Studiosa delle Comunità ebraiche delle Marche

Breve storia del popolo ebraico

2. Dalla Cacciata dalla Spagna a oggi

1. L’epoca dei ghetti
2. Situazione in Europa e nascita del “Sionismo”
3. Il caso Dreyfus
4. L’Olocausto, ovvero lo sterminio: SHOA’, in ebraico
5. Probabili cause della shoà
6. La Guerra
7. La nascita dello stato di Israele e la questione palestinese
8. Seconda guerra: 1956
9. Terza guerra: 1967
10. Quarta guerra: 6 ottobre 1973
11. Quinta guerra: giugno 1982
12. Ciò che la RAI e stampa italiana non dicono
1. Dalle origini alla Cacciata dalla Spagna (1492)

1. L’epoca dei ghetti

In Italia il primo ghetto venne istituito nel 1516 a Venezia, nella zona della nuova fonderia (getto da cui il termine ghetto), sia pure con norme non così restrittive come avverrà poi altrove.

Nello Stato Pontificio, e nelle terre che via via cadevano sotto il suo diretto dominio, eletto papa Paolo IV Carafa, verranno istituiti i ghetti a partire dal 1555. Erano luoghi separati, chiusi dal tramonto all’alba da pesanti portoni: il portinaio, cristiano, addetto alla chiusura doveva essere retribuito dagli stessi ebrei. Paolo IV con l’enciclica “Cum nimis absurdum...” nega agli ebrei qualsiasi dignità umana superando forse persino quelle che saranno poi le ideologie naziste.

Il successore, Pio IV (1559- 1565) mitiga le inumane restrizioni e favorisce il ritorno degli ebrei alle vecchie attività, ma gli succede Pio V , il grande inquisitore che nel 1569 decreta l’espulsione degli ebrei da tutte le città dello Stato ad eccezione di Roma, Ancona ed Avignone ove vivranno stipati in luoghi ristretti e malsani.

Un breve respiro lo avranno di nuovo con papa Sisto V (1585- 1590) che, per risollevare l’economia, spinge i comuni a sollecitare il ritorno di mercanti, banchieri e artigiani ebrei, ma l’elezione di Clemente VIII , li costringe nuovamente nei ghetti.

Nel Ducato di Urbino, solo alla morte dell’ultimo duca Francesco Maria II Della Rovere verranno istituiti i ghetti di Pesaro, Senigallia ed Urbino (1633)

La segregazione si protrarrà sino all’arrivo dei francesi che con i loro ideali di “Libertà, Fraternità e Uguaglianza” abbatterono i portoni dei ghetti e le vecchie ideologie, riconoscendo agli ebrei l’equiparazione sociale e giuridica.

Ancora una volta è una gioia di breve durata, partiti i francesi la repressione sarà durissima e il popolino, debitamente fomentato saccheggerà le case ebraiche e sinagoghe distruggendo e uccidendo. Nel 1799 al grido di “Viva Maria” a Senigallia e a Siena furono trucidati 13 ebrei, troppo vecchi per una fuga veloce, centinaia i feriti. Meno cruente anche se altrettanto devastanti, furono le rappresaglie contro gli ebrei di Pesaro e Urbino. In Ancona invece il vescovo Honorati diede protezione agli ebrei della città e a quanti in essa cercarono rifugio.

Ancora una volta vennero richiusi i portoni dei ghetti aperti poi per volontà di Pio IX nel 1848 (ma l’anno successivo fece di nuovo chiudere quello di Roma che sarà aperto solo dopo Porta Pia), e in tale data concesse anche il permesso di apporre i nomi dei defunti sulle sepolture. Tuttavia non concesse il decreto di equiparazione, che gli ebrei romani otterranno solo nel 1870, e nulla fece per il bambino Edgardo Mortara, strappato alla famiglia all’età di 6 anni col pretesto che era stato battezzato, e a nulla servirono le sollecitazioni della Chiesa anglicana, né le pubbliche manifestazioni e l’intervento della stampa mondiale.

Le Marche entrarono a far parte del Regno d’Italia nel 1860 e gli ebrei ottennero la sospirata equiparazione tanto che in molte città entreranno a far parte dei consigli comunali, eletti soprattutto con l’appoggio dei non ebrei come risulta dal numero di voti di gran lungo superiore a quello degli ebrei votanti.. Infatti era stato apprezzato l’ampio contributo dato dagli ebrei alle lotte per il Risorgimento e uomini come D’Azelio, Cattaneo, Mazzini e Cavour aiutarono appassionatamente la causa ebraica considerandola strettamente connessa con quella della libertà e della giustizia.

2. Situazione in Europa e nascita del “Sionismo”

In Inghilterra, pur non potendo accedere a cariche pubbliche per l’impossibilità di pronunciare la formula del giuramento “con fede di cristiano” (poi cambiata) gli ebrei vivevano tuttavia con una certa tranquillità. Benjamin Disraeli, discendente da una famiglia ebraica romagnola, divenne Capo del Governo britannico e consigliere-amico della Regina Vittoria per oltre vent’anni, e rese grandi servigi all’Inghilterra assicurandole tra l’altro il controllo finanziario del Canale di Suez. Uomini come Disraeli e Moses Montefiore, fatto baronetto dalla Regina, contribuirono a rialzare l’opinione del popolo inglese nei riguardi dell’ebraismo.

Anche in Francia, dopo la rivoluzione, con la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” gli ebrei sono equiparati agli altri cittadini e considerati “veri francesi di religione mosaica”.

In Germania gli ebrei, fortemente legati a quella che da secoli consideravano la loro patria, iniziano un processo di assimilazione soprattutto negli ambienti dell’alta borghesia colta, tanto che numerose furono le conversioni al protestantesimo come il poeta Enrico Heine,o i Mendelssohn (compreso il nipotino del grande compositore). Altri invece come i Rothschild e gli Oppenheimer avviarono moderni istituti bancari i cui proventi contribuirono alla costruzione della rete ferroviaria in Europa come già aveva fatto Poliakof in Russia. Nonostante tutto ciò nella Germania di Bismarck (1879) nasce un termine nuovo “antisemitismo”.

In Austria l’Imperatore Giuseppe II aveva già emesso, sin dalla fine del ‘700, un Editto di Tolleranza riconoscendo agli ebrei pari diritti.

In Russia gli ebrei che, come si è visto, avevano goduto un breve periodo di tranquillità proprio sotto lo zar Alessandro II, allorché questi verrà assassinato (1881) verranno accusati di aver partecipato al complotto. Si scatena pertanto un’ondata di terribili massacri sotto gli occhi indifferenti della polizia russa. I cosacchi invadono i villaggi lasciando sul terreno centinaia di donne e bambini sventrati o sgozzati.

Quegli ebrei che avevano cercato, ove più ove meno, di raggiungere un’integrazione anche a costo di rinunciare alla propria identità, si rendono finalmente conto, di fronte a tali manifestazioni di odio, che è ingiusto continuare a subire. Così come inutili erano state le molte dimostrazioni di un profondo senso sociale da parte di tanti eminenti ebrei come il medico Lazar Zamenhof di Varsavia, inventore dell’esperanto, cioè di una lingua comune che permettesse il dialogo e quindi la comprensione tra tutti i popoli, o di David Lubin ideatore di quella che oggi è la F.A.O. per combattere la fame nel mondo e tanti altri.

Alle teorie del filosofo tedesco Hermann Cohen secondo le quali il popolo ebraico, proprio per la sua missione messianica, doveva vivere tra gli altri popoli, si contrappone ora, dopo i sanguinosi pogrom, la tendenza a cercare rifugio nella terra dei padri. Sotto l’ispirazione dello scrittore russo Leo Pinsker sorge a Cracovia l’associazione “Amanti di Sion” di qui il nome del movimento che va sotto il nome di Sionismo cioè ritorno a Gerusalemme. Anche il filosofo e scrittore Martin Buber appoggiava questo sogno affascinante e i suoi scritti contribuiscono a far conoscere alla gente d’Europa la vita semplice degli ebrei che vivevano negli stetl russi e polacchi, sui quali sempre più spesso piombava la furia dei pogrom come nel 1903 a Kishinev e a Bialistok. Gli ebrei di tutta Europa si prodigarono a raccogliere fondi per finanziare la partenza di migliaia di fratelli ebrei orientali così duramente provati, dapprima verso l’ America, trasferimento di più facile e rapida attuazione, poi verso la Palestina.

All’epoca la Palestina,ormai ridotta, dopo secoli di incuria e abbandono, ad una landa desertica, era sotto il protettorato turco e il Sultano fu ben lieto di realizzare forti guadagni per appezzamenti di terreno del tutto improduttivi. Lo spirito di solidarietà fra gli ebrei più fortunati fruttò forti somme offerte da Sir Moses Montefiore e raccolte tra molti nobili inglesi, cui si aggiunse il continuo sostegno finanziario del barone de Rotschild: quel denaro servì per pagare una prima volta la terra e per cominciare una dura opera di bonifica. Già nel 1870 era stata fondata vicino a Giaffa una prima Scuola Agricola e nel 1878 la prima colonia ebraica. Foto dell’epoca ritraggono uomini o donne intente a tirare l’aratro al posto dei buoi, per strappare palmo a palmo la terra al deserto.

Questi pionieri sopportarono fatiche indicibili, ma il compenso era la libertà di chi è finalmente tornato a casa propria nella Terra dei Padri.

3. Il caso Dreyfus

Chi più di ogni altro ha legato il suo nome alla causa del Sionismo fu il giornalista Theodor Herzl, nato a Budapest nel 1860, cresciuto a Vienna in una di quelle famiglie ebraiche assimilate che poco si occupavano di ebraismo, che niente sapevano di Pinsker e delle nuove colonie ebraiche in Erez Israel (Terra d’Israele), viene spedito a Parigi per seguire uno strano e discusso caso.

I 15 ottobre 1894 era stato arrestato il Capitano Alfred Dreyfus con l’accusa di spionaggio poiché erano state trovate all’interno dell’Ambasciata tedesca di Parigi informazioni segrete francesi. Dreyfus apparteneva allo Stato Maggiore, era alsaziano e soprattutto ebreo: pertanto erano del tutto inutili le sue proteste di innocenza.

Condannato dal Consiglio di Guerra sulla base di false prove (contraffatte dal Comandante Henry che, scoperto, otto anni dopo confesserà prima di suicidarsi), degradato pubblicamente nel corso di una cerimonia che doveva essere “esemplare”, venne spedito ai lavori forzati all’Isola del Diavolo nella Guiana francese.

Proprio la Francia che aveva proclamato la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino”, nonostante che cominciassero a circolare voci con il nome del vero colpevole, il Maggiore Esterhazy, nonostante che un onesto funzionario, il colonnello Picquart, ne avesse scoperto le prove e per questo allontanato, riesumerà gli antichi slogan antisemiti.

Questa volta però i francesi si divisero tra innocentisti e colpevolisti; l’opinione pubblica seguiva appassionatamente sia pure da punti opposti “l’affaire” grazie all’impegno di tanti giornalisti venuti da tutto il mondo e alla disperata difesa della moglie e del fratello di Dreyfus.

Anche Emile Zola, con l’autorità che gli derivava dalla sua fama di noto scrittore si schiera a difesa e la verità venne a galla: resta famosa la lettera aperta di Zola “J’accuse”.Ormai non era più possibile per le autorità militari fingere di non sapere. Riaperto il processo il condannato verrà liberato nel 1901, ufficialmente riabilitato, sia pure molto tempo dopo, il maggiore Esterhazy arrestato (fuggirà poco dopo), il Comandante che aveva fatto insabbiare le prove condannato (poi si uccise) e il Ministro della Guerra, che con tanta superficialità aveva dato per scontato che un ufficiale ebreo fosse necessariamente una spia, dovette dimettersi.

L’evolversi di queste vicende produsse nell’animo del giornalista Theodor Herzl un profondo turbamento, si rese conto per la prima volta di essere ebreo, e soprattutto, senza nulla sapere del Sionismo, si rese conto che era ora che gli ebrei tornassero ad avere la loro Terra, ma non per motivi religiosi come era nello spirito degli “Amanti di Sion”, bensì per fondarvi “lo Stato Ebraico”. Una patria cioè che restituisse dignità di popolo agli ebrei.

A questo dedicò la sua vita coinvolgendo scrittori, sociologhi, politici e banchieri, finché riuscì ad organizzare Il Primo Congresso Sionista a Basilea nel 1897.

Quando alla fine del congresso la stampa volle un suo parere diede una risposta rimasta poi famosa per l’esattezza della sua previsine “...a Basilea è stato creato lo Stato Ebraico. Se lo dicessi ad alta voce otterrei una risata generale, ma forse tra cinque anni e in ogni caso con certezza fra cinquanta, tutti riconosceranno questa verità

Lo stato d’Israele verrà infatti proclamato nel 1948.

Al primo fecero seguito ancora numerosi congressi nei quali i vari Stati suggerivano proposte o avanzavano ipotesi.

Theodor Herzl morirà nel 1904, gli eventi di quegli anni avevano trasformato un tranquillo giornalista di buona famiglia borghese, in una figura che ha la statura del profeta.

4. L’Olocausto, ovvero lo sterminio: SHOA’, in ebraico

Nulla è più improprio del termine olocausto (immolare la propria vita ad un ideale) per indicare lo sterminio degli ebrei perpetrato dai nazisti. Esso rappresenta un fatto unico nella storia, non per il numero delle vittime, né per l’uso dei gas e dei forni crematori (morire nei roghi o nelle foibe non fu uno strazio minore), ma per la macchina burocratica messa in moto per arrivare alla “soluzione finale” condotta in modo asettico come un’operazione chirurgica, senza una vera passione religiosa o politica che la motivasse. Certamente nessuno di quei sei milioni di ebrei annientati ( e qualche milione di dissidenti politici e di zingari) immolava se stesso all’ideale nazista: fu un vero annientamento della dignità della persona cominciato già nei viaggi di trasferimento in Germania, nei carri ferroviari piombati, giovani, vecchi e bambini stipati per giorni, senza cibo né acqua e tanto meno servizi igienici. Nessuno all’arrivo era più se stesso. Subito separati per sesso e per età, i più deboli subito spediti alle “docce” (immensi cameroni nei quali era immesso il gas letale) poi ridotti in cenere nei forni, mentre i più forti (o almeno cercavano di apparire tali) marchiati e spediti ogni giorno nelle fabbriche tedesche a sostenere estenuanti turni di lavoro con un cibo sempre più povero di calorie, fino all’abbruttimento totale. All’arrivo dei convogli provenienti dai paesi europei occupati dai tedeschi , veniva annotato il numero dei “pezzi” e “pezzi” erano quelli gasati, e negli appelli non si chiamavano i nomi, ma i numeri tatuati sul braccio e non cogliere al volo la pronuncia in tedesco del proprio numero significava la morte.

In bell’ordine, nei magazzini, diventavano sempre più alti i mucchi di occhiali, di scarpe, di borse, di protesi dentarie, di capelli, di abiti che i deportati avevano dovuto togliersi per indossare la gelida divisa del campo che d’inverno si induriva nel gelo durante gli interminabili appelli sotto l’acqua o la neve, al rientro dalle pesanti giornate di lavoro.

Il dottor Morte, come era chiamato il dottor Mengele operava, senza anestesia né disinfettanti, esperimenti sugli internati, soprattutto sui bambini, ricuciva insieme i gemelli, apriva l’addome alle bambine, iniettava sottocute bacilli, esponeva al gelo della notte bambini e anziani per calcolare il tempo di assideramento: il tutto in nome di una pseudo scienza allucinante. I corpi dei bambini diventavano così leggeri che, se venivano impiccati, qualche anima pietosa doveva tirarli per i piedi per interrompere un agonia di giorni.

Quasi i due terzi della popolazione ebraica presente in Europa, fu sterminata nei campi di Bergen Belsen e di Auschwitz.-Birkenau, Treblinka, Sobidor, Mathausen. Bunchenwald, Dachau, mentre, per gli ebrei orientali, i nazisti ricorsero all’inizio a fucilazioni di massa tanto che nei soli due ultimi giorni del settembre 1941 ne fucilarono 33.771 sul ciglio del burrone di Babi Yar presso Kiev.

Degli 8.500 deportati dall’Italia ne tornarono mille.

Del convoglio dei deportati dal ghetto di Roma, intere famiglie prelevate all’alba del 16 ottobre 1943, arrivato ad Auschwitz la notte del 22 ma rimasto piombato sino al mattino, 839 vennero immediatamente avviati alle camere a gas. Dei 2091 alla partenza ne torneranno 17.

Dei 157 deportati dalle Marche ne tornarono 15.

Ideatore, programmatore ed efficentissimo direttore di scena: Adolf Eichmann, braccio destro di Adolf Hitler.

Come sia stato possibile realizzare una tale follia e dove fosse in quegli anni D-o , sono gli interrogativi che oggi si pongono filosofi e teologi.

Nessun problema invece per i revisionisti poiché negano la shoà; posizione questa semplicemente ridicola dal momento che, per averne la prova, è sufficiente consultare i documenti del processo di Norimberga dove nessuno dei criminali nazisti ha negato: se mai si è trincerato dietro la solita frase definendosi “semplice esecutore di ordini”.

5. Probabili cause della shoà

Si parla di un Hitler un po’ folle, “ in certi momenti i suoi stati morbosi prendono un carattere di ossessione; un suo famigliare riferisce che di notte, emettendo grida convulse, chiama aiuto”. Tutto questo viene riferito a Mussolini che sta per incontrarlo per la prima volta a Venezia nel ‘34: dopo l’incontro, parlando di Hitler dirà “quell’idiota di Berlino”. Anche il re Vittorio Emanuele III dirà nel ‘38 dopo la seconda visita di Hitler in Italia, “ è un esaltato, prende delle droghe, è un villano che non sa comportarsi in casa altrui”. Gli italiani sperano che il Re riesca a trattenere Mussolini dalla guerra, mentre molti tedeschi sperano che Mussolini riesca a frenare Hitler, ma tutti finiranno invece coll’assecondarlo.

Ma è veramente possibile che la sola follia di un solo individuo potesse scatenare una tale devastazione? Almeno per quanto riguarda la Germania si trattava di ben altro.

Innanzitutto l’arrivo di tanti ebrei che fuggivano dalla Russia sotto l’incalzare dei pogrom aveva risvegliato l’antico antigiudaismo al quale si aggiunge, verso la fine dell’ottocento, un elemento nuovo, cioè l’affermarsi di un neopaganesimo germanico e una relativa cultura pagano-popolare ispirata alle saghe nordiche esaltate dall’opera musicale di Richard Wagner. Ciò comportava il rifiuto del cristianesimo “inventato” da un ebreo, San Paolo, che doveva essere sostituito con una religione Volk (antenata degli attuali Verdi tedeschi) e pertanto ancora una volta gli ebrei tedeschi si trovano, loro malgrado, al centro di forti ostilità. In quanto a Wagner, che tante difficoltà aveva trovato agli inizi tanto da doversi rifugiare in Svizzera, male sopporta la comparsa di tanti musicisti e compositori ebrei come Mendelssohn, Meyerbeer, Offenbach, Halevy e lo stesso Johann Strauss (figlio di un oste ebreo di Budapest).

Persino l’italiano Rossini frequentava casa Rothschild e nel 1839 era a Francoforte loro ospite, mentre la figlia del compositore Halevy sposa Georges Bizet, il migliore degli allievi di suo padre, autore della Carmen.

Questo era veramente troppo per Wagner e il suo odio verso gli ebrei fu così profondo e così ossessivo che la sua musica sarà scelta da Hitler come l’unica degna di accompagnare la sua trionfale conquista dell’Europa.

Fortunatamente era già morto quando a Vienna nel 1897 , verrà posto a capo dell’opera di corte Mahler, ricoprendo quello che era l’incarico più importante del mondo musicale tedesco. I suoi dieci anni di direzione artistica dell’opera di Vienna entusiasmarono gli amanti della musica, ma gli intrighi degli oppositori finirono per costringerlo a trasferirsi a New york. Anche Schònberg nel 1911 ebbe un incarico, sia pure secondario, all’Accademia reale di Vienna, e il fatto che di nuovo un ebreo osasse tanto, scatenò un coro di proteste in Parlamento, ma quando nel febbraio del 1913 la sua grandiosa cantata Gurrelieder fu presentata a Vienna ricevette un’ ovazione di quindici minuti: il pubblico durante l’ascolto aveva dimenticato che l’autore era ebreo.

Così come ebrei erano quei tanti scrittori e scienziati che costituivano il fior fiore della cultura mittleuropea (oltre a Freud e ad Einstein ricordiamo Kafka, Hertz, Zweig, Kurt Weill, Heine,Alan Berg, i premi Nobel, Agnon e Nelly Sachs e Thomas Mann nel 1929), ma anche costoro che tanto lustro avevano dato alla Germania, vengono considerati “parassiti” poiché scrivendo in lingua tedesca, l’avevano in un certo qual modo sfruttata.

“Parassiti” erano quindi tutti gli ebrei che vivevano in Germania dopo la Grande Guerra, anzi nemici interni e a nulla era servito che durante il conflitto si fossero meritati ben 31.500 croci di ferro sul campo, né servì che, quando furono ripristinate le Olimpiadi, gli ebrei tedeschi vincessero 13 medaglie d’oro e due d’argento (la sola Helen Mayer ne vinse due d’oro).

La depressione in cui era caduta la Germania sarà determinante per la ripresa del più feroce antisemitismo: gli ebrei sono accusati di essere responsabili della depressione economica nonostante che fossero i primi a risollevarsi avviando attività commerciali e industriali di cui tutti potevano goderne, e soprattutto della depressione morale poiché la vocazione bellica teutonica non poteva ammettere di essere stata sconfitta e la causa non poteva che essere attribuita agli ebrei che contavano legami di parentela o di fede con gli ebrei stranieri. A nulla erano servite le medaglie e neppure il fatto arcinoto che gli ebrei inglesi avevano chiesto, e ottenuto, l’esenzione del servizio attivo.

E’ in questo clima che Adolf Hitler sale al potere nel 1933 : il suo programma e le sue idee sono chiaramente espresse nel suo libro “Mein Kampf” ove nell’ideologia nazista (nazional-socialismo) era ben espressa quella razzista della “razza superiore ariana”, e i suoi progetti dittatoriali. (Da ricordare che gli unici veri ariani rimasti in Europa erano proprio gli ebrei discendenti dai Kazari)

Cominciano allora i roghi dei libri di autori ebrei: il 10 maggio 1933 gli studenti danno alle fiamme a Berlino 14 camion di libri razziati nelle biblioteche universitarie con il plauso dei docenti, e Goebles il giorno dopo scriverà “ siamo alla resa dei conti con gli intellettuali ebrei, questi parassiti che riempiono le eleganti strade delle nostre metropoli e le biblioteche della loro spazzatura”

Il poeta Heine era stato buon profeta quando scrisse che “là dove si bruciano libri, prima o poi si bruciano gli uomini”.

Nel 1935 vengono emanate le Leggi di Norimberga: gli ebrei sono una razza inferiore, alunni , professori, medici, dipendenti pubblici esercizi commerciali, tutti insomma vanno allontanati, isolati, e in un momento di crisi economica ciò significava maggior possibilità di lavoro per i non ebrei; poco importava se specie medici e professori avessero o meno, tutti l’adeguata preparazione. (La notte tra il 9 e il 10 novembre del 1938 avverrà in Germania e in Austria “la notte dei cristalli” saranno infrante vetine dei negozi, incendiate sinagoghe e abitazioni, si aprirà la caccia all’ebreo.)

La stessa cosa avverrà in Italia con le Leggi razziali emanate il 6 ottobre 1938, precedute dal “Manifesto del razzismo italiano” con il quale il fascismo si allineava all’ideologia nazista in materia di “razza”.

Il termine non piacque a papa Pio XI che espresse forte e chiaro il suo biasimo per gli orientamenti neopagani dell’ideologia nazista, e in un suo discorso del 28 luglio del ‘38, sottolinea il lato animalesco della parola “razza”, suggerendo quella più umana di “stirpe”, e soprattutto bollando pubblicamente l’antisemitismo fascista come un’imitazione della mitologia nordica di Hitler. Se il suo pontificato fosse durato più a lungo forse molte cose in Italia sarebbero andate diversamente, ma gli succede Pio XII, di formazione culturale germanica e timoroso di un avvento del comunismo. La sua figura è oggi molto controversa, ma solo la lettura dei documenti dell’epoca potrà fare piena luce, certo è che i conventi aprirono le porte ai perseguitati salvando tanti ebrei, così come tanti italiani, spesso mettendo a rischio la propria vita, si prodigarono in tal senso. Il rapporto tra gli italiani ebrei e non ebrei era di uno a mille, se ci fosse stato vero antisemitismo, la “soluzione finale” sarebbe stata di facile realizzazione.

6. La Guerra

Hitler nel ‘38 annette l’Austria ove estende le misure antiebraiche.

Nel ‘39 i nazisti entrano in Polonia ove, sfruttando l’antisemitismo religioso del popolo polacco, riescono in pochi anni ad arrestare tre milioni di ebrei e a deportarli dopo averli stipati nel ghetto di Varsavia tra sofferenze indicibili . (Riusciranno a costringervi fino a mezzo milione di persone per volta, quasi senza cibo, in uno spazio così ristretto che nel momento di maggior affluenza erano anche in quaranta in una stanza, decimate dal freddo, dalla fame e dalle epidemie. Il 19 aprile del ‘43 gli ebrei tenteranno una rivolta, rimasta leggendaria per gli atti di eroismo, non con la speranza di vincere, ma con quella di morire con dignità). Solo allora la classe dirigente polacca si renderà conto di quanto inutile fosse stata la collaborazione e verrà a sua volta decimata.

Hitler è inarrestabile, penetra in Olanda, Belgio e Lussemburgo, paesi in cui gli ebrei verranno protetti dai sovrani, la regina del Belgio si appunterà sull’abito una spilla a forna di stella di David, il re di Danimarca porterà per tutta la durata del conflitto una stella gialla come i nazisti imponevano agli ebrei.

La guerra diventa mondiale, ma per certi governi, come nella Francia di Petain, resta la vergogna di aver consegnato alle forze di occupazione gli elenchi, completi di indirizzo, dei cittadini ebrei. In Grecia venne deportata la totalità degli ebrei presenti; va detto che a Cefalonia furono massacrati nel settembre del 1943, dalle truppe tedesche, anche 6.500 soldati italiani.

Mussolini entra in guerra a fianco dell’alleata Germania e sarà la fine anche per gli ebrei italiani specie dopo l’8 settembre del ‘43 quando né il Re, né Badoglio, nonostante la caduta del fascismo, abrogarono le leggi razziali . Molti ebrei perciò restarono nelle carceri italiane e i tedeschi, occupando il Paese, poterono facilmente prelevarli, deportarli o fucilarli come avvenne alle Fosse Ardeatine il 24 marzo del 1944. (335 italiani dei quali 75 ebrei).

Funzionarono a pieno ritmo anche i forni crematori della Risiera di San Sabba a Trieste, l’unico campo in Italia con camere a gas.

Tentativi di opporsi al fascismo furono condotti da organizzazioni quale “Giustizia e Libertà” cui aderirono anche molti ebrei quali Treves, Modigliani, Ginzburg e i fratelli Carlo e Nello Rosselli, raggiunti a Parigi da sicari fascisti.

E’ stato di recente ridato alle stampe uno splendido libro di Simon Wisenthal, Il Girasole, (ed. Garzanti). Narra l’incontro veramente avvenuto tra l’autore e un giovane SS, in fin di vita, dà un’idea di quale fosse la vita nei “campi”, ma soprattutto pone il problema del perdono, corredato dai pareri di illusti scrittori, teologi, medici e rabbini anche alla luce della Torà.

Ricordare questi eventi non significa infatti non perdonare o odiare ma se mai deve servire a comprendere gli eventi di oggi poichè, come scriveva lo storico March Blok, “l’incomprensione del presente deriva dall’ignoranza del passato

7. La nascita dello stato di Israele e la questione palestinese

L’Affare Dreyfus in Francia e più ancora le notizie dei sanguinosi pogrom in Russia avevano alimentato il movimento sionista cui aderivano ebrei e non ebrei e appariva sempre più urgente trovare una Patria, tanto che lo stesso Teodoro Hezl era persino disposto ad accettare l’offerta inglese di fondare uno Stato ebraico in Uganda. Ma il miraggio era la Terra dei Padri e nessun’altra, tanto che Herzl indignato aveva dichiarato”Questo popolo ha il cappio al collo e loro (gli ebrei russi) riescono ancora a dire di no”.

L’occasione venne con l’entrata in guerra della Turchia a fianco della Germania e dell’Austria e il relativo crollo dell’impero ottomano in seguito all’esito della I guerra mondiale: le potenze europee potevano ora rafforzare la loro presenza in una zona in cui iniziava già la corsa al petrolio e la protezione degli ebrei di Palestina avrebbe giustificato la penetrazione britannica. Il 2 novembre 1917 il ministro degli Esteri Arthur Balfour fece la famosa dichiarazione: “Il governo di Sua Maestà vede con favore la fondazione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico, e farà del suo meglio per facilitare il raggiungimento di questo obbiettivo, rimanendo chiaramente inteso che nulla sarà fatto che possa pregiudicare i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche presenti in Palestina, o i diritti e la condizione politica degli ebrei in qualsiasi altro paese”

Durante la prima guerra mondiale potenti famiglie arabe avevano dato appoggio alle potenze europee illudendosi di ottenere in cambio la sovranità negli stati arabi finalmente indipendenti. Feisal, figlio di Hussein della Mecca, dichiara apertamente il suo appoggio a quanto contenuto nella dichiarazione Balfour perciò si incontra ad Aqaba con Weizmann (diventerà poi presidente di Israele), e il Times del 12 aprile 1918 pubblica la sua dichiarazione: “I due rami principali della famiglia semita, gli arabi e gli ebrei, sono animati da uno spirito di mutua comprensione, e io spero che nel corso della Conferenza per la Pace ...il nostro scambio di idee farà compiere a entrambi i popoli decisivi progressi verso la realizzazione delle proprie aspirazioni”.

Ma la comprensione si interrompe bruscamente quando nel 1922 le grandi potenze si dividono il Medio Oriente: la Francia ottiene il mandato sulla Siria e L’Inghilterra sulla Palestina e sull’Iraq (solo più tardi concederà la Giordania a Hussein). Immediatamente gli arabi, delusi, rivendicano la Palestina, che era esclusa dall’accordo per l’indipendenza araba, ed iniziano una politica di totale opposizione a quel “focolare nazionale ebraico” promesso agli ebrei.

Londra, per non peggiorare i rapporti con gli arabi, conduce una politica ambigua mentre un muro di odio e paura si innalza tra arabi ed ebrei grazie ad uomini come il Gran Muftì di Gerusalemme, nonno di Arafat, che si servì del suo odio religioso per alimentare l’estremismo, tanto che poi, durante la seconda guerra mondiale si schiererà così decisamente dalla parte di Hitler da trasferirsi a Berlino.

Seguiranno anni segnati da episodi di fanatismo religioso, attacchi continui ai kibbuzzim (kibbuz =coperativa agricola ebraica), ai villaggi e nel 1929 venne massacrata l’intera comunità ebraica di Hebron, la città delle tombe dei patriarchi, ove gli ebrei erano sempre vissuti sin dai tempi biblici.

(Proprio in questi giorni in segno di distensione, il governo di Israele aveva consegnato alla custodia dei palestinesi la tomba di Giuseppe, la televisione ci ha mostrato la furia con cui questi la distruggevano per prendere pietre da lanciare, ma il giornalista spiegava che Arafat aveva ordinato ai suoi uomini di ricostruirla. Ebbene è stata ricostruita nel giro di pochi giorni, ma nessun telegiornale l’ha mostrata, avrebbero dovuto spiegare perché la cupola è stata dipinta di verde: ne hanno fatto una moschea.)

Gli scontri, ma soprattutto gli attentati terroristici proseguono sino allo scoppio della seconda guerra mondiale. Molti ebrei palestinesi si uniscono alle truppe alleate e contribuiscono alla liberazione dell’Italia e intanto si scopre quale è stato l’orrore nazista.

Nonostante l’aiuto ricevuto dagli ebrei palestinesi (molti caddero in battaglia) durante la liberazione, la politica britannica si fa sempre più ostile verso gli ebrei tanto che asseconda la richiesta araba di bloccare l’immigrazione in Palestina dei profughi ebrei scampati al massacro. A intere navi cariche di profughi, per lo più vecchi, donne e bambini, già alla fonda nei porti, viene impedito di sbarcare il suo carico umano. E’ a tutti noto il caso della nave Exodus coi suoi 4.500 profughi costretti a vagare in mare per mesi finché verranno catturati e chiusi nei campi a Cipro. Altre, meno fortunate, affondarono.

(Si avvera quanto aveva scritto l’Unità vent’anni prima: che cioè l’Inghilterra avrebbe sfruttato gli ebrei sinché servivano per piazzarsi in Medio Oriente e poi li avrebbe buttati in mare. Ma allora il Partito Comunista non perdeva occasione per esaltare il popolo ebraico sottolineando nel contempo l’oscurantismo arabo, spesso in modo tutt’altro che imparziale come del resto sta facendo ora, rovesciando le parti)

Anche tra gli ebrei si formarono e agirono per circa due anni gruppi di lotta armata come l’Haganà, l’Irgùn o la cosiddetta banda Stern la quale condusse anche azioni di terrorismo rivolte, tranne in rari casi, contro organizzazioni militari britanniche e gruppi combattenti di estremisti arabi, comunque mai fuori dalla zona mediorientale. Ma la democrazia ebraica stessa vi mise presto fine.

A questo punto, era il 1947, l’Inghilterra portò il problema davanti alle Nazioni Unite. Una commissione composta di rappresentanti dei paesi membri, dopo aver visitato la Palestina e consultate le parti, propose una spartizione del territorio in due stati: uno ebraico e uno arabo-palestinese, ciascuno indipendente e sovrano, con uno statuto internazionale per Gerusalemme.

Il 29 novembre 1947 l’Assemblea generale dell’Onu dà la sua approvazione con 33 voti favorevoli, 13 contrari, 10 astenuti: tra gli astenuti la Gran Bretagna.

Gli ebrei della Palestina accettarono con gioia la risoluzione dell’Onu, gli ebrei di tutto il mondo esultarono e per la prima volta dopo quasi duemila anni gli ebrei di Roma passarono sotto quell’arco fatto erigere per festeggiare il trionfo di Tito allorché aveva posto fine all’indipendenza del popolo di Israele.

Ciò avrebbe potuto significare l’inizio di un’era di pace e prosperità per tutte le popolazioni del Medio Oriente, ma la decisione dell’Onu fu respinta dai governi arabi che anzi annunciarono la distruzione di Israele se fosse stata messa in atto. A tale scopo iniziarono subito a precostituirsi basi militari strategiche nonostante fossero ancora presenti gli inglesi, anzi utilizzando proprio le loro basi, le loro armi e tutti gli equipaggiamenti militari che gli inglesi stavano via via abbandonando in mano agli arabi.

Il 14 maggio a Tel Aviv, David Ben Gurion proclama la nascita dello Stato di Israele: gli ebrei sono tornati in quella terra che, anche se era dei Padri, avevano dovuto pagare palmo a palmo prima al governo turco, poi ai grandi latifondisti arabi.

Quella Terra dei Padri, Israele, che i Romani avevano chiamato Palestina, non era mai stata abbandonata del tutto: c’erano villaggi e città con quartieri abitati da ebrei ancora durante l’occupazione romana, poi nel periodo bizantino (313-636), poi con la dominazione islamica da Maometto sino al 1099 quando giunsero i Crociati che avevano fondato il regno di Gerusalemme. Questi ultimi furono sconfitti dai mamelucchi finché l’intera Palestina passerà sotto il governo ottomano dal 1517 al 1917. (All’epoca la popolazione ebraica era notevolmente aumentata poiché vi erano stati accolti, sotto la protezione di Solimano il Magnifico, molti degli ebrei cacciati dalla Spagna, e città come Jaffa e soprattutto Safed divennero veri e propri centri culturali ebraici. Lo stesso rabbi Moscè Bàsola, pesarese, vi si era recato più volte e vi aveva fondato nella seconda metà del 1500 la prima tipografia in terra di Israele).

Alla fine del 1800 gli ebrei residenti in Palestina erano 24.000, avevano cominciato a ricostruire paesi, ad avviare con criteri europei scuole, ospedali, piccole industrie e soprattutto ad avviare aziende agricole (il lavoro agricolo, interdetto nella costrizione dei ghetti, diventa il simbolo del riscatto e trasformerà in anni di duro lavoro, le terre ormai ridotte a deserto nella nuova terra del “latte e del miele” di biblica memoria).

Molte tribù arabe, sino ad allora per lo più nomadi, cominciano a diventare stanziali e si concentrano soprattutto nei centri ove trovavano possibilità di essere curati, istruiti e soprattutto di lavorare. Molti di loro ricevettero per la prima volta il denaro in cambio del lavoro poiché all’epoca le loro condizioni di vita dovevano essere state spaventosamente povere se ancora nel 1935 sull’Unità del 4 luglio in un articolo di Riccardo Rubens intitolato “Palestina: città industriali e beduini che si lasciano vaccinare - Questi sono i sintomi più pericolosi per la dominazione medioevale esistente nel paese” scrive tra l’altro “quel ristretto gruppo di famiglie che dominano il paese come gli Hussein, i Nashashid, che si proclamano difensori della causa araba, sono dei grandi signori feudali, proprietari di immense distese...legati da una vasta e tenace rete di parentele e interessi...che dipanano quella infinita rete di intrighi che è la politica del Medio Oriente. Sotto di loro vivono e vegetano i fellah, contadini e braccianti che abitano in dieci in una capanna di terra con l’asino e il cammello. Il loro unico terrore è il risveglio delle masse, la loro elevazione verso un tenore di vita europeo, dovuto al fiorire dell’industria e dell’agricoltura. Il fellah che manda a scuola i suoi figli, che per la prima volta dopo secoli di miseria ha del denaro, il beduino che si lascia vaccinare in un ospedale, sono novità pericolose per una dominazione ancora medioevale. La lotta contro il progresso e contro la civiltà per mantenere il dominio sulle masse, prende l’aspetto di lotta antiebraica”

E’ proprio a queste masse e ai loro potenti signori che si rivolge quel 14 maggio Ben Gurion con il suo discorso inaugurale “Noi tendiamo la mano dell’amicizia, della pace e del buon vicinato a tutti gli Stati che ci circondano e ai loro popoli...”.

In risposta alla sua offerta di “cooperazione per il bene di tutti” il giorno successivo,

15 maggio, gli eserciti di Egitto, Giordania, Siria, Libano e spedizioni dell’Iraq e Arabia Saudita attaccano su tutti i froni il neonato stato ebraico. L’intera popolazione ebraica era in tutto 650.000 individui, ma novello David, con la forza della disperazione, sconfigge un gigante ben più potente del gigante Golia.

Il mondo intero seguì il conflitto col fiato sospeso credendo imminente un nuovo sterminio.

Conseguenze di questa prima guerra: Siria, Libano e Giordania firmarono l’anno seguente accordi separati con Israele. I territori, che secondo le disposizioni dell’Onu dovevano formare lo stato palestinese passarono, la parte ovest del Giordano, sotto la sovranità della Giordania, la striscia di Gaza, all’Egitto. I palestinesi quindi furono defraudati e ingannati dagli stessi fratelli arabi.

Mentre i palestinesi che vivevano nello stato di Israele furono indotti dai loro capi, con l’inganno a lasciare il paese, ove invece avrebbero potuto integrarsi come in realtà molti hanno fatto e oggi hanno i loro rappresentanti alla kenesset. Infatti “Il 15 maggio 1948, Gran Muftì di Gerusalemme rivolse un appello agli arabi palestinesi perché abbandonassero il paese, Haifa, Jaffa e le altre città in quanto gli eserciti arabi sono in procinto di entrare per battersi contro le bande ebraiche e cacciarle dalla Palestina (dal giornale egiziano Akbar El Yom del 12 ott. 1963) .

Non solo, essendo i palestinesi circa 700.000 anime, una volta fatti uscire dal paese avrebbero potuto essere assorbiti dagli stati arabi di uguale fede, di uguale cultura lingua e tradizione, ma invece furono tenuti nei campi-ghetto, nella miseria e nella disperazione accuratamente fuori dalla vita politica e sociale del paese che li ospita. Perché ? Perché era necessario “creare profughi” da mostrare al mondo, cioè un potenziale umano che prima o poi sarebbe inevitabilmente esploso.

Ciò che la stampa dimentica di segnalare è che in quell’anno anche più di 600.000 ebrei, vennero espulsi dagli stati arabi ove vivevano da secoli. Giunsero profughi poveri (tutti i loro beni furono confiscati dagli stati in cui erano vissuti) nel piccolo stato di Israele, che aveva una popolazione di poco superiore, eppure furono accolti, integrati e coinvolti nel tessuto sociale e non vennero chiusi in campi profughi. Israele ha avuto sin dall’inizio il grande “difetto” di non cercare la compassione del mondo, ma solo il rispetto.

8. Seconda guerra: 1956

Nel periodo tra la prima e la seconda gli stati arabi, eccetto il Libano cercano di sfinire le difese israeliane con continui attacchi che provocano migliaia di morti e danni enormi, mentre provvedono, specie l’Egitto ad attuare un sostanzioso riarmo.

Ancora una volta l’Inghilterra si schiera a difesa di Israele, in realtà sta perdendo il controllo dello stretto di Suez che il presidente egiziano Nasse ha nazionalizzato infliggendo un duro colpo all’economia inglese (in quegli anni sta perdendo anche l’India). Anche la Francia ha grossi interessi in Medio Oriente. Per Israele è invece di vitale importanza, porre fine agli attacchi che vengono dalle alture del Golan sulle fattorie sottostanti e ottenere il passaggio del canale che l’Egitto ha chiuso ad Israele impedendo la navigazione a qualsiasi approvvigionamento compreso il petrolio proveniente dall’Iran (le navi dovevano fare la circumnavigazione dell’Africa). Per questo nel 1956 Israele occupò la penisola del Sinai sperando di ottenere al tavolo delle trattative il passaggio del canale.

Conseguenze: Stati-Uniti e Unione Sovietica, con decisione congiunta, indussero Ben Gurion a restituire all’Egitto l’intera penisola, facendosi garanti verso Israele della libertà di navigazione, promessa da Nasser. La promessa non venne mai mantenuta, anzi l’Onu dovette inviare contingenti armati per frenare i continui attacchi dei fedayn (guerriglieri palestinesi) e sorvegliare i confini.

9. Terza guerra: 1967

Da tempo Egitto e Siria premevano perché l’Onu ritirasse i contingenti armati di guardia ai confini, e nel maggio del ‘67 vennero ritirati nonostante che in aprile dalle alture del Golan le artiglierie siriane avevano bombardato i sottostanti villaggi israeliani compiendo una strage. L’ immediata risposta israeliana abbattè sei Mig siriani, mentre Nasser schierò 80.000 uomini e 900 carri armati nel Sinai e bloccò l’accesso anche al golfo di Aqaba per isolare Israele. Gli osservatori dell’Onu riferiscono la regolarità delle postazioni israeliane, la Russia comincia cambiare politica, seguita di lì a poco dal PCI, e il 22 maggio Nasser rende noti i suoi scopi “Una volta dissi che, quando fossimo perfettamente preparati, avremmo potuto chiedere l’evacuazione del corpo di spedizione delle Nazioni Unite..il momento è venuto...siamo pronti a entrare in guerra contro Israele...La guerra sarà generale e il nostro obiettivo sarà la distruzione d’Israele”.

Ancora una volta il mondo occidentale tremò poiché era a tutti noto il potente riarmo dell’esercito egiziano, tutti i paesi discussero del diritto alla sopravvivenza, del diritto alla libera navigazione, della possibilità di forzare il blocco, ma in pratica non si fece nulla neppure quando l’Egitto parlò di “aperto stato di guerra con Israele” e firmò il 30 maggio l’alleanza con la Giordania e il 4 giugno con l’Iraq.

All’alba del 5 giugno Israele tentò l’unica carta possibile per non restare schiacciata: attaccò e distrusse a terra l’intera aviazione egiziana e in sei giorni scompaginò l’intero potenziale arabo.

Conseguenze :L’Egitto perse per la seconda volta l’intero Sinai, la Siria il Golan, e la Giordania la zona a ovest del Giordano. Per la restituzione in cambio della pace, Israele chiese di trattare direttamente coi paesi arabi sconfitti, ma questi si riunirono a Khartum e, rifiutando ogni colloquio, stabilirono 4 principi: no al riconoscimento di Israele; no alla pace; no al negoziato; riaffermazione del diritto palestinese alla terra (terra che però i capi arabi stessi non hanno mai voluto dare).

Nonostante l’armistizio firmato al termine della “guerra dei sei giorni” Israele subì continui attacchi (più di 50 tra il 1969 e il ‘70) da parte dei commandos terroristici palestinesi che ora diventano una forza regolare, l’Olp, che organizza attacchi, addestra uomini (non solo palestinesi ma anche le Brigate Rosse italiane o i tedeschi della Rote Armé Fraktione) all’interno della Giordania. Tenteranno persino di rovesciare la monarchia e la reazione di re Husein fu durissima dando il via ad una vera e propria carneficina tanto che interi gruppi di palestinesi preferirono consegnarsi agli israeliani.

Ebbero anche l’aiuto della Siria che però non andò oltre i confini della Giordania temendo che un intervento della alleata Russia, facesse intervenire gli Stati Uniti : l’intricata politica mediorientale, valutati i pro e i contro, fece si che ancora una volta i palestinesi fossero abbandonati a se stessi. Reagirono con il movimento Settembre Nero che sferrò attacchi e attentati sanguinosi contro i civili in Israele e in tutto il mondo (chi ricorda più l’attentato alle Olimpiadi di Monaco del ‘72 o la strage di Fiumicino dell’86 definita da Gheddafi “operazione eroica”? per non parlare di decine di attentati degli anni seguenti come quello di Oklaoma City del ‘95 con 168 vittime di cui 19 bambini dell’asilo o alle Torri gemelle di New York del ‘93).

10. Quarta guerra: 6 ottobre 1973

Morto Nasser gli succede Sadat che con la Siria sferra un attacco proprio il giorno della massima festività ebraica, Yom Kippur , mentre anche gran parte dell’esercito è in preghiera. Colto di sorpresa, Israele subisce gravi perdite, ma riesce a non perdere.

Conseguenze: La pace, pilotata da Kissinger, prevede il ritiro in due tempi dal Sinai, ma Israele ottiene finalmente la riapertura del canale di Suez (15 giugno 1976)

Per Sadat la pace con Israele diventa una necessità per avviare un processo di risanamento economico e sociale del paese e si reca, su invito del governo Begin, a Gerusalemme il 18 novembre 1977. E’ una data storica perché per la prima volta un paese arabo riconosce lo stato di Israele e riceve in cambio tutti i territori occupati con guerre di difesa, in questo caso due volte occupati e due volte restituiti.

Mentre l’opinione pubblica mondiale considera il gesto di Sadat come l’inizio di un processo di pace, le potenze arabe isolano l’Egitto, considerando Sadat un traditore che perciò verra assassinato il 6 ottobre 1981. Ancora una volta i paesi arabi hanno tradito la causa palestinese che in una generale trattativa di pace avrebbe ottenuto quei territori già assegnati nel 1948.

11. Quinta guerra: giugno 1982

Scomparso Sadat, l’Egitto si riavvicina al mondo arabo e gli attacchi terroristici palestinesi, che hanno le basi nel Libano meridionale, riprendono.

Il governo Beghin (dal ‘77 i laburisti sono passati all’opposizione), ministro alla difesa Ariel Sharon, inizia l’attacco del Libano e arriva a Beirut per snidare le basi dei terroristi.

Neppure uno degli stati arabi accorre in aiuto dei palestinesi, anzi l’organizzazione politica e militare dell’Olp è costretta a lasciare il paese come già era accaduto in Giordania alla fine della guerra del 1967. Quelli che ancora indugiano nei campi profughi di Sabra e Shatila vengono massacrati dai soldati libanesi cristiano-maroniti, ma l’opinione pubblica mondiale ne attribuisce la responsabilità al mancato controllo da parte degli israeliani che avevano il controllo dell’area. Al termine dei lavori della commissione di inchiesta, anche se viene accertata l’estranietà degli israeliani, sarà lo stesso popolo di Israele sceso in piazza in più di 400.000, a chiedere l’allontanamento del ministro Sharon.

Oggi la sua passeggiata sul monte del Tempio, può essere definita inopportuna, ma non è certo la causa della nuova intifada poiché le violenze sono iniziate già prima.

12. Ciò che la RAI e stampa italiana non dicono

“...perché noi abbiamo sempre rispettato e continueremo a farlo le procedure giornalistiche con l’Autorità Nazionale Palestinese...”, così scrive il giornalista della RAI, Riccardo Cristiano, in una lettera del 16 ottobre u.s., pubblicata sul quotidiano palestinese Al Hayat, per segnalare che fu Mediaset e non la Rai a rendere note al grande pubblico le immagini del linciaggio dei due giovani riservisti israeliani. A dire il vero era già evidente anche al più sprovveduto degli spettatori, la mancanza di imparzialità nell’informazione. Nessuno ha mostrato i corpi, ridotti a brandelli, gettati davanti alle postazioni militari israeliane, da palestinesi (?) che alzano le mani in segno di vittoria imbrattate di sangue fino al gomito. O forse erano alcuni di quei 60 terroristi che proprio il giorno prima Arafat aveva fatto uscire dalle carceri di Gaza e di Hebron.

Nessuno ha diffuso la notizia che quel bambino palestinese, mostrato cento volte mentre il padre cercava di nascondere dietro un bidone di cemento, è in realtà stato colpito da pallottole palestinesi (solo pochi giornali hanno spiegato la dinamica dei fatti).

Nessuno spiega che l’intifada di oggi è debitamente orchestrata (che ci fanno i bambini sotto il fuoco in prima linea?), che alle TV appaiono solo i lanciatori di pietre ma non i soldati palestinesi che sparano per costringere gli israeliani a difendersi con le armi ben inquadrati dalle telecamere.

“ ...alza la posta così otterrai di più” così ha detto recentemente Chirac all’amico Arafat a caccia di consensi a Parigi. Arafat parla di pace, ma sa che una volta firmato un vero trattato di pace, la classe imprenditoriale palestinese lo liquiderebbe, per mantenere il potere deve mantenere i palestinesi nel misero stato di attuale indigenza.

Il premier israeliano Barak ha concesso il 90 per cento dei territori occupati e parte di Gerusalemme orientale, ma Arafat vuole tutto. Nessuno dice che nei venti anni che Gerusalemme è stata in mano giordana (dopo la prima guerra del 1948) agli ebrei è stato proibito di accedere “al Muro del pianto”, mentre allorché il 7 giugno 1967 (III guerra) Moshè Dayan riconquistava Gerusalemme, la sera stessa, seduto alla beduina nella moschea di Al Aqsa, annunciava ai religiosi musulmani, increduli, che lasciava loro il controllo interno delle moschee. Per quanto riguarda la spianata del Monte del Tempio questa gode da trent’anni di una sorta di extraterritorialità, ogni cittadino può visitarlo.

Molto ci sarebbe da dire sugli attentati e procazioni subite dagli israeliani negli ultimi mesi, cose ben più gravi accadute prima dell’inopportuna passeggiata di Sharon: 13 settembre bombe molotov contro i villaggi di Netzarim, 27 sett. colpito un soldato con una bomba, 29 sett. un ufficiale ucciso a bruciapelo dal poliziotto palestinese durante un pattugliamento congiunto, a Rosh ha Shanà (capodanno ebraico) la milizia armata di Fatah (che secondo gli accordi firmati da Arafat, non dovrebbe esistere) aggredisce i fedeli in preghiera al Muro del pianto, alla tomba di Rachele a Betlemme, alla tomba di Giuseppe dove un soldato israeliano è morto dissanguato perché per cinque ore la polizia palestinese ha impedito che venisse soccorso dai compagni che tentano di aprirsi un varco ma che, per non sparare, aspettano.

Nessuno dice che quei tanti dimostranti sono ben pagati, non solo dalla promessa del paradiso di Allah (un giardino di piaceri ben lontano dalla spiritualità della tradizione ebraico-cristiana), ma dalla tariffa di 300 dollari a ferito e 2000 dollari a morto.

Di sincero in tutto questo c’è solo il pianto delle madri palestinesi identico a quello delle madri israeliane e del resto del mondo.

Per saperne di più

Shalom Bahbout, Ebraismo, Giunti, Firenze, 1997

Paolo De Benedetti, Introduzione al giudaismo, Morcelliana, Brescia 1999

Marina Della Seta, Procedi innanzi a me, La Nuova Fenice

Paul Johnson, Storia degli ebrei, Longanesi, Milano, 1991

Leo Löwenthal, I roghi dei libri, Il Melangolo 1984


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