Gianfranco Di Segni

Rabbino e ricercatore al CNR. Insegnante al Collegio Rabbinico di Roma

David Gianfranco Di Segni

La montagna rovesciata e l'identità ebraica

Un midrash del Talmud ( Shabbat 88a) racconta che al momento della donazione delle Tavole della Legge D-o sollevò il Monte Sinai sopra le teste di tutto il popolo ebraico e disse loro: "Se accettate la Torà, bene, altrimenti questa sarà la vostra tomba". Per chi ha sempre pensato che gli ebrei avessero accettato spontaneamente la Torà, questo midrash risulta un po' duro da recepire, quasi fastidioso. Dov'è la supposta grandezza morale del popolo ebraico, che avrebbe accettato e poi diffuso al mondo intero i Dieci Comandamenti? Dov'è il famoso "faremo e ascolteremo" che viene sempre sbandierato per mostrare la fedeltà degli ebrei a D-o? Dov'è il libero arbitrio degli ebrei (e degli uomini in generale)? Il midrash prosegue, comunque, affermando che gli ebrei accettarono la Torà, spontaneamente e per libera scelta, dopo i fatti di Purim. Proviamo ad analizzare il significato di questo midrash. Già nel Talmud stesso Rav Achà bar Yaacov fornisce una prima spiegazione, dicendo che, così facendo, D-o offrì un pretesto agli ebrei di quella generazione e di quelle future. Se non avessero osservato la Torà, gli ebrei avrebbero potuto sostenere che essi non avevano voluto accettarla, ma l'avevano subita con la forza e l'imposizione. Il Midrash Tanchumà (58: 3) sostiene piuttosto che gli ebrei furono costretti con la forza solo ad accettare la Torà orale , perché questa include molte più norme e dettagli della Torà scritta , che gli ebrei erano invece pronti ad accettare spontaneamente.

Il Maharal di Praga (in Tiferet Israel cap. 32, e altrove) offre un'interpretazione completamente diversa: la Torà, dice il Maharal, è qualcosa di troppo importante per l'esistenza del mondo intero perché venga lasciata alla libera volontà del popolo ebraico (o di qualsiasi altro popolo). Il Maharal cita un altro midrash, secondo cui se la Torà non fosse stata accettata il mondo intero sarebbe precipitato nel tohu wa-vohu , nel caos primordiale. Gli ebrei furono quindi costretti ad accettare la Torà per il bene di tutti, di loro stessi come di tutto l'universo. Il mondo senza la Torà non poteva sussistere, e non era quindi possibile rischiare di mettere a repentaglio l'esistenza del mondo intero lasciando la libertà di scelta agli ebrei: questi dovevano essere obbligati in tutte le maniere ad accettare la Torà.

Il Maharal aggiunge anche che questa "violenza" che gli ebrei subirono fu in realtà un atto d'amore che D-o fece verso di loro: secondo una norma della Torà ( Deuter. 22: 28-29), colui che violenta una donna non sposata è obbligato poi a prenderla in moglie, e non potrà mai più ripudiarla. D-o quindi, che in un certo senso violentò il popolo d'Israele (che come è noto è paragonato alla "sposa" di D-o), non potrà mai più respingerlo e disconoscerlo ed è "costretto", per così dire, dalla Sua stessa Torà a mantenere un legame particolare con il popolo ebraico, per quanto questo voglia allontanarsi da Lui.

Ho sempre trovato questa spiegazione del midrash offerta dal Maharal assai convincente e affascinante, da quando la sentii per la prima volta dal mio Maestro Rav Michel Monheit. Vorrei tentare però di offrire una interpretazione di tipo diverso. Per gli ebrei appena usciti dall'Egitto le uniche alternative erano o accettare la Legge, e con questa la possibilità di formarsi come nazione, o tornare in Egitto come schiavi, e con ciò la morte in quanto popolo libero. Essere ebrei, per i figli d'Israele usciti dall'Egitto, era una scelta obbligata.

Anche noi ebrei del XXI secolo non abbiamo scelta, se non, appunto, essere ebrei. Quando i Maestri sostengono che "è ebreo chi nasce da madre ebrea" non affermano soltanto un principio giuridico, ma ci dicono anche che l'essere ebreo non è una questione di scelta. La frase potrebbe in realtà essere letta in questo modo: "chi nasce da madre ebrea è ebreo". L'identità ebraica ci è imposta fin dalla nascita e non possiamo far altro che trascinarcela appresso. L'ebreo che si identifica con la tradizione ebraica, nella maggior parte dei casi, trasmette (e "impone") questa sua condizione ai propri figli. È sì possibile tentare di scrollarsi di dosso il "vestito" ebraico, ma non è un processo facile e spesso richiede il passaggio di almeno 2-3 generazioni. Inoltre, a volte, sono gli altri che ci ricordano che siamo ebrei, anche quando noi vorremmo averlo dimenticato.

Ma è sempre così? Non c'è modo di essere ebrei per libera scelta? In realtà, ci sono due casi in cui si decide autonomamente di accettare su di sé la condizione ebraica: il non-ebreo che si converte (quando questa conversione non è la conseguenza di una costrizione imposta dalla situazione sociale o familiare in cui egli vive) e l'ebreo completamente assimilato che decide di tornare alla Torà. In questi due casi, quando ci si avvicina alla tradizione ebraica, lo si fa per libera scelta e non per un'imposizione. Quando il midrash ci dice che a Purim gli ebrei accettarono volontariamente la Torà, esprime proprio questo concetto. Infatti, gli ebrei di cui si narra nella Meghillà di Ester erano ebrei della diaspora, molto assimilati, che avevano dimenticato del tutto o quasi le loro tradizioni. E' vero che Aman gli "ricordò" la loro origine, ma dopo lo scampato pericolo essi divennero coscienti del proprio essere ebrei e accettarono, di nuovo e pienamente, la Torà. Fu quella, dice il midrash, una scelta volontaria e non imposta.

Gli ebrei di questo secolo non sono molto dissimili dagli ebrei di Persia di 2500 anni fa. Anche noi siamo per lo più assimilati e poco coscienti del nostro essere ebrei. Ciò che possiamo imparare dalla storia di Purim e che dobbiamo fare, o almeno debbono farlo quelli tra noi che sentono e vivono profondamente il problema ebraico, è cercare di dare dei contenuti al nostro ebraismo, e far sì che sia qualcosa di cosciente e meditato, non solo impostoci passivamente per eredità biologica o culturale. E questo vale, a mio parere, qualsiasi sia la scelta in campo ebraico che noi possiamo fare.

Marzo 2000 - Pubblicato su Shalom


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