Davide Nizza

Studioso.
Ex-Preside delle
Scuole della Comunità ebraica di Milano

Succot

La festa di Succòt è la terza delle tre feste di pellegrinaggio prescritte dalla Torà, cioè dalla Tradizione ebraica (le prime due sono: Pésah, la Pasqua, e Sciavuòt, la festa delle Settimane). Succòt significa "capanne", e infatti in italiano è nota col nome di "tabernacoli", perché il principale precetto che la caratterizza è appunto quello di abitare in capanne durante tutti i sette (nella diaspora otto) giorni della festa. In questi giorni gli Ebrei hanno l’obbligo di abitare non nella propria dimora stabile, ma in una capanna, che deve avere certe dimensioni, essere situata sotto il cielo aperto e soprattutto avere il tetto coperto di frasche in modo che vi sia più ombra che luce ma anche che dall’interno si possano vedere alcune stelle.

È una festa di gioia, perché è anche una festa agricola, che cade nel periodo del raccolto in Terra d’Israele; e infatti nella Torà è chiamata anche col nome di festa del raccolto.

Sul significato delle capanne già gli antichi Maestri si interrogavano e la divergenza di opinioni più famosa è quella di Ribbì Eliézer e Ribbì Akivà, vissuti 1900 anni fa in Érez Israèl. Essi davano due interpretazioni diverse del passo biblico: "E celebrerete questa ricorrenza come festa in onore del Signore per sette giorni all’anno; legge per tutti i tempi, per tutte le vostre generazioni: la festeggerete nel settimo mese. Nelle capanne risiederete per sette giorni; ogni cittadino in Israele risieda nelle capanne, affinché sappiano le vostre generazioni che in capanne ho fatto stare i figli di Israele quando li ho tratti dalla terra d’Egitto; Io sono il Signore vostro Dio" (Levitico, 23, 41-43).

Secondo Ribbì Akivà il testo va interpretato letteralmente: cioè bisogna abitare in capanne; inoltre il testo dice chiaramente che anche lo scopo è di insegnare alle generazioni che gli Ebrei nel deserto abitarono appunto in capanne.

Secondo Ribbì Eliézer invece l’interpretazione letterale non è sufficiente: a parte il fatto che sarebbe contraddetta dall’uso quasi assoluto della parola "tende" (è noto che quasi ovunque la Torà parla di tende come abitazioni degli Ebrei, e di accampamenti durante i vari spostamenti nel deserto), il suo pensiero era questo: non erano le capanne, né le tende che proteggevano gli Ebrei, bensì gli anané ha-Kavòd (le nubi celesti, divine, che sono in più punti menzionate nella Torà). Stiamo parlando di un’esperienza unica, eccezionale, di un tempo e un luogo straordinari: il miracolo dell’uscita dall’Egitto, il miracolo di un popolo che vive nel deserto quarant’anni, che riceve la Torà e la Rivelazione divina, e tu mi vuoi dire che la loro vita era normale? Puoi tu credere che la generazione del deserto, che era totalmente dedita allo studio della Torà, che si alimentava con la manna, cibo celeste, la generazione testimone diretta del Verbo divino, la generazione di cui è detto che la più umile ancella vide quello che neppure il profeta Ezechiele poté vedere, puoi tu credere che quella generazione abitasse in capanne come i comuni mortali?

In altre parole, secondo Ribbì Eliézer, la Torà, con la festa di Succòt e le capanne, ci vuole insegnare che dobbiamo porre l’accento sulla bontà divina, che, grazie alla Sua infinita misericordia, ha avuto cura del Suo popolo in un clima avverso e ostile, come un padre protegge un figlio attraverso un cammino irto di ostacoli e difficoltà, al punto da renderglielo dolce e sereno.

Secondo Ribbì Akivà, invece, dobbiamo porre l’accento sul grande merito del popolo di Israele, che ha saputo superare una lunga serie di prove, mantenendo la fede nel suo Dio, anche nelle situazioni più difficili.

Entrambi i Maestri comunque concordano che noi, i posteri, che possiamo e dobbiamo solo vivere qualche giorno all’anno nelle capanne, dobbiamo riflettere che i veri valori della vita non stanno nelle cose, neppure nella casa, poiché tutto è provvisorio. Abbandonando la sensazione di sicurezza che dànno le mura domestiche, l’uomo approfondisce l’esperienza che il vero valore della vita è la santità, che consiste nello studio, nella ricerca e nella conoscenza della Divinità.


Davide Nizza - 29 Settembre 1993

Succòt 5754, Discorso su RAI Radio 2, me. 29.9.93, h. 8.00


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