Alberto Somekh

Rabbino Capo della Comunità ebraica di Torino

Alberto Moshe Somekh

Conversione e consenso

Sull'accettazione delle mitzvòt da parte del gher

La posizione della Halakhah su questo delicato argomento è riassunta nei due articoli del Rav I. Ralbag, membro del Consiglio del Rabbinato Centrale d'Israel (in "Sridim" 17, Tishrì 5758, p. 42 sgg.) e del Rav Y. Poultorak, già Presidente del Tribunale Rabbinico di Lione (in "Sridim" 18, Adar 5759, p. 92 sgg.), apparsi entrambi sulla rivista annuale della Conferenza dei Rabbini d'Europa.

Scrive il Maimonide nelle Hilkhòt Issurè Bià (cap. 12-14), in base al Talmud Yevamot 47a:

"Tutti i non ebrei allorché compiono il ghiyur e accettano su di sé tutte le mitzvòt della Torà, sono come gli Ebrei a tutti gli effetti…Per mezzo di tre atti Israel è entrato nel Patto: la milà, la tevilà e il sacrificio… E così per tutte le generazioni, allorché il non-ebreo desidera entrare nel Patto e ricoverarsi sotto le ali della Shekhinà e accetta su di sé il giogo della Torà, necessita di milà, tevilà e (quando esiste il Bet ha-Miqdash) del sacrificio; se è una donna, necessita della tevilà e del sacrificio… Gli si spiega quanto è pesante il giogo della Torà e la fatica che si richiede nell'osservarla, perché desista… Lo si informa dei principi della religione, che consistono nell'Unità di D. e nel divieto dell'idolatria, soffermandosi su ciò; gli si spiegano parte delle mitzvòt leggere e parte delle mitzvòt gravi… con le relative sanzioni. In che modo? Gli si dice: bada che finché non facevi parte di questa religione se mangiavi cibi proibiti non eri punito, se profanavi lo Shabbat non eri passibile di pena, mentre ora, dopo che avrai fatto il ghiyur se mangi cibi proibiti sarai punito, se profanerai lo Shabbat sarai passibile di pena…(Al momento della tevilà) tre gli stanno accanto e lo informano di parte delle mitzvòt leggere e parte delle mitzvòt gravi per la seconda volta mentre si trova nell'acqua… (Tuttavia) se il gher non è stato esaminato a dovere o non è stato informato delle mitzvòt e delle relative sanzioni, e ha compiuto la milà e la tevilà al cospetto di tre persone, è comunque un gher".

Secondo i principali commentatori, Maimonide si riferisce qui a due atti distinti in relazione al gher: la kabbàlat mitzvòt (accettazione delle mitzvòt) e la hodaat mitzvòt (informazione delle mitzvòt). Il secondo atto avviene due volte: all'inizio del procedimento di conversione, allo scopo di indurlo a desistere, e alla fine, al momento della tevilà. Maimonide scrive inoltre che per tali atti non è necessario parlare di tutte le mitzvòt, ma solo di alcune particolarmente significative, fra le più leggere e le più gravi. E' evidente che la hodaat hamitzvòt è parte indispensabile della preparazione affinché il gher sia messo tecnicamente in grado di osservare i precetti una volta accolto come Ebreo: andranno dunque trattate in particolare quelle mitzvòt che maggiorrmente caratterizzano la vita ebraica. Maimonide scrive ancora che a posteriori, se questo atto non è avvenuto, la conversione è pur sempre valida, a patto che siano state ottemperate tutte le altre formalità secondo la halakhà: ma a priori la hodaat hamitzvòt è comunque richiesta. Non mancano peraltro Decisori medioevali altrettanto autorevoli che, in controversia con il Maimonide ritengono che anche a posteriori, in mancanza della hodaat hamitzvòt, la conversione va respinta (Tossafòt e Rabbenu Asher, cit. in Bayit Chadàsh al Tur, Yorè De'à 268; secondo quest'ultima opinione è fissata la halakhà nello Shulchan 'Arukh, Yorè De'à 268,3).

Per quanto concerne la kabbalàt hamitzvòt, l'accettazione dei precetti vera e propria deve avvenire fin dall'inizio della procedura e deve essere integrale, riferita cioè a tutte le 613 mitzvòt. La fonte di Maimonide è ancora nel Talmud, Bekhoròt 30b: "Un non ebreo che si accinge ad accettare le parole della Torà all'infuori di un solo particolare non può essere accolto". Maimonide, in quel suo codice di vita ebraica che è il Mishnè Torà, sembra trattare questo aspetto quasi en passant, in maniera assai meno dettagliata degli altri. Per quale ragione? Perché la kabbalàt hamitzvòt, lungi dall'essere una semplice formalità o dettaglio tecnico del ghiyur, costituisce l'essenza stessa del ghiyur. Maimonide la dà per scontata, non meno di quanto, per fare due esempi tratti da un ambito differente, sia ovvio che i soldati abbiano il compito di difendere la patria senza che qualsiasi regolamento militare torni a specificarlo, o che i medici debbano curare gli ammalati senza che i protocolli sanitari debbano costantemente ribadirlo! E' del resto tipico dello stile di Maimonide nel Mishnè Torà. Ogni volta che tratta di una mitzvà la cui osservanza è nel cuore, benché il suo compimento pratico passi attraverso l'azione, egli la divide: presentando la halakhà, egli si concentra esclusivamente sui risvolti pratici lasciando la definizione della mitzvà, che tocca gli aspetti interiori, come semplice premessa. È così il caso all'esordio delle Hilkhòt haTeshuvà: "Quando la persona farà teshuvà e recederà dalla sua colpa, è tenuto a confessarsi…": Maimonide si concentra sui particolari della confessione, ma l'aspetto di principio resta comunque il pentimento (Y.D.Soloveichik, mitzvà, p. 44-45).

Rimane da comprendere come deve avvenire la kabbalàt hamitzvòt da parte del gher. "Al candidato alla conversione si richiede di prendere un impegno verso D. e la Torà nel processo di adozione della sua nuova fede. Non è peraltro essenziale che egli sia completamente consapevole di tutti i dettagli della Torà nel momento in cui intraprende questo passo. Qualora egli persista nella sua intenzione di unirsi alla comunità ebraica nonostante i tentativi di convincerlo che tale passo non porta necessariamente al godimento di ciò che viene comunemente considerato vita piacevole, lo Shulchan 'Arukh afferma che "noi lo informiamo dei fondamenti della fede, che consiste nell'Unità di D. e nella proibizione dell'idolatria, soffermandoci su questo argomento". Poi gli comunichiamo "alcuni comandamenti leggeri ed altri gravi" (Shulchan 'Arukh, Yoreh De'ah 268,2). Non è dunque necessario che il candidato all'ammissione alla fede ebraica sia consapevole di tutto ciò che si impegna a fare allorché si assume gli obblighi della Torà, ma rimane vincolato ad ottemperare tutti gli obblighi che conseguono al suo impegno complessivo, anche se non può essere consapevole di tutti quando compie il suo passo" (Sol Roth, Halakhah and Politics, cap. "Justice and Consent", p. 79-80).

Pubblicato dalla newsletter Kolot: Venerdì, 15 novembre 2002 15:24


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