Gianfranco Di Segni

Rabbino e ricercatore al CNR. Insegnante al Collegio Rabbinico di Roma

David Gianfranco Di Segni

La "dolce morte" di Rabbi Chaninà ben Teradiòn

L'eutanasia secondo l'ebraismo in un caso narrato nel Talmud

Recentemente è tornato alla ribalta il problema dell'eutanasia. In alcuni Paesi è ammesso procurare la morte a un paziente che abbia gravi sofferenze fisiche, qualora egli lo richieda espressamente. In Italia è proibito provocare la "bella morte", però un uomo che aveva staccato il respiratore che teneva in vita la moglie è stato comunque assolto dal reato di omicidio, perché "il fatto non sussiste": il tribunale ha infatti accolto la tesi che al momento del distacco dalla macchina la donna, in coma irreversibile, fosse di fatto già morta e fosse tenuta in vita solo artificialmente. Anche questo caso, seppure non del tutto assimilabile all'eutanasia vera e propria (in cui il malato può anche essere completamente cosciente), ha suscitato un vasto dibattito fra gli esperti di bioetica, sia laici che cattolici.

Qual è il punto di vista della Halakhà, la legge ebraica, su questo tema? Senza pretendere di essere esaustivi su un argomento complesso e dai numerosi risvolti, proviamo a evidenziarne i princìpi generali, partendo da un racconto del Talmùd. L'episodio si svolge durante le dure persecuzioni degli ebrei sotto l'imperatore Adriano, dopo la rivolta di Bar Kokhbà del 132-135. Nonostante i Romani avessero proibito lo studio della Torà, Rabbì Chaninà ben Teradiòn – uno dei più importanti maestri dell'epoca, la cui figlia Bruria andò in moglie a Rabbì Meir – continuava a studiare e insegnare Torà pubblicamente, portando costantemente con sé un Sefer Torà. Alla fine fu catturato dai Romani e messo a morte. Rabbì Chaninà, insieme a Rabbì Akivà e a Rabbì Ishmaèl, è uno dei "dieci martiri" ( 'asarà harughè malkhùt ) morti durante le persecuzioni romane. Ecco come l'episodio è raccontato nel Talmud, nel trattato Avodà zarà (18a):

Quando Rabbì Yosè ben Kismà si ammalò, Rabbì Chaninà ben Teradiòn andò a fargli visita. Rabbì Yosè gli disse: "Chaninà, fratello mio, non sai forse che questo popolo [i Romani] regna per volontà del Cielo? Infatti, benché abbia distrutto la casa di D-o, bruciato il Suo tempio, ucciso i Suoi devoti, sterminato i Suoi fedeli, esso ancora continua a esistere. Ho sentito dire che tu studi Torà, raduni gente e stai sempre abbracciato a un Sèfer Torà!". Gli rispose R. Chaninà: "Dal Cielo avranno pietà di me". R. Yosè gli disse: "Io ti dico cose sensate e tu mi rispondi dicendo "avranno pietà di me dal Cielo"? Mi meraviglierei se non ti bruceranno con il fuoco insieme al Sefer Torà!". [...] Dopo pochi giorni Rabbì Yosè ben Kismà morì; tutti i più importanti cittadini romani parteciparono al suo funerale e gli fecero una grande commemorazione. Al loro ritorno trovarono Rabbì Chaninà ben Teradiòn che studiava Torà, radunava gente e stava abbracciato a un Sefer Torà. Lo catturarono, l'avvolsero nel Sefer Torà, lo circondarono con dei rami e accesero il fuoco, mettendogli sul petto spugne di lana imbevute d'acqua per prolungarne l'agonia. Gli disse allora sua figlia: "Padre, è questa la ricompensa a cui devo assistere?". Le rispose: "Se io bruciassi da solo, mi sarebbe difficile sopportarlo; ma ora che brucio insieme al Sefer Torà, chi esigerà una riparazione per l'offesa recata alla Torà la richiederà anche per l'offesa a me". Gli chiesero poi i suoi allievi: "Maestro, cosa vedi?". Disse loro: "La pergamena brucia ma le lettere volano in alto". Gli allievi allora dissero: "Apri la bocca e fai entrare il fuoco dentro di te [per accelerare la fine]!". R. Chaninà rispose loro: "È meglio che si riprenda l'anima Colui che l'ha data piuttosto che sia l'uomo a provocare un danno a se stesso". A quel punto il centurione romano [là presente] gli disse: "Maestro, se io aumento le fiamme e ti tolgo le spugne di lana da sopra il petto, mi porterai con te nel mondo futuro?". "Sì", gli rispose Rabbì Chaninà. Allora quello disse: "Giuramelo!". Rabbì Chaninà glielo giurò e immediatamente il centurione aumentò le fiamme e tolse le spugne di lana. Presto l'anima si dipartì e anche il soldato si gettò dentro al fuoco. Uscì una voce dal cielo che disse: "Rabbì Chaninà ben Teradiòn e il centurione sono invitati alla vita del mondo futuro!". Rabbi [Yehudà ha-Nasì] pianse e disse: "C'è chi si procura la propria parte del mondo a venire con un'ora sola e chi con tanti anni".

Questo racconto, insieme ad altri passi del Talmud e della letteratura rabbinica successiva, è spesso utilizzato come base di partenza per la discussione sull'eutanasia. Un insegnamento che se ne può ricavare è il concetto che la santità della vita ha un valore infinito . Anche pochi istanti di vita meritano di essere vissuti. Il centurione fa teshuvà , ossia decide di "cambiar vita" (in questo caso letteralmente), grazie a quei pochi attimi in più che Rabbì Chaninà, per essersi rifiutato di accelerare la morte, trascorre fra le fiamme. L'uomo non è padrone della propria vita ma ne è solo il depositario e non può quindi essere l'uomo stesso a decidere quando concludere la propria o altrui vita.

La legge ebraica è chiara. L'eutanasia è assolutamente proibita. Ogni azione che porta alla fine della vita è considerata un omicidio, che è una delle più gravi proibizioni della Torà. Viceversa, curare il malato è un obbligo per il medico e per chiunque ne abbia la possibilità; ed è anche un obbligo per il paziente stesso farsi curare. Questo non è solo un diritto ma è anche un dovere: è un ordine esplicito "salvaguardare la propria vita" ( Deuter . 4:15 e Giosuè 23:11; cfr. Kitzùr Shulchàn Arùkh 32:1) e "non rimanere inerte se il tuo prossimo è in pericolo" ( Levit . 19:16; cfr. comm. di Rashì).

Lo Shulchàn Arùkh , il codice legale ebraico, riporta in grande dettaglio tutto ciò che è vietato fare per il timore che possa accelerare la morte di un paziente: ad esempio, è proibito togliere il cuscino da sotto la testa di un malato in agonia o anche solo chiudergli gli occhi. Ciò sarebbe considerato come uno "spargimento di sangue". Il Talmud afferma che il caso assomiglia a quello di una flebile fiamma, per la quale anche un piccolo movimento può provocarne lo spengimento: l'analogia non è casuale, dato che l'anima umana è chiamata il "lume di D-o" ( Proverbi 20:27).

La Halakhà contempla però anche il caso di un "impedimento" alla morte naturale. Così dice lo Shulchàn Arukh : "Se c'è qualcosa che impedisce la dipartita dell'anima, per esempio se c'è un suono ritmico vicino alla casa (dove si trova il paziente), come il rumore causato da un taglialegna, o c'è del sale sulla sua lingua, e queste cose impediscono la dipartita dell'anima, allora è permesso eliminarle: in questo caso, infatti, non si tratta affatto di un atto concreto ma della rimozione di un impedimento". È quindi lecito (e anzi, forse anche doveroso) rimuovere eventuali ostacoli che mantengano artificialmente in vita un paziente.

L'eutanasia è quindi assolutamente vietata, però ciò non implica che si debba ricorrere a un accanimento terapeutico in caso di malati terminali: anche questo è proibito, se l'unico scopo è prolungare artificialmente la vita. Il problema principale è identificare la precisa linea di demarcazione fra un'azione che, direttamente o indirettamente, causi la morte e un'altra che, sospendendo l'accanimento terapeutico, si limiti solo a permettere il decorso naturale. Il distacco della macchina che assicura la respirazione artificiale, senza la quale il malato terminale non sarebbe in grado di sopravvivere, è uno dei casi maggiormente in discussione, con diverse opinioni fra le autorità rabbiniche contemporanee. È bene comunque ricordare che nella legislazione ebraica ogni singolo caso va valutato come un caso a sé stante e va sempre sottoposto al giudizio del Tribunale rabbinico competente, che esaminerà tutti gli aspetti del problema.

Per concludere, da dove si impara il concetto di santità della vita umana? Dal fatto che l'Uomo è stato creato "a immagine e somiglianza" di D-o. Ogni offesa arrecata all'essere umano è considerata, prima di tutto, un'offesa all'immagine divina che si trova in ognuno di noi.

Giugno 2002 - originalmente pubblicato su Shalom


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