Alberto Somekh

Rabbino Capo della Comunità ebraica di Torino

Brit mila' - la circoncinsione

La milà, un approfondimento

Il Brit milà, "patto della circoncisione", fu comandato da Dio ad Abramo, il Padre del popolo ebraico, come segno del legame eterno fra il Santo Benedetto e la Casa d’Israele (Genesi 17,7). Si tratta di una mitzvà unica nel suo genere, in quanto essa è impressa nella carne di ogni Ebreo: il Talmùd ci racconta del Re Davìd, che si dispiaceva, osservandosi nel bagno senza abiti, di non poter eseguire in quel momento alcun precetto, quando gli sovvenne della milà, e allora si rincuorò (Menachòt 43b). Ci vuole insegnare che anche chi non possiede nulla, neppure abiti da indossare, ha comunque l’opportunità di acquisire il merito della circoncisione.

L’adesione del nostro popolo alla milà da 3700 anni a questa parte fu pressoché totale. I nostri Padri si astennero dal praticarla di loro scelta solo durante i 40 anni trascorsi nel deserto, a causa delle condizioni climatiche difficili (Yevamòt 72a). Da allora essa divenne il simbolo della nostra identità, tanto che i nostri persecutori di ogni epoca, volendo colpire la nostra dimensione spirituale, proibirono proprio la milà. Il primo incidente del genere si ebbe con Izével, la figlia del re fenicio che divenne regina d’Israele e vietò la circoncisione (1 Re 19, 14). Sia i Greci che i Romani cercarono di bandirla, ma gli Ebrei si difesero strenuamente contro il decreto, fino ad affrontare il martirio (Shabbàt 130a e Rosh Hashanà 19a)1. Similmente gli antenati nostri non rinunciarono a compiere questa mitzvà durante la persecuzione spagnola né durante l’Olocausto. Siamo testimoni in questi anni dell’esodo degli Ebrei dall’ex-Unione Sovietica: non avendo avuto l’opportunità di farsi circoncidere da piccoli, a causa del regime che lo impediva, essi affollano oggi cliniche e ospedali in Israele, Stati Uniti, Europa, per avere quel segno che era stato loro precedentemente negato.

Nel Talmùd si osserva che la milà vale quanto tutti gli altri precetti assieme, in quanto è sempre accompagnata dalla parola brit, le cui lettere hanno il valore numerico complessivo di 612 (Nedarìm 32a). Sul piano halachico, Maimonide constata che questo precetto è diverso da tutti gli altri, in quanto se esso non è stato adempiuto a tempo debito, l’obbligo permane fino a compimento avvenuto senza limiti di tempo (Comm. Mishnà Shabbàt 19, 6).

L’obbligo di provvedere alla milà del bambino incombe sul padre (Kiddushìn 29a; Yorè De’à 260, 1). Se il padre è assente, o comunque non provvede, l’obbligo ricade sul Bet Din; se neppure il Bet Din provvede, ogni singolo membro della Comunità deve fare in modo che non rimanga un uomo incirconciso in Israele (Rosh Chullìn 87a)2.

La milà deve essere compiuta all’ottavo giorno dalla nascita durante le ore diurne (Genesi 17, 12; Levitico 12, 3, che parla di yom, ad esclusione della notte): se per errore la circoncisione è stata effettuata prima dell’ottavo giorno o durante la notte, non è valida e si deve procedere a stillare una goccia di sangue a guarigione avvenuta (hatafàt dam brit). Sul piano del conteggio si considera il giorno della nascita già come primo giorno, sì che di fatto la milà avviene lo stesso giorno settimanale della nascita nella settimana successiva.

"Perché il bimbo viene circonciso all’ottavo giorno? Perché Dio ha avuto compassione di lui e ha rimandato la milà all’ottavo giorno, affinché acquisisse maggior forza" (Deuteronomio Rabbà, P. Ki Tetzè). Maimonide, nel riportare la stessa ragione, aggiunge che se si fosse procrastinato ulteriormente, il bambino avrebbe patito maggior dolore. Il Midràsh dà un’altra ragione per la scelta dell’ottavo giorno, "per insegnarci che quando andiamo in visita si deve per prima salutare la padrona di casa, e soltanto dopo il padrone: al bimbo si dà l’opportunità di dare prima di tutto il benvenuto allo shabbàt, la Regina, prima di essere iniziato alla compagnia del Signore dell’Universo" (Tanchumà ed. Buber a Levitico. 22, 27). Lo Zòhar spiega che soltanto l’esperienza dello shabbàt, completamento della Creazione, conferisca al neonato la forza spirituale per sostenere la milà3.

L’ottavo giorno è talmente essenziale per l’esecuzione della milà che essa viene compiuta lo stesso, se detto giorno cade di shabbàt o di giorno festivo, nonostante le numerose melakhòt che comporta4. Il Remà (a Y.D. 226, 14) mette in relazione la milà con il culto sacrificale nel Santuario, dove il Cohèn era autorizzato a compiere la cerimonia di shabbàt anche se queste comportavano una profanazione del medesimo. Ciò riguarda, naturalmente solo lo stretto necessario per la milà che non si può fare il giorno prima. Tutto ciò che viceversa può essere predisposto in anticipo, compresi gli strumenti per la circoncisione, deve essere già pronto sul luogo della milà già prima dell’inizio dello shabbàt. Va a questo proposito notato che i Maestri non hanno disposto in questo caso la sospensione del precetto, come avvenuto per lo shofàr e il lulàv nel caso che Rosh Hashanà e Sukkòt cadessero di shabbàt per il timore che si portassero per la strada, dal momento che in genere la milà è affidata ad una persona esperta che conosce e applica tutte le regole e sa come comportarsi (Meghillà 4b e comm.). Per quanto riguarda il trasporto del bimbo, è senz’altro raccomandabile, di shabbàt e Kippùr, che la milà venga effettuata a casa, se manca l’erùv.

L’unica ragione che giustifica, secondo la halakhà, un’eventuale posticipazione della milà oltre l’ottavo giorno è la salute del bimbo, in quanto si entra nel pericolo di vita: "È possibile circoncidere più tardi, mentre è impossibile ridare la vita" (Maimonide, Hilkhòt Milà 1, 18; Y.D. 262, 2). Vi sono due categorie di indisposizioni: la malattia sistematica (cholè bekhòl gufò) che richiede di attendere sette giorni oltre la guarigione e il disturbo locale, che consente l’esecuzione immediatamente dopo la guarigione. In genere, il parere definitivo in questi casi deve essere dato tanto dal medico che dal mohèl.

Se la milà è stata posticipata, non può essere in nessun caso programmata di shabbàt o di giorni festivo, neppure se il bimbo era nato in detti giorni. Il bimbo nato con taglio cesareo viene circonciso all’ottavo giorno, ma non di shabbàt o giorno festivo: i Maestri spiegano che lo shabbàt è "messo da parte" dal precetto della milà solo in quei casi in cui la madre contrae impurità da parto, in pratica solo dopo parto naturale (Shabbàt 135a; Y.D. 266, 10). Il bimbo settimino viene circonciso di shabbàt perché si presuppone che sopravviva.

Vi è una serie di casi in cui la milà viene posticipata "naturalmente". Se il bimbo è nato ben hashemashòt, nel periodo che intercorre fra il tramonto e l’uscita delle stelle, la milà è rimandata a domenica: al dubbio precedente si aggiunge il fatto che, non essendo sicuri che sia nato di shabbàt, non si profana lo shabbàt per lui; lo stesso vale per le feste.

La milà consiste nel compimento di tre atti, normalmente distinti:

1) milà propriamente detta, che consiste nella recisione del prepuzio, cioè della pelle che ricopre il glande;

2) peri’à, rivoltamento della mucosa sottostante;

3) metzitzà, succhiamento del sangue della ferita 5.

La tradizione spiega la scelta dell’organo genitale come sede della circoncisione con il fatto che, in concomitanza con il precetto della milà, Dio aveva comandato ad Abramo di essere integro (Genesi 17,1) e il prepuzio maschile è l’unica parte del corpo che può essere rimossa senza procurare mutilazione. Ciò ci insegna implicitamente che soltanto dopo la milà l’uomo può dirsi davvero integro! Un’altra spiegazione riconduce la milà alla volontà di moderare gli appetiti sessuali (Maimonide, Guida e a.). Nelle parole di S.R. Hirsch, essa invoca "la sottomissione morale di tutti gli istinti corporali e permette soltanto […] una vita veramente pura dei sensi".

Come si è detto, la mitzvà incombe sul padre. Se questi non è in grado di effettuarla in persona, può incaricare un esperto perché la esegua in sua vece: il mohèl, che agisce come shalìach (delegato) del padre. Onde sottolineare tale rapporto, che vuole che il delegante assista il delegato nel compimento delle sue funzioni, è buon uso che il padre stia accanto al mohèl per tutta la durata dell’operazione6. È anche buona norma non dare l’incarico ad un secondo mohèl finché il primo non l’abbia esplicitamente ricusato. La scelta del mohèl deve essere fatta non solo in base alle conoscenze medico-scientifiche del candidato, che sono ovviamente importanti, ma anche sulla base della sua conoscenza della halakhà e della sua personale osservanza religiosa, in quanto la milà, lungi dall’essere un mero atto chirurgico, è essenzialmente una mitzvà.

Molte sono le usanze che contornano la cerimonia nelle varie comunità, in gran parte rivestite di significato mistico. La prima consiste nel convocare parenti e amici nella casa del neonato il primo venerdì sera successivo alla nascita in un riunione festosa detta Shalòm zakhàr (Benvenuto figlio maschio!). Oltre alle considerazioni già fatte su rapporto fra shabbàt e milà, si osserverà che tanto lo shabbàt è simbolo di pace (shabbàt shalòm), quanto lo è la nascita. Inoltre, il valore numerico della parola zakhàr (227) equivale a quello di berakhà. La riunione secondo cui, nel grembo materno viene insegnata al bambino tutta la Torà. Al momento del parto, però, un angelo gliela fa dimenticare sì che è costretto a ristudiarla da capo in vita (Niddà 31a).

In alcune Comunità la riunione di studio si tiene la sera prima della milà: in Italia ancora oggi, particolarmente a Roma, si osserva questo rito, che prende il nome di mishmarà. L’uso è di recitare lo Shemà’ insieme ai bambini del vicinato accanto alla culla del neonato.

Normalmente si esegue la milà presto al mattino, perché si deve essere solleciti nelle mitzvòt. È opportuno che sia presente il miniàn. Nel luogo della cerimonia saranno disposte due sedie. Quando viene introdotto il bambino (gli usi variano da Comunità a Comunità) i presenti rispondono: barùkh habbà. Il valore numerico delle lettere di habbà è 8, come gli otto giorni della milà; inoltre esse sono le iniziali di hadevekìm bahashèm Elo-hekhèm "aderenti al Signore Dio vostro" (Deuteronomio 4,4).

Il padre, il mohèl e il sandàk indossano il tallèt. Il padre prende il bambino e lo posa sulla prima sedia, detta "del Profeta Elia" (kissè shel Eliahu). Il Midràsh racconta che al tempo della regina Izével, Elia si ribellò all’abbandono della milà e fu minacciato di morte, al punto di doversi nascondere. Da allora Dio gli promise, in cambio del suo zelo "per il mio Patto" che Elia sarebbe stato reso partecipe di tutte le milòt che sarebbero state eseguite nel popolo d’Israele. Da qui l’uso di disporre una sedia per Elia malakh haberìt, sulle cui ginocchia si posa simbolicamente il bambino (Pirkè Derabbì Eli’èzer 29)7.

Successivamente, il bambino sarà consegnato al sandàk, che siederà sulla seconda sedia e lo terrà sulle ginocchia durante la milà (la procedura di coricare il bimbo su un tavolo è pure accettata, ma meno tradizionale. Resp. R. ’Akivà Eiger 42). Il sandàk (dal greco synteknos "che assiste il bimbo") è una figura delicata nella funzione della milà, per certi aspetti più importante dello stesso mohèl, in quanto le sue ginocchia sono paragonate all’altare sul quale si offriva l’incenso. È da riconnettersi proprio con il fatto che ciascun cohèn offriva l’incenso una sola volta nella vita l’uso vigente in alcune Comunità per cui anche il ruolo di sandàk si ricopre una sola volta, per lo meno in riferimento ai figli dello stesso padre (Remà a Y.D. 265, 11; ’Arùkh Hashulchàn 265, 35). La persona andrà scelta con cura: di solito si attribuisce il ruolo di sandàk al nonno del neonato ("anche i figli di Menashè furono generati sulle ginocchia di Giuseppe", Genesi 50, 23) o al Rabbino. Al padre, al mohèl e al sandàk si permette di lavarsi, radersi e vestirsi a festa quando la milà viene effettuata nei periodi di lutto (’omer e ben hametzarìm)8.

L’atto della circoncisione è preceduta da due berakhòt, recitate rispettivamente dal mohèl (… al hamilà, da modificarsi, secondo alcuni, in lamùl et habèn se il padre è il mohèl) e dal padre (… lehakhnissò bibritò shel Avraham avìnu). L’ordine delle due benedizioni è pure oggetto di controversia, così come il momento esatto della recitazione (Tosafòt, Shabbàt 137b s.v. Avì habèn): qui abbiamo seguito il Talmùd, Rabbènu Tam e lo Shulkhàn ’Arùkh (Y.D. 265, 1). La consuetudine vuole che il mohèl dica la sua berakhà nell’atto di tagliare e il padre subito prima della peri’à9. Anche la recitazione di shehecheyànu è oggetto di controversia fra sefarditi e ashkenaziti (Y.D. 265, 7): per questi ultimi non va recitata, perché si tratta di un atto doloroso per il bambino; i sefarditi obiettano che comunque si tratta di un’occasione di gioia. Sembra che l’antico uso italiano fosse di non recitarla (Shibbolè Halèket, Hilkhòt Milà 4)10. Durante la milà è uso che i presenti stiano in piedi, conforme al verso "E il popolo stette in piedi nel Patto" (2 Re 23, 3) e replichino con una formula di augurio "che il bimbo sia introdotto allo studio della Torà, al matrimonio e alle buone azioni", doveri che, secondo il Talmùd (Kiddushìn 29a), incombono anch’essi sul padre. Inoltre, ci si augura che il nuovo nato affronti le altre mitzvòt sempre con lo stesso candore con cui è stato sottoposto alla milà.

Terminata l’operazione, uno dei dei presenti solleva una coppa di vino, simbolo di gioia e recita una benedizione conclusiva. Prima di bere, è consuetudine che bagni le labbra del bambino con del cotone immerso nel vino: tale uso è legato al Midràsh secondo cui, dopo il peccato del vitello d’oro, Mosè mise alla prova i colpevoli dando loro da bere l’acqua con i resti del vitello. se in quel caso si trattava di un avviamento alla morte, la milà è invece un auspicio di lunga vita.

L’ultimo atto è l’imposizione del nome al bambino: anche Abramo ricevette il suo nome completo con la milà. Si deve dare al bimbo un nome ebraico tradizionale. Lungi dall’essere una pura formalità, il nome nella tradizione ebraica finisce per caratterizzare chi lo porta e fornisce un modello da emulare: in Esodo 9, 16 nome è sinonimo di potenza!

In alcune Comunità, soprattutto sefardite, si usa concludere il rito recitando la benedizione sul profumo di mirto. L’origine di tale uso è incerta. Secondo alcuni va spiegato, analogamente alla Havdalà del sabato sera, con il fatto che il congedo del Profeta Elia determina nei presenti uno sconcerto che deve essere ristorato (Resp. Vayòmer Meìr 10).

È uso far seguire una se’udàt mitzvà. La Torà racconta che "Abramo indisse un grande banchetto il giorno in cui Isacco fu svezzato" (Genesi 21, 8): i Rabbini leggono nella parola higgamèl "fu svezzato" un preciso riferimento alla milà, in quanto il vocabolo può essere scomposto nelle lettere he-ghìmel che danno il valore numerico di 8, e mal che si riferisce appunto alla milà. È opportuno che tutti i presenti siano invitati, e in particolare i poveri (Maimonide Hilkhòt Yom Tov 6, 18): altrimenti il pasto non ha carattere di se’udàt mitzvà11.

"Grande è la milà — sentenziarono i Maestri — perché da essa dipende il mantenimento del cielo e della terra" (Nedarìm 32a su Geremia 33, 25). Nella direzione del cielo, cioè nei rapporti con Dio, la milà ci insegna, come si è visto, l’idea dell’abnegazione e del sacrificio: anche gli animali da sacrificare dovevano attendere almeno otto giorni dalla nascita, secondo la prescrizione della Torà (Levitico 22, 27). Nella direzione della terra, cioè dei rapporti con il prossimo, la milà dovrebbe insegnarci la solidarietà. "Essa assegna a tutti gli Ebrei un comune segno nel corpo — scrive Maimonide —: è tanto più forte l’amore reciproco e il mutuo soccorso fra persone unite dallo stesso segno quando essi lo considerano simbolo del Patto".

"Tutti i precetti che Israele accettò con gioia, come la milà, ancora adesso sono da essi osservati con gioia" (Shabbàt 130b). Possa sempre essere così!

Note

(1) "È palese che la sapienza della Torà non si posa in primis su ogni ebreo che abbia il prepuzio e che non sia stato circonciso … Perciò hanno decretato l’abolizione della milà: rimanendo incirconcisi, (gli ebrei) non sarebbero stati pronti alla conoscenza della Torà" (R. ’Azarià Picho di Venezia, Binà Le’ittìm, serm. 1° per Chanukkà). È forse da ricollegarsi con questo motivo il fatto per cui non troviamo nella Mishnà e nel Talmùd un trattato esplicitamente dedicato alla milà, come avviene anche per le regole di Chanukkà: c’è chi lo spiega come una sorta di autocensura ebraica in un’epoca buia. (Shanà Beshanà, a. 5748 p. 159).

Quanto al rapporto fra milà e Torà; Torà in ghematrià ketanà equivale a 8 (6+1+1), così come tov (bene; 1+7) neshamà (anima; 3+9+5=1+7), il Tetragramma (2+6) e persino Satàn (3+5+9=1+7), che dovette venire a patti con Abramo (Tanchumà Vayerà 22) a proposito del Sacrificio d’Isacco. (Comm. Maghèn Avòt di Shabbetài Zekharià Segre di Vercelli a Pirkè Avòt 6, 4; in via di pubblicazione). Il sentimento ebraico vede nella milà una riattualizzazione simbolica del Sacrificio d’Isacco.

(2) V. anche Maimonide Hilkhòt Milà 1,1. Se nessuno avrà provveduto nel frattempo, il bambino, una volta cresciuto, dovrà farsi circoncidere in quanto la mancata milà è punita con il karèt ("recisione" divina). L’opinione di alcuni, secondo cui anche la madre avrebbe l’obbligo di circoncidere il proprio figlio (Rashì e Maharshà a Yevamòt 71b; Or Zarùa’, Hilkhòt Milà 96) non è normativa (Remà a Y.D. 261, 1), ma essa è tenuta moralmente a provvedere quando necessario.

(3) P. Emor 91b; v. anche Or Hachayìm a Genesi 2, 2-3, secondo cui lo shabbàt avrebbe portato l’anima nel mondo. Maimonide (Guida, 3, 49) aggiunge altre due motivazioni per il fatto che la milà si effettua nella primissima infanzia. Se si aspettasse la crescita è probabile che la grande maggioranza delle persone si rifiuterebbe di sottoporsi alla circoncisione. Inoltre, a otto giorni dalla nascita il sentimento dei genitori verso il bimbo non è ancora interamente focalizzato: qualora si aspettasse, c’è il rischio di un diniego da parte loro. Sul piano giuridico, l’intervento su un bimbo in tenera età si giustifica con il fatto che i bambini piccoli sono considerati possesso dei genitori (Maimonide Hilkhòt Teshuvà 6, 1) e che è lecito agire a beneficio di una persona ancorché inconsapevole (zakhìn leadàm shelò befanàv, Ketubbòt 11a). (4) La melakhà principalmente connessa con la milà è provocare fuoruscita di sangue (chovèl), toladà di shochèt (O. Ch. 316, 8 e Mishnà Berurà ad loc. 29). A ben vedere, il precetto della milà in se stesso è già in contrasto con un altro comandamento, quello di preservare e non ledere le proprie persone, e colui che effettua la milà senza uscire d’obbligo, per esempio prima dell’ottavo giorno, può essere passibile ipso facto di quest’ultima trasgressione. È questo uno dei casi che dimostrano come l’unico arbitro della logica dei precetti sia il Santo Benedetto. Per un’approfondita discussione sulla posizione di colui che ha praticato di shabbàt, per errore, una milà posticipata si veda Pitchè Teshuvà a Y.D. 266, 1.

(5) La metzitzà è un uso antichissimo: essa è menzionata per iscritto per la prima volta nella Mishnà (Shabbàt 19, 2), che la prescrive anche di shabbàt, pur non considerandola strettamente vincolante come gli altri due atti (19, 6). Il Talmùd (Shabbàt 133b a nome di R. Papa) la spiega con il proposito di evitare al bambino i pericoli derivanti da un eventuale deposito di sangue e Maimonide (Hilkhòt Milà 2, 2) codifica l’uso "di succhiare finché il sangue esce dai luoghi più reconditi", inteso generalmente nel senso di succhiare con la bocca, perché solo la bocca ha tale forza. Nei secoli non mancarono proposte alternative, attuando una pressione con le dita, o facendo ricorso ad un’applicazione a base di vino (Resp. Devàr Shmuèl di R. Shmuèl Abohab di Venezia, n. 98). Ma è soprattutto nella Germania dell’Ottocento che la metzitzà divenne oggetto di vivaci controversie rabbiniche per le sue implicazioni igieniche. I "modernisti", partendo dalla considerazione che, secondo la medicina moderna, sarebbe nociva e quindi negherebbe le stesse motivazioni per le quali in antico fu istituita, giunsero a mettere in dubbio l’opportunità di praticarla di shabbàt e di quella stessa validità dell’atto sul piano della storia della halakhà. I tradizionalisti reagirono duramente: si veda Resp. Avnè Netzer n. 338 e Resp. Biniàn Tziòn di R. Ya’akòv Ettlinger, n. 23-24 e a. Una soluzione intermedia che consentisse di conciliare tutte le esigenze fu quella di adottare una cannula di vetro (o di plastica): tale proposta fu avallata da R. Shimshòn Refael Hirsch e da R. Itzchàk Elchanàn Spektor ed è ancor oggi praticata da molti mohalìm, anche se non tutti la condividono.

"In conclusione io dico che non dobbiamo discostarci dalle parole dei nostri Maestri per via delle opinioni di medici recenti, particolarmente nel caso di un precetto così importante come la metzitzà che ci è stato prescritto fin dalla mishnà e forse addirittura da Moshè Rabbenu, e al quale tutto Israele si è sempre attenuto in ogni angolo della terra da duemila anni e più, e perciò esso non va tralasciato neppure di shabbàt e va effettuato proprio con la bocca perché questa è la sostanza della metzitzà come ho dimostrato" (Biniàn Tzion, ibid).

(6) Y.D. 265, 9. È questa la differenza fondamentale fra il concetto di delega e quello di intermediazione, sconosciuto all’Ebraismo. Cfr. Y.D. Soloveitchick, Divrè Hagùt Veha’arakhà, 1987, P. 111.

(7) Secondo un altro Midràsh, Elia deve essere identificato con Pinechàs, il nipote di Aharòn, che vendicò l’abominio sessuale con le donne moabite, ricevendo in compenso da Dio "patto di pace" (beritì shalòm). La lettura dei versetti relativi (Numeri 25, 10-12) è compresa in alcuni riti.

(8) Secondo alcuni si possono radere già la sera precedente (Perì Chadàsh di R. Chizkià Da Silva di Livorno, Remà nel Darkhè Moshè a O. Ch. 493, n. 3) ma altri non sono d’accordo. Fra questi ultimi R. Itzchàk Lampronti di Ferrara (Pàchad Itzchàk, s.v. Mohèl). Si veda anche Resp. Ikarè Hadàt di R. Daniel Terni O.Ch. 28, 2 e Resp. Zéra’ Emèt di R. Ishmaèl Hacohèn di Modena, 1, O.Ch. 82).

(9) È un compromesso fra l’obbligo di recitare la benedizione immediatamente prima dell’atto (’ovèr la’asiyatàn) e l’obiezione di chi teme che, nel caso delicato della milà, il mohèl possa rinunciare all’ultimo istante e possa trovarsi ad aver recitato la berakhà inutilmente (levattalà). Secondo questi ultimi, si è ’ovèr la’asiyatàn finché non si compie la peri’à, perché "chi ha circonciso senza eseguire la peri’à è come se non avesse circonciso" (Y.D. 264, 4).

(10) Altre obiezioni degli ashkenaziti sull’uso di recitare shehecheyànu sono: 1) la mitzvà della milà non incombe solo sul padre, ma su tutta la comunità e 2) fino a 30 giorni dalla nascita non abbiamo la certezza che il bambino sopravvivrà (sia un ben kayamà). I sefarditi ritengono invece che la berakhà sia da recitarsi in quanto la mitzvà della milà incombe anzitutto sul padre e solo in seconda istanza su tutti gli altri. Inoltre, sappiamo benissimo che la stragrande maggioranza dei bambini sopravvive oltre il trentesimo giorno.

In assenza del padre, le berakhòt che gli spettano vengono generalmente recitate dal sandàk. Sul numero di berakhòt da recitarsi nel caso di milòt plurime (ad esempio di gemelli) vi sono usi differenti (Y.D. 265, 5, Remà e Shach ad loc.). R. Yoshùa b. Ziòn Segre di Casale Monferrato in una teshuvà del 1745 recentemente pubblicata dal Makhòn Yerushalàim (Zekhòr LeAvrahàm a. 5752, p. 267), basandosi sull’opinione di R. Menachem ’Azarià Da Fano (Resp. 59), è del parere che se i bambini sono figli dello stesso padre e se non vi è interruzione fra una milà e l’altra è preferibile recitare una sola serie di benedizioni per tutti, volgendo le formule al plurale, perché safèk berakhòt lehakèl ("dove v’è dubbio se una berakhà vada recitata o meno, ci si astiene").

(11) La se’udàt mitzvà potrebbe forse anche essere spiegata con riferimento al significato della nascita in generale. Secondo una tradizione riportata nel Talmùd (Yevamòt 62a) ogni bambino che nasce avvicina la venuta del Messia e la ricostruzione del Tempio. Vi è chi sostiene che la chanuccàt hamizbéach sia una mitzvà ledoròt, un precetto per tutte le generazioni (non una tantum!: Nachmanide, comm. P. Nasò) e che vada accompagnata con un festeggiamento.

Commento a cura di Rav Alberto Somekh

Offerto da Giacomo, Silvia, Michal e Ruth Terracini in onore della nascita di Dan

Milano, Shevi’ì shel Pésach, 20 aprile 1995 - 21 nissàn 5755

In memoria di Gustavo Terracini z.l.


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