anzi, rimproverò i due rappresentanti in quanto la situazione di ingovernabilità della comunità tripolina era dovuta al fatto che l’Unione delle Comunità, per tutti quegli anni, non era mai riuscita a risolvere la questione del rabbino maggiore, inoltre giustificò il suo ricorso a mezzi coercitivi violenti, ovvero la condanna a pene corporali, quale unico sistema per riuscire a ristabilire la calma e l’ordine in quanto, secondo lui, gli incidenti accaduti nel mese precedente erano causati da un comportamento poco corretto di alcuni membri dei più bassi ceti sociali della comunità tripolina.

La missione di Ravenna e Castelbolognese, dunque, fu loro utile per esaminare di persona quale fosse la reale condizione della comunità tripolina e per rendersi conto che la questione della nomina del rabbino maggiore assumeva una priorità assoluta; la comunità mancava infatti di una guida e di un’autorità morale e religiosa imparziale che sapesse comprendere i bisogni e le necessità della comunità stessa e che, al contempo, facesse da portavoce e rappresentante unico nei confronti delle autorità italiane e dell’Unione delle Comunità stesse.

Agli inizi del ’34 fu nominato come governatore della Libia Italo Balbo, in sostituzione di Badoglio. Questo cambio al governo della colonia fu visto di buon occhio dagli ebrei libici come da quelli italiani, Balbo, infatti, non rappresentava un governatore soltanto militare, ma anche politico e moderno, più adatto forse a capire le esigenze della comunità libica. Inoltre erano note le sue amicizie in ambiente ebraico, amicizie che lo avevano sostenuto, anche finanziariamente negli anni 20 a Ferrara, nell’organizzazione locale fascista, come anche era noto il suo profondo sentimento antinazista, attaccando apertamente i nazisti per il loro razzismo e antisemitismo. Secondo le intenzioni di Balbo, la Libia doveva essere valorizzata economicamente e dotata di strutture moderne; le sue attività economiche e finanziarie già esistenti (lavorazione artigianale dell’argento e dell’avorio, scuole, turismo ecc) dovevano essere potenziate ed altre dovevano essere create ex novo (asili per l’infanzia, ecc.) in modo da eliminare quella parte di popolazione che aveva un’occupazione non ben definita18, senza però correre il pericolo di danneggiare delle simili attività degli arabi . Questo progetto di Balbo, da un lato, progrediva grazie anche ad una parte dell’ebraismo tripolino che rispondeva opportunamente agli stimoli, moltiplicando e differenziando le proprie attività economiche secondo le richieste del mercato, con una modernizzazione tecnica ed economica delle attività stesse. Dall’altro lato, invece, la comunità era ancora composta da un gran numero di persone senza alcuna attività ed al limite della miseria, con le aggravanti di una forte natalità (la più alta di tutto il nord Africa), un ulteriore immiserimento della parte più povera ed un bassissimo tasso di istruzione. Nelle intenzioni di Balbo c’era l’italianizzazione degli ebrei, l’assimilazione-civilizzazione della comunità in modo da renderla simile all’ebraismo italiano, ma solo dopo si rese conto che “verso il progresso desiderato e da tutti auspicato gli israeliti della Libia potrebbero essere avviati allorquando gli elementi più capaci e direttivi della comunità si inducessero a diffondere tra i loro correligionari idee di rinnovamento in senso più conforme alle esigenze della civiltà, abbandonando abitudini e pregiudizi che tuttora qui sussistono, abitudini e pregiudizi che non sussistono più ormai altrove.” 19

Solo alcuni mesi più tardi, Balbo si rese conto che non poteva fare affidamento sul rabbino Castelbolognesi (che già era stato in Libia nel 1933 insieme a Ravenna, per discutere con Badoglio riguardo alla questione della frequenza nelle scuole durante sabato, era, tra la fine del ’33 e gli inizi del ’34, a Tripoli in qualità di Gran Rabbino). Se in un primo momento il rabbino incontrò le simpatie del governo, dopo qualche mese, a Balbo fu chiaro che questi si era praticamente schierato sulle posizioni dei membri più tradizionalisti della comunità, e si era fermamente opposto a quello che era l’obiettivo principale del governatore: la modernizzazione e l’italianizzazione della società.

Di fronte a questo nuovo ostacolo, Balbo non poté altro che cambiare atteggiamento; messe da parte la comprensione, le agevolazioni e le concessioni, decise di passare alle maniere forti. Come sotto il governatorato Badoglio, chi si opponeva ai provvedimenti governatoriali doveva pagare per la sua inadempienza e riottosità e, visto che rifiutava la modernizzazione e italianizzazione, le pene inflitte sarebbero state uguali a quelle per gli indigeni, vale a dire frustate sulla pubblica piazza. Le sue intenzioni rimanevano ferme, gli ebrei dovevano adeguarsi alle esigenze della città moderna ed inserirsi in maniera attiva essa, rinunciando a tutti quei pregiudizi e superstizioni ormai superati e anacronistici, che erano in contrasto con il progresso dei tempi e con le necessità di una moderna collettività e di una ordinata convivenza tra popolazioni con origini, culture e religioni diverse20.

Ereditata dalla precedente amministrazione, la questione del sabato veniva periodicamente riproposta all’esame del governatore, il quale, irremovibilmente, la respingeva accompagnandola però con l’esplicita promessa di creare una sezione di soli studenti ebrei senza orario di lezione nel giorno di sabato, promessa confermata anche dal provveditore agli studi, nel caso ci fosse stato un numero tale di studenti da giustificare un simile provvedimento. Ma la questione del sabato non riguardava solamente le scuole; nel 1934 coinvolge anche gli spedizionieri che, non volendo lavorare il sabato, perdevano i propri clienti o dovevano accollarsi le spese della relativa sosta nei magazzini generali. Per questo caso particolare fu trovata una soluzione di ripiego, con un accordo tra tutti gli spedizionieri ed un’ordinanza del governatore, i giorni di deposito gratuiti nei magazzini generali passavano da tre a cinque21. Successivamente, questo fatto fu criticato da alcuni giornali che avevano presentato la soluzione come un mutamento di politica da parte dell’amministrazione italiana e una sanzione del riposo sabbatico. Questo aveva fatto infuriare il Balbo, che accusò apertamente il Rabbino Maggiore di Tripoli di ostacolarlo nel suo compito di assimilazione e di non fare nulla affinché i negozianti ebrei tenessero aperti i loro negozi anche durante il sabato, ottenendo come risposta che in quanto rabbino doveva difendere e favorire le tradizioni ebraiche.

L’incidente non ebbe nessuna immediata conseguenza, ma la reazione di Balbo fu indicativa per valutare il crescente scontento e la delusione degli ambienti governativi italiani che, quotidianamente, si scontravano con il forte tradizionalismo della comunità ebraica. La situazione però era ormai compromessa e i rapporti tra governo e comunità erano incrinati. Il precipitare della crisi fu determinato da un episodio tanto imprevedibile, quanto banale ma che mise a nudo le reciproche intransigenze, che fino ad allora non avevano avuto occasione di manifestarsi.

Una coppia di ebrei aveva contratto matrimonio a sorpresa, con un particolare tipo di cerimonia che era caduto in disuso da molti decenni. Dato che i genitori della ragazza erano contrari a questa unione (vista anche l’età della figlia, che era di soli quindici anni) e che la stessa ragazza era stata condotta con l’inganno a contrarre matrimonio, i genitori si rivolsero al tribunale rabbinico chiedendo l’annullamento del matrimonio, sulla cui validità vi erano comunque forti dubbi. La questione invece coinvolse non solo il tribunale, ma fu estesa anche al Rabbino Maggiore, alla commissione amministrativa e alle autorità italiane. Balbo, un po’ su insistenze dei genitori della ragazza, un po’ considerando la tenera età di questa e un po’ per la forma stessa del matrimonio che poteva essere fonte di abusi (gli stessi abusi legati al forte tradizionalismo della comunità che lui vedeva come scoglio su cui si infrangevano tutti i tentativi di modernizzazione), fece pressione su Castelbolognese affinché annullasse il matrimonio. Questo banale fatto fu carico di conseguenze, in quanto assunse un significato politico a causa dell’intervento del governatore, sia perché incrementò le divergenze interne alla comunità tra il rabbino maggiore e la commissione amministrativa sull’atteggiamento da tenere nei confronti della politica assimilazionista del governatore. Vennero alla luce tutte quelle divisioni che minavano l’integrità della comunità; il rabbino maggiore era decisamente saldo su una posizione di intransigenza assoluta, preoccupandosi che la decisione del tribunale rabbinico fosse presa in piena conformità con le leggi rabbiniche, accusando i dirigenti della comunità di essere possibilisti per voler assecondare le volontà assimilazioniste e moderniste del governatore22. Per questi motivi decise di rassegnare le dimissioni, ma su consiglio di Ravenna, presidente dell’Unione delle comunità, che non voleva un inasprimento della situazione, decise di ritirarle e di spiegarle direttamente a Balbo il motivo della sua fermezza. Egli doveva convincerlo dei suoi sentimenti filo italiani ma anche che non era opportuno urtare il forte tradizionalismo ed ortodossia della comunità tripolina.

La situazione era orma irrimediabilmente compromessa, e pochi giorni dopo, nonostante le molte pressioni affinché il matrimonio fosse annullato, il tribunale rabbinico emise la sentenza che ne riconosceva la validità. Il giorno successivo a tale sentenza, Balbo emise un decreto di espulsione per il rabbino Castelbolognesi23. Se per i cittadini indigeni, nel caso di inadempienza e riottosità nei confronti della legge, era prevista la pena delle frustate, per i cittadini italiani era prevista l’immediata espulsione dalla colonia e il rimpatrio in Italia, e questa fu la sorte che toccò al rabbino maggiore. Un simile provvedimento sconvolse la comunità che protestò animatamente, in quanto molti si resero conto che la situazione era già di per sé abbastanza grave e non era il caso di rischiare di peggiorarla ulteriormente. Lo stesso presidente dell’Unione delle Comunità Ravenna si recò in Libia, accompagnato da Dante Lattes, per cercare di ricucire gli ormai fragili rapporti con il governatore della Libia, ma si trovarono di fronte un uomo fermo nelle sue decisioni, che le motivava affermando la sua intenzione di risollevare il livello civile e sociale degli ebrei tripolini, avvicinandoli alla civiltà italiana e facendo loro abbandonare certi costumi ormai antiquati, ma in questo suo processo aveva trovato nel rabbino capo solo un ostacolo.

Durante l’anno e mezzo che seguirono a questi episodi, non si verificarono più incidenti da parte della comunità ebraica, né tanto meno tentativi, da parte italiana, di continuare nel processo di assimilazione, non tanto perché si fosse abbandonato l’intento, che rimaneva sempre uno degli obiettivi principali dell’amministrazione coloniale, quanto perché si voleva far calmare gli animi della popolazione e, al contempo, permettere ai dirigenti della comunità di riprendere in mano la situazione, vista anche la delicatezza del momento politico che si stava vivendo. Proprio in quel periodo, tra il ’35 e il’36, l’attenzione mondiale era puntata sull’Italia per via della guerra in Etiopia e Mussolini non voleva rischiare di attirare su di sé le critiche dell’ebraismo mondiale, già diffidente nei suoi confronti visto l’ambigua politica verso la Germania nazista.24

Il problema di fondo non era però mai stato risolto, ma semplicemente rimandato, ed è in questo scenario che presero avvio i gravi scontri del 1936-37. Il pretesto fu un’ordinanza governatoriale del ’35, con la quale si stabiliva che, nella parte nuova della città di Tripoli, tutti i negozi, indistintamente, dovessero rimanere chiusi domenica. Successivamente, verso la fine del 1936, una nuova ordinanza sanciva la decisione della precedente stabilendo però che, dal 1° dicembre dello stesso anno, tutti i negozi al di fuori delle mura della città vecchia di Tripoli, compresi quelli siti nel Corso Vittorio Emanuele III tra Piazza Castello e Piazza dell’Orologio, avevano l’obbligo di rimanere aperti tutti i giorni della settimana esclusa la domenica. Le pene in caso di disobbedienza sarebbero state le stesse introdotte anni prima da Badoglio. Questa ordinanza fu presa come un ulteriore tentativo per cercare di italianizzare la popolazione locale; essendo la maggior parte del commercio esercitata da negozianti ebrei, durante il sabato la città rimaneva sprovvista di esercizi funzionanti. Una seconda giustificazione al provvedimento fu anche che, in teoria, i commercianti libici si sarebbero dovuti aspettare una situazione del genere: visto che in Italia la norma era che i negozi, anche quelli di commercianti ebrei, restassero aperti di sabato e chiusi di domenica, non vi era nessun motivo valido per cui le cose in Libia dovessero essere differenti dalla madrepatria.

Le prevedibili reazioni di protesta furono molto dure, dapprima si tentò, con metodi diplomatici, di rinviare l’applicazione dell’ordinanza, visto il diniego di Balbo; già dal primo giorno dell’applicazione della nuova legge, ci furono gravissimi scontri; alcuni commercianti si rifiutarono di aprire i negozi durante il sabato, partirono subito le sanzioni, prima il ritiro della licenza di esercizio, poi la fustigazione con 10 colpi di kurbash sulla pubblica piazza. A. ricorda chiaramente quei giorni e anche la prima punizione inflitta ai primi trasgressori, tanto perché tra le persone che rischiavano le frustate erano coinvolti dei suoi familiari:

“il governatore della Libia, Italo Balbo, diede ordine agli ebrei di aprire le loro attività commerciali anche il sabato e stabilì che era la domenica il giorno festivo per tutta la popolazione. Abitualmente gli ebrei non lavoravano il sabato perché erano molto religiosi, naturalmente nessun ebreo si sentì di aprire la sua bottega nonostante l’ordine del governo. La domenica successiva tutta la polizia ed i carabinieri si mobilitarono per arrestare i trasgressori. Nella lista degli arrestati figuravano anche mio padre e mio fratello L. non era sufficiente il loro arresto e per dare risalto a questa infrazione della legge Italo Balbo ordinò la fustigazione di una decina di commercianti. Così la fustigazione fu presentata alla popolazione: si trattò di un macabro scenario; automobili con altoparlanti giravano incessantemente per la città pubblicizzando questa orribile azione nei confronti dei dieci commercianti ebrei che avevano osato disubbidire ad un ordine del Governo Italiano. In famiglia eravamo molto preoccupati, ma loro comunque non furono toccati in quanto cittadini francesi. I dieci ebrei che vennero scelti erano libici e, quindi, nessuno poté proteggerli.”

A. prosegue nel suo racconto, descrivendo la scena che gli si presentava:

“la fustigazione era stata fissata per il giorno successivo, nelle prime ore del pomeriggio, vicino al ghetto ebraico. Volli andare ad assistere a quell’orribile spettacolo: il piazzale era gremito di gente fino all’inverosimile. In mezzo alla piazza alcuni genieri dell’esercito avevano eretto un palco abbastanza alto proprio per dare la possibilità a tutto il popolino di godere dello spettacolo. Dopo una lunga attesa arrivò il cellulare con i dieci uomini ammanettati. Furono fatti salire sul palco con la forza. Un fascista in camicia nera lesse i nomi dei condannati, questi poi lasciò il posto ad un arabo che si presentò a torso nudo per mostrare i suoi poderosi muscoli, dopo di che iniziò il macabro spettacolo: il fascista annunciò il primo nome e l’uomo da lui nominato fu spinto al centro del palco e quindi fustigato. Non so dire quante frustate ogni condannato ricevette, tenni gli occhi chiusi e sentivo solo i lamenti ed i battiti delle mani della gente che gridava piena di odio. A questa scena era presente il figlio del rabbino capo di Tripoli che, se non sbaglio, era di Livorno. Non sopportando questa ingiustizia, gridò ai fascisti che erano dei criminali. Venne subito arrestato e non so che fine abbia fatto. Qualche tempo dopo ebbi modo di parlare con uno dei dieci fustigati. Lui mi disse che erano stati tenuti all’oscuro di quello che sarebbe accaduto, tanto è che quando arrivarono sul piazzale, e videro il “palco” e tutta quella gente, temettero l’impiccagione. Tutti loro subirono quel giorno un trauma che si portarono dietro per tutta la vita. Lui, quel giorno, fu talmente preso dalla paura che se la fece addosso e per la puzza fu subito sbrigato e condotto sul cellulare.”

Aggiunge inoltre delle voci, che gli giungeranno in seguito all’orecchio, sulle vere, o presunte tali, intenzioni del governatore della Libia:

“dopo questo orribile fatto mio fratello G. parlò con l’amante di Italo Balbo, la ballerina orientale R. questa gli confidò che Balbo non era d’accordo, ma la punizione era stata ordinata da Roma, dal Duce in persona. Secondo le parole della ballerina, Balbo era molto preoccupato della politica sempre più filonazista del Duce.”

Dopo le drammatiche vicende di quegli anni, circa due anni, fino all’introduzione anche in Libia delle Leggi sulla Razza, la comunità visse un periodo di relativa calma. Gli incidenti del 1932-33 e 1936-36 non furono fatti da poter essere facilmente dimenticati, in particolar modo la questione del sabato, che rimaneva una questione spinosa ancora irrisolta; probabilmente le pene inflitte ai trasgressori, la fustigazione in maniera particolare, furono considerate eccessive e poco civili; se ne faceva ricorso in casi eccezionali ed era comunque applicata indistintamente agli indigeni giudicati colpevoli (alcuni mesi dopo gli incidenti di Tripoli la fustigazione fu applicata anche ad alcuni arabi). Le reazioni degli ebrei, comunque, furono diverse a Tripoli rispetto ad altri centri minori in varie parti del paese, dove i provvedimenti, se venivano applicati, lo erano con molta più elasticità. Un effetto positivo sulla comunità tripolina lo ebbe anche il rabbino Lattes, nominato nel ’37 rabbino maggiore e presidente del tribunale, che riuscì a instaurare da subito un ottimo rapporto con Balbo, guadagnandosene la fiducia, riuscendo, per esempio, a far cancellare le pene inflitte per la questione del sabato oppure riappacificando comunità di Tripoli e l’Unione delle Comunità. Egli procedette poi ad un riordino del sistema scolastico e parascolastico, progettando dei doposcuola, asili nido, mense ecc. e riorganizzando il corpo insegnante, sostituendo quelli considerati inadeguatamente preparati (preoccupandosi però di fornire loro un lavoro sostitutivo) con delle figure più preparate. Inoltre era riuscito a diminuire sensibilmente, fino ad eliminare in maniera definitiva, le pratiche considerate superstiziose e l’accattonaggio.

Un altro problema che affliggeva la comunità, e che il rabbino Lattes era riuscito ad affrontare con successo, era il sovraffollamento della hara, il quartiere ebraico della città vecchia, e le relative conseguenze igieniche e sociali. La problematica, che era già stata affrontata da Monastero, agli inizi degli anni ’30, venne ripresa dal rabbino con l’aiuto di Balbo (che aveva molto a cuore questa operazione) anche perché vi erano difficoltà tecniche che non avrebbero permesso alla Comunità di affrontare da sola questa operazione: ad esempio riuscire a convincere la maggioranza di coloro che vivevano nella hara ad uscire e soprattutto il peso economico del progetto di risanamento edilizio. L’unico obiettivo che non riuscì a raggiungere fu la concessione della cittadinanza italiana agli ebrei libici. Molti tra loro aspiravano a prenderla e lo stesso rabbino vedeva la cosa di buon occhio perché avrebbe contribuito a fugare ogni dubbio sulla lealtà verso l’Italia da parte dell’ebraismo tripolino, avrebbe ridimensionato i tentativi da parte degli arabi di presentarsi come i sudditi più fedeli e leali25 ed inoltre, attraverso il servizio militare, avrebbe disciplinato le giovani generazioni. In teoria nessun ostacolo bloccava la concessione della cittadinanza, in pratica era il Ministero degli Interni che complicava burocraticamente le procedure, cosicché la cittadinanza italiana continuava ad essere concessa agli ebrei libici in quantità molto limitata.

Nonostante Balbo fosse convinto che il processo di modernizzazione e italianizzazione degli ebrei libici procedesse in maniera troppo lenta, se non addirittura avesse subito una battuta d’arresto, questo, invece, continuava inesorabilmente. Il rabbino Lattes, in un suo rapporto all’Unione delle Comunità sul primo anno di attività a Tripoli, lamentava il fatto che i costumi della comunità fossero un po’ troppo rilassati: le piaghe dell’alcolismo e del gioco d’azzardo si stavano diffondendo in maniera preoccupante, ma, mentre per quanto riguarda l’alcolismo, grazie alle autorità italiane, egli riuscì a limitare l’orario di apertura delle taverne, per le case da gioco non riuscì a vietare l’accesso agli indigeni. Riscontrò anche che con il passare degli anni, il senso ebraico della famiglia era andato via via diminuendo; aumentavano i casi di maltrattamenti tra marito e moglie ed abbandono tra genitori e figli, il numero dei divorzi cresceva26.

Il 1938, per gli ebrei sia italiani sia libici, fu un anno decisivo. Nonostante in Libia le notizie della stampa italiana arrivassero con ritardo e con toni più addolciti e che i contatti con le comunità italiane si fossero diradati, fino a quasi cessare, anche lì giunsero, ed ebbero notevole risonanza, gli echi della violenta e crescente campagna propagandistica fascista per preparare gli italiani ai provvedimenti razziali. Verso la metà di luglio ci fu la pubblicazione del famigerato “manifesto della razza” e a settembre vennero applicati i primi provvedimenti che vietavano agli ebrei stranieri di stabilirsi nel Regno d’Italia, in Libia e nelle isole dell’Egeo27 e escludevano gli studenti ebrei dalle scuole pubbliche (istituendo delle apposite sezioni per gli studenti delle scuole elementari e autorizzando le comunità a provvedere in proprio per le scuole medie)28. Questi ed altri eventi vennero vissuti dagli ebrei libici come l’inizio di un periodo drammatico e come il crollo dell’ideale di civiltà italiana, modello verso cui tendere. Moralmente, per gli ebrei libici, questi provvedimenti non furono qualcosa di molto meno drammatico che per quelli italiani, anzi, in un certo senso, per una parte dell’ebraismo tripolino furono anche peggiori, visto il carattere fortemente gretto e fascista della società coloniale in cui vivevano e anche la scarsa solidarietà dell’ambiente cattolico circostante, che poneva gli ebrei in uno stato di inferiorità non solo rispetto agli italiani, ma anche rispetto agli arabi29, a cui, tra l’altro, in quel periodo, veniva concesso un nuovo status in materia di cittadinanza30. Dal punto di vista materiale, invece, il peso di questi provvedimenti fu effettivamente, per gli ebrei libici, minore rispetto agli ebrei italiani; infatti, le nuove direttive furono applicate immediatamente per gli ebrei italiani residenti in Libia (ad esempio con il licenziamento o pensionamento di coloro che erano impiegati statali, parastatali o in aziende a partecipazione statale) mentre per gli ebrei libici, o con passaporto straniero, le conseguenze furono limitate per ancora un po’ di tempo. A livello scolastico, il disagio fu avvertito più dagli ebrei italiani e da quelli più italianizzati; la parte più tradizionale della comunità, anzi, vide quasi di buon occhio la nuova disposizione, visto che da sempre aspirava ad avere scuole speciali o scuole gestite direttamente dalla comunità.

Il governatore Balbo non vedeva di buon occhio l’applicazione delle leggi razziali; per lui, queste rappresentavano un nuovo passo decisivo verso l’allineamento dell’Italia con la Germania nazista, e quindi una perdita di prestigio internazionale del regime fascista italiano che lo avrebbe isolato in maniera definitiva. Inoltre si rendeva conto che se i provvedimenti applicati agli ebrei italiani fossero stati estesi anche ai libici, questo avrebbe posto in gravissima crisi tutta l’economia della colonia, rendendo inutili tutti gli sforzi che erano stati fatti precedentemente per rilanciare il commercio e l’industria e le varie attività economiche della Libia. Con un’abile lettera, chiese ed ottenne da Mussolini che le leggi razziali non fossero applicate agli ebrei libici, giustificando la richiesta con il fatto che molti di loro ricoprivano incarichi pubblici che difficilmente potevano essere svolti da altre persone (ad esempio, fungevano da interpreti per l’italiano, l’arabo e l’ebraico; ma mentre si poteva insegnare ad un arabo l’italiano per sostituirli nel compito, più difficile era trovare qualcuno, non ebreo, che parlasse ebraico), oppure forniva mano d’opera specializzata a basso costo, mentre nessun elemento nazionale si sarebbe accontentato di una retribuzione così modesta. L’applicazione delle restrizioni razziali avrebbe provocato un’improvvisa cessazione di ogni attività economica talmente repentina che non ci sarebbe stato il tempo necessario per creare un categoria di commercianti ed industriali cattolici pronti a prendere il loro posto, con la conseguenza che gli squilibri economici non avrebbero danneggiato gli ebrei ma anche, e soprattutto, gli italiani residenti in Libia31.

Un mese e mezzo dopo questo risultato, il Ministero degli Esteri, per evitare di inasprire i rapporti dell’Italia con l’Inghilterra, decise di sospendere l’applicazione del decreto di espulsione dai territori del regno per tutti gli ebrei stranieri che avevano presentato domanda di discriminazione; per questo motivo, quando il 10 giugno del 1940 l’Italia entrò in guerra contro la Francia e l’Inghilterra, in Libia erano presenti ancora moltissimi ebrei stranieri, perché quelli che erano partiti di spontanea volontà erano pochi. Secondo le disposizioni del governo centrale, con lo scoppio della guerra, questi avrebbero dovuto essere internati in campi di concentramento, ma in realtà questi ordini non furono seguiti alla lettera e, da un rapporto del settembre 1941, risultavano internate solo poche centinaia di persone, ebrei e no, considerate pericolose o sospette. Molti altri stranieri (tra cui 1600 ebrei cittadini o protetti francesi e 870 inglesi) ancora residenti vennero invece espulsi. A causa di difficoltà alimentari fu previsto anche il rimpatrio di diecimila cittadini italiani che non erano stati ritenuti utili allo sforzo bellico.

Circa duemila cittadini inglesi, tra cui 200 ebrei, furono deportati in Italia via mare tra il gennaio e l’aprile 1942, per essere internati in varie località, principalmente a Civitella del Tronto e a Bagno a Ripoli. R. all’epoca aveva 11 anni e ricorda:

“i fascisti ci spedirono in un campo di concentramento in Abruzzo. Avevamo un buon trattamento, incluso il diritto ai pasti kasher e all’accesso in sinagoga. Gli ebrei italiani non ci fecero mancare le matzoth a Pasqua ed i libri. Dovete capire che gli italiani erano molto diversi dai tedeschi. Dopo quasi due anni e mezzo in Abruzzo, fummo deportati dai nazisti a Bergen-Belsen. Faceva parte del nostro gruppo un bambino di tre mesi nato in un campo italiano. Era stato segretamente circonciso a Bergen-Belsen. Come vedete, non abbiamo mai cessato di credere nei nostri ideali. Mai dimenticammo chi fossimo neanche là. Fortunatamente, per un favorevole avvicendarsi della sorte, grazie al nostro passaporto britannico ed all’interessamento della Croce Rossa per i campi in Germania, fummo trasferiti dopo sei mesi in un campo per prigionieri civili. Nel settembre del 1945 potei tornare a Tripoli e, a mia conoscenza, ogni altro deportato dalla Libia sopravvisse al mio pari”32

Per duemila ebrei libici la situazione fu diversa, essi vennero internati in campi di concentramento in Libia, e costretti ai lavori forzati. Le loro condizioni erano molto diverse, a seconda dei luoghi di detenzione; nel campo di Giado, per esempio, la situazione era drammatica, solo grazie a dei piccoli rifornimenti settimanali di cibo, inviati dalla comunità di Tripoli, il numero dei morti per denutrizione fu meno tragico del previsto. In ogni caso qui morirono di stenti e di tifo 215 degli internati. Diverse invece le condizioni in un campo alle porte di Tripoli, dove vennero rinchiusi il padre ed il fratello di A., accusati di spionaggio a favore dei francesi:

“dal carcere di Porta Benito, mio padre e mio fratello furono trasferiti in un campo di concentramento distante una quindicina di chilometri da Tripoli, al Fortino B di Sidi Abdelkarim, vicino a Tagiura, così ogni venerdì prendevo la mia bicicletta e andavo a trovarli per portare cibo e vestiti puliti. Il comandante del campo, il maresciallo dei carabinieri P., era una persona squisita e mi faceva sempre entrare nel campo quando arrivavo, senza problemi.”

Dagli ultimi mesi del ’38 fino ai primi mesi del ’40, la vita della comunità tripolina scorreva senza troppi problemi con i suoi ritmi di sempre, e anche dopo la morte di Balbo la loro situazione non subì mutamenti di rilievo. Le preoccupazioni maggiori del rabbino maggiore Lattes erano di cercare di rassicurare le autorità italiane circa la fedeltà e il patriottismo dei suoi correligionari e di riorganizzare, per l’istruzione dei ragazzi, le scuole medie, che a causa delle leggi razziali, erano passate di competenza alla comunità. Nonostante le divisioni interne alla comunità e le grandi differenze tra la corrente tradizionalista, opposta a quella dei più modernisti, la solidarietà e lo spirito di compattezza che animava gli ebrei libici permise loro di affrontare e superare, nel migliore dei modi, tutte le prove difficili che si presentarono loro nel corso di quegli anni.

Gli anni della guerra furono molto difficili, non solo per gli ebrei, ma per tutta la popolazione tripolina; vi furono pesanti bombardamenti da parte di aerei inglesi e francesi che procurarono gravi danni e numerosi morti nella hara. Anche A., ricorda, che a causa dei bombardamenti, dovette cercare rifugio fuori città:

“quando l’Italia entrò in guerra nel secondo conflitto mondiale, gli inglesi venivano a bombardare immancabilmente tutte le sere, e per tale ragione, avevamo preso in affitto un casolare in campagna, alla Collina Verde, un sobborgo di Tripoli.”

Anche T., nato nel ’34, allo scoppio della guerra aveva sei anni, e ricorda i bombardamenti sulla città:

“sono venuti i francesi a bombardare Tripoli; in quella giornata sono morte circa ottanta persone. Sono arrivati tre aerei francesi e hanno bombardato la città vecchia e hanno distrutto il quartiere ebraico e il porto. Poi sono arrivati anche gli inglesi e anche loro bombardarono la città vecchia. Noi siamo dovuti scappare nell’interno della Libia, e per un po’ abbiamo vissuto insieme agli arabi”

1.3 L’amministrazione coloniale britannica e l’esodo

Durante il periodo bellico vi fu un inasprimento della restrizioni per i cittadini libici da parte dell’autorità coloniale, per esempio fu vietato agli ebrei la stipula di qualsiasi contratto di compravendita o locazione, superiore ai tre anni, con qualsiasi cittadino sia italiano, sia arabo. Successivamente fu decretato che, esattamente come avveniva in Italia, ogni ebreo libico, tra i diciotto e i quarantacinque anni fosse soggetto a mobilitazione civile e potesse essere precettato per lavori secondo le proprie capacità fisiche. Per questo motivo tutti gli ebrei dovevano dichiarare le proprie generalità, professioni e recapiti. Con la legge n. 1420 del 9 ottobre 194233, infine, le medesime leggi razziali dell’Italia, vennero estese anche alla Libia dal dicembre del ’42. Con questo provvedimento si voleva parificare la condizione degli ebrei libici a quella degli ebrei italiani, ponendoli in una condizione di inferiorità morale e giuridica non solo degli italiani cattolici, ma anche degli stessi arabi, vietando ad esempio agli ebrei di avere alle proprie dipendenze domestici di religione musulmana, o di essere tutori o curatori di minorenni34. Le leggi però non trovarono applicazione in quanto la sorte della Libia era già segnata. Le truppe italo-tedesche erano in ritirata mentre le truppe del generale Montgomery stavano avanzando da est. Il 23 gennaio del ’43 Tripoli era occupata dalle truppe inglesi, due giorni prima che arrivassero da sud le colonne francesi35. L’arrivo delle truppe inglesi, viste come liberatrici, fu accolto con caloroso entusiasmo. La cosa era comprensibile, considerando anche che negli anni della guerra la popolazione ebraica aveva visto aumentare nei propri confronti pregiudizi e umiliazioni sia da parte araba sia da parte italiana. Essi erano ancora molto provati da lunghi periodi di bombardamenti e penuria di cibo.

L’occupazione inglese della Libia durò dal 1943 fino alla fine 1951, quando venne proclamato il Regno di Libia. Il primo periodo sotto il governo degli inglesi, fu per gli ebrei un momento di euforia generale, a parte i bombardamenti italo-tedeschi su Tripoli nel ’43. Successivamente, con la fine della guerra, finirono anche tutti quei provvedimenti repressivi che erano stati emanati dal governo fascista. Tutti coloro che erano stati internati in campi di concentramento ai lavori forzati, furono liberati e poterono tornare ai loro paesi di origine e alle loro attività. Dopo la grave crisi causata dalla guerra iniziò anche ad esserci una buona ripresa economica per il paese, che lasciava spazio a tante speranze ma anche ad attività illecite e spregiudicate in cerca di facili guadagni. La forte unità della comunità ebraica le permise di mettersi immediatamente in azione per ricostruire ciò che la guerra aveva distrutto, sia all’interno della comunità stessa, sia all’esterno, anche con la partecipazione di imprenditori e commercianti arabi, perché tutti avevano la stessa speranza in un futuro migliore per la Libia. Infatti in questo primo periodo, soprattutto in Tripolitania, dove ancora non esisteva un movimento arabo ben organizzato e con precisi punti di riferimento, i rapporti tra arabi ed ebrei, specialmente nelle classi più istruite delle rispettive comunità, sembravano caratterizzati da un sincero desiderio di pacifica convivenza e collaborazione, rafforzato dalla comune fiducia riposta negli inglesi36.

La comunità ebraica si riprese velocemente dal periodo oscuro dell’oppressione fascista, e sotto gli inglesi ripresero le normali attività; nel marzo del ’43 riaprì il “Circolo Maccabi”, chiuso un paio di anni prima con l’accusa di attività sovversiva, che gestiva diversi campi da gioco e una spiaggia; a luglio invece aprì il “Ben Jehuda” ed entrambi ricominciarono ad organizzare a pieno ritmo le loro attività sportive, ricreative e culturali. Presto si crearono una serie di diversi altri gruppi, chi più chi meno con ispirazioni sioniste, rivolti soprattutto ai giovani, controllati, tra il 1944 e il 1945, dal Comitato Sociale Tripolino, che non era una vera e propria organizzazione sionista, ma semplicemente esercitava un controllo e un coordinamento su questi vari gruppi giovanili. Da un lato l’amministrazione inglese apprezzava questa svolta sionista della comunità ebraica libica, perché essa rappresentava una nuova coscienza politica per le giovani generazioni, dall’altro lato però riteneva che questo eccessivo impegno sionista, l’arroganza degli ebrei di opinioni nazionaliste37, fu la causa dei pogrom scoppiati nel novembre del ’4538, di cui si parlerà più dettagliatamente in seguito.

Finito il periodo bellico, in cui la comunità si era raccolta con compattezza e spirito di solidarietà per riuscire a superare i momenti difficili, si erano venute a creare le stesse correnti che avevano caratterizzato l’ebraismo tripolino agli inizi del periodo italiano; vi era ancora la corrente tradizionalista e quella, invece, più modernista. Tutte e due appoggiavano il sionismo, anche se ognuna gli attribuiva una propria funzione particolare. Per i primi rappresentava il futuro, l’identità nazionale degli ebrei; per gli altri era un modo d’adeguare le tradizioni e la religione al mondo moderno, senza però mettere a repentaglio i buoni rapporti con i vicini con cui si doveva convivere. Questa seconda corrente di pensiero dovette però ricredersi quando fu chiaro che, da parte inglese, non vi era nessuna intenzione d’appoggiare una rinascita sionista della Libia. L’amministrazione militare britannica, infatti, prima vietò la ricostruzione dell’organizzazione sionista, poi impedì l’accesso in Libia ad insegnanti provenienti dalla Palestina che avrebbero potuto svolgere propaganda sionista; infine negò ogni aiuto economico alle scuole ebraiche (ma concedendone a quelle arabe e italiane, giustificando quest’atto con il fatto che l’ebraico, in Libia, non fosse una delle lingue ufficiali) invitando nello stesso tempo gli alunni ebrei a frequentare le scuole arabe.

Nonostante che in quegli anni ci fosse un clima di collaborazione tra le comunità, araba ed ebraica, ben pochi accettarono l’invito degli inglesi, primo per motivi religiosi, poi anche perché tradizionalmente la loro preferenza andava o alle loro scuole, o a quelle italiane, o comunque europee, visto che si sentivano più vicini a quel tipo di cultura. Il risultato della decisione inglese fu, dunque, di dirottare la quasi totalità degli studenti ebrei nelle scuole italiane.

Tutte queste limitazioni non scalfirono la fiducia che la comunità riponeva nell’amministrazione militare britannica. Fino al novembre del 1945 le preoccupazioni maggiori riguardavano la situazione economica della Libia che, avevano subito una forte impennata da subito dopo la fine della guerra, a causa dell’improvviso aumento della circolazione monetaria e della possibilità di facili guadagni connessi alla presenza delle truppe di occupazione. Ma tale impennata non poggiava su solide basi. Con lo stabilizzarsi della situazione postbellica, dopo questi primi momenti di euforia, si iniziò a percepire il disagio economico che colpiva tutti i settori produttivi, in particolare quello agricolo, fino ad allora in mano degli italiani. Le vicende belliche avevano portato al rimpatrio di numerosi italiani, mentre quelli che rimasero in Libia si trovarono di fronte alla penuria di mezzi e di personale, nonché alle insicurezze e alle violenze arabe, compromettendo così uno dei settori economici meglio sviluppati del paese.

Se, come sopra accennato, i primi periodi del nuovo corso politico della Libia, sotto il controllo britannico, furono all’insegna della collaborazione tra le varie comunità, lasciando quasi sperare in una pacifica convivenza ed in una proficua collaborazione, nel 1944 la situazione iniziò a mutare, soprattutto negli strati più bassi della popolazione araba (infatti, in generale, i capi civili e religiosi, i commercianti e gli imprenditori arabi, non vennero mai meno ai loro sinceri propositi di collaborazione e convivenza pacifica con gli ebrei). Nelle masse popolari cominciavano a circolare nuovamente vecchi pregiudizi che gli ebrei si stavano arricchendo alle spalle degli arabi, che fossero usurai e che la grave situazione economica che affliggeva il paese fosse per causa loro. Ricominciarono a verificarsi piccoli incidenti, come sassaiole fra ragazzi, a cui però poche persone davano la necessaria attenzione, considerandoli come un “fenomeno tradizionale” che il tempo, il miglioramento della situazione economica e il progresso civile avrebbero cancellato.

Questi sentimenti antiebraici avevano trovato terreno fertile più tra la massa popolare che non tra l’élite araba; per la massa, panislamica e fortemente nazionalista, guidata da un ristretto nucleo di nuovi intellettuali e da alcuni piccoli commercianti (che cercavano di ritagliarsi uno spazio tra i loro colleghi ebrei ed arabi), gli ebrei rappresentavano i nemici principali, vista la situazione politica che andava delineandosi in Palestina. Il ritorno degli esuli del periodo italiano, molti dei quali collegati al partito nazionalista Al-Hizb al-Wat¸ani a sua volta collegato a gruppi nazionalisti egiziani e alla Lega Araba, nonché la presenza di “personale arabo importato” dall’amministrazione britannica ed inquadrato in tutti i servizi governativi e nella polizia, influirono, senza alcun dubbio, a creare una coscienza nazionalista ed agitazione fra la popolazione araba, i cui sentimenti politici si erano piuttosto indeboliti durante il periodo italiano39. Facendo leva sul malcontento per la situazione economica e sul sentimento religioso, questi gruppi, molto ben organizzati, presero facilmente piede tra la popolazione, diventando ben presto una piccola, ma già importante , realtà politica della Tripolitania.

In questo contesto scoppiò il primo pogrom ai danni della comunità ebraica tripolina: iniziato il 4 novembre durò per tre giorni successivi. Nel tardo pomeriggio di domenica 4 novembre, le prime aggressioni avvennero quasi simultaneamente in diversi punti della città. Il presidente della comunità si recò immediatamente alla sede del comando centrale di polizia per chiedere aiuto alle forze dell’ordine ma, una volta giunto là, non trovò nessun ufficiale presente e fu rassicurato che tutti gli agenti di polizia si trovavano in servizio e quindi avrebbero presto ristabilito la situazione. Nulla lasciava presagire che invece la situazione sarebbe peggiorata nei due giorni successivi.

I racconti di L. e I.si intrecciano ricordando i momenti tragici di quei giorni, vissuti con paura:

“è stata una cosa fatta con la complicità del governo inglese; entravano in casa e massacravano famiglie intere, bruciavano le case, saccheggiavano i negozi, persone aggredite per la strada, sgozzate. Il padre di una mia amica, che abitava nel palazzo di fronte al nostro, commerciava abitualmente con gli arabi, aveva un buonissimo rapporto con gli arabi, non credeva di essere in pericolo… gli hanno tagliato la testa proprio sotto il portone di casa sua. Una cosa orribile. Non hanno avuto pietà neanche di una donna incinta”

Anche T. è d’accordo sulle responsabilità degli inglesi, riguardo agli incidenti del 4 novembre:

“Secondo me, i fatti del ’45 erano una mossa degli inglesi. Hanno visto che arabi ed ebrei vivevano tranquilli insieme; ognuno viveva la sua vita, gli ebrei in sinagoga, gli arabi in moschea. Ogni giorno, verso settembre, nei giornali uscivano articoli: “Gli ebrei, in Palestina hanno ammazzato cento arabi”, “ Gli ebrei in Palestina hanno distrutto una moschea”. I giornalisti facevano campagna antisemita, e gli arabi purtroppo si sono scatenati. La vita dopo è stata molto difficile, si è ripresa dopo solo due anni; ma nel ’48, quando è nato Israele si è ripetuto tutto.”

Il bilancio finale del pogrom fu gravissimo, i morti complessivi nel tripolitano, dopo tre giorni di feroci disordini, furono 140 ebrei e cinque arabi, la maggior parte degli ebrei furono uccisi nelle maniere più atroci, trucidati, sgozzati, persino arsi vivi; molti i negozi devastati dalla furia araba e numerose le sinagoghe della città vecchia profanate e date alle fiamme nella più totale indifferenza dell’amministrazione militare britannica. La comunità tripolina non era preparata ad una situazione del genere anche perché, solo tre settimane prima di questi gravi incidenti, il presidente della comunità di Tripoli aveva dichiarato ad un americano che tra arabi ed ebrei non erano prevedibili vere gravi difficoltà. La comunità era stata quindi colta impreparata ad affrontare una situazione di tale gravità, mentre l’autorità su cui aveva fatto affidamento rimaneva a guardare. Nonostante le tempestive, sia da pare ebraica sia da parte araba, segnalazioni dei disordini alle autorità, i primi interventi efficaci furono effettuati solamente tra la sera di martedì 6 e la mattina di mercoledì 7 novembre, quando ormai gran la parte dei saccheggi e degli omicidi era già stata compiuta. Solo allora intervennero le truppe britanniche per ristabilire l’ordine, perquisendo i passanti e le abitazioni degli arabi.

I danni più ingenti si ebbero nei quartieri a popolazione mista della città vecchia e nella città nuova, dove gli ebrei abitavano in case isolate e, quindi, non erano riusciti ad organizzare alcun tipo di resistenza; inoltre ignoti avevano segnato le porte di abitazioni e negozi dei non ebrei, non lasciando dubbi sugli obiettivi da colpire. Il quartiere ebraico della città vecchia, la hara, riuscì invece a organizzare una difesa e a respingere gli attacchi degli arabi. Al termine degli scontri, furono numerose le persone rimaste senza casa e ridotte sul lastrico per la perdita delle attività. Queste, nei giorni successivi, furono ospitate nella hara, nei locali del Talmud Torah e nelle sezioni speciali per ebrei della scuola italiana e in alcuni campi speciali per rifugiati, istituiti dalla British Military Administration. A seguito degli scontri furono arrestati circa seicento arabi, ma di essi solo 204 vennero condannati.

Le reazioni di condanna per gli eventi accaduti vennero espresse da più parti, gli stessi quotidiani libici dell’epoca condannavano i pogrom e coloro che vi avevano preso parte, mettendo in evidenza anche le pessime conseguenze che questi fatti avrebbero avuto sulla causa dell’autogoverno e dell’indipendenza della Libia40. Nelle moschee di Tripoli, il giorno stesso, il Gran Cadi e il Muftì condannarono “lo spiacevole avvenimento” ed esortarono i loro correligionari a sentire “il dovere di far rinascere il sentimento di amicizia” tra ebrei e musulmani e di collaborare “per il ritorno della pace e della prosperità” tra le due comunità41. Il 27 novembre, su interessamento delle autorità inglesi, ci fu il primo incontro, dopo il pogrom, tra i rappresentanti delle due comunità per dar vita ad un comitato arabo-ebraico, che avrebbe operato alla ricostruzione. Ormai il rapporto tra le due comunità aveva subito una svolta radicale; non solo, anche il rapporto tra la comunità ebraica e la Libia stessa, il paese che era la loro patria, era mutato profondamente. Nonostante la generale convinzione in ambiente ebraico, condivisa da qualche elemento arabo ad italiano dell’epoca, che il pogrom fosse stato organizzato ed istigato dalle autorità britanniche per dimostrare l’immaturità del popolo libico all’autogoverno, prove inconfutabili a dimostrazione di ciò non furono mai trovate, anzi, il pogrom era stato fomentato dall’esterno della Libia tramite i nazionalisti arabi locali ed elementi venuti da altri paesi arabi; certo è che le autorità britanniche non fecero nulla per impedirlo, non intervenendo tempestivamente per sedare i tumulti. Vennero presi, infatti, dei provvedimenti inutili, come l’istituzione del coprifuoco dalle 21 alle 5, in una stagione in cui faceva buio presto; oppure non fu chiesto da subito l’intervento dell’esercito ma, in un primo momento, fu utilizzata la polizia, composta prevalentemente da elementi arabi, la cui fedeltà era messa in dubbio. Tutti questi atti quindi non potevano essere spiegati con la semplice inefficienza dei dirigenti dell’amministrazione militare britannica, né con la parzialità della polizia araba, bensì come una volontà degli inglesi di lasciare che ciò accadesse.

Ormai la fiducia dei primi momenti verso gli inglesi, si stava trasformando in sfiducia, fino a sfociare quasi nell’odio e, per la maggior parte della comunità la preoccupazione maggiore era quella di abbandonare la Libia e di trovare un rifugio sicuro altrove; per molti questo rifugio era la Palatina, anche se fino al 1949 questa rimase irraggiungibile legalmente perché gli inglesi negavano il visto di uscita.

Il pogrom produsse dei danni incalcolabili all’economia della comunità e del paese stesso. Molti piccoli artigiani avevano perso tutto nelle devastazioni compiute dagli arabi e, nonostante gli aiuti raccolti e distribuiti dalla comunità, fu molto difficile per loro riprendere il normale svolgimento delle proprie attività, per altre categorie invece non ci furono aiuti particolari, anche perché l’autorità inglese non concesse alcun risarcimento dei danni; molti dovettero ricorrere all’assistenza finanziaria della comunità, largamente appoggiata da varie organizzazioni ebraiche internazionali. Il commercio subì un arresto un po’ per il boicottaggio da parte degli arabi, un po’ per il calo dell’affluenza di turisti, anche la siccità che da un paio d’anni affliggeva la Libia aveva ridotto in miseria gli arabi che vivevano nell’interno, riducendo i loro spostamenti in città per acquisti.

Nel maggio del 1946, sotto la direzione di un personaggio conosciuto solo come “dod” (“zio”), infiltratosi in mezzo ai militari palestinesi dell’VIII Armata, venne organizzata la Hagana, la difesa. Si voleva fornire ai giovani ebrei una certa istruzione nell’autodifesa e nell’uso delle armi, per essere pronti ad un eventuale nuovo attacco da parte degli arabi, vista la tragica esperienza del ’45. Vennero organizzati dei piccoli gruppi, tra loro sconosciuti, che si addestravano in varie località deserte nei dintorni di Tripoli e che si procuravano armi sul mercato nero o attraverso la malavita araba, senza che gli inglesi venissero a conoscenza di nulla. In questo modo vennero addestrati più di 150 ragazzi e 50 ragazze, a cui si aggiunsero decine di poliziotti ebrei fuori servizio. Verso la fine del ’47, però la polizia locale ebbe dei forti sospetti sull’attività dello “zio”, per cui fu subito allontanato da Tripoli42. Anche A. prese parte attiva in questa organizzazione, anche se con altri compiti, e racconta:

“mentre ero nel mio ufficio a svolgere il mio lavoro, ricevetti la visita dell’usciere del nostro Circolo Maccabi, che mi disse di andare subito là perché ero atteso dal presidente della comunità che voleva parlarmi. Tutto questo mi incuriosiva, presi la mia bicicletta ed andai al circolo. Quando arrivai non solo trovai il presidente signor S.N.,ma anche il signor R. N., il signor S. N., un militante sionista, V. e C. A., R. H. , i fratelli A. e L. L. e molti altri che facevano parte del Consiglio della Comunità. A quanto pareva mancavo solo io e non capivo ancora la ragione per cui avevano voluto aspettarmi per iniziare la seduta, anche perché io non ero nulla. E così aprì la seduta e prese per primo la parola il signor S. N. che ci informò che nel prossimo Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si sarebbe deciso sulla possibilità della creazione di uno Stato Ebraico in Palestina, e che questo certamente sarebbe stato ostacolato dai paesi arabi. Il pericolo per noi sarebbe stato la reazione degli arabi libici, favoriti dalla complicità degli inglesi, come era successo nel 1945, e che avrebbe attuato un altro pogrom. Poi presa la parola il nostro presidente, ci disse che dovevamo prepararci per difenderci e che bisognava preparare i nostri giovani ad impugnare le armi e poi in seguito mandarli clandestinamente in Italia per poi trasferirli nello Stato ebraico. Avevamo tre compiti diversi: il primo era quello del finanziamento di questa impresa; il secondo compito era l’istruzione dei nostri giovani ad usare le armi ed anche trovarle, che non era molto facile; il terzo compito era l’Aliyah Bet. Per il finanziamento dell’impresa è stato incaricato il signor R. N. Per l’istruzione a maneggiare le armi e ad acquistarle sono stati scelti i fratelli A. e L. L. , ex ufficiali dell’esercito francese. Per l’Aliyah Bet, l’incarico l’ho avuto io. Dopo questa riunione, noi tutti ci siamo messi al lavoro ed abbiamo avuto un grande successo, mentre gli ebrei della Cirenaica che non hanno pensato a prendere i dovuti provvedimenti hanno avuto la peggio. Mi risulta dai fatti che il lavoro dei fratelli L. fu svolto benissimo, perché quando nel 1948 è stato proclamato lo Stato di Israele, gli arabi libici ci attaccarono ed ebbero la peggio, mentre gli ebrei della Cirenaica subirono danni maggiori.”

Nel frattempo gli arabi misero in atto una massiccia azione psicologica nei confronti degli ebrei, per indurli ad aderire al Fronte Unico Nazionale e farli apparire come consenzienti a partecipi alla causa dell’indipendenza libica, cercavano dunque di togliere all’Inghilterra e ad altri paesi un eventuale pretesto per dimostrare l’immaturità dei libici all’autogoverno. Eccitati negativamente dal rapporto della commissione anglo-americana sulla Palestina (che venne considerato troppo favorevole alle tesi sioniste) gli arabi annunciarono una manifestazione di protesta per il 2 maggio ‘46, questo fatto scatenò il panico tra gli ebrei di Tripoli che in, in massa, dalla città nuova, si riversarono nella hara in cerca di rifugio, abbandonando i negozi aperti. La manifestazione invece non si tenne; nonostante i richiami alla calma nelle sinagoghe il clima di tensione e paura rimase molto alto, anche perché la manifestazione venne nuovamente annunciata per la settimana successiva. In questo clima di tensione scattò dunque l’adesione al Fronte Unico Nazionale. Questa situazione di relativa “calma”, più dettata dalla paura che non da una pacifica convivenza, perdurò fino al maggio del 1948; il giorno 14 ci fu la proclamazione dello Stato di Israele, il giorno successivo lo scoppio ufficiale della prima guerra arabo-israeliana. In Tripolitania il giorno trascorse senza incidenti degni di rilievo, nonostante l’eccitazione generale. I giornali locali avevano diffuso le notizie circa la proclamazione del nuovo stato e le invasioni della Palestina da parte di cinque paesi arabi. Era opinione generale che gli arabi avrebbero avuto la meglio e avrebbero occupato il territorio palestinese di Israele. Il rovesciamento della situazione a favore di Israele, però, creò un generale fermento ed un’eccitazione nella popolazione araba che non aveva mai avuto precedenti. A Tripoli, la comunità ebraica, che da un lato tentava di mantenere calma la popolazione e dall’altro non poteva non aiutare i giovani nella preparazione dell’autodifesa in previsioni di incidenti, si rivolse agli inglesi, chiedendo che fossero predisposte adeguate misure di sicurezza.

Gli arabi, in questa situazione di tensione crescente, scelsero il giorno della vigilia della festa ebraica di Shavu’ot, il pomeriggio del 12 giugno 1948, per sferrare il loro attacco. Dal quartiere dove viveva la popolazione araba più povera, partì una folla tumultuosa di arabi, armati di bastoni, spranghe di ferro e coltelli diretti verso il quartiere ebraico della città vecchia, con l’intenzione di invaderlo; lungo il tragitto, si unirono a questa folla altri contingenti di arabi provenienti dalla Tunisia, per associarsi alla guerra contro gli ebrei. Giunti alle porte del quartiere ebraico, però trovarono una forte resistenza, organizzata dalla Hagana. Giovani, uomini e donne ebrei e perfino bambini, armati di pietre, bombe e bottiglie incendiarie difesero il quartiere ebraico con successo. La folla araba allora si diresse verso la città nuova, lasciata indifesa, abbandonandosi ad ogni tipo di devastazione e saccheggio, lasciando sul terreno numerosi morti e feriti. Particolarmente gravi furono i danni nella zona di Via Dante, dove vi erano varie industrie di ebrei. Spostandosi in altre zone, la folla di arabi attaccò dei singoli ebrei, incendio e devastò case e negozi ed anche una sinagoga. Il giorno successivo, primo giorno di Shavu’ot, le violenze ripresero, anche se in misura ridotta, per l’intervento degli inglesi, in questa occasione più tempestivo che non per il pogrom del ’45; questi proclamarono lo stato di emergenza e il coprifuoco, impiegando anche la forza e le armi per disperdere i tumultuosi e ristabilire la calma43. Nel pomeriggio del 13 giugno l’ordine era stato ristabilito; in questa occasione, la comunità ebraica non si era fatta trovare impreparata in una situazione di crisi di tale gravità e questo fatto non era stato gradito dall’autorità britannica, che si aspettava, come al solito, un atteggiamento solo difensivo da parte degli ebrei. L’ottima organizzazione della Hagana ebraica fu dimostrata anche dal contenuto numero di vittime degli scontri, che nell’occasione furono di 14 morti da parte ebraica; più pesante, invece, il bilancio da parte araba, dove i morti furono più numerosi. Il giorno successivo, i capi della comunità araba, accompagnati dal rabbino capo, visitarono la hara per portare la solidarietà e calmare gli animi della popolazione; nello stesso pomeriggio, i rappresentanti delle due comunità, su invito degli inglesi, si riunirono per redigere un appello alla cittadinanza affinché la pace e la tranquillità venissero durevolmente ristabilite.

La tensione durò ancora a lungo, anche per il perdurare della paura che un nuovo pogrom sarebbe potuto scoppiare da un momento all’altro; da parte ebraica aumentarono le proteste, gli appelli internazionali e le ostilità e il risentimento verso gli inglesi, questi, infatti, erano sempre ritenuti i fomentatori di tutti i disordini e venivano accusati di applicare due pesi e due misure nei loro giudizi su arabi ed ebrei, opponendosi tra l’altro all’emigrazione di questi ultimi. Alcuni membri della comunità, a seguito del secondo pogrom, chiesero l’intervento delle Nazioni Unite auspicando il ritorno dell’amministrazione italiana in Libia, o quantomeno navi e mezzi per l’emigrazione di massa. Da più parti e ripetutamente veniva richiesto che l’Inghilterra togliesse il divieto all’emigrazione, ormai per la maggior parte degli ebrei libici la Libia non era più un luogo sicuro in cui vivere; la paura, il terrore, l’odio verso gli arabi e gli inglesi, la povertà rendevano la situazione insostenibile. Di fronte a queste insistenze, l’Inghilterra il 2 febbraio 1949 concesse l’autorizzazione ufficiale, per chi voleva, a partire. Molti però non si erano limitati ad aspettare l’autorizzazione degli inglesi, e casi di immigrazione clandestina iniziarono già a verificarsi a seguito del primo pogrom del ’45, per poi aumentare di numero tra il luglio 1948 e il gennaio del 1949. Per l’emigrazione clandestina si ricorse a veri mezzi: molte donne si sposarono fittiziamente con militari della Brigata Palestinese; alcuni giovani si erano arruolati o si erano fatti passare per militari della stessa Brigata; qualcuno si era imbarcato su pescherecci italiani. Prima abbiamo visto come ad A. fosse stato affidato il compito di occuparsi dell’organizzazione della Aliyah Bet, ora proseguendo il suo racconto descrive le difficoltà che incontrò, ma anche come riuscì ingegnosamente a superarle:

“l’incarico che avevo ricevuto ed accettato era molto difficile e pericoloso e non immaginavo che sarebbe stato tanto arduo realizzarlo, era come muoversi in un campo minato, non dovevo svelare il mio segreto. Quindi mi trovai in difficoltà perché la polizia del porto e la guardia di finanza erano composte da arabi che erano i nostri più acerrimi nemici! Cosa dovevo fare? Dire ai nostri nemici che volevo far espatriare i nostri giovani in Italia? …non era difficile per loro capire che la loro destinazione finale era Israele. Iniziai a farmi assumere come commesso da un mio amico spedizioniere, il signor D. A., che mi fece fare una tessera di riconoscimento che mi diede accesso al porto. Da lui ebbi l’incarico di occuparmi di tutte le uscite delle merci sdoganate, quindi ero sempre in contatto con la polizia e con gli agenti doganali. Questi cambiavano continuamente, ma un sergente della polizia era fisso. Non fu difficile avvicinarlo e fare amicizia e, tramite lui, poi, conoscere il loro comandante, un maggiore. Per un po’ di sere lo invitai a bere qualcosa, per farmelo amico. Io non sapevo come parlargli, però mi decisi di stringere i tempi e, finalmente, un notte mi venne l’idea. Una sera gli dissi che avevo un amico che era senza lavoro e che faceva la fame assieme alla sua numerosa famiglia, nonostante questi avesse un fratello a Milano che stava molto bene e lo aveva invitato ad andare da lui con tutta la sua famiglia. Gli inglesi però non gli concedevano il permesso, quindi aveva deciso di partire clandestinamente se avesse trovato l’occasione per farlo, pagando cento sterline se qualcuno lo avesse aiutato. Il maggiore rispose che lui non poteva fare nulla, al massimo poteva farlo entrare al porto senza permesso. La difficoltà, mi disse, era che ai piedi della scala di ogni piroscafo c’era la guardia di finanza che controllava; ma mentre parlava mi accorsi che stava pensando a qualcosa; alla fine aggiunse che il giorno seguente ne avrebbe parlato con un suo amico della finanza.

Quando lo reincontrai un paio di giorni dopo, mi disse che il maggiore della finanza, suo amico, avrebbe voluto cento sterline per questa operazione, io accettai. Mi disse quindi che mi avrebbe fatto sapere quando sarebbe stato fissato il giorno della partenza. Mi misi quindi in contatto con il signor S. dell’Agenzia Ebraica di Roma, il quale mi assicurò il loro sostegno all’arrivo dei clandestini ebrei in Italia, quindi potevo procedere. Quando tutto fu organizzato, incontrai il mio amico e gli dissi che la famiglia era pronta a partire due giorni dopo, quindi mi diede il nome del piroscafo e l’ora della partenza. Organizzai la partenza di otto giovani disposti ad andare in Israele via Italia, concessi loro di portare con sé un piccolo fagotto, non di più. Poi diedi loro quaranta sterline da dare al nostromo della nave non appena imbarcati. Come convenuto, alle otto di sera mandai il primo gruppo di quattro persone e, a distanza di cinque minuti, mandai gli altri quattro. Io con il mio cannocchiale li vidi entrare nel porto, poi vidi alzarsi la barriera doganale, per tre volte, come era il segnale convenuto. Al mattino andai al porto per accertarmi che tutto fosse andato bene, dopo di che feci un telegramma al signor S. dicendo di aver imbarcato otto tonnellate di bronzo e di provvedere al recupero dando il nome del piroscafo e la città di sbarco. Questa prima operazione era andata a meraviglia, quindi pensai che la strada intrapresa era percorribile. Quella stessa mattina, verso le dieci, il maggiore venne a trovarmi e gli diedi subito le duecento sterline che avevamo pattuito.”

Forte di questo successo, A. si fece più audace; capito, infatti, di aver trovato le persone giuste con cui trattare, continuerà nella sua operazione per far emigrare clandestinamente il più alto numero possibile di persone. Continua, infatti:

“ridendo gli dissi che questo lavoro mi piaceva e che così avremmo potuto guadagnare un mucchio di soldi dato che c’era molta gente che voleva partire. “quanto pagano a persona?” mi chiese. “cinque sterline” risposi, “se ad esempio partono in cinquanta, sono duecentocinquanta sterline per voi due, così anche io guadagnerò qualcosa, che con la crisi che abbiamo non guasta” dissi. Dopo che il maggiore guardò uno per uno tutti quei biglietti di banca, che forse tutti insieme non aveva mai visto in vita sua, fu subito d’accordo. Affidai allora a R., un giovane infermiere, l’incarico di compilare una lista di cinquanta giovani pronti per partire. Al mattino andai al porto e vidi una nave che stava caricando rottami di ferro; il nostromo mi disse che sarebbe partita il mattino successivo per Siracusa. Gli chiesi se avesse voluto guadagnare qualcosa e fu ben felice di accettare, ma prima avrei dovuto chiedere il permesso al capitano. Parlai anche con il capitano, gli spiegai che doveva prendere a bordo cinquanta clandestini da scaricare a Siracusa, che lo avrei ricompensato con duecentocinquanta sterline, e gli dissi che le autorità italiane erano al corrente del fatto e che li avrebbero lasciati sbarcare regolarmente. Il capitano era preoccupato su come avrebbero fatto a passare i controlli al porto di Tripoli, ma io lo rassicurai che lì era tutto regolare. Il compenso lo avrebbe ricevuto dall’ultimo ragazzo salito a bordo. Il capitano accettò, quindi tornai ad organizzare il gruppo, alle otto di sera dovevano essere pronti, con solo lo stretto necessario, perché non dovevano farsi notare da nessuno. Alle otto di sera eravamo in un caseggiato abbandonato vicino al porto, di lì vedevamo che ci davano il segnale convenuto di via libera. Dopo avergli raccomandato di non aprire bocca con nessuno, neanche con i finanzieri ai piedi della scala per salire a bordo del piroscafo, li mandai di cinque in cinque, mentre li seguivo con il mio cannocchiale, e così via fino al decimo gruppo, e con quest’ultimo mandavo le 250 sterline per il capitano.

Al mattino dopo andavo a controllare se la nave era partita e poi andavo in posta per fare il mio telegramma al signor S.: “Imbarcato sulla Città di Fiume 50 tonnellate di rottami di ferro, partita stamani per Siracusa. Dario A.”

In questo modo mandai in Italia oltre mille giovani, non abbiamo mai avuto nessun problema perché ad ogni imbarco consegnavo al maggiore 250 sterline.”

Naturalmente, vista la pessima situazione economica della comunità, i fondi finirono e quindi non fu più possibile per A. organizzare nuove partenze:

“in seguito il signor N. mi disse che i soldi non c’erano più perché non riusciva più ad avere questi finanziamenti dai nostri correligionari, ma la gente voleva partire ugualmente, non sapeva che non avevamo più la possibilità di continuare.”

Con l’autorizzazione inglese all’emigrazione, furono molte le persone che erano desiderose di partire, ma solo in pochi avevano i mezzi per poterselo permettere, per la massa rimaneva ancora un sogno irrealizzabile. Secondo l’Ufficio Emigrazione dell’Agenzia Ebraica, l’aliyah avrebbe dovuto essere di circa seimila unità l’anno, la comunità invece fece presente che il numero di ebrei libici che volevano abbandonare il paese era molto più alto, circa trentamila presone, quasi l’intera comunità, e che trattenerle ancora per così lungo tempo nel paese sarebbe stato sia molto dispendioso (molti necessitavano di assistenza visto le gravi perdite subite nell’anno precedente) sia molto pericoloso; ambiguo era il destino che le Nazioni Unite avrebbero stabilito per la Libia, con molta probabilità sarebbe stata concessa l’indipendenza e quindi tutto sarebbe stato possibile: dalla chiusura delle frontiere a nuovi pogrom. Con una simile prospettiva, era di un’urgenza assoluta organizzare un’emigrazione di massa nel più breve tempo possibile.

Con grande sforzo, entro l’anno successivo riuscirono a partire per Israele circa diciassettemila persone, mentre per quelle che erano ancora in attesa del proprio turno, l’Ufficio Emigrazione si era preoccupata di fornire assistenza medica, curando molte persone tramite l’O.S.E. (l’Organizzazione Sanitaria Ebraica), e scolastica, soprattutto rivolta all’insegnamento dell’ebraico ai bambini. Inoltre aveva provveduto all’assistenza alla liquidazione dei beni delle persone in partenza; una condizione essenziale per poter lasciare la Libia era di non aver debiti in sospeso, affitti non pagati, lavori non finiti ecc., l’agenzia dunque liquidò immediatamente la metà del valore dei beni ai diretti interessati affinché questi potessero regolare la loro posizione e partire, riservandosi il diritto di rivendere poi, al miglior prezzo, i beni stessi; inoltre aiutava gli emigranti a portare con se i soldi ottenuti dalla liquidazione dei loro beni, essendo vietata l’esportazione di capitali. Al termine del primo anno dall’autorizzazione inglese, rimanevano ancora in Libia circa dodicimila persone in attesa di partire. Coloro che non avevano fatto domanda di emigrazione erano qualche migliaio circa, secondo l’opinione di H.:

“nella prima grande aliyah partirono soprattutto quelli che non avevano niente da perdere; quelli che rimasero erano persone con grandi possedimenti, i benestanti; chi viveva in agiatezza, di fronte all’incerto, ha preferito rimanere”

o comunque erano piuttosto restii all’idea di trasferirsi in Israele, preferendo andare, se costretti, in Italia o in qualche altro paese europeo.

Nel maggio del ’49 le Nazioni Unite avevano bocciato una proposta di affidare l’amministrazione fiduciaria della Tripolitania all’Italia, della Cirenaica all’Inghilterra e del Fezzan alla Francia, mentre nel novembre dello stesso anno avevano stabilito che, al più tardi del 1° gennaio 1952 avrebbe ottenuto l’indipendenza. Questa risoluzione fece più urgente la necessità di terminare la completa emigrazione degli ebrei libici entro quella data. Nel frattempo, molti capi arabi si resero conto di quale danno fosse per il paese l’improvvisa emigrazione di massa dell’intera comunità ebraica, questa, infatti, rappresentava l’anima economica del paese stesso. L’economia del paese, che aveva già subito una grave crisi a causa degli incidenti avvenuti negli ultimi cinque anni, difficilmente avrebbe potuto riprendersi senza l’aiuto e il lavoro della comunità ebraica. Inoltre erano consci che l’allontanamento degli ebrei dalla vita del paese avrebbe alienato alla nuova Libia troppe simpatie internazionali. Proprio in quest’ottica, iniziarono con insistenza a rivolgere inviti affinché coloro che ancora non fossero partiti cambiassero idea decidendo di rimanere, offrendo anche la rappresentanza di un delegato ebreo nel futuro Parlamento44.

Il 1° gennaio del1952 avvenne il passaggio di potere dall’amministrazione inglese a quella libica di re Idris. La Libia era diventato uno stato indipendente. Dei trentaseimila ebrei presenti sul suo territorio fino a solo quattro anni prima, molti erano fuggiti e, con il nuovo governo, ne rimasero poco meno di seimila, tutti concentrati a Tripoli. Nel nuovo paese gli ebrei rappresentavano una minoranza nativa, con diritti politici differenti rispetto ad italiani, greci e maltesi che erano minoranza residente, e quindi allo stesso tempo cittadini di altri stati. L’Assemblea delle Nazioni Unite, con la decisione del novembre 1949 di concedere alla Libia l’indipendenza, aveva stabilito che l’assetto costituzionale del nuovo paese sarebbe stato deciso dall’Assemblea Nazionale, da un rappresentante delle Nazioni Unite e da un consiglio consultivo, che avrebbe riunito rappresentanti di Inghilterra, Francia, Italia ed altri stati, della Cirenaica, della Tripolitania e del Fezzan, nonché da un rappresentante, unico, per tutte le minoranze. La scelta di questo fu molto difficile, in quanto l’Assemblea Nazionale si trovava costretta a prendere in esame la situazione specifica degli ebrei, ma nello stesso tempo non voleva menomare la posizione degli italiani che, di fatto, erano la minoranza più numerosa. Alla fine l’incarico venne affidato a Giacomo Marchino, presidente della Camera di Commercio di Tripoli, italiano ma che riscuoteva la fiducia delle varie minoranze, ebraica, italiana, greca e maltese.

Nonostante le varie promesse da parte araba di collaborare con gli ebrei e di coinvolgerli nella vita politica del paese ormai indipendente, l’atteggiamento arabo cambiò radicalmente, disilludendo la comunità ebraica. Fu deciso dal Consiglio Consultivo, la costituzione di una commissione preparatoria con l’incarico di risolvere i problemi relativi alla composizione e al funzionamento dell’Assemblea. Se in un primo momento era prevista la partecipazione del rappresentante delle minoranze, nella fattispecie Marchino, all’improvviso questo fu escluso con la motivazione che era straniero. Da parte araba vi era stata un’interpretazione volutamente restrittiva del termine “abitante” utilizzato nella risoluzione del ‘49 delle Nazioni Unite, nel senso che con “abitante” intesero solo i “nativi”, negando quindi agli “stranieri”, sebbene residenti, il diritto di voto e la possibilità di divenire membri dell’Assemblea Nazionale. Questa decisione, che sollevò molte proteste, non colpiva solo italiani, greci e maltesi, ma anche gli ebrei, i quali, sebbene “nativi”, spesso possedevano anche un secondo passaporto, nella maggior parte dei casi italiano, che li identificava quindi come “stranieri”. Naturalmente non veniva negata la possibilità ad un ebreo, naturalmente non “straniero”, di far parte dell’Assemblea, ma questa era un’abile mossa politica per discriminare la “vera” minoranza tripolina (cioè gli ebrei) dalla minoranza “non vera” (gli italiani, principalmente) contando sul fatto che gli ebrei avrebbero rinunciato a qualsiasi incarico per non inimicarsi gli italiani45.

Quindi, sia gli ebrei sia le altre minoranza furono, di fatto, escluse dalla Commissione Consultiva come anche dall’Assemblea Nazionale, con la generica rassicurazione, però, che questo non implicava il fatto che gli sarebbero stati negati, anche in futuro, i diritti politici. In questo scenario, il 25 novembre del 1952 iniziarono i lavori dell’Assemblea Nazionale Costituente, decretando un nuova fase per le vicende politiche della comunità ebraica tripolina, cioè cosa avrebbe previsto in merito alle varie minoranze (ed a quella ebraica in particolare) la nuova costituzione libica. Per Idris, che venne nominato sovrano del Regno Federale di Libia con una delle prime delibere della neo costituita Assemblea Nazionale, e per le forze politiche la soluzione del problema era semplice: un rafforzo della distinzione tra minoranza nazionale e stranieri, a cui dovevano essere negati i diritti politici e limitata la loro influenza economica. Per quanto riguarda gli ebrei, essi dovevano essere considerati minoranza nazionale, ma dovevano essere messi di fronte all’obbligo di scegliere tra la cittadinanza libica e quella straniera, visto che molti possedevano un secondo passaporto.

Le varie promesse offerte dagli arabi agli ebrei per ottenerne l’appoggio in vista dell’indipendenza, alla fine non vennero mantenute. La situazione politica e sociale della comunità ebraica, non subì nessun mutamento in positivo sotto il governo indipendente della Libia, né rispetto al periodo di occupazione italiana sotto il fascismo, né sotto l’amministrazione militare britannica. In un certo senso, anzi, peggiorò, perché vennero a mancare certe condizioni che sotto l’Italia e l’Inghilterra erano loro garantite. Racconta H.:

“non avevamo passaporto, non avevamo documenti. Ci rilasciavano soltanto un documento temporaneo di viaggio su cui c’erano le lettere iniziali di “yahudi libiyi”, ebreo libico; anche sul passaporto, quando veniva rinnovato, venivano scritte quelle iniziali.”

Anche L. ricorda quei momenti in cui i loro spostamenti erano limitati e condizionati:

“non abbiamo avuto mai il passaporto, non abbiamo mai potuto viaggiare, da nessuna parte potevamo andare perché pensavano che andassimo in Israele a rafforzare il grande esercito israeliano, e quindi se qualche famiglia voleva andare in vacanza, o trovare i parenti all’estero, doveva lasciare un parente, un figlio in ostaggio in Libia, non potevano andare via tutti. Qualcuno doveva rimanere. Altri sono riusciti a eludere la sorveglianza, pagando. E sono partiti tutti.”

T. ricorda invece le limitazioni che gli arabi imposero agli ebrei in fatto di lavoro. Per poter operare, dovevano sempre avere un prestanome arabo:

“Nel 1954, 1955, la vita era ripresa più o meno normalmente, si viveva bene tra ebrei e non ebrei, cattolici, maltesi… eravamo tutti uguali. C’erano un po’ di difficoltà a livello governativo, per esempio: se non si era arabi musulmani non si poteva fare appalti governativi, non si poteva partecipare alla costruzione edilizia, bisognava sempre avere un socio musulmano. Qualcuno aveva la cittadinanza italiana, altri la libica, molti non avevano cittadinanza ma solo un lasciapassare”.

In questi anni, la condizione della comunità rimase più o meno stabile, in ogni caso in condizione di inferiorità rispetto alla popolazione musulmana. L’8 agosto del 1962 venne emesso un comunicato con cui si dava, formalmente, un assestamento alla condizione giuridica della comunità ebraica; rispetto alla precedente condizione, questo comunicato venne ritenuto abbastanza soddisfacente dai diretti interessati, considerata anche la realtà libica in cui veniva emanato. Se il provvedimento fosse stato emesso da un paese non musulmano europeo, non comunista, o dagli Stati Uniti, sarebbe stato giudicato inconcepibile. Come detto, l’assestamento fu puramente formale, in quanto la condizione effettiva degli ebrei non mutò minimamente; in ogni caso, da ora sarebbe stato meno difficile ottenere un passaporto (anche per quelli che non potevano fornire delle valide ragioni), ma non per questo vennero rilasciati più facilmente; niente cambiò neanche per quanto riguardava la reale possibilità di essere assunti in un impiego statale, o la possibilità di esportare legalmente all’estero del denaro46. In quegli anni, inoltre, la situazione economica della Libia, grazie alla scoperta del petrolio, si riprese dopo i periodi di grave crisi, avvenuti a seguito della guerra, dei pogrom del 1945 e 1948 e dell’emigrazione di massa dell’intera comunità ebraica agli inizi degli anni ’50. Attraverso il racconto di T. si comprende meglio la situazione della Libia di quegli anni:

“Dal ’55 fino al ’67, era tutto tranquillo, era cominciata anche la ricchezza legata al petrolio. Prima del ’55 si vedeva chi era ricco e chi non aveva neanche un pezzo di pane da mangiare, c’era la gelosia, c’era l’odio; dopo il ’55, anche quelli che facevano gli operai, hanno iniziato a lavorare molto e la ricchezza ha iniziato a girare. Si costruivano molte case, tutti comperavano… c’erano molti soldi in circolazione…”

In questo clima di relativa calma e prosperità, si giunse fino al giugno del 1967, alla vigilia della Guerra dei Sei Giorni. Già verso l’inizio del mese erano iniziati gli incitamenti, alla radio e nelle moschee, alla guerra santa contro Israele e contro gli ebrei. La tensione era crescente, fino ad esplodere in maniera incontrollabile il 5 giugno con l’attacco di Israele all’Egitto.

L. ci descrive la tensione crescente di quei giorni:

“Noi siamo arrivati il 6 giugno [più avanti si correggerà dicendo che arrivò a Roma il 6 luglio], dopo un mese intero che siamo rimasti chiusi in casa senza poter uscire neanche a fare la spesa. Io volevo andare a rifugiarmi nel palazzo dove abitava mio padre. Dopo il pogrom del ‘45 in quel palazzo avevano costruito un portone scorrevole in ferro per difendersi, visto che lì abitavano tutte famiglie ebraiche. Poi, dopo il ’45, il portone però non era stato più usato e si era arrugginito. Quando siamo arrivati lì, pensavamo di essere al sicuro, ma quando scesero per chiuderlo non riuscirono a muoverlo. Ci vollero due giorni di tentativi, con olio, ferri e con la forza per riuscire a muoverlo. Alla fine pensavamo di essere al sicuro, invece ci tiravano pietre alle finestre dal palazzo di fronte. Vivevamo tutto il giorno con le tapparelle abbassate.

Abitavamo in un palazzo nella città nuova, in una stradina, circondati da arabi: potevano spingere la porta e sarebbero entrati in casa senza problemi. Avevamo sentore già da tempo che le cose non stavano andando bene, per cui nottetempo, di nascosto siamo scappati, perché non era molto distante la casa di mio padre. Visto che ci aspettavamo qualcosa di brutto, avevamo già da tempo iniziato a fare scorte in casa… C’era proprio un’atmosfera di piombo… [commenta I.]. io adesso solo a pensarci…

Prima di andare a casa di mio padre,però, siamo stati in casa di un amico. Ci aveva telefonato dicendo di sfondare pure la porta e di entrare, che la casa era vuota. Lì abbiamo sofferto la fame. Noi sentivamo che c’era qualcosa nell’aria e avevamo fatto rifornimenti di tutti i tipi, ma lì non era casa nostra, eravamo scappati di notte, in tutta fretta, non avevamo preso niente con noi. Mio figlio più piccolo aveva 4 mesi, la notte gli tappavo la bocca… la casa era buia e vuota, facevamo finta di non esserci, ma questo bambino piccolo non poteva saperlo e piangeva, e io gli chiudevo la bocca. Poi quando siamo riusciti a scappare e ad arrivare alla casa di mio padre ci sentivamo un pochino più al sicuro, con questo famoso portone di ferro. Anche lì però siamo rimasti senza viveri, senza niente. Le suore, qualche volta, ci portavano qualche cosa, delle galline, dal terrazzo. Credetemi, io un grissino lo dividevo in quattro per darlo ai miei figli; cercavo di farli dormire il più possibile, così almeno non sentivano la fame. Questo era durante la guerra, e per tutto il mese di giugno. No, sono arrivata a Roma il 6 luglio, non giugno… certe cose le ho rimosse veramente.”

Aggiunge alla fine sconsolata:

“Eravamo… siamo gente pacifica… perché è successo tutto questo?”

H. all’epoca dei fatti era solo un ragazzino di dodici anni, però ricorda vividamente la tensione degli adulti che lo circondavano, preoccupati per la gravità della situazione:

“Siamo rimasti chiusi in casa per un mese, non si poteva uscire per nessun motivo, perché si rischiava la morte e se uscivi, ti individuavano subito perché eri vestito all’occidentale. Siamo andati in casa di alcuni amici perché era più sicura e da lì si vedeva il ghetto e vedevamo che andava a fuoco. Lo stato d’animo di preoccupazione dei miei genitori era comprensibile, lì avevamo parenti e amici, ed erano in pericolo. Siamo stati fortunati che in quel palazzo c’era un panettiere italiano che ci portava il pane, perché non avevamo niente da mangiare. Vivevamo in una trincea. Io avevo 12 anni, ero nell’età dell’incoscienza, ma i miei erano più che coscienti, eravamo in 40 persone in una casa. Poi venne la polizia e ci fece i documenti per farci fuggire grazie al decreto del Re.”

T. invece racconta:

“Poi il 23 maggio, Nasser ha chiuso lo Stretto di Tiran, ed è iniziata la propaganda contro Israele e contro gli ebrei. Si iniziava a sentire che la situazione stava peggiorando. Dal 23 maggio, fino al 5 giugno, ogni giorno peggiorava. Di sera la gente non usciva più. Alla radio c’erano sempre notizie che gli arabi sarebbero arrivati a Tel Aviv in tre giorni, che avrebbero distrutto gli ebrei e Israele, propaganda. Purtroppo lunedì, il 5 giugno, gli aerei israeliani hanno attaccato l’Egitto, alle sei, sette del mattino. Verso le otto gli arabi hanno attaccato gli ebrei a Tripoli, non hanno perso tempo. Hanno incendiato i negozi degli ebrei, distrutto, saccheggiato. Sono andati alla Motorizzazione e hanno preso le targhe degli ebrei, poi gli hanno incendiato le macchine. La vita in quel mese è stata pericolosa per tutti, anche per gli arabi. Dopo due giorni c’era il coprifuoco dalle sette di sera alle otto del mattino; non si poteva uscire a fare la spesa, quei pochi ebrei che sono usciti li hanno ammazzati. Io per trentun giorni sono rimasto chiuso in casa, nella città nuova, lì eravamo tutti isolati gli uni dagli altri. Quelli che abitavano nella città vecchia sono stati più fortunati… una donna era salita sul tetto e aveva gridato aiuto, attirò così l’attenzione di un colonnello dell’esercito che fece circondare il quartiere ebraico, proteggendolo dagli arabi per otto giorni, mentre gli arabi tiravano sassate e li attaccavano con bastoni. Però non potevano rimanere di guardia per 24 ore al giorno ancora per molto, quindi una sera vennero con delle macchine e li trasferirono in un campo, più al sicuro. Ogni giorno incendi, attacchi alle case; alcuni ebrei, con l’inganno, sono riusciti a tirarli fuori casa e, anziché portarli nei campi, li hanno portati fuori Tripoli e li hanno mitragliati, qualcuno l’hanno bruciato vivo. Avevamo qualche amico a cui telefonavo e mi portavano il pane.”

Diverso è invece il caso di I. che riuscì a fuggire prima:

“Noi abbiamo invece subito un trattamento diverso, perché siamo andati via subito, grazie all’aiuto di un arabo che ha fatto in modo di farci partire; non si sapeva bene perché ci aiutasse, forse per i rapporti di amicizia e di lavoro che ci legava, forse si sentiva un po’ in dovere o per coscienza, di sicuro non per amore. Non partimmo il giorno stesso, perché il giorno stesso non avevamo i visti; abbiamo aspettato dalle tre del pomeriggio alle undici di sera, poi sono arrivati i documenti ma l’ultimo aereo era già partito. Allora siamo dovuti tornare in città, ma siccome eravamo in quattordici persone e non volevamo separarci, per essere pronti a ripartire l’indomani mattina, siamo andati tutti a casa mia, e abbiamo dormito un po’ sui letti, sui divani, chi sui tappeti. Il ritorno in città è stato una cosa paurosa. Era l’8 giugno, la guerra era in pieno corso, c’era lo scatenamento della gente che gridava “Tel Aviv brucia, Tel Aviv brucia” e noi morivamo di paura. Saliti sull’aereo il 9 giugno e arrivati in Italia, abbiamo letto i giornali; era una gioia leggere che le cose stavano andando al contrario di come ci dicevano in Libia e stavamo vincendo.

La famiglia di mio padre, invece, rimase fino alla fine di giugno, inizi di luglio.”

Questa situazione rimase immutata per circa un mese, poi grazie all’intervento di Re Idris qualcosa cambiò:

“Allora c’era ancora Re Idris, non sapevamo quale avrebbe potuto essere la nostra sorte. Non avevamo passaporto e il lasciapassare ce lo fecero dopo, quando sono venuti i poliziotti. Un giorno qualcuno nel palazzo aveva iniziato a dire che chi voleva poteva andarsene, purché subito, così, solo con una valigia e 60 sterline, forse. Noi non avevamo niente, perché non eravamo a casa nostra. E’ venuto un poliziotto e ci ha preparato i documenti. Poi ha chiesto “accettate di partire senza prendere niente?”; certo che abbiamo accettato, pur di non morire eravamo disposti a tutto. E così dopo aver fatto i documenti, il mattino dopo è arrivata una camionetta che ci ha portati all’aeroporto. Lì ci hanno spogliato nudi! Tutti nudi ci hanno messo! Per vedere se avevamo nascosto qualche gioiello, soldi o qualche cosa. Uomini e donne ci hanno tutti perquisito. Le poche cose che avevamo nelle valigie erano tutte all’aria.

Noi ci siamo salvati solo grazie a Re Idris, se ci fosse stato Gheddafi a quei tempi, a quest’ora…”

Racconta L. e T. conferma:

“Poi verso il 12 o 13, passava la polizia per le case; avevano già programmato tutto per mandarci via. Dicevano che per noi era rischioso rimanere lì, che sarebbe stato meglio andare in un campo o addirittura via. E allora siamo partiti e siamo venuti in Italia, tutti.”

Nonostante tutti fossero chiusi in casa, qualcuno non ebbe la fortuna di salvarsi. L. e I. raccontano la sfortunata vicenda di due famiglie tripoline che persero la vita, ingannate dagli arabi:

“Nel ’67 due famiglie sono sparite; erano venute delle persone travestite da poliziotti dicendo che li avrebbero portati al sicuro in un campo, e di queste due famiglie non si è saputo più niente. Si è saputo dopo molto tempo, che li hanno trucidati ma in un modo molto barbaro e crudele: hanno ammazzato i figli davanti agli occhi dei genitori, hanno violentato la mamma e alla fine, per ultimo, hanno lasciato il padre, gli hanno fatto subire tutte queste violenze, era la famiglia R…. [interviene I.] erano parenti di mio marito, lui era cugino di mio marito; erano il padre, la moglie, un figlio e la figlia, una bella ragazza di 14 anni, non si è mai più avuto notizie di loro. Un altro episodio era quello di un macellaio che portava la carne a domicilio, l’hanno sgozzato sotto gli occhi di tutti… [L. riprende il racconto] anche la famiglia di P., anche loro abitavano nello stesso palazzo dove abitavano i R. e sono stati portati via insieme e sterminati, solo lei, P., si è salvata. La sua era una famiglia di origine bengasina, ma vivevano a Tripoli.”

Agli inizi del mese di luglio gli ultimi ebrei della comunità tripolina lasciavano la città per trovare rifugio in Italia. Queste partenze segnarono la fine della millenaria presenza della comunità ebraica in Libia.

 

1 R. De Felice, Ebrei in un paese arabo, Gli ebrei nella Libia contemporanea tra colonialismo, nazionalismo arabo e sionismo (1835-1970), Il Mulino, Bologna 1978, pp. 9-10.

2 Atlante storico del popolo ebraico , Zanichelli, Bologna 1995.

3 R. De Felice, Ebrei in un paese arabo, op. cit. p. 11.

4 S.W. Baron, Histoire d’Israël. Vie sociale et religieuse, Parigi 1961, III, p. 202.

5 R. Micacchi, La Tripolitania sotto il dominio dei Caramanli, Intra, 1936, pp. 231 e s.

6 M. Scaparro, L’artigianato tripolino, Tripoli, 1932

7 T. Curotti, la Libia, dalle immigrazioni preistoriche fino ad una ambigua nazionalità in regime di dittatura, Istituto Grafico Bertello, Borgo S. Dalmazzo (Cuneo), 1973, p. 51.

8 G. Bevione, Come siamo andati a Tripoli, Torino, 1912, p. 27.

9 R. Nunes-Vais, dal suo intervento: “Le comunità ebraiche di Libia: dalla distruzione del I° Tempio nel 597 A.C., all’esodo nel 1967, a seguito della “Guerra dei Sei Giorni””, tratto dalla conferenza “Incontro Tripolino” del 9 marzo 1989 presso la Sede dell’ADEI/WIZO di Roma.

10 S. Bakchine Dumont, Les relations entre Juifs italiens et Juifs tripolitains de 1911 à 1924, in La Rassegna Mensile d’Israel, vol. 49: 1-2-3-4 (1983), pp. 298-311.

11 ibid.

12 R. De Felice, Ebrei in un paese arabo., op. cit. p. 66.

13 Solo nel 1921, dopo una ulteriore riforma giudiziaria, verrà sancita l’autonomia del tribunale rabbinico, così come quella del tribunale musulmano e di quello italiano, con l’abolizione dell’omologazione e del visto per le sentenze emesse.

14 S. Bakchine Dumont, op. cit.

15 R. De Felice, Ebrei in un paese arabo., op. cit. pp. 156-157.

16 R. De Felice, Ebrei in un paese arabo, op. cit. pp. 121 e s.

17 La questione del sabato, relativa all’obbligo di frequenza della scuola nel giorno tradizionale del riposo ebraico, verrà affrontata in maniera più specifica nel capitolo successivo.

18 R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Einaudi, Torino 1993. p. 200.

19 Cfr. ASMAI, posiz. 150/31, fasc. 145, “Libia – Comunità Israelitica in Libia 1929-35”, I, Balbo a Direz. Gen. Per le Colonie dell’Africa Settentrionale – Ministero delle Colonie, 12 gennaio 1935.

20 R. De Felice, Ebrei in un paese arabo, op. cit. p. 225.

21 R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo,op. cit.. p. 201.

22 R. De Felice, Ebrei in un paese arabo, op. cit. p. 229.

23 R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo,op. cit. p. 202.

24 R. De Felice, Ebrei in un paese arabo, op. cit. pp. 233-234.

25 Dopo l’arrivo di Balbo in Libia, nonostante permanessero delle tensioni nei rapporti tra arabi ed ebrei, non vi furono più incidenti di rilievo tra le due comunità. Degli attriti rimasero, ad esempio, durante le partite di calcio tra le squadre delle due comunità, tanto che fu emessa un’ordinanza del governatore che vietava queste manifestazioni sportive e riorganizzava i campionati locali per comunità.

26 R. De Felice, Ebrei in un paese arabo, op. cit. pp. 239-243.

27 RD-L 7 settembre 1938, n. 1381, Provvedimenti nei confronti degli ebrei stranieri (GU n.208, 12 settembre 1938). Il RD-L non venne mai 'convertito in legge', ma le sue disposizioni vennero riprese nel RD-L 1728/1938.

28 RD-L 5 settembre 1938, n. 1390, Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista (GU n. 209, 13 settembre 1938). Convertito senza modifiche in L 5 gennaio 1939, n. 99, (GU n. 31, 7 febbraio 1939).

29 T. Curotti, La Libia, op. cit. pp. 126 e ss.

30 Con il RD-L 9 gennaio 1939, n. 70. Aggregazione di quattro province libiche al territorio del regno d'Italia e concessione ai libici musulmani di una cittadinanza italiana speciale con statuto personale e successorio musulmano (G.U. n. 28 del 3 febbraio 1939), veniva istituita una cittadinanza italiana speciale per i nativi musulmani, che, possedendo certi requisiti, poteva essere acquistata tramite domanda.

31 R. De Felice, Ebrei in un paese arabo, op. cit. pp. 262-265.

32 Testimonianza tratta dagli atti del simposio del 2° Convegno Internazionale degli Ebrei di Libia tenutosi a Roma il 19, 20, 21, 22 gennaio 1989.

33 L 9 ottobre 1942, n. 1420, Limitazioni di capacità degli appartenenti alla razza ebraica residenti in Libia (GU n.298, 17 dicembre 1942.

34 Cfr. artt. 6 e 7 della succitata legge.

35 T. Curotti, La Libia, op. cit. p. 212.

36 R. De Felice, Ebrei in un paese arabo, op. cit. p. 286.

37 British Military Administration Tripolitania, Annual report by the Chief Administrator on the British Military Administration of Tripolitania. For the period 1st January 1945 to 31st December 1945, p. 7.

38 R. De Felice, Ebrei in un paese arabo, op. cit. p. 287.

39 L. Arbib, Gli ebrei in Libia fra Idris e Gheddafi1948 – 1970, pagine di storia contemporanea, Tiratura speciale per il Secondo Convegno Internazionale degli ebrei di Libia, Roma 19-22 gennaio 1989, p. 2.

40 R. De Felice, Ebrei in un paese arabo, op. cit. pp. 298-299.

41 Cfr. Corriere di Tripoli, 10.11.1945.

42 L. Arbib, Gli ebrei in Libia, op. cit. p. 14.

43 L. Arbib, Gli ebrei in Libia, op. cit. pp. 20-21.

44 L. Arbib, Gli ebrei in Libia, op. cit. p. 53.

45 R. De Felice, Ebrei in un paese arabo, op. cit. pp. 364-365.

46 R. De Felice, Ebrei in un paese arabo, op. cit. p. 414.

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© Morashà 2003 - Stefano Tironi 2003

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