Tesi di laurea di Stefano Tironi - La comunità ebraica tripolina tra la Libia e Roma


Capitolo 2: La comunità in Libia. Usi e costumi

2.1 L’ebreo tripolino
2.2 Istruzione e lingua
2.3 Vita sociale e rapporti con le altre comunità

2.1 L’ebreo tripolino

La comunità tripolina era composta, per la maggior parte dei suoi membri, da elementi molto tradizionalisti, che in genere corrispondevano anche alla parte più povera della comunità; vi era poi la parte più modernizzata, più vicina agli ambienti italiani ed europei. In ogni caso entrambe le due correnti della comunità erano caratterizzate da un forte senso della tradizione e della religione. Molto forti erano anche i legami che univano i vari membri della famiglia. La maggior parte degli ebrei vivevano nella hara, il quartiere ebraico della città vecchia di Tripoli. Le case, come descrive T.:

“erano molto grandi, c’era un cortile centrale e tutto intorno c’erano delle camere.”

H. ci fornisce una descrizione più particolareggiata delle case della città vecchia:

“ogni casa aveva tante camere dette triple (mtelta). Triple per le tre funzioni che avevano. All’ingresso, al centro della stanza, un tavolo con davanti un mobile con lo specchio, ai due lati, a destra e a sinistra, due grandi spazi su un soppalco, alto da terra un metro abbondante, su cui c’erano, da un lato, il letto dei figli, dall’altro, quello dei genitori. Il sotto soppalco era scavato in terra tanto da poterci stare in piedi, là sotto si mettevano le riserve alimentari, oltre ad essere il luogo di giochi per i bambini. Ogni volta che una giovane coppia si sposava, le veniva assegnata una camera in cui vivere.”

Questa usanza descritta da H. ci permette di capire perché i legami famigliari fossero così stretti ed importanti, ed inoltre:

“la famiglia era molto equilibrata, non c’era la prevalenza dell’uomo o della donna.”

I più moderni, invece, andavano spesso ad abitare nella parte nuova della città che aveva iniziato ad espandersi sotto il periodo coloniale italiano, con la costruzione di nuovi quartieri residenziali. Qui la popolazione ebraica viveva insieme mista con le altre comunità che abitavano a Tripoli, l’italiana, la maltese, la greca. Pochi erano gli arabi che vivevano in questa parte della città.

La cucina tradizionale, invece, si è conservata soprattutto per quanto riguarda le feste:

“La nostra cucina non è molto pesante; è molto salutare: senza burro, senza grassi, senza formaggio; cuciniamo solo a base di olio di oliva, si usava molto friggere, ora un po’ meno; poi facevamo il couscous, lo spezzatino di fagioli e carne, spinaci, polpette di carne, usiamo molto il pesce. Per dei piatti si usa molto il peperoncino. Adesso, a Roma, è un misto, un po’ italiana un po’ tripolina, i gusti sono rimasti, perché sono buoni e ci piacciono. [Ma I. ci tiene a precisare] non è però che fanno parte del menù di ogni giorno, oggi, durante la settimana, per la cucina di tutti i giorni, si fa pasta, carne… non si fa una cucina elaborata. Quella la riserviamo per la feste e per shabbat.”

Anche T. conferma che i gusti erano sempre più influenzati da atre culture, ma per le feste, tutti mantenevano l’originalità dei piatti tradizionali:

“Si usava mangiare carne con sughi, pesce con sughi. Io, forse perché viaggiavo molto, ero abituato a mangiare all’europea. Però il piatto del sabato, il couscous con le polpette e il pesce piccante lo facciamo sempre di venerdì sera. Avevamo pietanze particolari per ogni festa; per esempio a Pasqua, la prima sera si mangia il fegato e la coratella, la seconda sera, quasi tutti, mangiano la carne alla griglia; oppure c’era una minestrone fatto con il pane azzimo, tipico per Pasqua. Per la vigilia di Pasqua si mangia un riso con molte verdure, fave fresche, piselli freschi, carote. Per Capodanno mangiamo delle frittate con spinaci e porri lessati, mangiamo anche marmellate dolci perché vogliamo un anno dolce.”

A questo si ricollega il racconto di R.:

“per le feste e per il Sabato, mi piace mangiare i piatti tipici tripolini, perché mi ricordano la mia infanzia e le mie origini”

Tutti gli ebrei, dai più tradizionalisti ai più moderni, avevano un senso della religione molto radicato, a riprova di questo c’è la testimonianza di T. su quanto numerose fossero le sinagoghe di Tripoli:

“A Tripoli c’erano 44 sinagoghe, Roma che è molto più grande ne ha solo cinque, ma Tripoli ne aveva 44. Poi, purtroppo, un po’ le hanno distrutte nel ’45 e nel ‘48, altre nel ’67. Adesso la maggior parte di quelle rimaste sono chiuse o, qualcuna, quelle più grandi e belle, le hanno trasformate in moschea, ma va benissimo lo stesso, perché è un luogo sacro per la religione, non c’è differenza se è cristiano o musulmano, ma almeno è usato per pregare e non per altre cose.”

Anche L. e I. ricordano le numerose sinagoghe della città e sottolineano l’importanza della religione, come elemento che rafforzava i loro legami; L. inizia il racconto:

“avevamo molte sinagoghe, che nei vari pogrom sono state distrutte e poi ricostruite. La nostra religione non l’abbiamo mai abbandonata, forse è questo che ci tiene in piedi, che ci tiene uniti. Anzi, penso che ci rafforzi sempre di più. Con le cose che succedono si rafforza di più il legame con il popolo ebraico e le nostre tradizioni.... [interviene I.] Chissà perché poi. Io mi domando tante volte, perché Dio ci ha chiamati “popolo eletto”? eletto per che cosa?… eletto per soffrire!… per soffrire? Io vorrei rinunciare a questo privilegio e soffrire un po’ meno [scherza I., ridendo]”

Tripoli era stata, nei secoli passati una importante sede di studi religiosi, ancora nel 1880 si contavano nella città 11 yeshivot, anche se con il passare del tempo il loro numero e la loro importanza erano diminuiti. Sia per quanto riguarda la parte della comunità che era più tradizionalista, sia per quella parte che era più in contatto con la popolazione italiana, ed esposta alla sua influenza, tutta la comunità continuava a rappresentare un elemento importante della società tripolina. All’interno della città vecchia erano presenti molte sinagoghe, “una trentina circa, di cui tre piuttosto grandi, con piano superiore, ed interamente coperte47, che continuavano a rappresentare un punto centrale per la vita quotidiana della popolazione ebraica. “c’era allora solo un tempio al di fuori della hara, sempre nella Città Vecchia, e veniva chiamato “Slat el Franck”, intendendo per “franchi48” gli ebrei non strettamente tripolini. Non che ci fossero diversità di rito, o distinzioni sociali, ma la divisione era forse dovuta al fatto che i non tripolini abitavano per lo più al di fuori della hara, nel resto della Città vecchia o – sempre più spesso- nella città nuova: e così la Slat el Franck era la più vicina alle loro abitazioni49. La quasi totalità degli ebrei tripolini, strettamente sefarditi, anche tra quelli che si erano trasferiti nella città nuova, frequentava il tempio, specialmente per Shabbat e le altre feste più importanti.

Ecco come era nel racconto di R. la funzione al Tempio per le feste solenni:

nelle grandi solennità di Rosh ha-Shanah, Yom Kippur, Pesah, ecc. io andavo a pregare con mio padre alla “Sinagoga Verde”, nel cuore della Hara. Durante le funzioni era un canto per tutto il quartiere, data la vicinanza dei templi l’uno all’altro, ed anche a causa della gara fra i ragazzi, e magari alcuni non più tanto giovani, a chi alzava di più la voce, stonando spesso in malo modo. Mio padre aveva un bel ripetere loro: “non strillate, Dio non è sordo!” Ma nessuno se ne dava per inteso.”

La religiosità della comunità era molto alta, tanto che si diceva che spesso le sinagoghe avessero sempre un minyan dopo l’altro, sia per la preghiera del mattino che per quella della sera.

C. ricorda lo splendore che accompagnava lo Shabbat e che lo rendeva un giorno speciale e diverso dagli altri:

“mio padre era molto credente. Pregava tutte le mattine e osservava tutte le feste. Quando c’era una festa, ad esempio, era una festa vera e propria, non una cosa religiosa. Ad esempio, il venerdì sera, non posso descrivervi come era la tavola: i fiori, i candelabri, le preghiere… non tanto le preghiere, ma l’insieme. Mio padre recitava la preghiera, dava la benedizione a tutti e gli baciavamo la mano, ecco, era così.”

E prosegue:

“Molte credenze religiose erano belle, perché non erano fanatiche. Ad esempio, una delle cose più commoventi era quando c’era, come si chiama, la distruzione del Tempio. Again50, ecco. Per again, ad esempio, tutti digiunavano e a noi bambini compravano una quantità di perline, sapete, delle perle minuscole. Con tutte queste perline potevo fare un pesciolino. Era per raccogliere le ossa di tutti gli ebrei che erano stati uccisi, e che erano state sparpagliate.”51

C., essendo allora una bambina, conosceva solo la pratica della tradizione, ma non la teoria. Giocando con le perline, senza rendersene conto, rievocava le parole del libro di Ezechiele; come il profeta, C. riuniva le perline come le ossa degli ebrei.

La sinagoga non rappresentava solo un luogo di preghiera, ma anche un punto d’incontro, dopo il lavoro di sera. Al di fuori della città vecchia c’erano una decina di templi frequentati dalle famiglie che si erano trasferite nella città nuova. Racconta H. i suoi ricordi di bambino:

“il tempio in cui pregavano i miei nonni, ormai defunti, si trovava nel ghetto (“hara”) e noi abitavamo nei quartieri più moderni di Corso Sicilia. Il Sabato si andava pregare al tempio vicino a casa, ma per le grandi feste di Kippur, Capodanno ed altre ancora, era d’obbligo arrivare alla hara… per le mie piccole gambe erano troppi chilometri, e poi spesso a digiuno… anche per la festa di selihot andavamo alla hara nel mezzo della notte…”

Sempre H. ricorda vividamente i regali che il padre acquistava per lui e i suoi fratelli:

“per le feste di Kippur e Capodanno papà ci comprava nuove scarpe e vestiti, il ’60 fu l’anno degli acquisti all’ingrosso e a noi, quattro figli, mio padre comprò quattro paia di scarpe identiche, con suole alte, pesantissime, nessuno di noi osava lamentarsi né della misura più grande né del peso, per cui i viaggi da casa al Tempio nella hara, cinque chilometri, lo facevamo per due anni con quelle scarpe; più che una scarpa era una palla al piede, e noi tutti a trascinare quell’oggetto pesantissimo, che durante il digiuno di Kippur diveniva un vero e proprio lavoro.”

Anche V. ricorda che per occasioni particolari, come Kippur o Rosh ha-Shana, con la famiglia andava a pregare nella sinagoga della hara:

“il rito è totalmente diverso, i canti, la cantilena le preghiere, il Seder di Pasqua di rito tripolino sono molto diversi da quelli di rito italiano romano. Sono abituata fin da piccola a sentirlo in quel modo e non mi piace sentirne uno diverso. E’ bellissimo… anche perché mi riporta alla memoria i genitori che non ci sono più, i nonni… ricordi affettivi legati a queste preghiere.”

T. prova molta nostalgia per quelle che erano le feste vissute in Libia, i preparativi iniziavano con molto anticipo ed erano meticolosi:

“le feste me le ricordo molto bene, la mia nostalgia è per quelle feste… si sentiva l’aria del Capodanno già un mese prima, Pasqua anche un mese e mezzo prima, le pulizie che si facevano, si iniziavano a comperare nuove batterie di pentole, piatti nuovi, bicchieri di cristallo nuovi, le posate. Il quartiere ebraico era un fermento prima delle feste e la gente comperava di tutto, comperava cose nuove da usare per Pasqua e per poi usarle per tutto l’anno, e l’anno dopo le ricambiava nuovamente. Prima che ci fossero i frigoriferi, girava per il quartiere il venditore di carne fresca di agnello e i bambini gli correvano dietro e giocavano. Tutti erano molto felici; certo, c’era molta povertà, ma tutti si aiutavano l’un l’altro. Tutte le sinagoghe erano piene. Quell’aria non la dimenticherò mai.”

Interessante, per esempio, era la festa tradizionale per i matrimoni, che prevedeva una serie di feste che coinvolgevano molte persone; sempre T. racconta come si svolgevano:

“Il matrimonio a Tripoli iniziava sette giorni prima; la prima sera era usanza che i famigliari dello sposo andassero a casa della sposa, per cenare insieme. Facevano una festa piccola, solo per i famigliari più stretti, ma comunque erano sempre un centinaio di persone. Quella era l’apertura. Poi una sera facevano la festa delle donne; chiamavano tutte, parenti, amiche, vicine di casa… mangiavano, ballavano, cantavano e facevano festa alla sposa fino a tarda notte. Un’altra sera tingevano i capelli della sposa con la henna e facevano un’altra festa. Poi la sera del matrimonio si faceva una festa normale, come qui adesso. Purtroppo ormai questa tradizione si è persa.”

Anche nei ricordi di H. ci sono le descrizioni che la madre gli raccontava, da bambino, e che lo colpiscono per la loro forte suggestione emotiva:

“il quadro, descritto da mia madre, del matrimonio ebraico a Tripoli, è più che poetico: la sposa con le sue amiche, in riva al mare con i piedi a bagno, per lavare la lana del materasso degli sposi… il futuro sposo che arriva per portare da mangiare a tutte. Il rito della henna tre giorni prima del matrimonio vero e proprio. La sposa veniva portata in giro per la città in corteo con torce e candele e musicanti che inventavano canzoni con il suo nome, poi la tintura dei capelli, delle mani e dei piedi con la henna. Poi c’era la musica e tutte le ragazze da sposare in bella mostra, addobbate con vestiti e gioielli quasi sempre presi in prestito, e i ragazzi, per scegliere la futura sposa in mezzo a loro, mandavano un messo, che avrebbe consegnato una moneta di impegno alla ragazza. Se l’avesse accettata… era fatta!”

Però, come anticipato da T., questa era ormai una tradizione che si stava perdendo, anche perché, la situazione politica e il rapporto con gli arabi che si andava incrinando, rendevano sconvenienti delle manifestazioni e degli avvenimenti troppo espliciti. Già dopo gli anni ’40 L. racconta che:

“i matrimoni erano molto semplici, si faceva un piccolo rinfresco, per amici e parenti, a casa, oppure nelle sale del circolo Maccabi o di qualche albergo. Io per esempio ho fatto un ricevimento nella sala che c’era sopra il cinema Odeon”

Anche la tradizionale cerimonia della circoncisione aveva un rito particolare, con essenze e profumi; L. aggiunge:

“Anticamente c’era una bacinella con dentro della sabbia mischiata a dei profumi, fatti di fiori secchi macinati, principalmente chiodi di garofani macinati, si chiamava “psamim”, e dentro questa bacinella si metteva il prepuzio che veniva tagliato. Poi si disinfettava e il bambino in alcuni giorni guariva. Erano dei religiosi che per passione imparavano a farla… [interviene I.] ora viene fatta da un medico, ma ai nostri tempi, ai miei figli per esempio, l’ha fatta uno studioso, uno che si interessava di queste cose, ma non era un medico...”

2.2 Istruzione e lingua

Sotto il dominio dell’impero turco, in Libia, non vennero aperte scuole né imposte la lingua e la cultura dei turchi. Questi, pur essendo musulmani, non erano molto favorevoli alla popolazione indigena, per questo il paese si trovò per lunghi secoli in una sonnolenza culturale dovuta allo sfacelo interno ed alla corruzione dell’impero turco.

Negli ultimi decenni del 1800 la comunità ebraica si mosse per incrementare e modernizzare l’educazione, un andamento positivo che è continuato sotto il periodo coloniale italiano. Questo portò gli ebrei ad avere maggiori contatti esterni con non-ebrei, in particolare con gli italiani piuttosto che con i musulmani, anche perché da parte italiana si fece poco per promuovere l’educazione dei musulmani locali ed i musulmani, dal canto loro, erano poco ricettivi ad iniziative di questo genere. Col passare degli anni, questo atteggiamento dei musulmani verso l’istruzione non fece molti passi avanti, anzi: ricorda F. la situazione verso la fine degli anni ’50:

“nella scuola italiana c’erano dei ragazzi arabi o di origine araba, ricordo di un ragazzo egiziano in classe con me e una palestinese in classe con mia sorella più grande, però era una presenza molto limitata; non c’era uno scambio vero; considerato anche soltanto il numero della popolazione e il fatto che era una scuola italiana all’estero, avrebbe dovuto esserci almeno un terzo di arabi libici tra gli studenti e invece no! uno o due su tutta la scuola. In alternativa alla scuola italiana, ci sarebbe stata la scuola araba, dove però gli estranei non erano ben accetti.”

Quasi tutti i bambini maschi ebrei, durante il periodo italiano, frequentavano le scuole elementari, mentre per quanto riguarda le bambine la situazione è meno chiara. Generalmente l’educazione per le bambine era una combinazione di scuola tradizionale ebraica e scuola statale. Una grossa parte degli studenti frequentava la scuola “Pietro Verri”, che era situata all’interno delle mura della città vecchia, vicino al quartiere ebraico, un’altra parte degli studenti frequentava scuole appena fuori dalle mura cittadine, ad ovest. Queste scuole erano frequentate anche da italiani e musulmani in quanto, oltre alle lezioni, comprendevano visite cliniche e cure quotidiane per i bambini affetti da tracoma. Molti studenti ebrei le cui famiglie vivevano nella città nuova, frequentavano, misti con bambini italiani, la “Scuola Roma”, ad esempio A. che racconta di quel periodo:

“mi ricordo che quando frequentavo la Scuola Roma e facevo la quinta elementare, noi avevamo solo la domenica per il riposo settimanale, mentre i miei compagni che frequentavano la scuola ebraica ne avevano due, il sabato e la domenica. Quindi il sabato, tutti i miei compagni andavano a giocare al pallone ed io invece dovevo andare a scuola, e ne soffrivo moltissimo perché per me il gioco del calcio era la vita. Quindi, quando potevo, marinavo la scuola.”

mentre gli altri studenti erano sparsi in diverse scuole della città nuova. In queste scuole le classi erano miste, maschi e femmine, mentre nella “Pietro Verri” erano separate. Solo pochi bambini ricevevano solamente l’istruzione tradizionale in sinagoga, e pochi altri, anche se formalmente iscritti a scuola, non ricevevano nessun tipo di istruzione. In alcuni casi i bambini venivano mandati alla scuola tradizionale in sinagoga già all’età di quattro o cinque anni, perché c’era la convinzione che dovessero apprendere un’educazione religiosa di base prima di iniziare a frequentare le scuole italiane, dai sette, otto anni in poi. In ogni caso, man mano il governo italiano si stabilizzava nel tempo, era più frequente che i bambini frequentassero le scuole italiane di mattina e ricevessero l’istruzione religiosa di pomeriggio. Per gran parte del periodo coloniale non c’erano scuole separate per studenti ebrei, come invece accadeva per le scuole elementari, che quindi si trovavano a frequentare le lezioni con ragazzi italiani.

Nelle scuole, religiose e non, spesso i maestri si distinguevano per la loro durezza nei confronti degli alunni che commettevano delle mancanze gravi o che dimostravano poco impegno nello studio; questo rigore non solo si limitava a percosse, bastonate o, addirittura, i ceppi, detti fälka, falàka in arabo, un attrezzo che bloccava i piedi scalzi del bambino in modo tale che il maestro potesse bastonargli le piante nude dei piedi52; ma anche con insulti, il maestro lo svergognava dinnanzi ai suoi discepoli, dandogli dello scimunito (tippésh) e dell’empio (rashà´)53.

Questo è il ricordo della scuola ebraica pomeridiana frequentata da A.; egli già mal frequentava le lezioni del rabbino perché:

“pretendeva che noi [A. e suo fratello G.] andassimo a lezione anche la domenica che era l’unico giorno di riposo della settimana, dato che frequentavamo la scuola statale e non quella ebraica”

ma vedere il fratello vittima di violenze lo sconvolge a tal punto da procurargli una violenta reazione:

“un lunedì, mio fratello G. uscì di casa prima di me per andare a prendere quelle lezioni di ebraico, ed io lo raggiunsi un po'’ più tardi, quando arrivai alla sinagoga sentii mio fratello piangere, entrando lo vidi che era trattenuto da due ragazzi e che il rabbino teneva nella sua mano un ramo di palma di datteri secco e con quello picchiava mio fratello sulle piante dei piedi… quando vidi quella scena e come protagonista mio fratello, non ragionai più e imitando forse quei cow-boys che vedevo al cinema, mi scagliai contro il rabbino colpendolo duramente al viso e contro quei due ragazzi colpendoli ripetutamente, mi fermai solo quando vidi scorrere il loro sangue dai loro musi, liberai mio fratello e scappammo di corsa verso casa per non tornare mai più in quella scuola, se così si poteva chiamare.”

anche il maestro della scola statale, comunque, non era da meno in fatto di violenza:

“il maestro mi picchiava con il pugno della mano sporgendo le ossa del dito medio e mi picchiava da farmi molto male.”

Anche H., nonostante sia nato nel 1955, come A., nato nel ’22, ha gli stessi tristi ricordi sulle violenze perpetrate dal rabbino, nella scuola tradizionale pomeridiana; una generazione di differenza non era stata capace di modificare i metodi di insegnamento:

“alla scuola ebraica del pomeriggio, si usava picchiare i bambini con una bacchetta di legno sulla mano… ma quel maestro aveva ecceduto col suo sadismo nei miei confronti. Picchiava e sorrideva… mio fratello K., che stava in classe con me, si alzò dall’ultimo banco e prese a pugni il maestro fino a stenderlo. Il preside della scuola prese il seguente provvedimento: K. fu portato dalla seconda classe alla quarta, in cui insegnava il rabbino H., il più severo… naturalmente la promozione in quarta aveva stimolato l’immaginazione di tanti… ma in quella scuola l’alunno si faceva ben volere portando una bacchetta di faggio al maestro… alcuni bambini partecipavano alle pene tenendo ferme le gambe dei ragazzi da picchiare sotto i piedi… tutto ciò avveniva in pubblico per intimidire tutti. C’era comunque una discriminazione, i maestri picchiavano di più i bambini poveri e mai avrebbero picchiato sotto i piedi un bambino delle famiglie bene… me compreso.”

Alla vigilia dell’occupazione italiana, la popolazione scolastica tripolina (esclusi coloro che frequentavano scuole religiose, sia musulmane, sia ebraiche) era composta da circa 3400 bambini, divisi tra le scuole turche, quelle italiane, quelle gestite dai Francescani e gli istituti dell’Alliance Israélite Universelle, che aveva aperto a Tripoli la sua prima scuola nel 1890. Subito dopo l’occupazione, invece, la popolazione scolastica era diminuita di circa 1800 unità; viste le circostanze molti turchi, fino ad allora popolazione dominante, avevano abbandonato il paese. Tra i bambini rimasti, invece, era grande la sproporzione tra ebrei ed arabi, questi ultimi infatti erano poco più di un quarto rispetto ai bambini ebrei (811 contro 259)54.

Questo era dovuto sia allo spirito di iniziativa e al carattere intraprendente degli ebrei, ma anche al fatto che i musulmani preferivano far frequentare ai propri figli quasi esclusivamente la scuola coranica.

Fin dai tempi della dominazione turca, gli studenti ebrei erano stati autorizzati ad avere come giorno di riposo il sabato. Con l’arrivo degli italiani, invece, fu introdotta la domenica come giorno di riposo; la sovrintendenza scolastica, per risolvere la questione, introdusse quindi due giorni di vacanza: per gli studenti delle scuole della città vecchia, a maggioranza ebraica, il sabato e la domenica; per le scuole della città nuova, il giovedì e la domenica55. La cosa non aveva procurato molti disagi perché, nei primi anni di occupazione, la maggioranza della popolazione scolastica era ebraica; col passare del tempo, però aumentò sia il numero degli studenti italiani sia quello di studenti ebrei che vivevano nella città nuova, quindi questa soluzione iniziò a presentare degli svantaggi, soprattutto nelle scuole medie, meno numerose e quindi più miste. Fino all’anno scolastico 31-32 agli studenti ebrei era stato concesso l’esonero per il sabato; dall’anno successivo, la sovrintendenza scolastica aveva disposto l’obbligatorietà della frequenza durante il sabato56. Questa decisione, presa con l’intento di favorire l’interazione degli studenti ebrei, era stata argomentata con tre punti: il primo era che anche in madrepatria (cioè in Italia) gli studenti ebrei frequentavano la scuola anche il sabato; il secondo punto era che concedere due giorni di vacanza la settimana avrebbe compromesso il regolare svolgimento del programma scolastico ed, infine, vi era già un gran numero di studenti ebrei tripolini che frequentava la scuola di sabato.

Questo provvedimento provocò diverse reazioni all’interno della comunità tripolina: gli elementi più tradizionalisti protestarono con veemenza, dimostrando contro quegli studenti che frequentavano la scuola durante il sabato, inducendo i loro genitori a ritirarli, ed arrivando al punto di dichiarare di non considerare più ebrei coloro che si sarebbero attenuti alle disposizioni del governo. La commissione amministratrice della comunità, con la parte più modernista, nonostante comprendesse la gravità del provvedimento e conscia dell’inutilità di un contrasto con l’amministrazione coloniale, cercava un compromesso: sì uniformarsi alle nuove disposizioni, però con la dispensa dallo scrivere durante il sabato e, a partire dall’anno scolastico successivo, la creazione di scuole medie (o almeno di sezioni all’interno delle scuole già esistenti) esclusivamente ebraiche, nelle quali fosse rispettato il sabato57. Anche in Italia giunsero gli echi della protesta e qualche rabbino prese posizione, condannando il provvedimento, nonostante in Italia, già da settant’anni, gli alunni ebrei frequentassero la scuola anche di sabato. Questi malumori erano anche dovuti al fatto che molti vedevano in tutto ciò una politica discriminatoria nei confronti della popolazione ebraica e un trattamento di favore verso la popolazione musulmana, con un processo di assimilazione forzata dei primi e una tutela dei diritti religiosi per i secondi. Tutti questi attacchi e accuse all’amministrazione coloniale ebbero un effetto deleterio; mentre prima questa era propensa ad un’eventuale istituzione di sezioni speciali per gli studenti ebrei, in seguito a queste accuse, divenne più intransigente58.

La situazione rimase immutata fino al 1938, quando con l’introduzione delle leggi razziali, venne preclusa alla popolazione ebraica l’accesso alla scuola pubblica. Per questo motivo, sempre nel 1938, fu istituita una scuola superiore ebraica con professori ebrei provenienti dall’Italia, dove, proprio a causa delle leggi razziali, non erano più autorizzati ad insegnare. Dal ’40 circa fino al ’44, a causa della guerra, le scuole rimasero chiuse, T. (nato nel ’34) racconta che, essendo scoppiata la guerra, non poté andare a scuola:

“ho iniziato a frequentare la scuola [italiana], la prima elementare, nel ’44, quando avevo già nove anni. Sono arrivato solo alle scuole medie al massimo, perché ero gia grande e ho dovuto cominciare a lavorare. Però prima, quando avevo cinque o sei anni, frequentavo la scuola della sinagoga, dove ho imparato l’ebraico”

La guerra penalizzò molto i bambini ebrei, impedendogli di ricevere un’istruzione adeguata. Questo rammarico lo ritroviamo nelle parole di L.:

“La nostra generazione, la mia e la tua [parla con I.], è stata rovinata dalla guerra, abbiamo perso molti anni di studio per questo. In Tunisia invece erano più istruiti, forse perché essendo una colonia francese erano più... avanti.”

Negli anni in cui la Libia era sotto il controllo dell’amministrazione militare britannica, questa non diede nessun tipo di finanziamento alle scuole ebraiche, che quindi non poterono più continuare la loro attività per mancanza di fondi. Gli inglesi avevano caldamente consigliato agi ebrei di mandare i loro figli nelle scuole arabe, ma T. ci dice che le cose andarono diversamente:

“il 98% dei bambini ebrei frequentava la scuola italiana; praticamente tutti andavano là”

e questo avvenne non soltanto per una questione religiosa, ma anche perché tradizionalmente gli ebrei preferivano un’istruzione di tipo italiano, o quanto meno europeo.

A differenza degli altri bambini ebrei e di suo fratello F., i quali frequentavano la scuola italiana, V., mandata dal padre, frequentò una scuola araba; una scelta molto previdente che però comportava il rischio di perdere degli anni scolastici:

“vivendo e lavorando in un paese arabo, ed essendo obbligati ad avere rapporti con loro, mio padre pensava che sarebbe stato logico ed opportuno imparare bene l’arabo, ma nelle scuole [italiane a Tripoli] l’insegnamento di arabo era all’acqua di rose; ora, vivendo in un paese arabo era corretto, era molto corretto, sapere la lingua del posto, [aggiunge sorridendo] la lingua del nemico. Io ho terminato i quattro anni di elementari, ho finito la quarta a giugno e ho saltato la quinta a settembre per iscrivermi alla prima elementare in arabo, a quel punto era molto semplice per me ripetere.”

Frequentare la scuola araba, per V., era dunque solo un’occasione per imparare la lingua, infatti, parallelamente alle elementari, V. seguiva delle lezioni private che, all’arrivo in Italia, le permisero di seguire il normale corso scolastico senza perdere nessun anno. Tutti questi impegni però le occupavano molto tempo, non lasciandole la possibilità di stringere rapporti con i suoi compagni di classe.

“io stavo rifacendo le elementari, e contemporaneamente frequentavo le scuole medie privatamente, pertanto è chiaro che la mia preparazione fosse leggermente superiore al resto della classe; anche se dovevo imparare l’arabo, però a quel punto non c’erano problemi sulle altre materie, era solo una questione di lingua. Dovevo studiare anche il Corano, scritto in una lingua pura al cento per cento, all’epoca lo sapevo leggere molto scorrevolmente. Non avevo il tempo di respirare: la mattina andavo alla scuola araba, tornavo a casa e andavo a ripetizioni dove mi preparavano per la scuola media, poi, nell’intervallo tra le due cose, studiavo o per l’una o per l’altra. Nel ’67, a giugno quando siamo arrivati in Italia, non ho potuto fare niente; a settembre mi hanno fatto fare gli esami privati di seconda media per poter andare in terza, avendoli superati sono andata avanti senza perdere niente.”

Questa alta frequenza della scuola italiana fece sì che la lingua più diffusa all’interno della comunità ebraica, specialmente dagli anni ’50 in poi, fosse l’italiano, come testimonia V.:

“In casa con i genitori parlavamo sempre italiano, tra di loro mio padre e mia madre parlavano in arabo per non farsi capire da noi figli, ma dopo che io ho iniziato a frequentare la scuola araba, non lo facevano più, perché ormai li capivo.”

Il racconto di L. conferma:

“a casa nostra si parlava solo italiano, non parlavamo arabo, sì… le vecchie generazioni parlavano arabo, ma noi che eravamo la nuova preferivamo l’italiano, abbiamo fatto anche le scuole italiane.”

Che l’italiano fosse sempre più diffuso nelle famiglie ebree, ma anche nella città, lo dimostra anche T.:

“In casa parlavamo il nostro dialetto arabo, non era proprio libico ma aveva anche parole turche o italiane, per il commercio parlavo in arabo e poi l’italiano, perché era la lingua che si parlava al cinema, al ristorante, al casino, al circolo… con mia moglie si finiva per parlare metà arabo e metà italiano. I miei figli purtroppo oggi non parlano la nostra lingua, la capiscono, ma non la parlano. E’ stato uno sbaglio nostro, ma con loro parlavamo sempre in italiano. Molti ebrei parlavano solo in italiano anche in casa.”

E poi aggiunge:

“C’era un quartiere tutto arabo, abitanti, negozi, gente; poi c’era il quartiere degli europei, diciamo, c’erano anche americani e inglesi, ma tutti parlavano italiano. Non era obbligatorio parlare l’italiano o l’arabo, però l’italiano lo parlavano in molti. In ogni quartiere era un mondo a parte. C’erano arabi che lavoravano nelle banche, anche loro vestivano all’europea e parlavano in italiano.”

2.3 Vita sociale e rapporti con le altre comunità

Nuove forme di intrattenimento, non legate alla religione, iniziarono a diffondersi con il tempo, ad esempio c’erano dei cinema. Questo è il ricordo di H.:

“a Tripoli si andava al cinema il sabato pomeriggio e si incontravano tutti gli amici… alcuni religiosi acquistavano il biglietto il giorno prima. I film erano di avventura o a lieto fine, noi bambini nei finali applaudivamo sostenendo Sansone, Ursus, Spartacus e tutti gli eroi di allora. Quasi sempre vedevamo il film due volte di seguito.”

Anche per A. il cinema era un’ottima occasione di svago da non perdere, ma dato che

“quando avevo circa dieci anni [nel ‘32] a Tripoli regnava la miseria”

era difficile poterselo permettere. Ecco A. mentre racconta come ogni volta trovasse un modo per procurarsi i soldi:

“a quei tempi, al mio amico N., figlio di un facoltoso commerciante, consigliavo di sottrarre da casa sua un paio di scarpe che poi vendevamo al Souk. Dopo quest’operazione, il nostro divertimento domenicale era assicurato. Il furto di scarpe era prerogativa solo di N. perché apparteneva ad una famiglia numerosa, io non potevo farlo perché non potevo togliere le scarpe a mio padre o ai miei fratelli perché li avrei lasciati scalzi, poiché non ne avevano altre.”

Naturalmente le scarpe dell’amico N. erano destinate a finire, per questo A. cercava sempre nuovi metodi per procurarsi soldi:

“il padre di N. aveva un gran deposito di prodotti alimentari, questa fu la nostra successiva fonte di sostegno; certo era impossibile trafugare dal deposito un sacco di farina o di zucchero. Quando N. mi descrisse la merce che il padre vendeva, trovai un solo articolo facile da portar via senza farsi accorgere, le cartine per le sigarette in scatole da 5oo grammi. L’operazione riusciva facilmente d’inverno perché nascondeva il pacco sotto il cappotto ed era fatta, lo si vendeva subito ad un piccolo negoziante arabo per qualche soldo in meno e tutto si risolveva.”

Ma anche questo nuovo sistema aveva i suoi svantaggi, quindi bisognava trovare altri mezzi per procurarsi il denaro, anche con metodi più diretti e sfacciati. Prosegue A.:

“Però questa risorsa era solo stagionale perché quando faceva caldo il mio amico non poteva andare nel negozio del padre con il cappotto, dunque far uscire quel pacco, anche se piccolo, era difficile; quindi non sempre si riusciva a risolvere il nostro problema, ma io non mi rassegnavo a passare una domenica in casa…allora mi rivolgevo ad un altro amico, questi andava nella merceria del padre e sottraeva dalla cassa quelle cinque lire d’argento e così anche quella domenica la passavamo bene. Purtroppo non sempre si riusciva ad avere quei soldi, allora mi fermavo vicino al botteghino ed aspettavo dei ragazzi ebrei analfabeti e gli proponevo di fare l’interprete perché a quei tempi i film erano muti con i sottotitoli in italiano. Questi mi pagavano il biglietto d’ingresso ed io, per tutta la serata, traducevo. Non sempre trovavo quei clienti e allora entravo al cinema da dietro, mi infilavo dietro le impalcature dello schermo e mi arrampicavo per poter vedere il film, qualche volta il guardiano mi sorprendeva e prendevo le solite botte, ma non mi sono mai rassegnato a passare una domenica a casa.”

Oltre al cinema, Tripoli era una città molto viva rispetto al resto del paese, c’erano delle associazioni sportive, come il Maccabi (fu chiuso nel 1941 con l’accusa di attività sovversiva59, ma venne riaperto nel 1944), degli impianti balneari, una filodrammatica, un casinò e dei circoli ricreativi, L. e I. ricordano insieme le attività che vi si svolgevano:

“c’erano due circoli ricreativi, uno era il Ben Yehuda, che era stato fondato da mio zio [zio di L. e cognato di I.] che era sionista; in questo circolo si parlava in ebraico, ma tutto di nascosto perché era fuorilegge, tutto questo prima della guerra. Poi c’era il circolo più mondano, che era il Maccabi, dove ci si trovava per ballare, c’erano delle recite e si facevano feste di matrimonio, chi era socio poteva giocare anche a bridge o a canasta. Avevamo una bellissima spiaggia… l’unica cosa che rimpiango. Mare pulito, un’acqua così limpida non l’ho mai più rivista. Alla spiaggia ci si poteva andare a piedi. Anche il lungomare, fatto da Mussolini era stupendo, lungo chilometri, con le palme.”

e I. aggiunge :

“era una cosa meravigliosa, che ricordo con tristezza. Nonostante tutto, noi lì vivevamo bene, oggi me ne rendo conto di che vita privilegiata facevamo, anche se non era ricca, però era un altro mondo… allora si viveva!”

Anche T. ricorda come Tripoli fosse piena di vita:

“c’era il ben di Dio! C’era più che in Italia, avevamo la nostra spiaggia, i nostri circoli, le nostre scuole, si viveva benissimo”

Naturalmente vi erano anche altri tipi di “divertimenti” e “svaghi”, comuni all’epoca di A., ma che ritroveremo anche nei racconti di H., nato nel ’55.

Racconta A.:

“gli uomini, anche se fidanzati, andavano a sfogarsi alla Pensione “Lidia” o dalla “Lisetta”. Queste due erano case di lusso, quindi potevano essere frequentate solo da gente che poteva pagare. I meno ricchi andavano in via Ippolito Nievo. Per i militari ed i poverelli c’era Zenghet Bu Ras e Si Omran. Io in questi posti non ci andavo mai. I primi erano cari per le mie tasche ed i secondi molto popolari, offrivano solo scarti umani.”

Ed ecco invece i ricordi di H.:

“le donne arabe sono sempre state sottomesse, e l’uscire di casa rappresentava un vero problema, bisognava quindi avere una legittimazione ad uscire secondo i criteri musulmani. Ma una donna che va dalla sarta, donna anch’essa, era ammesso. Sennonché la sarta signora T., pur avendo macchine da cucire, in casa sua ospitava una vera e propria casa di appuntamenti di alto stile. Gli uomini accedevano da una porta e le donne da un’altra, in tempi differenti senza destare sospetto, anche perché alla fine di una serie di appuntamenti il vestito veniva veramente fatto e consegnato. Una certa F., giovane signora araba, andava lì per guadagnarsi i soldi per cucire il vestito e si dava ai ricchi signori, a quanto appare ebrei, e non arabi, i quali non avrebbero mai ammesso che una donna araba giacesse con un ebreo. Povertà e piacere facevano il resto… ma un giorno il sospetto su T. si fece insistente, per cui si volatilizzò salvandosi da una sicura brutta fine. Come in tutte le lingue, anche nel gergo arabo vi erano più parole per dire “fare l’amore” con una donna… mi viene in mente che era in uso la parola cucire (haiiat) per intendere ciò, forse T. era all’origine di questo vocabolo…”

Molti ebrei affermavano che i rapporti con la comunità musulmana, sotto il dominio italiano, erano buoni, o quanto meno corretti; ma questa era solo un’analisi superficiale di una situazione che, in profondità, era molto più complessa. Ad esempio, sempre riferito alle case di appuntamento, H. commenta:

“non v’era nulla di più grave di far prostituire una donna araba sposata con un uomo ebreo.”

dalle parole di H. traspare l’atteggiamento dei musulmani riguardo la prostituzione: l’atto del prostituirsi non sembrava essere così grave, così riprovevole, quanto con chi veniva praticato; come se la prostituzione con uomini arabi fosse “tollerata” mentre la frequentazione di un uomo ebreo rappresentava una sfida, un oltraggio o un “disonore” per la donna araba stessa?

Anche nel racconto di A. si ritrova una situazione simile, questa volta, però rovesciata, affrontata dal punto di vista della comunità ebraica:

“Le ragazze ebree erano inavvicinabili, mentre le cristiane erano alla portata di mano. Sarò più chiaro, le ragazze o le donne ebree andavano con i cristiani, quindi la loro reputazione era salva, se facevano tutto di nascosto. Queste cose io le sapevo ed era per questa ragione che io andavo sempre con delle ragazze cristiane, con loro non c’era il pericolo del matrimonio perché ogni ragazza preferiva sposarsi con uno della stessa religione, sembrava una regola fissa.”

In ogni caso, matrimoni misti tra le varie comunità erano eccezionali, se non rarissimi, anche tra la comunità ebraica e gli italiani; racconta D.:

“mentre poteva capitare di imbattersi in un matrimonio tra donna ebrea e uomo italiano [cristiano], era più difficile, se non impossibile, trovare un matrimonio tra uomo ebreo e donna italiana [cristiana], la famiglia di origine della donna bloccava ogni tentativo di unione. Era quasi naturale, tra l’altro, che i figli nati da questo tipo di unione fossero educati secondo la dottrina cattolica. Mia zia era sposata con un italiano fascista; quando il marito fu imprigionato in un campo di concentramento inglese, questi diede delle severe disposizioni sull’educazione cattolica della figlia; nonostante la lontananza dell’uomo, mia zia (ebrea osservante) rispettò le disposizioni del marito.”

Anche H. conferma questa chiusura della comunità nei confronti del matrimonio con persone non ebree, in questo caso una donna ebrea, sposata con un arabo:

“quando una donna ebrea sposava un uomo arabo, veniva completamene rinnegata dalla famiglia, e lei stessa sfuggiva completamente e completamente veniva offuscata. Mi è capitato alcuni mesi fa che mi ha chiamato un ragazzo di nome N. dicendo che era figlio di madre ebrea, che sua madre stava molto male e che avrebbe voluto rincontrare i suoi parenti. Io ho provato a mettermi in contatto con i parenti, ma questi hanno negato; addirittura i genitori non gli avevano detto di questo fatto. Io ho ricostruito la storia tramite mio padre: i genitori avevano dimenticato, cancellato l’esistenza di questa figlia, di questa sorella. Una storia molto triste”

Nella migliore delle ipotesi i rapporti tra comunità ebraica e musulmana erano corretti, anche se per la maggioranza dei casi, questi erano esclusivamente di lavoro. A livello sociale od umano non vi era una particolare interazione tra le varie comunità, la araba, l’ebraica e l’italiana.

Sotto il periodo italiano fascista i rapporti tra italiani ed ebrei erano abbastanza tesi, perché, come ci dice L.:

“mi ricordo che da piccola mi dicevano che tra gli italiani fascisti c’era molto fanatismo, che nei bar c’erano cartelli con scritto “non sono graditi ebrei e cani”… [I. aggiunge] poi ci hanno chiuso le scuole e dovevamo andare a quella del ghetto, la “Pietro Verri”, hanno licenziato gli impiegati ebrei del municipio…”

T. conferma la durezza della vita sotto il governo fascista:

“Il rapporto con i fascisti è stato terribile, hanno preso molti ebrei e li hanno portati ai lavori forzati,c’era una forte discriminazione, non si poteva ad esempio fare l’avvocato, era vietato.”

A causa della durezza delle leggi razziali del ’38, vi era sempre un senso di superiorità da parte italiana nei loro rapporti con gli indigeni, considerati inferiori e arretrati, e questo sentimento negativo veniva ricambiato dai musulmani che vedevano negli italiani i colonizzatori e oppressori. Naturalmente vi erano delle eccezioni; racconta D. di un amico fascista:

“avevamo un amico di famiglia, italiano e fascista; ogni tanto mentre parlava, insultava gli ebrei, accusandoli di tutto; quando allora gli chiedevamo perché mai continuasse a frequentarci, visto che anche noi eravamo ebrei, ci rispondeva che noi eravamo sì ebrei, ma diversi dagli altri…”

Terminato il periodo fascista, sotto l’amministrazione militare britannica prima, e sotto la Libia come stato indipendente poi, i rapporti tra ebrei e comunità italiana migliorarono; in particolar modo sotto il governo libico indipendente, quando le due comunità subirono le stesse discriminazioni da parte del governo arabo: I. racconta a tal proposito:

“le varie minoranze erano tutte in ottimi rapporti tra di loro, non c’era antagonismo. Gli italiani che c’erano in Libia erano soprattutto veneti, che erano stati mandati come agricoltori, e siciliani o meridionali, che erano i professionisti, medici, avvocati, gli intellettuali e le autorità… avevamo molti amici tra gli italiani, il nostro medico era italiano, si chiamava M., una persona simpaticissima … [L. precisa] sì, avevamo molti contatti con gli italiani. I rapporti di allora, però, si sono persi. Noi siamo venuti via nel ’67, loro rimasero fino al ’70, e poi una volta arrivati qua, loro avevano già un lavoro eccetera, non hanno avuto i problemi che abbiamo avuto noi. Loro poi erano stati più previdenti e mandavano fuori i soldi che guadagnavano, perché loro, rispetto a noi, potevano viaggiare, poi avevano avuto un risarcimento. Anche per loro è stato un trauma dover lasciare la Libia. Ma anche per la Libia è stato un trauma; quando siamo partiti noi, aveva perso i commercianti, con gli italiani erano partiti i tecnici, gli avvocati, i medici e i professionisti, e la Libia si è ritrovata per terra, tanto che poi ha dovuto richiamare dall’Italia dei nuovi tecnici, ma non quelli che aveva espulso, quelli che erano arrivati ai tempi del fascismo, ne ha chiamati degli altri, perché quelli che ha espulso non li lasciava più entrare.”

Il racconto di T. conferma che i rapporti con a comunità i italiana erano migliorati, però:

“Anche se ci frequentavamo, noi andavamo ai loro circoli, loro venivano ai nostri, uscivamo insieme… comunque ognuno aveva la propria religione…”

Per quanto riguarda, invece, il rapporto con gli arabi, scontri fisici erano all’ordine del giorno, soprattutto da parte di giovani musulmani che aspettavano le loro vittime di ritorno da scuola. Attacchi del genere sembravano essere diventati un’espressione quasi istituzionalizzata dell’ostile-pacifica convivenza che legava le due comunità.

Racconta V., che da bambina aveva frequentato la scuola elementare araba, di un episodio particolare all’interno della scuola:

“quando frequentavo la prima elementare in arabo, a dieci anni, mio padre, mi aveva “indottrinato” affinché io dicessi a tutti che ero ebrea, cioè di non nascondermi. Per cui al primo anno me lo chiedevano sempre, anche perché ero un “viso pallido” rispetto a loro, e io rispondevo correttamente. Ad un certo punto dell’anno scolastico, avevano organizzato una manifestazione, guarda caso contro gli ebrei, ed era una manifestazione organizzata e preparata, addirittura le prove generali venivano fatte dentro il cortile della mia scuola, con urla, canti e strepiti contro gli ebrei. Io avevo detto a casa della situazione, ma siccome non andavo volentieri a scuola, non fui creduta, e quel giorno mi mandarono lo stesso. Quel mattino scoppiò la manifestazione, molto violenta, con incendi e saccheggi di negozi; i miei genitori erano molto preoccupati per me, per questo mia madre mi venne a prendere. Quando siamo uscite, mi hanno riconosciuto come ebrea e hanno iniziato a lanciarci delle pietre addosso; tra la gente c’era una ragazza, che come me frequentava lezioni di danza classica al Circolo Italia, grazie a lei che ha fece un po’ da muro, riuscimmo a passare quasi illese, solo una pietra mi colpì in faccia.”

Non erano rare le volte che gruppi di giovani ebrei e giovani arabi si incontrassero fuori dalle mura della città vecchia, il sabato pomeriggio, per iniziare una guerriglia di lanci di sassi.

Racconta H.:

“tra bambini arabi ed ebrei ormai si era instaurata un’intolleranza che sfociava spesso, anzi spessissimo, in vie di fatto. Nel mio caso, un giorno sì e uno no mi dovevo difendere da aggressioni di bambini più o meno coetanei. La tattica era sempre uguale, un gruppo di bambini arabi si avvicinava e mi chiedeva : “tfakkar naretta?”, “ti ricordi quel giorno?”; come dire: ti ricordi quel giorno che affronto ci hai fatto? Siamo qui per punirti… non li avevo mai visti prima. Eppure osavano stupidamente esordire sempre con questa frase che per noi, ormai, era l’avviso di fuga o difesa. La mia reazione era immediata a seconda dei casi, se ritenevo di essere all’altezza della minaccia, partivo con il primo pugno e giù di seguito, per poi fuggire, in quanto intorno si avvicinava la gente, “arabi”, e l’aria si sarebbe fatta pesante. Seconda reazione, la più consueta, fuga immediata a razzo, a zigzag tra i palazzi della zona, con i miei nascondigli dietro il negozio del fornaio…”

Sempre H. racconta:

“una volta fummo aggrediti io, V. e S. da una banda di una decina di arabi, proprio vicino al loro portone, ed io con fare protettivo spinsi i miei amici dentro il portone e rimasi fuori ad affrontare la banda… credo di aver malmenato uno di loro in modo così disperato che il resto della banda si ritirò. Era sempre così: se mostravi coraggio si mettevano paura; quella volta fui molto fiero.”

Questo amico V. non era però sempre così fortunato, sua madre L. infatti racconta:

“A uno dei miei figli dicevano sempre: “ecco il rosso, diamogli addosso!” perché aveva i capelli rossi, e lo picchiavano di santa ragione, era un po’ in carne, era un po’ rotondetto e lui ne faceva un complesso, perché lo picchiavano continuamente.”

Le ostilità però non erano limitate a rappresaglie tra ragazzini al ritorno da scuola, spesso anche le donne, sia sole che in compagnia, potevano essere vittime di molestie, a cui non c’era via d’uscita se non la fuga. V. racconta come fosse difficile anche solo passeggiare per il centro:

“Oltre all’episodio della scuola, se noi donne camminavamo per strada, ti toccavano, si strusciavano addosso e non potevi fare niente, non si poteva neanche dire niente, altrimenti si veniva circondate e ti sputavano anche addosso, era una situazione pesante”

Anche L. ricorda un episodio particolare

“Andavo, con la macchina, a trovare la nonna che abitava nella città vecchia. Parcheggiavo la macchina lì in piazzetta e poi stavo da mia nonna un’ora. Quando tornavo, trovavo la macchina coperta da questi ragazzini arabi, sembrava una caramella, al sole, ricoperta di mosche. Non mi lasciavano più entrare e gridavano “al-yahudiya al-yahudiya” e tiravano pietre, perché una donna che guida lì era uno scandalo. I loro padri, stavano lì seduti per terra a guardare i ragazzini fare queste cose e sorridevano sotto i baffi e sghignazzavano, nessuno si muoveva a dir loro qualche cosa. Ed io stavo lì, aspettavo che finisse. Non avevo il coraggio di dire niente, questi bambini che distruggevano la macchina… i loro che guardavano… dopo un po’ di tempo non sono più andata.”

Anche I. è d’accordo sul fatto che la situazione stava diventando insostenibile, in particolar modo per le donne, addirittura:

“i poliziotti stessi, se li chiamavi perché qualcuno ti molestava, loro stessi ti molestavano.”

Sulla scia dei ricordi, le storie e i racconti di I. e L. si intrecciano:

“Si cercava sempre di portare fuori qualcosa, per avere scorte in previsione di qualcosa che avrebbe potuto succedere... [qui è L. che prende la parola] Si questa era una paura che avevamo da sempre. Mi ricordo che quando ero piccola, mia nonna, quando sentiva qualcuno gridare per la strada, si spaventava, “ah, gli arabi!” diceva, perché lei si ricordava la guerra della Turchia. Perciò, questa cosa degli arabi, dei musulmani c’è sempre stata, era una costante… [I. riprende il racconto] Anch’io ricordo che una volta,nel ’37, andai a trovare mia sorella che abitava in un quartiere misto. Passando, quel giorno incrociai delle ragazzette arabe che canticchiavano una canzoncina antiebraica (in italiano non fa rima, ma in arabo sì) che diceva “vita vita agli arabi, morte morte agli ebrei”. Le rivedo qui, davanti a me queste quattro ragazzette arabe, avranno avuto 6 o 7 anni, come me. Già da allora era così, era il ‘37”. Eppure c’erano dei rapporti di amicizia con gli arabi; non con tutti, ma c’erano … sì c’erano, ma erano con quelli un pochino… perbene, con un livello di istruzione [le fa eco L.] …quelli con cui si lavorava… sì però, nei loro cuori… non potevi mai sapere cosa c’era nei loro cuori, poteva esserci un rapporto di amicizia superficiale, di lavoro, o di interessi, ma non è che ci amavano… [riprende I.] …è vero, né affetto né stima… io avevo una amica libanese, era di religione cattolica, però lei faceva capire agli arabi che abitavano nel suo circondario che era musulmana. Quando successe questa cosa del ’67, lei voleva aiutarmi, poverina, ma aveva paura di loro. Mi parlava così… a gesti, “non posso” mi faceva, “non posso. Questi mi ammazzano se sanno che ti ho aiutato!” eravamo sempre stati odiati… il furore loro era una cosa spaventosa, un furore omicida, nel ’45 hanno ammazzato decine e decine di persone, e ferite migliaia tra quelli del ghetto. Nel ’48 invece questo non si è ripetuto perché si erano preparati un po’ per difendersi. [ora è L. che prende la parola] Per non parlare della nostra vita quotidiana nei tempi di pace, diciamo pace per modo di dire; noi ragazze non potevamo passare per la strada senza essere molestate, un molestare continuo, una ragazza che guidava la macchina veniva chiamata con termini proprio… che non le dico. E poi se qualcuno si ribellava, veniva denunciato perché dovevi subire le violenze… [rivolgendosi a I.] ricordi R. D.? una mia amica; è stata molestata in malo modo per strada da un giovanotto, lei si è ribellata e questo è andato a denunciarla! E in Questura hanno dato ragione a lui. [ I. aggiunge] C’era il quartiere Città Giardino sul lungomare, dopo il centro, ed era un quartiere di villette e palazzine. Noi eravamo andati ad abitare in una di quelle villette e questa casa era circondata da altri edifici, più o meno tutti sedi di Ambasciate e Consolati, c’era anche la residenza ufficiale del Primo Ministro arabo e io stavo in mezzo a tutti questi. Io in casa mia subivo continuamente gli attacchi dei figli dell’Ambasciatore saudita; erano due ragazzetti di otto o dieci anni che non smettevano di buttarmi bottiglie vuote dal loro giardino dentro la mia cucina. Io, il pomeriggio, non potevo uscire da casa mia con i miei bambini che avevano dodici, otto e sette anni per andare giù al centro, perché lì era una zona residenziale. E chi è che più molestava me e mia figlia? Erano i poliziotti che facevano guardia a queste varie residenze, a queste ambasciate. Non dicevano niente a questi ragazzini che entravano nel nostro giardino e rubavano i giochi e le biciclette ai miei bambini. Alla fine siamo dovuti andare via da là, perché era impossibile vivere. Siamo andati a vivere in un appartamento al centro… sì, però non c’era una zona dove eri sicura…[le dice L.] …sì ma se non altro, non eravamo in una casa dove la gente ti poteva entrare dalle finestre; dividevamo la palazzina con una famiglia greca molto per bene.

Nonostante questi rapporti tesi tra i membri delle due comunità, vi erano anche casi di amicizia tra bambini ebrei ed arabi, generalmente fra singoli individui e non tra gruppi, e possibilmente non troppo pubblicizzati, per paura di rappresaglie.

“M., figlio di un importante esponente governativo, era il mio unico amico arabo. Ci teneva uniti la passione per il basket, avevamo costruito insieme un canestro rudimentale e la nostra palla si muoveva per quattro ore o più al giorno; quando giocavo con lui, per strada, nessun arabo osava attaccar briga. Giocando, io e M. imparavamo a conoscerci, una vera isola di tolleranza. Il padre di M. faceva finta di non essere contento della sua frequentazione, ma, di fatto, sapeva che sarebbe riuscito a controllare le fughe di M., peraltro gli insegnavo italiano, e per un libico saper parlare l’italiano era importante. Anche tra i miei amici ebrei la mia amicizia destava sospetti, finché un giorno, una banda di arabi aggredì i miei amici C. e J.B., i quali uscirono malmessi dalla lite. Tutti i nostri amici prepararono una spedizione punitiva contro chiunque, arabo, si fosse incontrato per strada… io ero nel gruppo, e a poca distanza da noi c’era M. con la cartella di scuola, sarebbe stato il primo bersaglio della punizione. Per difendere M. litigai con i miei amici. M., il giorno dopo, mi disse che aveva raccontato la cosa ai genitori che, se per un verso mi erano grati, dall’altro avevano ristretto la libertà di M. a frequentarmi. Naturalmente continuammo a vederci fino a due giorni prima della mia fuga da casa, il 6 giugno 1967”

Le attività principali della comunità erano il commercio e l’artigianato, la lavorazione dell’oro e dell’argento, per esempio. Tra gli ebrei vi era un gran numero di commercianti soprattutto nel campo dell’abbigliamento, L. e I. raccontano:

“Io facevo la casalinga, perché dopo sposata ho avuto un figlio dopo l’altro, non mi occupavo d’altro. Mio marito aveva un negozio di biancheria per la casa e tessuti… anche i miei fratelli ultimamente avevano preso un bel negozio grande, una piccola azienda di tessuti e biancheria, loro avevano studiato a Milano e Torino, avevano proprio un bel lavoro… [riprende L.] Sì, stavamo bene economicamente, il pericolo c’era, c’era la paura, però finché si lavorava, andava bene.”

Anche T. lavorava sempre nel campo del commercio, però era importatore di spezie:

“Io sono nato nel ’34 e ho cominciato a lavorare nel commercio nel 1950. Tutta la mia famiglia, da generazioni, vendeva le spezie. Fino al 1940 il traffico era soprattutto con Marsiglia, Londra, il Belgio, l’Egitto; il traffico non era molto sviluppato. Dopo il 1950, c’è stato il boom; la Libia ha aperto i traffici commerciali e abbiamo iniziato ad importare direttamente da Hong Kong, Singapore, la Cina; fino al ’67 ho lavorato in questo campo. L’importazione era libera. Poi in Egitto e Tunisia c’erano delle restrizioni di importazione e valuta, e allora noi importavamo in Libia e poi trasferivamo in quei due paesi. Personalmente lavoravo molto con gli arabi, i rapporti erano ottimi, solo nel campo del commercio però…”

47 R. Nunes-Vais, dal suo intervento: “Le comunità ebraiche di Libia: dalla distruzione del I° Tempio nel 597 A.C., all’esodo nel 1967, a seguito della “Guerra dei Sei Giorni”, tratto dalla conferenza “Incontro Tripolino” del 9 marzo 1989 presso la Sede dell’ADEI/WIZO di Roma.

48 Generalmente, il termine franchi veniva usato, nel nord Africa, per indicati tutti gli stranieri; in questo caso, per la sinagoga, il significato è stato ristretto ad indicare solamente gli ebrei non di origine libica.

49 R. Nunes-Vais, “ Le comunità ebraiche di Libia”, op. cit.

50 Again è il nome utilizzato dagli ebrei tripolini per indicare la festa del 9 di Av . Questo è il giorno più triste del calendario ebraico in cui si ricordano le due distruzioni del Tempio di Gerusalemme, la prima nel 597 a.e.v. per opera dei babilonesi, la seconda nel 70 e.v. per mano dei romani.

51 L. Valensi, N. Wachtel, “Memorie Ebraiche”, Einaudi, Torino 1996, pp. 56-57.

52 M. Cohen, Gli Ebrei in Libia, usi e costumi, Giuntina, Firenze 1994, p. .

53 M. Cohen, ibidem.

54 R. De Felice, Ebrei in un paese arabo, op.cit. p. 56.

55 R. De Felice, ibidem, p. 207.

56 Provvedimento limitato alle scuole medie; per le scuole elementari, allora scuola dell’obbligo, era stato mantenuto il vecchio sistema di due giorni di vacanza.

57 R. De Felice, Ebrei in un paese arabo, op.cit. p. 208.

58 R. De Felice, Ebrei in un paese arabo, op.cit. p. 210.

59 R. De Felice, Ebrei in un paese arabo, op. cit. p. 271.

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© Morashà 2003 - Stefano Tironi 2003

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