Giornalista

Fiamma Nirenstein

Il nuovo antisemitismo

A pagina 69 di Liberal del 2003-10-27, Fiamma Nirenstein firma un articolo dal titolo «Il nuovo antisemitismo»

Nel 1967 ero una giovane comunista, come la maggior parte dei ragazzi italiani. Stufa del mio comportamento ribelle, la mia famiglia mi mandò in un kibbutz dell’alta Galilea, Neot Mordechai. Laggiù mi sentivo piuttosto contenta: il kibbutz dava ogni mese una certa somma di denaro per sostenere la lotta dei vietcong. Quando scoppiò la guerra dei Sei Giorni, Moshe Dayan parlò alla radio per darne l’annuncio. Chiesi ai miei compagni di Neot Mordechai che cosa volessero dire le sue parole. Mi risposero: Shtuiot, sciocchezze. Durante la guerra accompagnavo i bambini nei rifugi, scavavo trincee e mi addestravo in alcune semplici operazioni di autodifesa. Continuavamo a lavorare nell’orto, ma eravamo svelti a identificare i Mig e i Mirage che si inseguivano nel cielo sopra le alture del Golan. Quando tornai in Italia, i miei compagni di scuola non mi accolsero bene: alcuni mi guardarono come se non fossi più la stessa di prima, ma un nemico, una persona malvagia che presto sarebbe diventata un’imperialista. La mia vita stava per cambiare: allora non lo sapevo ancora, perché pensavo semplicemente che Israele avesse giustamente vinto una guerra dopo essere stato assalito e aver subito un numero incredibile di provocazioni e maltrattamenti. Ma presto mi accorsi che avevo perso l’innocenza dell’ebreo buono, di quell’ebreo speciale fatto secondo i loro desideri. Ora, in quanto ebrea, ero messa insieme con gli ebrei dello Stato di Israele e lentamente, ma inesorabilmente, venivo esclusa da tutta quella nobile schiera di personaggi come Bob Dylan, Woody Allen, Isaac Bashevis Singer, Philip Roth e Sigmund Freud, che santificava il mio giudaismo agli occhi della sinistra. Ho cercato per molto tempo di riconquistare quella santificazione, e la sinistra ha cercato di ridarmela, perché gli ebrei e la sinistra hanno disperatamente bisogno gli uni dell’altra. Ma ora, dopo che l’odierno antisemitismo ha calpestato qualsiasi buona intenzione, le cose si sono fatte chiare. In tutti questi anni, anche persone che, come me, hanno firmato petizioni per il ritiro dell’esercito israeliano dal Libano, sono diventate dei «fascisti inconsapevoli», come mi ha scritto un lettore in una lettera piena di insulti. In un libro sono stata definita semplicemente «una donna appassionata che si è innamorata di Israele, confondendo Gerusalemme con Firenze». Un palestinese mi ha detto che, se io vedo le cose in modo così diverso dalla maggior parte della gente, significa che il mio cervello non funziona bene. Sono stata anche definita una persona crudele e insensibile, che nega i diritti umani e alla quale non importa nulla della vita dei bambini palestinesi. La ragione di questi e di molti altri insulti e critiche mi è stata spiegata da uno scrittore israeliano molto famoso. Un paio di mesi fa, mentre stavamo parlando al telefono, mi ha detto: «Sei davvero diventata una persona di destra». Cosa? Di destra? Io? Una vecchia femminista, attivista dei diritti umani, addirittura comunista in gioventù? Soltanto perché ho raccontato il conflitto arabo-israeliano nel modo più accurato che potevo e perché talvolta mi sono identificata con un Paese continuamente attaccato dal terrorismo? È un fatto davvero interessante. Perché nel mondo contemporaneo, il mondo dei diritti umani, se una persona viene definita di destra, è stato compiuto il primo passo verso la sua delegittimazione.

Ogni ebreo nato dopo l’Olocausto impara subito un messaggio molto chiaro: il male, per gli ebrei, è quasi sempre giunto dalla destra, in particolare dalla Chiesa, almeno per una buona parte della sua storia, e, naturalmente, dal nazismo e dal fascismo. L’Olocausto ha fatto ricadere il male sulla destra. E poiché gli ebrei sono il simbolo vivente di quanto possa essere malvagia la destra, legittimano la sinistra con la loro stessa semplice esistenza. Allo stesso tempo, la sinistra ha concesso la propria benedizione agli ebrei quali vittime par excellence, alleati sempre fedeli nella lotta per i diritti dei deboli contro i più forti. Quale ricompensa per il sostegno offertogli, come la possibilità di pubblicare libri e girare film, nonché per la reputazione di artisti, intellettuali e giudici morali che gli veniva riconosciuta, gli ebrei, persino durante le persecuzioni antisemite dell’Unione Sovietica, hanno dato alla sinistra il proprio appoggio morale, invitandola a unirsi a loro nel pianto di fronte ai monumenti dell’Olocausto. Oggi il gioco è inequivocabilmente finito. La sinistra si è dimostrata la vera culla dell’attuale antisemitismo. Quando parlo di antisemitismo, non mi riferisco alle legittime critiche rivolte contro lo Stato di Israele, bensì all’antisemitismo puro e semplice, talvolta accompagnato anche da critiche: criminalizzazione, stereotipi e menzogne specifiche o generiche, che da menzogne sugli ebrei (cospiratori, assetati di sangue, dominatori del mondo) hanno ampliato il loro raggio e sono diventate menzogne su Israele (Stato cospiratore e sfrenatamente violento), in modo addirittura brutale soprattutto a partire dalla seconda Intifada, nel settembre del 2000, e assumendo una ferocia sempre maggiore dall’inizio dell’operazione Chomat Magen, «Muro difensivo», quando l’esercito israeliano è rientrato nelle città palestinesi per rispondere agli attacchi terroristici. L’idea fondamentale dell’antisemitismo, oggi come sempre, è che gli ebrei abbiano un animo perverso che li rende diversi e inadatti, in quanto popolo moralmente inferiore, a diventare membri regolari della famiglia umana. Ora questa ideologia dell’Untermensch si è estesa a Israele in quanto Stato ebraico: un’entità straniera, separata, diversa, fondamentalmente malvagia, la cui esistenza nazionale viene lentamente ma inesorabilmente svuotata di significato e privata di giustificazione. Israele, proprio come il classico ebreo cattivo, non ha, secondo l’antisemitismo contemporaneo, diritto di nascita, ma è macchiato da un «peccato originale» commesso contro i palestinesi. La sua eroica storia è stata rovesciata e trasformata in una storia di arroganza. Oggi si parla molto più di Deir Yassin che della fondazione e della difesa del kibbutz Degania; molto più delle sofferenze dei profughi palestinesi che della sorpresa di vedere, nel 1948, cinque eserciti negare il diritto di esistenza appena decretato dalle Nazioni Unite; molto più del Lechi e dell’Irgun, le organizzazioni clandestine della resistenza ebraica, che dell’eroica battaglia combattuta sulla via di Gerusalemme. La caricatura dell’ebreo malvagio si è trasformata nella caricatura dello Stato malvagio. E ora il tradizionale ebreo col naso aquilino imbraccia un’arma e si diverte a uccidere i bambini arabi.

Sulle prime pagine dei giornali europei abbiamo visto vignette che, ripetendo i classici stereotipi antisemiti, mostrano Sharon mentre divora bambini palestinesi e i soldati israeliani impegnati a minacciare culle di piccoli Gesù. Tutto questo nuovo antisemitismo, che si è materializzato sotto forma di una violenza fisica senza precedenti contro persone e simboli ebraici, nasce nel seno di organizzazioni che si dedicano ufficialmente alla salvaguardia dei diritti umani, e ha raggiunto il proprio apice nel summit delle Nazioni Unite tenuto recentemente a Durban, quando l’antisemitismo è ufficialmente diventato lo stendardo della nuova religione secolare del nostro tempo, la religione dei diritti umani, facendo così di Israele e degli ebrei il suo nemico dichiarato. Ma gli ebrei e in generale la comunità internazionale sono stati presi del tutto di sorpresa e non hanno denunciato la nuova ondata di antisemitismo. Nessuno si scandalizza se Israele viene ogni giorno accusato, senza alcun motivo, di eccessiva violenza, di atrocità e di crudeltà. Ognuno è tormentato e turbato per la necessità di sferrare dolorosi attacchi contro i covi dei terroristi, spesso nascosti in mezzo a famiglie e bambini. Tuttavia, ogni Paese ha il diritto di difendersi. Nel corso della storia, soltanto agli ebrei è stato negato questo diritto, e così avviene ancora oggi. Perché la guerra al terrorismo è spesso considerata un problema fondamentale che il mondo deve ancora risolvere (si pensi soltanto agli Usa, e alla loro guerra contro l’Afghanistan e l’Iraq), mentre Israele viene trattato come un imputato considerato già colpevole proprio per il fatto che lo combatte? Non è forse un segno di antisemitismo mostrare apertamente di essere convinti che gli ebrei debbano morire in silenzio? Perché Israele è ufficialmente accusato di violare i diritti umani da una speciale commissione di Ginevra, mentre Cina, Libia e Sudan non sono mai stati fatti oggetto di alcuna accusa? Perché a Israele è stato negato un posto fisso in un gruppo regionale delle Nazioni Unite, mentre la Siria siede nel Consiglio di Sicurezza senza che nessuno alzi nemmeno un dito in segno di protesta? Perché tutti possono partecipare a una guerra contro l’Iraq, ma a Israele è invece proibito di farlo, anche se è sempre stata direttamente minacciata di totale distruzione da parte di Saddam Hussein? Perché, quando Stati sovrani e organizzazioni di vario genere rivolgono minacce di morte a Israele, nessuno solleva la questione all’Onu? Avete mai visto l’Italia minacciata dalla Francia o dalla Spagna nello stesso modo in cui gli iraniani minacciano Israele, come quando i loro leader proclamano che distruggeranno Israele con una sola bomba atomica? E chi apre mai bocca sul fatto che una gran parte dei giornali, delle televisioni, delle radio e dei libri scolastici di tutto il mondo invitano a cacciare gli ebrei fuori da Israele e a ucciderli in qualsiasi parte del mondo con attentati terroristici? Nessuno nella comunità internazionale sembra considerarlo un problema. Israele è un unterstate, uno Stato di seconda categoria, al quale è negato il diritto fondamentale a un’esistenza onorevole e pacifica, riconosciuto a tutti gli altri Stati. Lo Stato ebraico non è uno Stato come tutti gli altri.

Questo nuovo antisemitismo ha un volto che, come quello di Medusa, pietrifica chiunque lo osservi. La gente non vuole ammetterlo e neppure nominarlo perché in questo modo si svela sia l’identità dei suoi sostenitori sia il suo vero obiettivo. Persino gli stessi ebrei non vogliono chiamare un antisemita con il suo vero nome, temendo di frantumare vecchie alleanze. Perché la sinistra ha una propria idea molto precisa su cosa debba essere un ebreo, e se questi non segue le sue direttive, viene immediatamente rimproverato: come osi essere un ebreo diverso da come ti ho ordinato? Combattere il terrorismo? Eleggere Sharon? Ma sei pazzo? E qui la risposta degli ebrei e degli israeliani è sempre la stessa: siamo ancora molto timidi, molto desiderosi del vostro affetto. Perciò, invece di pretendere che Israele sia riconosciuta una nazione come tutte le altre e che gli ebrei diventino cittadini di pari gradi in tutto il mondo, preferiamo stare al vostro fianco, persino quando tirate fuori centinaia e centinaia di affermazioni antisemite. Preferiamo restare vicini a voi davanti a un monumento eretto in memoria dell’Olocausto, ascoltandovi deprecare il vecchio antisemitismo, mentre allo stesso tempo accusate Israele, e perciò gli ebrei, di essere dei killer razzisti. Facciamo un esempio che è diventato famoso in tutto il mondo e che risale a quando Paolo Mieli è stato nominato - seppur brevemente - presidente della Rai. Un incarico di grande importanza, perché la Rai è un impero che influenza profondamente l’opinione pubblica italiana e controlla miliardi di dollari. Mieli è un cognome ebraico e la stessa notte della sua nomina, la sede della Rai è stata imbrattata di graffiti. Sopra l’insegna «Rai» è stata scritta la parola raus, e attorno alla lettera «a» di Rai è stata disegnata una stella di David, trasformando il signifcato dell’acronimo «Rai» da «Radio televisione italiana» in «Radio televisione israeliana». Si tratta di un esempio perfetto di ciò di cui stiamo parlando: raus e la stella di David sono i simboli classici del tradizionale disprezzo e odio antisemitico, mentre la versione «Radio televisione israeliana», mettendo Israele al centro del quadro, è una chiara dimostrazione di come Israele sia il punto focale dell’odio antisemita di sinistra. Sorprendentemente, o forse prevedibilmente, una così sfacciata manifestazione di antisemitismo ha suscitato pochissime reazioni sia da parte delle autorità italiane sia da parte della comunità ebraica italiana.

Ecco un altro episodio significativo: un gruppo di professori della prestigiosa università di Ca’ Foscari a Venezia ha firmato una petizione per boicottare i professori e i ricercatori israeliani. Il testo di questa petizione è del tutto irrilevante, ma le reazioni che ha suscitato nella comunità ebraica sono molto interessanti. Un suo autorevole membro, quando gli è stata chiesta la sua opinione, ha detto: «Stanno facendo un grosso errore. Questi professori non si accorgono che, con il loro boicottaggio, stanno dando una mano alla politica di Sharon». Una reazione così assurda è la prova tangibile dell’incapacità, all’interno del mondo ebraico, di comprendere questo genere totalmente nuovo di antisemitismo, che ha come suo obiettivo principale lo Stato di Israele. Un altro esempio ancora è offerto da una lettera di un gruppo di professori dell’università di Bologna, indirizzata ai «loro amici ebrei» e pubblicata con un altissimo numero di firme a sottoscrizione. Eccone un passaggio: «Abbiamo sempre considerato il popolo ebraico come un popolo intelligente, sensibile, forte, forse, più di tanti altri perché selezionato nella sofferenza e nelle persecuzioni, nelle umiliazioni subite per secoli, nei pogrom e, per ultimo, nei campi di sterminio nazisti. Abbiamo avuto compagni di scuola e amici ebrei, colleghi di lavoro da noi stimati, e anche allievi israeliani a cui abbiamo trasmesso i nostri insegnamenti portandoli alla laurea, e che oggi esercitano la loro professione in Israele. Siamo spinti a scrivervi perché sentiamo purtroppo che la nostra stima e il nostro affetto per voi, per il popolo ebraico, si sta trasformando in dolorosa rabbia ... tante altre persone, dentro e fuori la nostra università, che hanno stima per il vostro popolo oggi provano i nostri stessi sentimenti. È necessario che vi rendiate conto che oggi state facendo ai palestinesi quello che a voi è stato fatto nei secoli passati ... possibile che non vi accorgiate che state fomentando contro voi stessi un odio immenso?». Questa lettera è un perfetto riassunto di tutte le caratteristiche del nuovo antisemitismo. C’è la definizione pre-sionista del popolo ebraico come di un popolo che soffre, anzi che deve soffrire per sua stessa natura; un popolo destinato a sopportare le più terribili persecuzioni senza nemmeno alzare un dito e che, perciò, è degno di compassione e solidarietà. È ovvio che uno Stato di Israele solido, democratico, militarmente forte ed economicamente prospero è l’antitesi di questo stereotipo. Il «nuovo ebreo», che cerca di non soffrire e che, soprattutto, può e vuole difendersi, perde immediatamente tutto il suo fascino agli occhi della sinistra.

Ma fino a quando la mappa del Medio Oriente non è stata colorata di rosso dalla guerra fredda e Israele non è stato dichiarato la longa manus dell’imperialismo americano, la situazione era diversa. Il nuovo Stato di Israele, fino alla guerra del 1967, era costruito sulla base di un’ideologia che permetteva o addirittura obbligava la sinistra a essere orgogliosa degli ebrei e gli ebrei a esserlo della sinistra, anche quando gli israeliani stavano combattendo e vincendo aspre guerre. Gli ebrei che erano sopravvissuti alla persecuzione nazifascista, la persecuzione della destra, avevano fondato uno Stato socialista ispirato ai valori della sinistra, il lavoro e il collettivismo, e in questo modo avevano nuovamente santificato la sinistra come il rifugio di tutte le vittime. In cambio, agli ebrei fu garantita la legittimazione. Ma, di fatto, gli ebrei erano straordinariamente importanti per la sinistra. Il popolo israeliano era un’accusa vivente contro l’antisemitismo che aveva scatenato la Shoah, l’antisemitismo nazi-fascista; e ora stava addirittura costruendo fattorie collettive e dando vita a un sindacato onnipotente! Questo, per certi aspetti, fece assolvere l’antisemitismo stalinista, o perlomeno gli diede un’importanza minore di quella che ebbe realmente. Gli ebrei divennero indispensabili alla sinistra: osservate il tono paternalistico e pieno di compassione dei professori bolognesi: «Perfavore, cari amici ebrei, tornate indietro. Mettetevi di nuovo insieme a noi. Malediciamo insieme Israele e celebriamo lo Shoah Day». Ma la contraddizione è diventata persino ontologicamente insopportabile: infatti, come si può piangere insieme ai sopravvissuti per l’uccisione degli ebrei da parte dei nazisti, quando gli ebrei di oggi sono accusati di essere loro stessi dei nazisti? In un programma radiofonico trasmesso in Europa, qualcuno ha detto che, dopo la diffusione delle immagini di Muhammed al-Dura, l’Europa ha potuto finalmente dimenticare la famosa fotografia del ragazzino con le mani in alto nel ghetto di Varsavia. Il significato di quest’affermazione, spesso ripetuta in altre forme, è la cancellazione della memoria dell’Olocausto per mezzo di un’identificazione tra Israele e il nazismo, vale a dire con il razzismo, il genocidio, la crudele eliminazione dei civili, delle donne e dei bambini, con un’esplosione assolutamente ingiustificata di violenza e degli istinti più bassi e brutali. Significa pretendere di credere ciecamente, senza fare alcuna indagine, alla versione palestinese di un episodio molto controverso, così come di molti altri fatti. Significa dare per scontate le «atrocità» di cui parlano sempre i portavoce palestinesi, e ignorare qualsiasi prova concreta che non avvalla la loro versione dei fatti. Certo, la gente può, e lo ha sempre fatto, prendere come oro colato i pregiudizi sugli ebrei: ognuno è libero di pensare ciò che vuole. Ma noi ebrei dobbiamo semplicemente riservarci il diritto morale di considerare responsabile delle sue parole chi la pensa in quel modo; ai nostri occhi, questa persona sarà un autentico antisemita. Perciò gli dovremo dire: se tu menti o ricorri a pregiudizi e stereotipi parlando di Israele sei un antisemita e noi ti combatteremo. Non dobbiamo farci intimidire dai professori che, nella loro lettera, ci dicono: «Vi abbiamo aiutato, voi poveri ebrei, privi di tutto, un popolo senza nazione, a rimanere in vita durante la Diaspora e la fondazione di Israele. Senza di noi non siete nulla. Perciò state attenti: se persistete nel vostro tradimento vi annienteremo. Se non sapete qual è il vostro posto non esistete; e il vostro posto non è da nessuna parte». Sostengono che la loro sia una legittima critica alla Stato di Israele; ma la verità è che buona parte di queste critiche sono soltanto delle menzogne, come quando Suha Arafat ha affermato che gli israeliani avevano avvelenato le acque palestinesi, o quando lo stesso Yasser Arafat ha detto che Israele impiegava uranio impoverito contro il popolo palestinese, e che le donne-soldato israeliane si mostravano nude davanti ai guerriglieri palestinesi per confonderli. Lo stesso vale quando si dice che l’esercito israeliano spara deliberatamente contro i bambini o i giornalisti.

Come giornalista, non posso passare sotto silenzio il grande aiuto dato dai mass media a questo nuovo antisemitismo. Fin dall’inizio dell’Intifada noi, giornalisti combattenti per la libertà cresciuti nei campi di Che Guevara e dei fedayin, abbiamo dato del conflitto israelo-palestinese un resoconto che è senza dubbio il più sbilanciato e prevenuto che si sia mai visto in tutta la storia del giornalismo. Ecco i principali fattori che rendono distorta l’informazione sull’Intifada:

1) Mancanza di profondità storica nell’attribuzione delle responsabilità del suo scoppio: in altre parole, l’incapacità di raccontare in modo adeguato la storia dell’offerta israeliana per uno Stato palestinese e del rifiuto di Arafat che, in sostanza, non è altro che il rifiuto di accettare l’esistenza di Israele come Stato ebraico, e si inserisce nella scia di ormai quasi settant’anni di rifiuti arabi alla ripartizione del territorio di Israele tra arabi ed ebrei, come consigliato dagli inglesi nel 1936, deciso dalle Nazioni Unite nel 1947 e sempre accettato dai rappresentanti ebrei.

2) Incapacità, fin dai primi scontri ai check point, di stabilire la responsabilità delle prime morti in conseguenza del fatto che, a differenza della prima Intifada, nella seconda l’esercito israeliano ha dovuto affrontare combattenti armati nascosti in mezzo a una folla disarmata.

3) Incapacità di riconoscere l’enorme influenza delle pressioni culturali esercitate sui palestinesi, a partire dal sistematico indottrinamento condotto dalle scuole e dai mass media palestinesi, con lo scopo di denigrare gli ebrei e gli israeliani e di idealizzare i più brutali atti terroristici.

4) La piatta descrizione della morte dei bambini palestinesi senza soffermarsi in alcun modo sulle circostanze in cui è avvenuta. L’equiparazione tra le vittime civili israeliane e palestinesi, come se il terrorismo e la guerra che lo combatte fossero la stessa cosa, e come se le uccisioni mirate equivalessero a una deplorevole e triste conseguenza di un nuovo e difficile genere di lotta.

5) L’uso delle fonti palestinesi per verificare la realtà dei fatti, come se le fonti palestinesi fossero le più affidabili. Sto pensando a Jenin, ai resoconti non confermati di episodi che sono passati sulla carta stampata o alla televisione come verità assoluta. Al contrario, le fonti israeliane, che sono molto spesso affidabili per la presenza nel Paese di un giornalismo aggressivo, libero e aperto, nonché per l’altrettanto determinata battaglia contro le politiche del governo cambattuta dai partiti d’opposizione, dagli obiettori di coscienza, dai commentatori televisivi e dai giornalisti, sono considerate servili, piene di pregiudizi e non degne di attenzione.

6) La manipolazione dell’ordine in cui vengono date le notizie e la manipolazione delle stesse notizie. I titoli forniscono il numero dei palestinesi uccisi o feriti e la maggior parte degli articoli, almeno in Europa, prima di raccontare gli scontri a fuoco e le loro cause, si dilungano sull’età e la storia famigliare dei terroristi. Motivazioni e scopi delle azioni condotte dall’esercito israeliano, come quella di catturare i terroristi, distruggere le fabbriche d’armi, i nascondigli e le basi d’attacco contro Israele, sono raramente menzionati. Al contrario, le operazioni israeliane sono spesso presentate come del tutto superflue, strane, crudeli e inutili.

7) La manipolazione del linguaggio, sfruttando il vantaggio della grande confusione che regna circa la definizione dei concetti di «terrorismo» e «terrorista». Anche questa è una vecchia questione, legata alla nozione di combattente per la libertà, così cara alla mia generazione. Tempo fa, stavo facendo alcune interviste presso un check point. Mi è stato presto chiaro che l’uso della parola «terrorista» suonava nelle orecchie di tutti i miei interlocutori palestinesi come un peccato politico e semantico di capitale gravità. La stampa lo sa benissimo: l’occupazione è la causa di tutto, il terrorismo è chiamato resistenza e, in se stesso, non esiste affatto. I terroristi che uccidono donne e bambini sono chiamati militanti o combattenti. Un atto di terrorismo è spesso definito uno «scontro a fuoco», anche quando si tratta soltanto di bambini e vecchie signore freddate a colpi di mitra dentro la loro macchina su un’autostrada. È pure interessante notare che un giovane shahid è motivo di profondo orgoglio per la lotta palestinese, ma se domandate come si fa a mandare a morire un bambino di dodici anni o per quale motivo questi ragazzini vengono indottrinati a compiere simili atti, la risposta è: «Ma andiamo, un bambino non può essere un terrorista. Come può un ragazzino di dodici anni essere un terrorista?». Questo è probabilmente il punto fondamentale: dato che è in atto un dibattito infuocato sulla definizione di terrorismo, si accetta comunemente che il terrorismo sia un modo di combattere. Questo è un regalo semantico e anche materiale del nuovo antisemitismo, secondo il quale è naturale che un ebreo sia morto. Detto più precisamente, la scelta intenzionale di obiettivi civili allo scopo di innescare la paura e distruggere il morale del nemico non viene considerato un peccato morale nei confronti di Israele. Non scatena l’indignazione del mondo, e anche quando lo fa, nasconde tra le sue pieghe un certa simpatia per gli aggressori terroristi. Ciò che la stampa europea non riesce a capire, o non vuole, è che il terrorismo è un mezzo di combattimento da condannare e da proibire, indipendentemente dagli specifici obiettivi politici che cerca di realizzare.

8) Infine, i media hanno diffuso il davvero stravagante concetto che i coloni, donne e bambini compresi, non siano dei veri e propri esseri umani. Sono presentati come delle pedine in un gioco pericoloso, al quale hanno volontariamente scelto di partecipare. La loro morte è un fatto praticamente naturale e del tutto logico. In un certo senso, se la sono voluta. Al contrario, quando viene ucciso un comandante di Hamas, sebbene pure lui, ovviamente, «se la sia voluta», si apre un dibattito morale e filosofico per condannare la perfidia con cui si eseguono sommarie condanne a morte. Sarebbe un dibattito certamente legittimo, se non fosse per uno scandaloso uso dei due pesi e delle due misure da parte della stampa mondiale.

9) Infine, non bisogna dimenticare che non si parla quasi mai della censura e della corruzione che regna all’interno dell’Autorità palestinese, così come dell’eliminazione fisica dei suoi nemici politici.

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Tutto ciò di cui abbiamo parlato finora ci porta direttamente verso una precisa destinazione: Durban. Qui, i movimenti dei diritti umani, gli stessi che sono poi scesi nelle strade per manifestare contro la guerra in Iraq, hanno scelto Israele come nemico e obiettivo principale. Questa scelta rappresenta un grande successo per la propaganda palestinese, ma anche un grave segnale di debolezza da parte di questi stessi movimenti. L’immagine che risulta è quella di una sinistra ideologicamente e politicamente all’angolo, che ha scelto di adottare come universale una battaglia molto controversa e specifica, pesantemente contrassegnata dal terrorismo. Una sinistra che invece di affrontare il sistema di globalizzazione capitalistico, prende come suo principale obiettivo lo Stato di Israele. In parole povere, la sinistra ha deciso di far pagare a Israele ciò che a suo giudizio dovrebbe pagare l’America. Non è una cosa da veri codardi? Inoltre, ci vorrebbe un intero libro per raccontare con precisione la questione di come le Nazioni Unite, con la loro scandalosa politica, hanno contribuito a questo sviluppo, e di come l’Europa lo ha alimentato a causa del suo antico senso di colpa nei confronti di Israele e del suo odio per gli Stati Uniti. Denunciare questo nuovo antisemitismo dei diritti umani è un compito psicologicamente difficilissimo per Israele e per gli ebrei della Diaspora. E lo è tanto di più perché quello tra gli ebrei e la sinistra è un divorzio che quest’ultima non desidera affatto. La sinistra vuole continuare a essere considerata il paladino dei buoni ebrei. Pretende di piangere per gli ebrei uccisi nella Shoah, spalla a spalla con gli ebrei. E lo fa perché questo le dà l’autorizzazione morale per parlare delle «atrocità» di Israele. Dopo aver scritto qualche saggio sulle «atrocità» commesse da Israele, il bravo uomo di sinistra europeo tornerà indietro e ti parlerà con passione dell’affascinante cultura shtetl e della prelibatezza della cucina degli ebrei del Marocco. Fino a quando non romperemo il silenzio, noi ebrei daremo alla sinistra l’autorizzazione di negare il nostro diritto a una nazione, e a difendere il nostro popolo da un antisemitismo senza precedenti. Proprio nello stesso momento in cui maledice Israele, la sinistra dei diritti umani, del pacifismo, della protesta contro la pena di morte, la guerra e le discriminazioni razziali o sessuali, elogia anche i terroristi suicidi e si compiace per caricature di Sharon degne dello Sturmer. Ma nessuno dei suoi esponenti verrà mai in Israele per fare lo scudo umano seduto in un bar o a bordo di un bus. Tuttavia, questo nuovo antisemitismo ha una caratteristica singolare: permette la conversione. In altre parole, questo tipo di antisemitismo, a differenza dell’antisemitismo nazista e analogamente all’antisemitismo teologico, vi offre la possibilità di rinunciare al diavolo (ossia Israele, o talvolta Sharon). Chiunque proclami la sua indignata condanna sul comportamento di Israele può rimettere piede nella società civile, quella del common sense, della conversazioni amichevoli, dei gruppi di persone oneste, piene di buona volontà, che combattono in nome dei diritti umani.

Se vogliamo ottenere qualcosa, se decidiamo che è giunto il momento di combattere, dobbiamo sbarazzarci delle imposture e degli inganni del politicamente corretto. Dobbiamo saper dire che la libera stampa fallisce la sua missione quando mente, e che sta effettivamente mentendo. Dobbiamo dire che tutti i diritti umani sono violati quando a un popolo è negato il diritto all’autodifesa, e che questo diritto a Israele è effettivamente negato. I diritti umani sono calpestati anche quando una nazione viene sottoposta alla diffamazione sistematica e resa automaticamente un obiettivo legittimo per i terroristi. Non dobbiamo più accettare ciò che abbiamo accettato fin dal giorno in cui è nato il nostro Stato, vale a dire che debba essere considerato come uno Stato diverso e a sé stante all’interno della comunità internazionale. Un altro punto importante: tra le varie forme di antisemitismo oggi in voga, una riguarda la confusione tra «israeliano» ed «ebreo». Apparentemente, è sbagliato insinuare che gli ebrei agiscano nell’interesse dello Stato di Israele e non in quello dello Stato in cui vivono. Più un Paese confonde i due termini, più è considerato antisemita, e quindi ci si immaginerebbe che gli ebrei combattano questo pregiudizio. Ma è un grave errore. Poiché lo Stato di Israele, e insieme a esso gli ebrei, sono stati vittime del peggior genere di pregiudizi, gli ebrei dovrebbero considerare apertamente il loro essere identificati con Israele come un prestigio e un onore. Dovrebbero dichiarare con orgoglio questa identificazione. Se è vero che Israele è l’obiettivo principale degli attacchi antisemiti, è proprio qui che dobbiamo concentrare la nostra attenzione. Dobbiamo giudicare il carattere morale della persona con la quale stiamo parlando in base a questo test: se menti su Israele, se lo ricopri di pregiudizi, sei un antisemita. Se sei prevenuto nei confronti di Israele, sei contro gli ebrei. Naturalmente questo non significa che sia proibito criticare Israele e le sue politiche. Ben poco, tuttavia, di quello che si sente dire su Israele ha qualcosa a che fare con una lucida critica. Pregiudizi e partiti presi, e non la figura di Sharon, sono la ragione principale delle critiche. Questi autoproclamatisi critici non sono affatto quei devoti intercessori a favore degli ebrei che pretendono di essere. Perciò dobbiamo dire loro: da ora in poi non potete più usare liberamente il lasciapassare dei diritti umani; non potete più sfruttare falsi stereotipi. Dovete dimostrare concretamente quello che affermate: che l’esercito assalta senza pietà poveri villaggi arabi che non hanno niente a che fare con il terrorismo; che uccide di proposito i bambini, e che si diverte a far fuori i giornalisti. Non ci riuscite? Avete definito gli eventi di Jenin un massacro? Allora siete degli antisemiti, proprio come i vecchi antisemiti che fate finta di odiare. Dovete ancora convincermi di non esser antisemiti, ora che sappiamo che non condannate il terrorismo, e che non avete mai detto una parola contro le caricature degli ebrei dal naso ricurvo, con una borsa piena di dollari in una mano e una mitragliatrice nell’altra.

Israele è rimasto scioccato dalla nuova ondata di antisemitismo. Tutte le teorie secondo le quali l’antisemitismo classico sarebbe diminuito con la creazione di Israele, e infine scomparso del tutto, sono state smentite. Per di più, Israele è diventato, di fatto, la somma di tutto il male, la prova che «i protocolli dei Savi Sion» avevano ragione e che le accuse di omicidio rituale dei bambini erano vere. I palestinesi sono trasformati in un nuovo Gesù messo in croce, e la guerra in Iraq o in Afghanistan scatenata dagli Stati Uniti fa parte del piano ebraico per il dominio del pianeta. Gli ebrei di tutto il mondo sono minacciati, picchiati e persino uccisi per fargli pagare il prezzo dell'esistenza di Israele. Israele e gli ebrei oggi hanno una sola certezza: ora che dispongono di propri mezzi di difesa, una nuova Shoah non è più possibile. Tuttavia, dobbiamo passare dall'idea di una possibile eliminazione fisica degli ebrei a quella di una loro possibile eliminazione morale. L'unico modo per affrontare questa minaccia è combattere senza paura, sul nostro stesso terreno, usando tutte le armi storiche ed etiche che Israele possiede. Nessuna vergogna, nessun timore e nessun senso di colpa. Israele ha la possibilità di dimostrare ciò che è veramente: l'avamposto nella lotta al terrorismo e il baluardo della democrazia. Non è una cosa da poco. Ma noi ebrei ci comportiamo come vittime e non cogliamo questa possibilità perchè significherebbe metterci in conflitto con i nostri vecchi alleati, rinunciando alla loro legittimazione. Dobbiamo renderci conto che questa legittimazione si trova nelle nostre mani, anche se non l'abbiamo mai fatta valere. La parola d'ordine degli ebrei dovrebbe essere «orgoglio ebraico», nel senso di orgoglio per la nostra storia e per la nostra identità nazionale, ovunque ci troviamo. Orgoglio ebraico significa che dobbiamo reclamare l'esclusiva identità del popolo ebraico e il suo diritto di esistere. Dobbiamo comportarci come se questo diritto non ci fosse mai stato riconosciuto perchè oggi, ancora una volta, non lo è più. Nel difendere quest'identità dobbiamo essere, come dice Hillel Halkin, i più tenaci e i più resistenti di tutti, e allo stesso tempo i più liberali. Nessuna sinistra e nessuna destra. Non daremo alla sinistra il potere di decidere dove dobbiamo stare. Decideremo le nostre alleanze da soli, in base alla situazione concreta dei nostri potenziali partner.


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