Dal Gazzettino di Padova

Mercoledì, 20 Dicembre 2000

DERECH HEVRON

Il presepe dei bimbi malati

Gerusalemme

Avessero scoperto questo indirizzo della capitale Barak e Arafat, la pace fra israeliani e palestinesi sarebbe forse maturata da tempo.

Nel quartiere Talpiot, Derech Hevron è sulla strada per Betlemme. Pochi chilometri ancora ed il paesaggio di questa calda zona di confine si tramuta in quello di un presepe drammaticamente moderno: le case bianche su colline brulle, sui tetti parabole e non canne, movimento di soldati e non pastori, fucili al posto dei bastoni, tute mimetiche e non tuniche.

Al numero 128 una serie di palazzine basse, costruzioni popolari proprie di ogni periferia ad ogni latitudine. La porta dell'appartamento 38 è colorata: dimessa, vecchia ma pur sempre vivace anche se allegra non riesce nè può davvero esserlo.

Una scritta in ebraico: "Tsad Kadima", un Passo Avanti. Oltre quell'uscio ogni giorno, talvolta anche ogni ora, si compie un piccolo grande miracolo. Un passo alla volta, appunto.Dodici bimbi dai 3 ai 7 anni imparano piano piano a gestire, usare, credere nel proprio corpo. Sono bimbi nati con serie lesioni cerebrali che ne limitno gravemente la motorietà ed in alcuni casi anche la parola. Sono soprattutto bimbi che arrivano da tutti i quartieri di Gerusalemme, la capitale del mondo più tragicamente cosmopolita: ebrei ed arabi, musulmani e ortodossi, laici ed ultrareligiosi.

Imparano, giocano, mangiano e riposano assieme: stesso tavolone a due spanne da terra, posate e piatti dello stesso colore, materassini posati uno accanto all'altro. Diversi solo gli animaletti-simbolo accanto ai ritratti ed ai disegni, piccoli portafortuna personali per creature due volte sfortunate alla nascita: in conflitto con la natura privata in un ambiente di conflitto collettivo.

Iman è una splendida moretta: gli occhi ancora più che i capelli ne identificano i cromosomi arabi. La paralisi nervosa le complica camminare ed anche restare diritta: ma quando arrivò qui non riusciva nemmeno a fare un passo sorretta. Come Ramad e Muhamad, Iman vive nel campo profughi di Shoafat, all'uscita di Gerusalemme sulla via per Ramallah, uno dei centri più importanti dell'autorità palestinese: un pullmino li attende tutti e tre ogni giorno ma non li raccoglie sempre. La strada per la capitale può nascondere insidie anche di giorno ed il pullmino porta una normalissima targa gialla non quella bianca dell'Unesco o di altre organizzazioni internazionali benefiche, nè ha dipinto sulla carrozzeria lettere importanti, UN come "United Nation". Iman ama stare vicino a Yoel, ebreo di un anno più vecchio, bambino dall'intelligenza sveglia e dalla sensibilità rara, anche lui avviluppato nelle gambe dalle spire di lesioni senza scampo. O quasi. Perchè Tsad Kadima ha permesso anche a lui, ed ai suoi genitori, di guardare al futuro con maggiore seppur prudente ottimismo.

"In questo istituto usiamo il metodo ungherese Peto - racconta il direttore Gadi Leon, un giovane ebreo che si avvale nello staff anche da un assistente arabo - L'obbiettivo principale consiste nel motivare e stimolare il bambino ad imparare, convincendolo che la battaglia si può vincere, che non deve rifiutare l'idea di un miglioramento. In pratica, prima ancora degli esercizi motori noi puntiamo a rendere partecipe il piccolo delle piccole conquiste quotidiane come frutto principalmente della sua volontà."

Le carezze di Iman al suo Yoel commuovono ancora il papà, Alessandro Viterbo, 42enne direttore di un laboratorio d'analisi medica, figlio dell'ex rabbino di Padova, da 23 anni venuto in Israele per vivere l'ebraismo "in maniera completa", "come non era possibile in una Comunità piccola come quella veneta". Alessandro è il rappresentante dei genitori di Tsad Kadima. Coordina le attività di sostegno e soprattutto cerca di pubblicizzare l'istituto per ottenere finanziamenti ed aiuti di ogni genere: è riuscito persino ad ottenere una visita ai ragazzi da parte dei cestisti della Benetton Treviso, impegnati a Gerusalemme domani sera per una gara di Eurolega.

"Ogni venerdì noi genitori ci raduniamo, verifichiamo i progressi dei nostri figli e ragioniamo sul prossimo "passo avanti". Siamo una famiglia unita, davvero: io ebreo osservante mi sento in perfetta sintonia con tutti. Anche con gli arabi, ovvio. Avrei tanti aneddoti da raccontare ma non li amo sprecare così: li racconto solo in qualche occasione, quando occorre far capire ad altri ebrei che non c'è motivo per non credere alla pacificazione, alla convivenza pacifica, al rispetto reciproco. Sì, è amaro verificare che si resta uniti a dispetto di tutto solo in particolari momenti. Nella sofferenza, ad esempio. Nel dramma comune di una disgrazia famigliare".

Quando è il momento di chiudere dietro la vecchia porta colorata, le risa di Iman, Yoel e degli altri bimbi si confondono sino a perdersi prima nel rumore del traffico e poi persino in qualche sparo in lontananza. No, per fortuna stavolta non si tratta di scaramucce o scontri nei vicini Territori Occupati ma solo delle salve di fucile che annunciano nei quartieri musulmani la fine del tempo del Ramadam.

Ma è comunque un'altra musica. Direi da cerebrolesi se non temessi di offendere la magnifica dozzina di Tsad Kadima, una delle cose più belle e sane di questa Gerusalemme lacerata e non ancora liberata, eterna conturbante prigioniera del suo sogno di metropoli multietnica.

Luigi Maffei


Chiunque desideri informazioni sull’asilo Tzad Kadima,
o voglia visitarlo ed appoggiarlo economicamente, può rivolgersi a:

ALESSANDRO VITERBO
Derech Hevron, 128 - appart.38
93481 GERUSALEMME ISRAELE
Tel. 02-6713489 - 9685658 03 - Cell. 050-849351
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