Direttore del "Bollettino" della Comunità Ebraica di Milano e consigliere dell'Ucei

Musei ebraici in Italia

I beni culturali ebraici in Italia Ravenna 22-24 maggio 2001

La necessità di riunire in un luogo sicuro oggetti preziosi e no, documenti, arredi, fotografie nasce nelle Comunità italiane già all'inizio del secolo. Si tratta però all'epoca di voler solo conservare un patrimonio dalla dispersione e dalla rovina senza probabilmente attribuirgli un vero valore artistico e culturale. Solo più tardi a oggetti e documenti è stato attribuito un proprio valore intrinseco, importante anche per far conoscere e diffondere la cultura ebraica. Un rapido esame dei nostri attuali musei ebraici e la loro storia lo dimostra.

Nel 1930 il rabbino Alfredo Toaff, con l'aiuto del pittore Ulvi Liegi (Luigi Levi), organizzò a Livorno una sala espositiva accanto a quella della sinagoga maggiore. Quando quest'ultima fu gravemente danneggiata da una bomba nel 1943 (fu ricostruita in forma moderna e ultimata solo vent'anni dopo, nel 1962), la comunità utilizzò la jeshivà Marini anche per le preghiere. Si trattava di un oratorio all'origine privato della famiglia Marini, posto in via Micali 21, una strada fuori dal perimetro della Livorno buontalentiana, vicino a piazza della Vittoria. In questo immobile neoclassico della seconda metà dell'Ottocento, furono anche portati e custoditi tutti gli oggetti e i documenti che si trovavano nella sinagoga centrale distrutta. Nel 1992, infine, questi oggetti furono organizzati in piccolo museo al primo piano della palazzina, in un'ala attigua alla scuola materna della comunità.

La sala quadrata, che viene ancora utilizzata sporadicamente per funzioni religiose, espone oggi alcuni oggetti unici nel loro genere. Tra questi segnaliamo l'aron di legno intagliato a fitti girali e dorato, coronato da tre cupole di sapore orientaleggiante, che, secondo la tradizione, gli esuli portoghesi portarono con sé smontato a Livorno nel 1500; la “borsa dei Massari”, completamente coperta da un ricamo a rilievo in oro e argento; le manine di corallo (materiale di cui gli ebrei livornesi avevano il monopolio e che lavoravano con particolare maestria) e una corona di fattura nordafricana, testimone dei fitti rapporti commerciali tra Livorno e alcune città del nord Africa. Oggi il piccolo museo, frequentato soprattutto da scolaresche, rappresenta un punto di partenza per le guide (professionali) per illustrare la storia passata e presente della comunità.

Una storia un po' diversa è quella del museo di Venezia, in Campo di Ghetto Novo, creato nel 1955, restaurato e rinnovato nel 1986. Le due sale del museo sono infatti solo una minima parte del più ampio contesto museale rappresentato dall'area urbanistica del ghetto stesso, con i suoi edifici a grattacielo, le sinagoghe, i midrashim, il banco rosso, le iscrizioni antiche, ebraiche e no. Il più antico ghetto della storia infatti, con le sue sinagoghe e le sue calli, ha una sua unitarietà che è unica al mondo. I due spazi espositivi, adiacenti alla Scola Tedesca, sono dunque solo una piccola parte del grande museo che si estende nelle isole di Ghetto Novo, Ghetto Vecchio, Ghetto Novissimo. Nell'attuale allestimento delle sale una parte è dedicata agli argenti (oggetti rituali di uso familiare e sinagogale) e una seconda è dedicata agli arredi tessili (segnaliamo tra questi il parokhet di Stella, moglie di Isacco Perugia, prima metà del XVII secolo). In questa sala sono anche esposti un piccolo aron, un sefer tiq, tipico veneziano, e alcune ketuboth. Museo e ghetto, le cui visite dal 1990 sono gestite da un'organizzazione professionale, sono meta di migliaia di turisti all'anno, che uniscono alla visita a Venezia quella particolare della sua parte ebraica.

Negli anni Sessanta nacque anche il museo ebraico di Roma, in Lungotevere Sanzio, per iniziativa di Fausto Pitigliani, su progetto di Roberto Pontecorvo. Si trattava inizialmente di un unico ambiente al quale solo nel 1995 fu aggiunto un secondo al piano terra. Le due sale hanno mantenuto la caratteristica originaria di “guardaroba del tempio”: gli oggetti rituali e i tessuti esposti continuano a essere usati a rotazione nelle sinagoghe romane, compatibilmente con il loro stato di conservazione. Il museo, ricchissimo per la quantità di documenti antichi, oggettistica, tessuti, raccoglie anche tutti gli oggetti e documenti provenienti dalle Cinque Scole. Da pochi mesi è stata ultimata la sistemazione del sotterraneo del tempio che permetterà di ampliare notevolmente la superficie espositiva del museo originario, con la creazione di nuove sezioni anche per esposizioni temporanee. Il museo di Roma ha un afflusso altissimo di turisti, molti dei quali stranieri, già in visita a Roma.

Ancora negli anni Sessanta nacque il museo di Casale Monferrato, in vicolo Salomone Olper 44, proprio nel cuore del vecchio ghetto. Qui il grande edificio della sinagoga era in abbandono da quasi un secolo e il tetto stava crollando. Finalmente nel 1968 iniziarono i lavori di consolidamento e restauro dell'immobile sotto la guida dell'architetto Giulio Bourbon, attuale direttore, già allora ispettore onorario della Soprintendenza ai Beni Architettonici e Ambientali: fu prima restaurata la sala di preghiera (che era coperta da uno strato scuro di smog e in parte da strisce scure che gli ebrei casalesi avevano dipinto lungo i muri in segno di lutto per la morte di Carlo Alberto). Un anno dopo, nel 1969, fu organizzata anche una sala di esposizione nei due matronei. L'oggettistica della comunità (si parlava di 400 chili di argenti) era però stata tutta razziata tra il 1943 e il 1945; il nuovo museo chiese perciò alle altre comunità piemontesi e a privati di dare in deposito e custodia oggetti di loro proprietà, in modo da permettere la nascita dell'esposizione pubblica. Oggi il museo si estende su due piani e in alcune nuove sale laterali dell'edificio: vi sono oggetti in argento, tessuti e, di particolare interesse, alcuni fregi masoretici o di microscrittura. Nel 1989 nell'ala sud-ovest dello stesso edificio è stato riorganizzato l'Archivio storico della Comunità grazie alla collaborazione del direttore dell'Archivio storico di Vercelli, Maurizio Cassetti. Questo raccoglie documenti della comunità dal 1500 a oggi, permettendo di ricostruire senza soluzione di continuità, caso unico in Piemonte, quattrocento anni di storia ebraica. Tra i documenti, si segnalano alcune Tollerenze dei Gonzaga (dal 1570 in poi). Da qualche anno è iniziata una collezione di Chanukkiot, molte delle quali sono state donate da importanti artisti contemporanei. Il museo continua a basarsi soprattutto sull'impegno di volontari.

Arriviamo agli anni Ottanta, quando nacque nel 1981 il museo di Firenze grazie a un lascito specifico. Disegnato dall'architetto Alberto Boralevi, fu allestito al secondo piano in un ambiente collocato dietro al settore centrale del matroneo. E' diviso in due parti: uno, illustrato con pannelli fotografici, ricostruisce la storia degli ebrei a Firenze e le vicende del tempio maggiore; l'altra propone, entro vetrine, oggetti cerimoniali ebraici, molti dei quali di particolare pregio. Da un anno il museo è stato dotato di un ascensore che sale poi a un terzo piano dove una vasta sala, appena restaurata, è destinata a conferenze e all'ampliamento del museo stesso. Firenze, città d'arte, attira di per sé un altissimo numero di turisti molti dei quali visitano anche la sinagoga e il museo. L'organizzazione delle visite è gestita da un gruppo professionale.

La rinascita della sinagoga - museo di Soragna nel 1982 ha una genesi diversa. Infatti dalla fine della guerra fino al 1979 l'edificio di via Cavour 43, prospiciente il castello dei principi Meli Lupi, era rimasto completamente inutilizzato. L'allora presidente della comunità di Parma, Fausto Levi, al quale è intitolato oggi il museo, riunì a Soragna le testimonianze ebraiche delle 16 piccole comunità ebraiche (ormai senza più ebrei), degli antichi ducati di Parma e Piacenza. Nell'edificio riattato furono raccolti fregi (come la decorazione dell'aron e un grande camino seicentesco proveniente da Cortemaggiore), arredi sacri, oggetti, libri provenienti da Fiorenzuola, Colorno, Fidenza, Busseto, Cortemaggiore, dove furono alienati gli ultimi edifici di proprietà delle comunità. La sala della sinagoga fu utilizzata per concerti e conferenze.

Il museo di Soragna, dopo la prematura morte del suo fondatore, Fausto Levi, è oggi retto dal gruppo archeologico dell'Emilia occidentale e dall'Istituto storico della Resistenza, che ne segue l'organizzazione e le visite guidate in particolare alle scuole. In occasione del 25 aprile è stata inaugurata una nuova sala.

Negli anni Novanta nacquero nuovi musei in un clima culturale decisamente più consapevole dell'importanza del patrimonio ebraico non solo da salvare ma anche da divulgare e far conoscere. Nel 1992 fu inaugurato a Trieste il museo “Carlo e Vera Wagner”, in via del Monte 5, in un edificio storico per la comunità: adibito a metà dell'Ottocento a ospedale israelitico, poi a scuola, negli anni Trenta era stato il luogo di accoglienza e rifugio degli ebrei in fuga dall'Europa centrale che da Trieste (nota come “la porta di Sion”) si imbarcavano per la Palestina. Il museo, voluto da Mario Stock, per molti anni presidente della comunità, consta di due sale: una prima d'ingresso e una seconda che continua a mantenere (anche se sporadicamente) l'originaria funzione di sinagoga.

Lungo le pareti sono esposti oggetti (argenti, tessuti, libri, documenti) che sono periodicamente utilizzati nella sinagoga centrale. La comunità triestina, malgrado le molte e gravi perdite subite nel corso del tempo, ha avuto la ventura di conservare buona parte degli arredi rituali che fino alla prima decade di questo secolo avevano fatto parte del patrimonio delle quattro antiche Scuole, distrutte nel 1912, i cui arredi furono subito conservati nel tempio maggiore di via Donizetti e fortunosamente salvati nel periodo dell'occupazione nazista. Tra gli oggetti in esposizione si può segnalare la grande corona e la piastra della seconda metà del Settecento d'ispirazione veneziana, decorate a volute con tralci d'uva e meloni, opera del maestro argentiere boemo di Praga Venceslao Swoboda e l'antico tas con decorazioni ashkenazite datato 1593, considerato uno dei più antichi del genere. Nel museo vengono tenute anche esposizioni temporanee.

Nel 1997 fu inaugurato a Ferrara il museo in via Mazzini 95 (l'antico edificio donato da Ser Melli nel 1422 alla comunità per edificare una sinagoga. Da allora, con successive trasformazioni e aggiunte, l'edificio ha sempre mantenuto la sua originaria destinazione). Il museo è costituito di quattro sale: le prime due rappresentano una sintesi della vita ebraica in generale, religiosa e familiare; le altre due ripercorrono, attraverso oggetti e documenti, le principali tappe della storia di Ferrara. Le sale del museo costituiscono parte integrante dell'edificio nel quale funzionano ancora due sinagoghe (Scola Tedesca e Scola Fanese), e si trovano l'antica Scola Italiana (utilizzata come sala di conferenze) e il Tribunale rabbinico. La visita guidata comprende quindi tutto l'edificio nel suo insieme.

Nel 1999, infine, venne inaugurato a Bologna, in via Valdonica 1/5, in un edificio del vecchio ghetto, un museo ebraico completamente diverso da quelli fino ad ora organizzati nella penisola e in più gestito dalla Regione anziché dalle comunità come tutti gli altri. Nelle sue sale il museo presenta la storia degli ebrei dalle origini ai nostri giorni, utilizzando le più moderne tecniche multimediali, pannelli esplicativi, immagini e monitor. E' dotato di sale di lettura e conferenze, video e di una biblioteca specializzata. Questo di Bologna è il primo esempio di museo ebraico italiano “dinamico”, con programmi di conferenze e visite diffuse nel territorio.

Per completare il quadro attuale bisogna almeno citare le sale di esposizione di Asti (nel tempietto invernale), di Merano e di Gorizia (“La piccola Gerusalemme sull'Isonzo”). Quest'ultima ha organizzato al piano terra della sinagoga restaurata un documentazione storica e fotografica oltre a una sala dedicata al filosofo Carlo Michelstaedter.

Negli anni futuri ci aspettano alcune importanti novità in campo museale. La comunità di Torino ha indetto un concorso per la realizzazione di un museo nel matroneo della sinagoga grande e nell'area che interessa quella piccola nel sotterraneo, incaricando tre architetti: Eugenio Gentili Tedeschi, Franco Lattes e Giorgio Olivetti. La Comunità di Genova sta anche lavorando per la creazione di un museo nell'edificio della sinagoga di via Bertora; la comunità di Bologna lancerà probabilmente già quest'anno il 2 settembre, in occasione della Giornata europea della cultura ebraica, l'idea di un progetto di un secondo museo ebraico nell'edificio di via Gombruti.

La Comunità Ebraica di Milano, infine, ha già concluso nella primavera del 2000 un concorso di progettazione architettonica per la ristrutturazione della sala Jarach, destinata ad accogliere il futuro museo milanese. Vincitore è stato il progetto intitolato “Attraversamenti ebraici” dello studio dell'arch. Guido Morpurgo.

Si tratta di un progetto che propone un uso polivalente della sala anche quale estensione della sinagoga orientale adiacente nei giorni di festa solenne e come sala conferenze.

Spiegano i progettisti: “La duplice connessione è attivata dagli stessi visitatori: tre grandi espositori-pareti (dedicati rispettivamente alla Shoà, alla Kasheruth ed oggetti di uso quotidiano, alle festività e oggetti a esse riservati) vengono ruotati fino ad aprire il percorso nel museo, nell'ebraismo, modificando lo spazio della sala che diventa in tal modo abitabile' e narrante'. I visitatori leggono' così un grande libro girandone' le pagine: da questo testo architettonico scaturisce un racconto che si dispiega a tappe successive nello spazio museale. Alla passività di una visita basata sulla sola osservazione a distanza, si sostituisce qui un'azione diretta, fattiva, addirittura tattile, capace di trasmettere l'esperienza della scoperta' dell'ebraismo mediante l'avvicinamento ai suoi materiali”.

Il museo, secondo i progettisti, dovrà anche riflettere la storia della comunità di Milano, con l'esposizione di oggetti provenienti non solo dal gruppo italiano ma anche da quello persiano, libanese, libico, turco, affinché ognuno di questi oggetti possa narrare parte della sua storia che è in fondo la storia' ebraica nelle sue molteplici sfaccettature.

L'esempio del futuro museo di Milano permette di arrivare alle conclusioni. Certamente l'epoca di musei intesi esclusivamente come conservazione di cimeli non risponde più alle esigenze attuali.

I musei non possono infatti pù essere esposizioni statiche ma devono diventare una realtà viva di conoscenza, diffusa nel territorio e collegata, anche se in modo virtuale, con le altre realtà simili e non solo italiane. La reazione di una rete di musei ebraici europei, che scambino informazioni ed esperienze, è ormai una necessità di sopravvivenza. Quanto ai singoli musei il loro futuro sviluppo è legato all'interesse che riusciranno a suscitare nel visitatore, giovane o adulto che sia, fornendo sempre nuova materia di conoscenza e curiosità, con l'allestimento per esempio, intorno a un nucleo stabile, di esposizioni temporanee, arricchite da conferenze, discussioni, filmati e attività di animazione in genere che contribuiscano a far diventare il museo un luogo vivo, al passo con l'evoluzione culturale dei tempi.


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