Mauro Perani

Professore ordinario di Lingua e letteratura ebraica
Alma Mater Studiorum, UNIVERSITA' DI BOLOGNA
Sede di Ravenna
Dipartimento di Storie e Metodi per la Conservazione dei Beni Culturali

Direttore del "Progetto Ghenizà italiana"
Segretario dell'Associazione Italiana per lo Studio del Giudaismo (AISG)

La Ghenizah italiana

Caratteri generali e stato della ricerca

Dipartimento di Storie e Metodi per la Conservazione dei Beni Culturali,

Università di Bologna

Dopo la scoperta della Genizah del Cairo alla fine del secolo scorso, gli studiosi europei coltivarono a lungo il sogno utopistico di fare una scoperta analoga in Europa. Tuttavia, il clima umido di questo continente, così come l’usanza diffusa fra gli ebrei di seppellire nella terra dei cimiteri gli antichi manoscritti andati in disuso o deteriorati, furono i fattori decisivi che determinarono la distruzione e la decomposizione di gran parte delle centinaia di migliaia di manoscritti ebraici appartenuti agli ebrei residenti nei paesi europei.

Eppure questo sogno nelle ultime due decadi si è in qualche modo realizzato, attraverso una specie di ironia della sorte, in Europa e particolarmente in Italia, grazie al reimpiego dei robusti fogli di manoscritti ebraici pergamenacei seguito ai sequestri dei medesimi compiuti nel periodo della Controriforma.

Infatti, la scoperta di diverse migliaia di frammenti di manoscritti ebraici recentemente compiuta negli archivi italiani ha suscitato e sta suscitando un interesse crescente negli ambienti scientifici di tutto il mondo per la quantità e l’importanza dei rinvenimenti compiuti. Si tratta di folia e bifolia membranacei di manoscritti ebraici medievali riutilizzati come copertine e legature di registri e volumi depositati negli archivi della Penisola che, per analogia con quella scoperta nel vecchio Cairo, sono stati definiti la "Genizah italiana". Il fenomeno del reimpiego dei materiali di ogni genere di manoscritto è ben noto lungo tutto il Medioevo, costituendo una parte del fenomeno più generale del riciclaggio dei materiali del libro, attestato fin dall’antichità. Ciò veniva fatto sia al fine di riscrivere su un supporto già utilizzato sia per altri scopi secondari; ad esempio gli Egiziani bruciavano i papiri per odorarne il fumo gradevole, li reimpiegavano per i cartonaggi delle mummie e anche come materiale da imballaggio. I rotoli di pelle, una volta divenuti obsoleti, potevano servire a fare cinture, suole, scarpe e altri oggetti, oppure si cancellava il testo per riscrivere un nuovo testo su quelli che sono noti come i palinsesti. Soprattutto la pergamena, una membrana di pecora assai resistente, dopo aver cessato la sua vita come libro contenente un’opera letteraria, è sempre andata soggetta a diverse forme di reimpiego, specialmente per avvolgere o rilegare libri e registri, determinando un intenso fenomeno di riciclaggio che ha avuto il suo momento d’oro tra la metà del Cinquecento e la metà del Seicento. Questa sorte, del resto, non è stata esclusiva dei manoscritti ebraici, ma ha riguardato migliaia e migliaia di manoscritti italiani, greci, latini, di carattere liturgico, musicale e scientifico che oggi, grazie a sempre nuovi progetti di ricerca, sono in corso di inventariazione, catalogazione e pubblicazione. Come si diceva, allo scopo di confezionare copertine e legature risultavano particolarmente adatti i manoscritti di pergamena, mentre quelli cartacei potevano al massimo essere riutilizzati incollando fra loro diversi fogli in modo da ottenere strati di cartone, ma il fenomeno è più raro.

Sull’onda dell’interesse suscitato negli ambienti scientifici italiani ed israeliani da alcune importanti e casuali scoperte compiute nella seconda metà degli anni Settanta, nel luglio del 1981 il compianto Giuseppe Baruch Sermoneta, zikrono li-vrakah, ebreo di origine romana già Professore di Filosofia Ebraica presso l’Università Ebraica di Gerusalemme e appassionato studioso dell’ebraismo italiano in tutte le sue poliedriche manifestazioni, promosse in Italia un "Progetto per il censimento, la catalogazione, il restauro e la fotoriproduzione dei frammenti di manoscritti ebraici medievali reperiti nelle biblioteche e negli archivi italiani". Subito l’équipe dei ricercatori si mise al lavoro visitando sistematicamente la maggior parte degli Archivi di Stato e di altri archivi ecclesiastici o privati. In breve tempo i rinvenimenti di pergamene ebraiche riciclate come copertine raggiunsero alcune migliaia di unità, superando di gran lunga le più ottimistiche aspettative. Il fenomeno è presente anche negli altri paesi dell’Europa, i cui archivi sono pure stati designati — sempre in maniera analogica - come la "Genizah europea", ma non in una misura così consistente come avviene in Italia. Questo si spiega con il fatto che nella nostra Penisola, per ragioni storiche ben note, nei secoli XIV e XV si determinò un consistente flusso immigratorio di ebrei che, espulsi in seguito a bandi e persecuzioni dagli altri paesi del continente, venivano a stabilirsi nelle regioni italiane, particolarmente al centro e al nord nella pianura padana. Essi evidentemente portavano con sé i loro libri - allora ancora tutti manoscritti - determinando in questo modo una significativa concentrazione di libri ebraici nelle regioni centro-settentrionali italiane. In esse furono anche prodotti molti manoscritti, copiati da scribi locali o da soferim immigrati che continuavano ad usare i tipi di scrittura delle loro terre d’origine, e perciò possiamo avere manoscritti ashkenaziti o sefarditi sia portati in Italia (e allora dateranno prevalentemente ai secoli XII-XIII) sia ivi prodotti da scribi immigrati (nel qual caso in genere sono posteriori di uno o due secoli). Per queste due ragioni messe insieme, sta di fatto che sono pochi i manoscritti ebraici giunti fino a noi e conservati nelle Biblioteche di tutto il mondo che non abbiano avuto a che fare con l’Italia, o per esservi stati prodotti, o per esservi stati portati, o per aver avuto un possessore italiano o, infine, per essere stati censurati da revisori operanti in Italia che vi apposero le loro note censorie, la data della revisione e i loro nomi.

Contro i circa 1.700 frammenti scoperti fino ad oggi in tutti gli altri paesi europei — ma questa cifra è destinata ad aumentare notevolmente dopo le recenti scoperte di Girona (Spagna) -, e cioè, partitamente, circa 700 in Germania, 500 in Austria, 170 in Ungheria e solo attorno ai 150 in Spagna, solo nella nostra penisola allo stato attuale della ricerca - che è ben lungi dal potersi ritenere conclusa - sono stati rinvenuti più di 6.000 frammenti di manoscritti ebraici medievali. Di questa cifra considerevole ben 4.100 sono stati rinvenuti da chi scrive nella sola Emilia Romagna, meno di 300 da Pier Francesco Fumagalli in Lombardia, mentre il compianto Aldo Luzzatto ne trovò un centinaio nel Lazio e poco meno di 400 nelle Marche.

La distribuzione statistica dei rinvenimenti, aggiornata alle ultime scoperte, è la seguente: 4.800 in Emilia Romagna, 614 nelle Marche, 373 in Lombardia, 106 nel Lazio, 48 in Toscana, 21 in Sicilia, 76 in Umbria, 13 nelle Venezie, 8 in Piemonte, 3 negli Abruzzo e Molise e 1 in Campania. Come appare in maniera chiara, le regioni in cui il fenomeno è più rilevante sono quelle centrali e settentrionali. L’opinione diffusa che il reimpiego dei manoscritti ebraici fosse maggiormente concentrato nei territori dello Stato della Chiesa non è confermata dalla distribuzione dei frammenti scoperti, dal momento che più del 40 % di essi è stato rinvenuto negli archivi di Modena, una città che si trovava fuori dei confini dello stato pontificio e sotto il dominio dei duchi d’Este, mentre si raggiungono circa i quattro quinti allargandosi all’Emilia Romagna. Le collezioni più grandi sono state rinvenute nei seguenti centri: Modena (3.000), Bologna (850), Nonantola (348), Pesaro (207), Cremona (200), Imola (157), Correggio (136), Cagli (100), Macerata (85), Viterbo (80), Urbino (67), Carpi (60), Pavia (54), Cento (50).

Finora sono stati pubblicati i cataloghi dei fondi di Viterbo, Imola, Nonantola, Cremona, Cento, Bologna e di un archivio di Modena. Ora stiamo lavorando alla catalogazione delle altre collezioni di Modena, città che con i suoi circa 3.000 frammenti costituisce il più grande giacimento di manoscritti ebraici riciclati che si conosca al mondo. Ma per i frammenti di questa città si dovranno prima risolvere alcuni problemi tecnici come quello dello stacco delle pergamene (in gran parte col testo ebraico abraso nel lato esterno delle copertine) e della successiva fotoriproduzione. Tuttavia ciò dovrebbe essere fatto nel giro di qualche anno, subordinatamente anche al reperimento di fondi per portare a termine questa operazione.

È importante sottolineare che quando nella "Genizah italiana" parliamo di frammenti, intendiamo nella grande maggioranza dei casi fogli o bifogli interi, per lo più di grande formato; solo in un numero minore di casi si tratta di frammenti più piccoli, strisce o pezzi di pagina tagliati in senso verticale o orizzontale ed incollati come allungamento del foglio intero, se esso risultava insufficiente per avvolgere il registro. Inoltre è superfluo ricordare che, proprio in relazione al particolare tipo di reimpiego, si tratta in tutti i casi di fogli pergamenacei.

Per quanto riguarda la metodologia della ricerca, il primo passo consiste nello stilare in ogni archivio esaminato un inventario completo di tutti i registri avvolti con pergamene smembrate da manoscritti ebraici. Questo compito risulta a volte particolarmente arduo se si pensa che alcuni degli archivi più grandi possono contenere fino a venti o trenta chilometri di scaffali. Fortunatamente la delimitazione cronologica del fenomeno del reimpiego a circa centocinquant’anni agevola il censimento, poiché si esaminano solo i registri dei vari fondi limitatamente alla seconda metà del Cinquecento e alla prima del Seicento, potendo in località diverse estendersi a tutto il sec. XVII. Resta tuttavia che spesso, essendo i registri custoditi in buste chiuse, queste devono essere aperte e controllate una per una.

Il secondo passo consiste nella fotoriproduzione o microfilmatura, nella misura del possibile, di tutti i frammenti che, in questo modo, possono essere studiati e catalogati dai ricercatori, mentre contemporaneamente le fotoriproduzioni vengono inviate anche all’Istituto dei Microfilms dei Manoscritti Ebraici presso la Biblioteca Nazionale ed Universitaria di Gerusalemme dove essi vengono a far parte di un fondo dedicato alla memoria di "Giuseppe Baruch Sermoneta", il promotore del Mif‘al ha-fragmentim ha-‘ivriyyim be-Italia o Progetto frammenti ebraici in Italia.

Il terzo passo consiste nella identificazione, datazione e catalogazione dei frammenti, ricomponendo quelli che appartengono ad uno stesso manoscritto. Le schede catalografiche comprendono vari dati tra cui le misure del frammento, il tipo di pergamena, il colore dell’inchiostro, caratteristiche codicologiche relative al tipo di spillatura e di rigatura delle pagine, misure del campo scrittorio, distribuzione del testo (a piena pagina o a colonne, con eventuali commenti marginali), numero delle linee, tipo di scrittura (italiani, ashkenaziti, sefarditi o orientali), stile della grafia (quadrata, semicorsiva, corsiva), presenza di richiami o note marginali, conservazione del testo ebraico (buona o meno, leggibile su entrambi i lati interno ed esterno o abrasa in quest’ultimo) e, infine, la presenza di titoli e note in latino o in volgare relative al contenuto degli atti contenuti nel registro e relativa data della loro redazione. Quest’ultimo dato risulta evidentemente di grande importanza per stabilire l’anno dello smembramento e del reimpiego del manoscritto. In alcuni casi i fogli membranacei dei manoscritti furono già staccati dai registri che ne erano ricoperti diversi anni fa, da illuminati archivisti che ne avevano compreso l’importanza. È il caso dell’Archivio Storico Comunale di Nonantola dove circa 2.000 copertine pergamenacee manoscritte, di cui alcune centinaia ebraiche, furono staccate e stese alla fine del secolo scorso. A volte si presentano delicati problemi tecnici per leggere i manoscritti. Ciò avviene in particolare quando il testo ebraico che si trovava nei lati esterni del foglio riciclato come copertina è stato abraso o lavato, per far apparire la pergamena riciclata più simile a quella nuova, assai più costosa. Ma su questo problema tecnico, che riguarda circa l’80 percento delle pergamene ebraiche dell’area modenese, ritorneremo più avanti.

Per quanto riguarda la tipologia delle pergamene, si tratta - come sopra ricordato - di folia e bifolia utilizzati per avvolgere o rilegare registri manoscritti di vario genere (notarili, parrocchiali, ecclesiastici, comunali per lo più di natura amministrativa) ma anche opere a stampa tra cui incunaboli e cinquecentine. In Emilia Romagna, infatti, ho rinvenuto poco meno di 200 edizioni a stampa del sec. XVI rilegate con fogli smembrati da manoscritti ebraici nel secolo successivo dai legatori: un esempio significativo è costituito da oltre 100 volumi conservati a Modena presso la Biblioteca Estense.

Un fenomeno interessante è costituito dal riciclaggio non solo di fogli membranacei smembrati da manoscritti, ma anche di fogli di incunaboli ebraici tirati su pergamena. Ho riscontrato alcuni casi negli archivi di Nonantola e Cento, dove alcuni fogli usati come copertine di registri sono costituiti da pagine dell’editio princeps del Pentateuco stampato a Bologna nel 1482 e dell’edizione della stessa opera stampata nel 1490 nella città spagnola di Iijar. Di entrambe questi incunaboli furono fatte delle tirature su pergamena, ma questi testi furono usati propriamente come libri in modo approssimativo per un secolo, per essere successivamente riutilizzati come materiale da reimpiegare.

Come si è osservato, il fenomeno del reimpiego dei manoscritti membranacei si estende cronologicamente dalla metà del Cinquecento fino a tutto il Seicento, con momenti di particolare intensità differenziati in aree diverse, in connessione con le misure dell’Inquisizione contro gli ebrei e l’eventuale espulsione da un determinato stato. Di questo fenomeno, segnalato occasionalmente all’inizio del secolo da U. Cassuto, ma fino ad oggi trascurato, abbiamo delle segnalazioni già nei secoli passati. Infatti, Giovanni Bernardo De Rossi (1742-1831), professore di lingue orientali presso l’Università di Parma, nonché possessore di una delle più grandi collezioni di manoscritti e libri ebraici ora confluita nel fondo ebraico della Biblioteca Palatina di quella città, agli inizi del secolo scorso attirava l’attenzione sul fenomeno del reimpiego dei manoscritti ebraici nella legature. Recentemente il mio collega nella ricerca Saverio Campanini mi ha segnalato una interessante testimonianza contenuta in un ricordo d’infanzia scritto da Konrad Pellicanus (1478-1556) nella sua autobiografia Chronicon vitae ipsius ab ipso conscriptum (edizione di Basel 1877, p. 15) e riguardante il suo primo incontro alla lingua ebraica proprio osservando dei frammenti di manoscritti riciclati come legature: "(...) Haec omnia visa, audita, lecta, puerum me, et jam adulescentem, sollicitabant ad discenda hebraea, si quae occurrerent vel membranae, quibus nostri codices ligabantur". Per quanto ne so, questa è una delle prime testimonianze storiche di questo tipo di reimpiego, assieme a quella di Shemuel da Medina (sec. XVI) e di Rabbi Yospa Hahn (sec. XVII) menzionate da B. Richler.

Contrariamente a quanto spesso si crede o si dice, non erano gli archivisti o i notai in persona che smembravano i manoscritti e confezionavano per i propri registri le copertine con i fogli da essi ottenuti. Dalla ricerca è emerso chiaramente che, in realtà, i registri nuovi erano confezionati e rilegati con le pergamene ebraiche nelle botteghe dei legatori delle grandi città e, in genere, del capoluogo. In seguito questi cartularii li vendevano ai notai e a varie istituzioni della città e del contado, come è chiaramente dimostrato dal fatto che in località anche abbastanza distanti le una dalle altre, ma nella stessa regione, sono stati rinvenuti fogli appartenenti allo stesso manoscritto. Uno degli esempi più significativi è il rinvenimento di due fogli di uno stesso manoscritto ashkenazita contenente il Sefer Mordekai con due commenti marginali, dei quali uno è stato scoperto a Modena e l’altro nell’Archivio Diocesano di Mantova.

Ma dove trovavano i rilegatori tanti manoscritti membranacei da riciclare in questo modo nelle loro botteghe? Se noi analizziamo il periodo in cui il fenomeno del reimpiego è maggiormente diffuso, ossia dalla metà del sec. XVI a tutto il XVII, ci rendiamo immediatamente conto che esso è collegato al diffondersi del libro a stampa. In realtà, la stampa determinò sul mercato un crollo nel prezzo e nel valore del manoscritto, ormai divenuto obsoleto, spesso di difficile lettura e che richiedeva una quantità considerevole di tempo e di denaro per la sua produzione. Era ovvio che belle e chiare edizioni a stampa nuove di fiamma, divenute ben presto un oggetto à la mode più economico ed accessibile, furono in breve tempo preferite al manoscritto, di cui volentieri ci si sbarazzava, magari guadagnando qualche cosa per il semplice valore della pergamena di cui era costituito, il cui valore era spesso più alto di quello del contenuto dell’opera manoscritta stessa. D’altra parte, a quest’epoca non esisteva ancora la consapevolezza del valore del manoscritto e neppure la preoccupazione della sua conservazione, in quanto testimone più antico di un testo e spesso servito come modello dell’edizione a stampa. Sappiamo che per gran parte dell’Antichità e per tutto il Medioevo nelle grandi abbazie monastiche gli amanuensi, quando un manoscritto era ormai consunto dall’uso, ne eseguivano una nuova copia e riciclavano il materiale di quella precedente per rilegare i volumi della loro biblioteca.

Ma l’avvento della stampa non è - almeno per quanto riguarda i manoscritti ebraici - l’unico motivo del loro reimpiego. Infatti, se noi analizziamo il picco che in una determinata località segna la curva statistica del reimpiego, scopriamo sempre che essa coincide con l’inasprirsi delle misure dell’Inquisizione in quella stessa regione. Così ad esempio, vediamo che a Bologna la punta massima dello smembramento e del riciclaggio dei codici ebraici si registra tra gli anni Sessanta e Novanta del Cinquecento, mentre a Modena ciò avviene tra gli anni Trenta e Cinquanta del Seicento. Ciò non è casuale, poiché a Bologna la mano dell’Inquisizione si fece più dura contro gli ebrei proprio in quel periodo, con una serie di processi intentati dal commissario pontificio Angelo Antonio Amati e da un ebreo converso di nome Alessandro Giusti, contro il possesso del Talmud e il presunto vilipendio del cristianesimo in esso contenuto, negli anni 1567-68, con una prima espulsione degli ebrei dalla città nel 1569 e la seconda e definitiva nel 1593. A Modena, invece, la nota benevolenza degli Estensi verso gli ebrei cominciò a fare qualche crepa proprio nei decenni indicati del secolo successivo, in concomitanza con l’avvento di un inquisitore locale particolarmente duro, che prese misure drastiche contro i libri degli ebrei e riuscì - seppur con quasi un secolo di ritardo rispetto alle altre città - a far erigere il ghetto nel 1638 anche nella capitale estense. Per quanto riguarda Bologna, abbiamo alcune testimonianze contenute in fonti ebraiche contemporanee degli avvenimenti. Nella sua cronaca ‘Emeq ha-Bakah (La valle del pianto), lo storico ebreo cinquecentesco Yosef ha-Kohen ci informa che, in applicazione della bolla di Giulio III che ordinava il sequestro e la distruzione del Talmud, il primo rogo appiccato a Roma in Campo de’ Fiori nel settembre 1553, fu seguito il mese successivo da altri roghi in Romagna. "A Bologna - egli scrive - furono bruciati libri senza numero in giorno di Sabato". Un importante esponente della comunità ebraica bolognese, Avraham ben Meshullam da Sant’Angelo (o da Modena), l’anno stesso in cui subisce un processo, con carcerazione e tortura, ad opera del commissario inviato a Bologna da Roma in aiuto all’inquisitore e con la pressione del converso menzionato Alessandro, ci informa sugli ingenti sequestri di libri ebraici compiuti in quell’anno a Bologna con una lettera inviata il 12 luglio 1568 al cognato Manoach Lattes in Roma. Nel suo epistolario, pubblicato recentemente da Boksenboim, egli così scrive: "Tutti i libri sono stati sequestrati ed ora si trovano nelle mani del commissario, ad eccezione di pochi Siddurim per la preghiera". Egli in un’altra lettera scritta sul finire del 1568 lamenta la "perdita di una ingente quantità di libri, più di due casse piene; di essi parte sono stati bruciati nella piazza principale di Bologna... mentre quelli rimasti sono stati portati nel convento di San Domenico, con tutti gli altri libri della comunità ebraica di Bologna". Per Bologna noi sappiamo anche che il converso Alessandro promosse una lotta spietata contro il Talmud, sfociata nel sequestro di tutti gli esemplari e in diversi processi per le presunte parti anti-cristiane in esso contenute. Ciò trova, non a caso, un puntuale riscontro nei moltissimi fogli talmudici riciclati in questi anni come copertine di registri e rinvenuti nell’Archivio di Stato della città felsinea, che ci ha restituito la più grande collezione nota di frammenti del Talmud. Con ogni verosimiglianza, molti manoscritti di pergamena, invece di essere bruciati, furono venduti ai legatori che cercavano con interesse questo tipo di materiale da reimpiego.

Da quanto detto deriva una interessante indicazione metodologica per cui la ricerca sul campo nei vari archivi può essere illuminata dallo studio parallelo delle fonti storiche relative alle vicende dell’Inquisizione nella medesima località.

I manoscritti ritrovati sono databili su base paleografica dall’XI al XVI secolo. Fra i 495 manoscritti rappresentati dai 803 frammenti rinvenuti nell’Archivio di Stato di Bologna (= ASBO), 1 è datato all’XI secolo, 5 al XII, 18 fra il XII e il XIII, 34 al XIII, 91 fra il XIII e il XIV, 157 al XIV, 58 al XV e solo 2 tra i secoli XV e XVI. Le centinaia di manoscritti rappresentati costituiscono una importante mole di nuovi materiali messi a disposizione della paleografia e della codicologia ebraiche. Alcuni testi, pervenutici in molti altri manoscritti, come nel caso di quelli biblici, se da un lato sono meno importanti di quelli rari o unici, dall’altro possono acquisire un valore particolare a motivo della loro antichità. È il caso di alcune decine di pagine di una Bibbia in scrittura quadrata di tipo italiano databile al sec. XI, rinvenute negli archivi di Nonantola e in quelli di Modena. Si tratta di uno dei più antichi manoscritti copiati in Italia che ci sia pervenuto. Anche alcune pagine di un manoscritto biblico sefardita in scrittura a lettere monumentali (mm. 10÷20) sono di notevole interesse paleografico. I frammenti di manoscritti della Bibbia ritrovati nella "Genizah italiana" costituiscono una testimonianza significativa della storia della tradizione manoscritta del testo masoretico. Essi possono essere considerati come una sorta di microcosmo, poiché se da un lato presentano la ben nota tipologia testuale dei manoscritti biblici accettata dalle comunità dell’area sefardita, italiana ed ashkenazita, dall’altro essi offrono la possibilità di una riconsiderazione di alcune affermazioni largamente diffuse nell’approccio contemporaneo alla storia del testo biblico, in particolare l’aderenza al principio del codex optimus e il rigetto della possibilità di una emendazione congetturale di passi corrotti in nome di una presunta "oggettività". Certo, sarebbe davvero importante, almeno per i manoscritti biblici più antichi dei secc. XI-XII uno studio specifico con la collazione di tutte le varianti testuali presenti, per vedere in che rapporto questi frammenti si pongono con i tipi testuali noti dai grandi codici masoretici medievali.

Per quanto riguarda la Masorah, studiata da E. Fernández Tejero come essa è attestata in alcuni dei manoscritti ebraici più antichi rinvenuti a Nonantola (sec. XI-XIII), le informazioni masoretiche sono scarse, appena un po’ più numerose nei frammenti provenienti da codici italiani; sono presenti alcuni errori di computi numerici e di vocalizzazione, come pure si rileva l’assenza di alcuni simanim e il disaccordo fra le annotazioni masoretiche e i testi ad esse correlati. La Masorah, come noi possiamo vedere anche in altri manoscritti medievali qualificati, ha perso il suo carattere di siepe protettiva attorno al testo, poiché la sua relazione con il testo ebraico è stata trascurata o persa di vista, ed essa a volte mostra la tendenza a trasformarsi in un elemento di abbellimento puramente decorativo.

Quanto ai soggetti dei testi rappresentati nei frammenti, possono essere significativi della situazione generale alcuni rilievi ricavati dalla elaborazione dei dati di due importanti collezioni già studiate e catalogate: quelle di Nonantola e di Bologna. A Nonantola risulta che circa il 33% dei frammenti appartiene a manoscritti biblici, il 28% a testi della letteratura halakica rappresentata dai tradizionali Sifre Miswot o compendi normativi di vario genere; il 15% contiene commenti alla Bibbia, l’8% testi della Mishnah, del Talmud, ed altri compendi talmudici, mentre il 7% rappresenta testi di filosofia e di Qabbalah; il 4% contiene dizionari o opere lessicografiche, il 3% testi scientifici di medicina, astronomia e geometria ed, infine, il 2% testi liturgici. A Bologna gli 803 frammenti rinvenuti nel locale Archivio di Stato appartengono a 495 manoscritti, 242 dei quali vergati in scritture di tipo ashkenazita, 94 di tipo sefardita e solo 46 di tipo italiano. Secondo Malachi Beit-Arié, docente di Codicologia e Paleografia ebraica presso l’Università Ebraica di Gerusalemme e massimo esperto in questa materia, il fatto potrebbe non indicare necessariamente la presenza nell’area emiliano-romagnola di una maggioranza di manoscritti ashkenaziti, - fatto peraltro improbabile - quanto piuttosto potrebbe derivare dal fatto che in tali manoscritti erano più diffusi i grandi formati, particolarmente adatti ad essere smembrati per riciclarne i fogli pergamenacei, molto più di quanto non lo fossero nei manoscritti di tipo italiano, in cui invece prevalgono formati più piccoli. Sempre nella "Genizah bolognese" dei quasi 500 manoscritti rappresentati 107 contengono testi biblici, 92 opere di Halakah, 72 il Talmud, 52 commenti biblici, 37 preghiere, 16 commentari talmudici, 6 opere lessicografiche o filologiche, 2 commenti alle preci, solo 1 con testi di Qabbalah ed, infine, qualche manoscritto contenente testi scientifici, in particolare di medicina.

Una caratteristica della "Genizah italiana" è costituita dalla eterogeneità dell’origine dei frammenti. Mentre, infatti, i frammenti rinvenuti in Austria e in Germania sono esclusivamente ashkenaziti e quelli rinvenuti nella Penisola iberica sono tutti sefarditi, i manoscritti da cui provengono i frammenti trovati in Italia sono in parte di origine italiana (ca. il 20%), la maggior parte ashkenazita (circa il 50%) e in buona percentuale anche sefardita (ca. il 30%). Abbiamo già accennato sopra alla probabile causa del prevalere nei frammenti di pergamene ashkenazite. Quanto poi a queste ultime e ai frammenti sefarditi, in una misura assai ridotta potrebbero provenire da manoscritti prodotti in Italia da scribi immigrati che continuavano ad usare nella nuova terra italiana di residenza il loro abituale stile di scrittura; ma nella maggioranza dei casi, - almeno per quanto riguarda i manoscritti databili ai secc. XII-XIV che sono relativamente numerosi - si tratta di codici prodotti nelle rispettive regioni d’origine di Ashkenaz e Sefarad prima delle espulsioni ed migrazioni degli ebrei ivi residenti e successivamente portati dai profughi che si insediavano nella Penisola italiana. Mentre le grafie di tipo sefardita, con la particolare connotazione che le caratterizza, retaggio della loro derivazione dalle scritture orientali, sono in genere ben caratterizzate ed identificabili, non avviene lo stesso per quelle di tipo askkenazita e italiano, spesso influenzate le une da elementi delle altre, almeno nei manoscritti anteriori al sec. XIII, epoca fino alla quale la tipologia delle due grafie non era ancora nettamente distinta, cosicché spesso risulta arduo per la paleografia ebraica stabilire di quale delle due si tratti. Anche questo elemento di discrezionalità soggettiva potrebbe essere una causa della sovraestimazione dei manoscritti ashkenaziti. Resta, in ogni caso, che la distribuzione delle percentuali dei tipi di scrittura in una determinata località riflette spesso le vicende storiche della comunità ebraica in essa residente e la sua caratterizzazione per quanto riguarda i gruppi etnici che la componevano. Così, ad esempio, la prevalenza di manoscritti ashkenaziti a Cremona, riflette la composizione della locale comunità ebraica, ivi costituitasi fra la fine del Medioevo e gli inizi del Rinascimento in seguito all’immigrazione di elementi provenienti dall’Europa; questo vale, evidentemente, anche per tutte le altre località

Ancora, la triplice tipologia delle scritture ebraiche, ben rappresentate sia nella forma quadrata sia in quella semicorsiva, con alcuni casi di corsiva, si combina anche con le varie tecniche di rigatura, di spillatura e di composizione dei fascicoli del manoscritto proprie di ogni area geografica. Così, una accurata analisi delle caratteristiche codicologiche (tipo di pergamena, consistenza, colore, trattamento del lato pelo e sua distinzione o meno dal lato carne), per quanto è possibile ricavarla dalle pagine smembrate, costituisce un ulteriore importante elemento che si aggiunge all’analisi paleografica per la datazione del manoscritto e la sua assegnazione ad una determinata area geografica.

Come si è accennato, la maggioranza dei testi contenuti nei frammenti costituiscono le opere standard della letteratura ebraica medievale e possono essere considerate come tipiche della biblioteca di un ebreo tra la fine del Medioevo e gli albori del Rinascimento. Essi sono la Bibbia con i suoi commenti, il Talmud, i compendi della precettistica, libri liturgici e rituali di preghiera. Sono invece relativamente scarsi i testi midrashici, quelli scientifici e filosofici, come pure quelli cabbalistici. Fra le opere più rappresentate ci sono quelle divenute più popolari tra gli ebrei del Medioevo, come il Mishneh Torah di Maimonide, il lessico dell’ebraico talmudico Sefer he-‘Aruk di Nathan ben Yechiel, i commenti alla Bibbia e al Talmud di Rashì, l’opera halakica Pisqe ha-Rosh di Asher ben Yechiel, il Sefer Mitzwot Gadol di Mosheh da Coucy e il Sefer Mitzwot Qatan di Yitzchaq da Corbeil.

Un altra prospettiva di indagine offerta dai frammenti rinvenuti, è quella di permettere uno studio dettagliato delle opere attestate nelle varie località, per ricostruire la biblioteca tipo degli ebrei in essa residenti nonché i loro interessi culturali. Si tratta di un nuovo tipo di approccio che riesce a valorizzare il libro come specchio della società che lo possiede. Una interessante indagine in tal senso è stata condotta dalla studiosa israeliana Sifra Baruchson sulle centinaia di liste di libri consegnati negli ultini anni del Cinquecento dagli ebrei di Mantova alla locale Inquisizione, avendo ottenuto in tal modo di evitarne il sequestro.

Ma veniamo ora ad illustrare alcune tra le scoperte più importanti fatte nella "Genizah italiana". Di grande importanza sono certamente gli oltre 250 fogli e bifogli del Talmud babilonese rinvenuti in diversi archivi. Come è noto, il Talmud è stata l’opera più duramente e tenacemente perseguitata da parte della Chiesa dall’Alto Medioevo fino all’Inquisizione spagnola e agli imponenti roghi e sequestri operati nella seconda metà del Cinquecento dall’Inquisizione post-tridentina. Famosa è la bolla emanata da papa Giulio III nel 1553, su suggerimento di tre noti ebrei conversi, nella quale si ordinava la confisca e la distruzione mediante roghi da appiccare nelle pubbliche piazze di tutti gli esemplari del Talmud posseduti dagli ebrei. La bolla segnava una svolta nella politica ecclesiastica, che fino ad allora era stata caratterizzata da una linea più morbida, legata alla convinzione della necessità di conoscere i testi religiosi dell’ebraismo per far leva su di essi nell’opera di conversione degli ebrei alla ‘vera’ religione, mostrando come il cristianesimo fosse il compimento delle promesse e la pienezza delle attese formulate anche nella stessa letteratura rabbinica. È in questa ideologia che si inseriscono le grandi dispute medievali fra esponenti qualificati dell’ebraismo e del cristianesimo, tra cui le più famose sono quelle di Parigi (1240), Barcellona (1263) e Tortosa (1413-14). La concezione tardo medievale dell’ebraismo soggiacente alla posizione cattolica di questo periodo era stata fortemente influenzata dal Pugio fidei di Ramón Marti (Subirats ca. 1215/20 - Barcellona ca. 1292) che, assieme a Raimondo Lullo e a Raimondo di Peñaforte promosse un intenso rinnovamento ed interesse nello studio delle lingue orientali, e dell’ebraico in particolare, come via per attingere l’hebraica veritas delle Scritture. Ma questa linea, più dialogica, fu abbandonata dopo la svolta della Controriforma, decisa a propugnare una lotta più diretta contro la blasphemia e la ‘perfidia’ ebraiche mediante la distruzione materiale delle fonti e dei testi sacri dell’ebraismo, in primis del Talmud, accusato di contenere parti ingiuriose contro Gesù ed elementi di vilipendio del cristianesimo. Così, pur in un’altalena di decreti di distruzione e bolle più permissive, nella seconda metà del Cinquecento i roghi del Talmud e spesso anche di tutti i libri ebraici, indiscriminatamente confiscati, si susseguirono ai roghi, tanto che agli ebrei non era più possibile trovare alcun esemplare di quest’opera, sostituita per lo studio della casistica riguardante i precetti da compendi e altri sussidi. Ciò fece si che - in un’azione sinergica con la norma religiosa ebraica che ordina di seppellire nelle Genizot i libri sacri deteriorati dall’uso - del Talmud in particolare si siano salvati pochissimi esemplari, tra cui la copia quasi completa e più antica in nostro possesso è il manoscritto conservato presso la Biblioteca Statale di di Monaco, Cod. Hebr. 95, che fu copiato nel 1342. Si può allora comprendere l’eccezionale importanza delle centinaia di fogli di quest’opera, spesso smembrati da manoscritti di uno e due secoli più antichi di quello di Monaco. È il caso delle decine e decine di fogli da me rinvenuti negli archivi dell’Emilia Romagna, molti dei quali appartenenti a manoscritti sefarditi dei secoli XII e XIII. Di essi, la maggior parte è stata rinvenuta nell’Archivio di Stato di Bologna e in quello Storico Comunale di Bazzano (provincia di Bologna) per un totale di oltre un centinaio tra folia e bifolia. Altri importanti frammenti talmudici sono stati rinvenuti a Cremona, Imola, Latina e in altre città. Di grande interesse sono anche otto pagine provenienti da un manoscritto di notevole antichità del Talmud palestinese databili al sec. XI e contenenti parti del trattato Bava qamma e Bava mesia; è tale la somiglianza con la grafia e le caratteristiche parascritturali del Ms. Vaticano Ebraico 31, contenente il Sifra e copiato nel 1072, da far pensare con buone probabilità che i due bifogli bolognesi (ASBO, framm. ebr. 564 e 574) siano opera dello stesso scriba. Per la assoluta rarità di manoscritti del Talmud palestinese, questi frammenti, assieme ad una decina di altre pagine di frammenti della stessa opera provenienti da manoscritti diversi sempre scoperte nello stesso archivio (ASBO, framm. ebr. 107.2, sec. XII, parte del trattato Shevi‘it e framm. ebr. 275, sec. XII, parte di Berakot) rivestono una importanza davvero considerevole. Come infatti è noto, delle due redazioni del Talmud non esiste a tuttora alcuna edizione critica e già istituti specializzati in Israele, come il "Progetto Mishnah" (Mif‘al ha-Mishnah) coordinato da Yaaqov Sussmann e l’Institute for the Complete Talmud, stanno collazionando tutti i frammenti talmudici scoperti in Europa e in Italia per raccoglierne le varianti, poi pubblicate in edizioni critiche di singoli trattati.

Non meno importanti sono anche i frammenti di manoscritti col testo della sola Mishnah, ancor più rari perché nella tradizione testuale babilonese che si è imposta, questo testo è sempre stato trasmesso assieme a quello della Gemara talmudica e molto raramente da solo. Di questa opera la scoperta più importante è stata quella di 18 frammenti - quasi tutti bifogli completi ma, purtroppo, con il testo ebraico abraso nei lati esterni della copertina - smembrati da uno stesso manoscritto della Mishnah in scrittura quadrata e vocalizzata di tipo italiano databile al sec. XII. Questi frammenti, che sono stati studiati da Gad ben Ammi Sarfatti dell’Università di Tel Aviv e sono già noti tra gli specialisti come ‘il codice di Modena’, sono stati smembrati negli anni 1646-47 nella bottega di uno stesso legatore modenese, che li ha utilizzati per confezionare con la stessa tecnica le copertine di alcuni registri della stessa fattura stretta e alta (vacchette), che furono acquistati dagli archivi di Nonantola, Modena e Correggio dove i frammenti si sono fortunosamente conservati nella loro umile funzione di legatura fino a quando, pochi anni fa, non ho avuto l’emozione e la gioia di scoprirli. Come si è già detto, il testo è vocalizzato e vergato in una scrittura quadrata di tipo italiano assai antica. Anche il formato del manoscritto, che è più largo che alto, è segno della sua antichità. Il testo mishnico riflette la tradizione testuale italo-bizantina e presenta forti affinità con il Ms. Kaufmann, generalmente considerato come il testimone più antico e accurato dell’opera giunto nelle nostre amni. La scrittura, la grafia dei nomi, le caratteristiche fonetiche e morfologiche dell’ebraico, collocano questo manoscritto nella tradizione testuale e linguistica palestinese. Si nota una sensibilità ancora viva al greco, lo stesso greco parlato in Terra d’Israele e nell’Italia meridionale: un frammento di Nonantola, che contiene una parte del trattato Pesachim, è il solo testimone, assieme al codice Kaufmann, che conserva ancora la versione originale di un passo in cui si prescrive di sacrificare gli animali usando un coltello particolare chiamato con parola greca scritta in caratteri ebraici, Kòpis; in tutte le edizioni e nei pochissimi manoscritti superstiti della Mishnah, questa lezione è stata alterata. Come ha mostrato Zarfati al convegno menzionato di Gerusalemme, ci sono varianti di rilievo, poiché ad esempio un precetto risulta in un frammento di tenore esattamento opposto rispetto a quello del testo vulgato.

Alcuni frammenti trovati a Fano, Pesaro e Fermo rivestono pure una certa importanza, poiché ci hanno conservato parti inedite dei commenti biblici e talmudici di Rashì ed alcune glosse in greco.

Due bifogli interi, per complessive otto pagine di testo provenienti da un manoscritto sefardita del sec. XIII e contenenti parti della Tosefta, sono stati recentemente rinvenuti nell’Archivio di Stato di Bologna (ASBO, framm. ebr. 14 e 375). Essi contengono una sezione dei trattati Kippurim e Rosh ha-Shanah e gettano nuova luce sulla tradizione testuale manoscritta di questa opera, mostrando un testo che concorda in maniera considerevole con il Ms. di Vienna e presenta una grafia antica dei nomi dei Rabbi che riflette la tradizione palestinese conservatasi solo in questi frammenti bolognesi, nei quali non è ancora presente il processo di armonizzazione della Tosefta con la Mishnah e il Talmud babilonese subìto invece dal Ms. Erfurt e con lui da tutti gli altri testimoni successivi, manoscritti e a stampa.

Una delle scoperte più recenti, compiuta nel marzo del 1997, e al tempo stesso una delle più importanti, è costituita da circa una pagina e mezza di un manoscritto ebraico reimpiegato come legatura, rinvenuta nell’Archivio Storico Comunale di Norcia. Il foglio intero contiene Tosefta, Nedarim 4,7 - 5,5 mentre la striscia contiene parte del medesimo trattato sui voti 7,4 - 5. Il fatto di eccezionale importanza è che si tratta di frammenti smembrati da un codice in scrittura ebraica di tipo orientale databile tra la fine del sec. X e gli inizi dell’XI, attorno all’anno 1000. Si tratta del più antico frammento finora scoperto nella "Genizah italiana", nonché del più antico testimone del testo di quest’opera tra i pochissimi manoscritti della Tosefta pervenutici.

Nell’Archivio di Stato di Pesaro si è verificato l’unico caso di ricomposizione quasi completa di un intero manoscritto: si tratta di un Mahazor di rito francese in scrittura ashkenazita databile al sec. XIII di cui quasi tutti gli 82 fogli sono stati ritrovati e ricomposti secondo l’originaria fascicolazione. Il manoscritto, copiato da un altro esemplare scritto probabilmente da un discepolo di Yosef ben Yehiel da Parigi, costituisce un unicum poiché esso ci ha preservato la tradizione liturgica adottata dagli ebrei della Francia nord-orientale. La rarità di questo documento sta nel fatto che gli ebrei di Francia, espulsi da questo paese 1396, in seguito adottarono i riti liturgici (minhagim) delle regioni in cui si insediarono, il loro originario rito francese fu abbandonato e i documenti di esso andarono largamente perduti. Il Mahazor di Pesaro contiene anche alcuni poemi liturgici (piyyutim) prima sconosciuti e opera di maestri francesi, oltre ad un inno composto da Rabbenu Tam conservatoci in pochissimi altri manoscritti. La pubblicazione del Mahazor di Pesaro, in via di preparazione, fornirà agli specialisti nuove informazioni di grande interesse per lo studio della liturgia ebraica e il suo sviluppo in Europa durante il Medioevo, nonché per la conoscenza dell’innografia religiosa di questo periodo.

Diversamente dai frammenti rinvenuti nella Genizah del Cairo, in quelli scoperti in Italia le opere prima sconosciute non sono così numerose. Tuttavia, un certo numero di testi ignoti è stato trovato soprattutto nel campo della liturgia, della letteratura rabbinica e dell’esegesi biblica. Questo fatto si spiega se si considera che la maggior parte dei commenti alle preci e alla Bibbia composti nei secoli XI e XII non ebbero fortuna, non essendo stati ‘canonizzati’ dall’ebraismo rabbanita ufficiale; per questo ebbero poca diffusione, furono copiati in pochissimi esemplari manoscritti e caddero nell’oblio del tempo, andando irrimediabilmete perduti. Frammenti di un commento sconosciuto ai Proverbi in scrittura ashkenazita del sec. XIV sono stati rinvenuti nell’Archivio di Stato di Imola (framm. ebr. 18.1): nello stesso archivio ho rinvenuto un bifoglio intero, centrale di fascicolo, per complessive quattro pagine intere di testo contenente il commento sconosciuto di Yosef ben Shimon Qara (ca. 1066-1135) ai Salmi in una grafia semicorsiva ashkenazita del sec. XIII (framm. ebr. 17.1); il commento va dall’inizio del Salmo 1 fino al 17, con diverse glosse esplicative in antico francese ed una spiccata preoccupazione di stabilire il senso storico-letterale del testo. Avraham Grossman, uno studioso specialista nello studio della scuola esegetica franco-settentrionale del sec. XI-XII, ha recentemente studiato oltre a questo prezioso frammento, anche altri appartenenti allo stesso manoscritto e rinvenuti nell’Archivio di Stato di Bologna e di Imola, i quali invece contengono parti di un commento a Deuteronomio e a Esodo. Grossman ha dimostrando, con argomenti solidi accettati dalla generalità degli studiosi, che si tratta del commento originale perduto di Yosef Qara alla Torah e mostrando l’inesattezza della tesi sostenuta fino a qualche tempo fa dalla maggioranza degli studiosi, secondo la quale egli non avrebbe composto un vero e proprio commento alla Torah, ma si sarebbe limitato a glossare quello di Rashì. Altri frammenti sempre di questo manoscritto sono stati ritrovati nell’Archivio Storico Comunale di Pieve di Cento: essi contengono parti del commento a Michea e Osea opera, se non di Yosef Qara stesso, certamente dei suoi discepoli che hanno utilizzato molte sue interpretazioni, nelle quali egli menziona, tra l’altro, lo zio paterno e suo maestro Menachem ben Chelbo (Francia, tardo sec. XI).

Prima di annunciare una scoperta o di parlare di testo sconosciuto, occorre una grande prudenza, pazienza e anche un pizzico di fortuna, per non incorrere in errori. È stato il caso di alcuni frammenti rinvenuti nell’Archivio di Stato di Bologna e contenenti parti di un commento a Geremia e ad Ezechiele. In un primo momento sembravano sconosciuti e, dall’analisi del testo e dello stile, sulla scorta di Avraham Grossman, si è pensato di poterli attribuire ad Abraham ibn Ezra o ad un suo discepolo, ritenendo che fossero frammenti dei suoi commenti perduti a questi profeti. La loro pubblicazione intendeva metterne a disposizione il testo, nella speranza che l’attribuzione - fin dall’inizio non condivisa da U. Simon — potesse essere confermata o smentita. Scrivevo, infatti, nella premessa all’edizione dei frammenti: "È Proprio per permettere agli studiosi di approfondire la loro indagine e di esprimere la loro opinione al riguardo che mi sembra importante mettere a disposizione del mondo scientifico l’edizione del testo ebraico … nonché di evidenziare i punti di convergenza che mi è parso di rilevare con i commenti di Abraham ibn Ezra. Li presento non necessariamente come prove decisive a favore dell’attribuzione proposta da Grossman, bensì come elementi di un’analisi già elaborata che gli esperti potranno più agevolmente valutare". Di fatto così è avvenuto, e U. Simon è riuscito a mostrare che si tratta invece di parte del commento inedito a questi libri del non notissimo discepolo di Yosef Qimchi Menachem ben Shimon da Posquières, di cui un manoscritto è conservato a Parigi, nella biblioteca Nazionale. La sfortuna ha voluto che nei frammenti di Bologna mancassero, per poche righe, due citazioni che l’autore fa proprio di Ibn Ezra e che si trovano di qualche riga prima e dopo la parte preservatasi. Ma anche un’ipotesi errata stimola l’indagine e, anche se viene smentita, serve a far progredire la ricerca.

Nei margini di una Bibbia ashkenazita del sec. XIV contenente Daniele 3, 4-25 è stato aggiunto da una seconda mano, forse di un possessore, un commento al medesimo passo che risulta sconosciuto (ASBO, framm. ebr. 529).

A volte succede anche che i frammenti scoperti costituiscano l’unico testimone di un’opera, essendo andati distrutti altri manoscritti di cui si aveva notizia. È il caso di due frammenti bolognesi da un manoscritto italiano del sec. XII (ASBO, framm. ebr. 425-426) che ci hanno restituito l’unica copia, seppur parziale, di un componimento poetico (Qerovah), inserito nella ‘Amidah da recitarsi nel Sabato intermedio di Pesach, opera di Yehudah Zebidah e di suo fratello Yosef (sec. XI). Di essa esisteva una sola copia conservata nella Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino, ma essa è andata distrutta nell’incendio del 1904 che ha gravemente danneggiato questa biblioteca. Altre volte accade, invece, che anche la scoperta di un piccolo frammento contenente informazioni importanti, rende possibile l’identificazione di opere che si ritenevano anonime.

Sempre nell’Archivio di Stato di Bologna - fondo che se per grandezza è secondo a quello di Modena ha probabilmente il primato per l’importanza dei rinvenimenti -, due frammenti da un codice ashkenazita databile fra il XIV e il XV secolo sono gli unici testimoni giunti fino a noi della versione breve del Commento al Seder Tohorot della Mishnah composto dal tosafista e halakista Shimshon da Sens (Francia ca. 1150 - Terra santa ca. 1230).

Di notevole importanza sono pure alcuni frammenti dei Midrashim halakici Sifre e Sifra e Mekilta: si tratta di una decina di pagine in tutto, di cui sei scoperte a Nonantola (framm. ebr. 217-225) e quattro presso l’Archivio Capitolare di Modena (framm. ebr. 49), tutte appartenenti allo stesso manoscritto in scrittura semicorsiva sefardita del sec. XIII. Importanti sono anche cinque pagine di un manoscritto ashkenazita contenenti il Sefer Even ha-‘ezer di Eliezer ben Natan, opera conservataci altrimenti in altri due o tre manoscritti soltanto (Nonantola, framm. ebr. 234-238); lo stesso accade per quattro pagine del commento di Shelomoh ben ha-Yatom al trattato talmudico Mo‘ed qatan, pure rinvenute a Nonantola (framm. ebr. 325-326) e altrimenti conservatoci solo in un manoscritto del Jewish Theological Seminary di New York. Di notevole interesse sono anche otto pagine di un commento sconosciuto al trattato talmudico Nazir, recentemente rinvenute nell’Archivio di Stato di Bologna (framm. ebr. 268 e 443) e in un primo tempo attribuite da Simcha Emanuel a Rashi o ad un suo contemporaneo, ma di recente ritenute parte di uno dei commenti di Magonza.

Alcuni frammenti di opere di medicina, astronomia e filosofia sono stati rinvenuti negli archivi di Bologna, Modena, Nonantola e Imola. Fra di essi quattro pagine di un’opera filosofica sconosciuta contenente un trattato di logica in cui sono formulate delle critiche alla traduzione ebraica del Moreh ha-Nevukim maimonideo compiuta da Shemuel Ibn Tibbon, pure ritrovate a Nonantola (framm. ebr. 189-191) e studiate da M. Zonta. Sempre nel campo delle opere scientifiche, l’archivio bolognese ha restituito anche più di venticinque pagine (ASBO, framm. ebr. 30-33 e 215) smembrate da uno stesso manoscritto vergato in scrittura sefardita databile tra il sec. XIV e XV e contenenti parti dell’opera medica Kitab al-Tasrif ossia ‘La compilazione (del sapere medico)’ del massimo chirurgo musulmano Abu’l-Qasim az-Zahrawi (l’Albucasis del mondo latino) in una traduzione arabo-ebraica anonima e sconosciuta, diversa da tutte quelle note.

Un interessante esempio di come anche solo una pagina o poche righe scoperte nella "Genizah italiana" possano contribuire ad identificare manoscritti contenenti opere intere ritenute anonime si è avuto a Modena. Si tratta di sei pagine contenenti il Sefer ha-Shorashim di Yonah ibn Gianach, esponente di rilievo della scuola linguistica di Cordova (ca. 990-1055) in una traduzione arabo-ebraica sconosciuta rinvenute negli archivi storici di Nonantola (framm. ebr. 171-172) e Modena (framm. ebr. 48-49). I bifogli, reimpiegati per avvolgere registri del Seicento, appartengono allo stesso manoscritto vergato in scrittura semicorsiva di tipo italiano databile al sec. XIII. Sfortunatamente, in tutti i frammenti il testo che appariva nei lati esterni delle copertine è stato abraso, secondo una prassi invalsa fra i legatori modenesi forse per far apparire le pergamene più simile a quelle nuove. La traduzione di Ibn Tibbon era la sola conosciuta prima di questa scoperta ed era conservata in due soli manoscritti. In una nota conclusiva che suggella la sua versione, Ibn Tibbon afferma di aver visto altre tre traduzioni di quest’opera lessicografica, due delle quali solo dalla lettera alef alla lamed. La traduzione contenuta nei frammenti di Modena è molto probabilmente quella del terzo traduttore menzionato da Ibn Tibbon, ossia Yishaq ben Yehudah Barceloni. Essa infatti corrisponde alle caratteristiche con cui quest’ultimo la descrive: in genere essa è più concisa di quella di Ibn Tibbon, il traduttore segue passo passo l’ordine delle parole come si trova nell’originale arabo, senza omettere alcuna radice. Altre parti di questa traduzione sono state recentemente rinvenute da B. Richler fra i manoscritti ebraici recentemente microfilmati dall’Istituto dei Microfilms dei Manoscritti Ebraici Jewish National and University Library di Gerusalemme. La scoperta di questi frammenti ha reso possibile l’identificazione, attraverso il confronto di una esigua parte contenente la lettera waw, dell’opera contenuta nel Ms. Vaticano Ebraico 417, catalogata da Assemani e Allony come un Sefer ha-Shorashim anonimo: si tratta, in realtà della stessa traduzione dei frammenti modenesi.

Nell’Archivio di Stato di Modena in margine ad una pagina di un Machazor ho rinvenuto due note di censori ben noti che rispettivamente così recitano: Visto per mi fra luigi da Bologna del 1601 e più sotto Camillo Jaghel 1613 (framm. ebr. 128). Un’altra sottoscrizione censoria è presente nell’ultimo foglio di una copia del Mishneh Torah di Maimonide, smembrato da un manoscritto italiano del sec. XIV e conservato a Nonantola presso l’Archivio Storico Comunale. Alla fine dell’opera il copista ha riprodotto il testo della lettera di Maimonide ai rabbini di Marsiglia; nel margine inferiore della pagina compare la sottoscrizione del censore Domenico Gerosolimitano. Il margine è stato rifilato dal legatore che ha tagliato l’indicazione dell’anno e della seconda parte del nome, per cui si legge solo Domenico; ma si tratta certamente di Domenico Gerosolimitano, come conferma il confronto della grafia con lo specimen della sua firma riprodotto dal Popper. Questo revisore è attivo dal 1578 per circa quarant’anni. Il frammento nonantolano fu reimpiegato attorno al 1628, dopo alcuni anni dalla censura. Nello stesso archivio si è rinvenuta una interessante nota di possesso con elenchi di parenti in quella che era la prima pagina di un manoscritto in grafia semicorsiva italiana del sec. XV contenente il Commento ai Salmi di David ben Yosef Qimhi (framm. ebr. 519.1). Essa così suona: Qinyani Shelomoh mi-Melli bk"m Yehudah mi-Melli toshav be-Viadana ("Proprietà di me Salomone figlio di Giuda Melli abitante a Viadana"), con sotto scritta due volte la stessa nota in italiano: de salamone de’ meli hebreo in uiadana. In alto nella pagina l’elenco dei seguenti nomi, forse di parenti: Leon, Ricchina, Salamone Giusta, Giuseppe, Sarra, Alessandro, Simon, seguito dall’annotazione: papa pio del 1565.

In un solo caso si è avuta la felice sorpresa di scoprire una pagina contenente in grosse lettere costruite con il commento micrografato, una parte del colophon del manoscritto, nel quale appare un nome che potrebbe essere del copista, del committente, accompagnato da una eulogia per una persona vivente prima ignota.

In diversi frammenti sono presenti splendide ornamentazioni micrografiche della Masorah e meravigliosi incipit dei libri biblici, secondo un uso che - assieme alla miniatura, che in genere era commissionata ad artisti cristiani - costituisce una sorta di escamotage rispetto al divieto ebraico delle immagini e che ha avuto larga diffusione fra i copisti ebrei. Due splendidi esempi si hanno nell’Archivio di Stato di Bologna in un incipit del Levitico, con ornamentazioni policrome a inchiostro nero, rosso e verde a motivi floreali ed animali e la scena della caccia alla lepre, forse allusione alla persecuzione degli ebrei da parte cristiana (framm. ebr. 640) ed in un altro bellissimo incipit dei Salmi che presenta la Masorah micrografata con splendidi motivi animali e floreali che disegnano gigli, colombe e due leopardi rampanti (Fr. 44), entrambi da due manoscritti ashkenaziti del sec. XIII-XIV.

Il riciclaggio non avveniva solo per la pergamena, ma anche per i fogli cartacei, in genere impiegati per costruire dei cartoni. Anche questo tipo di riciclaggio, assai più raro di quello delle pergamene, ha riservato una sorpresa nella "Genizah italiana". Si tratta di una scoperta unica nel suo genere compiuta grazie a due cartoni che costituivano la legatura di un volume del Quattrocento. Non si tratta, in questo caso, di fogli membranacei, ma di pagine di un manoscritto cartaceo vergato in grafia corsiva ebraica del primo Quattrocento e di cui si sono salvati, proprio grazie al loro riciclaggio, 31 fogli. Esso è stato rinvenuto da chi scrive da una legatura quattrocentesca originale confezionata in Bologna nella seconda metà del sec. XV. I fogli sono stati ricupertati mediante sfaldatura dei cartoni da esso costituiti in una soluzione idro-alcolica, che scioglie le colle naturali utilizzate, fissa l’inchiostro e disinfesta le carte da eventuali agenti patogeni. La carta presenta un impasto tipico delle carte quattrocentesche, a grana grossa e spessore consistente. I fogli del manoscritto ebraico furono reimpiegati, incollandoli quindici a quindici e pressandoli, per ricavarne due robusti cartoni con cui fu confezionata la legatura. I fogli del manoscritto cartaceo riciclato facevano parte di un registro di prestito su pegno di un banchiere ebreo attivo a Bologna agli inizi del sec. XV. Questi registri sono molto rari e di grandissima importanza: essi costituiscono i più antichi documenti diretti di storia del prestito bancario. Quelli giunti fino a noi sono complessivamente cinque, compreso questo: in ordine di antichità, sono uno da Montepulciano, studiato da Daniel Carpi, degli anni 1409-1410. È il più antico ma presenta diverse lacune e una registrazione a due colonne, meno completa in complessive 29 carte. Il registro di Bologna, degli anni 1427-1430, che presenta una registrazione più completa su tre colonne ed è il secondo per antichità. Il registro del banco "Ai quattro venti", attivo a Firenze negli anni 1473-1475. Un estratto dal libro inventario del banco "Alla vacca", pure attivo a Firenze negli anni 1477-1478, menzionato da U. Cassuto e, infine, il registro di Cava dei Tirreni, più tardo e mutilo, risalente al 1495. Il registro di Bologna è assai vicino al più antico, e presenta una registrazione più completa e ricca di dati, nella quale su tre colonne sono segnati rispettivamente: a) Nome, paternità, provenienza, città d’origine e professione del beneficiario del prestito; b) somma prestata e data della restituzione della stessa, espressa con l’indicazione di giorno, mese (secondo il calendario cristiano) e anno (secondo il calendario ebraico); c) descrizione particolareggiata dei pegni lasciati a garanzia. Si tratta, come detto, di 31 carte, scritte recto e verso (oltre 60 pagine di testo), in discreto stato di conservazione, anche se nella maggioranza dei casi le pagine in uno o due lati sono state rifilate dal legatore per portarle alle dimensioni dei cartoni di cui aveva bisogno. La grande varietà dei luoghi di provenienza dall’Italia e dall’estero dei beneficiari del prestito, la designazione di molti di essi come "scolari" ossia studenti all’Università, lascia intravedere un grosso centro di cultura internazionale com’era Bologna agli inizi del Quattrocento, grazie alla presenza dello Studio. Il Banco era operante in questa città, come dimostra chiaramente l’indicazione di provenienza di diversi beneficiari di prestiti da centri della città, della periferia e del contado. Alcuni sono indicati come di Mamolo (presente diverse volte fra cui a c. 14 e 15 e che non può riferirsi alla paternità, poiché per indicare questa la dalet per ‘di’ è direttamente prefissa al nome, mentre anche nei registri analoghi di Firenze, località che iniziano con San sono scritte senza questo appellativo; si riferisce dunque senza dubbio alla provenienza dal quartiere cittadino di San Mamolo); lo stesso dicasi per l’indicazione di Saragozza (ad es. c. 23) che si riferisce al quartiere contiguo alla porta cittadina recante questo nome. Altri riferimenti a località cittadine o del contado sono le seguenti: la menzione ripetuta alcune volte di frati tra cui Fra Sante de’ Celestrin (con riferimento al Convento cittadino dei Celestini, c. 3v); Iacomo ... po‘el di Casalecchio (c. 1v); Bartolomeo di Piero di Calderara (c. 1; c. 4); Ioanni di Monte Renzo (c. 3v); di Pianoro (c. 9 e 18), di Roncastaldo (c. 18), di Crespellano (c. 18) ecc. Queste specifiche località della città e dei sobborghi, come quelle del contado, presuppongono una buona conoscenza particolareggiata della geografia locale e possono essere indicate come tali solo da un prestatore attivo nel capoluogo Bolognese. Evidentemente il registro è stato compilato a Bologna negli anni indicati dalle date di restituzione dei prestiti, ossia 1427-1430, ed è sempre rimasto a Bologna: per circa una trentina d’anni dopo la sua compilazione, ormai divenuto inutile, rimase verosimilmente in casa del banchiere, per essere, attorno agli anni Sessanta del Quattrocento, smembrato e riciclato come cartone. Le 31 carte presentano in quattordici casi una bella filigrana ( cc. 5, 6, 10, 12, 14, 15, 16, 17, 20, 21, 24, 25, 26 e 31) che rappresenta un leone rampante: pur non avendone per il momento rinvenuta nei repertori una identica, ne ho identificate alcune di struttura simile con una tipologia del leone rampante analoga, le quali datano esattamente agli anni Venti e Trenta del Quattrocento. In particolare nel Briquet, vol. II. Leone, n. 10480, n. 10500 (Bologna 1420-30) e n. 10501 (Ferrara e Modena 1437). Il documento presenta un eccezionale interesse per la storia di Bologna in generale, e della presenza ebraica di prestatori attivi nel capoluogo felsineo in particolare, così come per il giudeo-italiano, perché molte parole sono in italiano o in ebraico italianizzato e trascritte in ebraico. Esso è in corso di studio e si vorrebbe giungere alla sua pubblicazione, sia del testo ebraico, sia di una versione italiana.

Vorrei concludere questa esposizione con un cenno ad alcuni problemi legati alla prosecuzione della ricerca e ad alcuni aspetti tecnici relativi alla fotoriproduzione dei manoscritti. Va innanzitutto detto che la ricerca non può affatto considerarsi conclusa. Infatti, benché i grandi fondi siano stati tutti censiti e personalmente io ritenga difficile che grossi giacimenti siano sfuggiti alle ricerche svolte fino al presente, pressoché ogni giorno si hanno segnalazioni di nuovi rinvenimenti, anche se si tratta di pochi frammenti. In particolare andranno censiti capillarmente tutti gli archivi ecclesiastici e privati, soprattutto nelle regioni che si sono rivelate più ricche di pergamene ebraiche riciclate.

Un problema specifico è costituito dal fatto che nell’area modenese, come sopra accennato, in circa l’80% dei casi il testo ebraico che appariva all’esterno della copertina è stato abraso, o cancellato dai legatori modenesi. Questo pone un problema per la fotoriproduzione dei frammenti, reso difficile poiché spesso le pergamene presentano un foglio di rinforzo incollato anche nel lato interno della copertina. A volte, a seconda della composizione chimica degli inchiostri e quando la raschiatura dell’inchiostro non è stata drastica, una indagine ai raggi ultrarossi con ripresa mediante telecamera e visualizzazione in video elaborata elettronicamente ha dato qualche risultato; altre volte si sono rivelati più efficaci i raggi ultravioletti, in visione diretta o con fotografia, il cui ausilio ha permesso di ricostruire parzialmente il testo abraso dei lati esterni. Ma spesso queste tecniche si sono rivelate inefficaci e allora non resta che compiere lo stacco della copertina membranacea manoscritta, che viene stesa ed eventualmente restaurata, mentre al registro, dopo una eventuale disinfestazione e trattamento conservativo, viene rifatta una nuova legatura, preferibilmente in pergamena e della stessa fattura di quella manoscritta staccata. Dalle autorità centrali del Ministero dei Beni Culturali, in particolare dall’Ufficio Centrale per i Beni Archivistici, è stato dato parere favorevole al recupero dei manoscritti. A questo punto esistono due scuole e due tendenze diverse, che potremmo definire come quella degli archeologi del libro e quella degli archeologi del testo. Per i primi non si dovrebbe in alcun caso staccare la legatura cinque o secentesca, che costituirebbe una testimonianza intangibile della storia del libro. Per i secondi, ai quali personalmente io appartengo, pur non ritenendo di dover compiere uno stacco indiscriminato, è più importante recuperare fogli e bifogli di manoscritti antichi e rari, per poterne studiare e pubblicare i testi, ritenendo che il tipo di reimpiego che, dopo aver smembrato i codici, ne ha usato i fogli per rilegare registri e libri, abbia costituito una violenza nei confronti del manoscritto. Tanto più che nella maggior parte dei casi i registri non sono pregevoli o importanti, spesso contenendo conti di spese, e atti amministrativi di secondario interesse; per di più spesso i registri si trovano in un pessimo stato di conservazione che compromette la loro sussistenza assieme a quella della copertina ebraica. In questi casi, tutt’altro che rari, lo stacco e il recupero del manoscritto-copertina diventa una preziosa occasione per risanare anche il registro che ne era avvolto. La questione, comunque, mi pare che non possa nemmeno porsi nel caso di testi rari, di eccezionale importanza o, ancor di più, se costituiscono degli unicum. Mi sembrerebbe davvero insensato impedirne lo stacco, la spianatura ed il restauro, condannandoli ad una lenta ma certa distruzione, poiché la continua manipolazione del registro, specie in casi di frequente consultazione, spesso sbiadisce, unge e, non di rado, lacera i manoscritti. Ma lo stacco ed il restauro pongono problemi economici che in parte sono stati risolti con dei finanziamenti ministeriali o statali, sia italiani sia israeliani, in parte mediante sponsorizzazione degli interventi e, in parte, mediante la promozione di progetti di recupero ad opera di varie amministrazioni comunali. È il caso dell’Assessorato alla Cultura dei Comuni di Bologna, Modena, Correggio, Nonantola, che già hanno realizzato interventi di recupero dei manoscritti-copertine rinvenuti nei rispettivi archivi storici. Una menzione particolare merita la sponsorizzazione concessa nel 1995 dalla direzione centrale del Credito Romagnolo di Bologna, che ha permesso di restaurare le copertine ebraiche di oltre cinquanta registri dell’Archivio della Curia di Modena. Nel corrente anno 1966 la Soprintendenza Archivistica dell’Emilia Romagna, per interessamento del soprintendente M. Rosaria Celli Giorgini e di Euride Fregni, ha concesso un finanziamento finalizzato al recupero degli importanti manoscritti che avvolgono circa un centinaio di registri conservati presso l’Archivio Capitolare di Modena. Un finanziamento del Ministero per i Beni Culturali nel 1995 ha permesso un considerevole intervento conservativo dei manoscritti ebraici presso l’Archivio di Stato di Modena. Nel 1998 è stata approvata una convenzione fra la Divisione V, Studi e Pubblicazioni dell’Ufficio Centrale per i Beni Archivistici e il Progetto Frammenti Ebraici in Italia, da me diretto, per rendere possibili ulteriori ricerche negli archivi comunali di alcune regioni in vista della pubblicazione di un catalogo dei frammenti rinvenuti.

Prima di terminare, vorrei fare un breve accenno al fatto che da qualche tempo, sull’onda dell’interesse suscitato dal Progetto relativo ai manoscritti ebraici, si stanno muovendo con brillanti risultati anche studiosi di altre discipline che censiscono e studiano i frammenti di codici latini, italiani, greci, francesi, di carattere letterario, liturgico e di altro genere. In particolare Giacomo Baroffio ha censito e studiato una mole di frammenti musicali e liturgici di grandissimo interesse. A Nonantola fra le circa 1.500 pergamene non-ebraiche staccate, sono stati rinvenuti alcuni fogli di un codice dantesco della Divina commedia di pregevole antichità e interessanti dal punto di vista testuale. Il codice, della prima metà del Trecento, è sopravvissuto oltre che nei frammenti di Nonantola, anche in altri a Firenze e Reggio Emilia, e, seppur attraverso poche tessere di un mosaico, testimonia con interesse l’antica vulgata del poema dantesco.

Il Mif‘al ha-Fragmentim ha-‘Ivriyym be-Italia ‘al shem Yosef Baruk Sermoneta (Progetto Frammenti Ebraici in Italia al nome di Giuseppe Baruch Sermoneta), è appoggiato dalla Accademia Israeliana delle Scienze, dall’Istituto dei Microfilms dei Manoscritti Ebraici in Israele, dal Centro Ricerche sul Giudaismo Italiano (CRIGI) e dal Ministero per i Beni Culturali in Italia, nonché dal Memorial Foundation for Jewish Culture di New York.

Al Direttore dell’Istituto dei Microfilms dei Manoscritti Ebraici, Prof. Israel Ta-Shma e al vice-direttore Benjamin Richler voglio esprimere il mio ringraziamento per la quasi quotidiana collaborazione. Un grazie anche alla Accademia Israeliana delle Scienze e a tutti gli studiosi israeliani, che si dedicano allo studio dei frammenti ebraici scoperti in Italia, per i continui scambi di informazioni e la stretta collaborazione scientifica.

Molti dei testi più importanti rinvenuti nella "Genizah italiana" sono in via di pubblicazione, mentre alcuni sono già apparsi. Dopo la catalogazione delle collezioni più grandi e, quindi, di quelle minori, con la pubblicazione dei rispettivi cataloghi, si dovrebbe arrivare, come méta finale, alla pubblicazione di un catalogo unico di tutti i frammenti rinvenuti nella Penisola. Una tappa intermedia importante è la pubblicazione di cataloghi per area, nei quali si possono ricomporre le decine di frammenti appartenenti allo stesso manoscritto, anche se rinvenuti in archivi diversi di quella determinata zona. Parallelamente alla pubblicazione di cataloghi cartacei a stampa, il catalogo dei frammenti viene inserito anche nel sistema informatico della Biblioteca Nazionale e Universitaria di Gerusalemme, consultabile da ogni parte del mondo mediante Internet. In questo modo viene messo a disposizione del mondo scientifico internazionale una mole considerevole di nuovi dati che vengono ad arricchire in maniera significativa il prezioso patrimonio dei manoscritti ebraici.

I responsabili del progetto di ricerca esprimono anticipatamente il loro ringraziamento a chi volesse segnalare la presenza di frammenti ebraici in biblioteche o archivi italiani all’A. del presente articolo di cui si dà qui di seguito l’indirizzo (M. Perani, via del papa 12/a, 40014 Caselle di Crevalcore — BO; Tel-Fax ++39 051 987102; e-mail: perani@spbo.unibo.it).

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Note

  1. Per questo si veda E. Pellegrin, Fragments et Membra Disiecta, in J. P. Gumpert, M. J. De Haan, A. Gruys (edd.), Litterae textuales, Codicologica 3, Essais typologiques, Leiden 1980, pp. 70-95.
  2. I dati aggiornati al 1988 sono presentati nelle relazioni tenute al VII Convegno Internazionale dell’Associazione Italiana per lo Studio del Giudaismo (AISG) e pubblicate negli atti del medesimo: G. Tamani and A. Vivian (edd.), Manoscritti, frammenti e libri ebraici nell'Italia dei secoli XV-XVI, San Miniato 7-9 novembre 1988, Roma 1991. I dati relativi ai rinvenimenti in Emilia Romagna possono essere visti in M. Perani, Frammenti di manoscritti ebraici nell'area modenese, in E. Fregni e M. Perani (edd.), Vita e cultura ebraica nello stato estense, Nonantola-Bologna 1993, pp. 65-79, oltre che nei contributi di C. Sirat, Il reimpiego dei materiali dei libri ebraici, (pp. 37-47) e B. Richler, I frammenti di manoscritti ebraici negli archivi e nelle biblioteche d’Europa e d’Italia, (pp. 49-63) ivi presentati. Per una bibliografia completa sulla ricerca ed alcune informazioni sulla sua storia, si può vedere M. Perani, I manoscritti ebraici della "Genîzâ" italiana. Frammenti di una traduzione sconosciuta del Sefer ha-_ora_im di Yônâ ibn Gianah,, in "Sefarad", 53 (1993) pp. 103-142, e Id., Un decennio di ricerca dei frammenti di manoscritti ebraici in Italia: rapporto sui rinvenimenti e bibliografia, in "Annali di storia dell’esegesi" 12/1 (1995), pp. 111-117, dove sono citati tutti i cataloghi fino ad oggi pubblicati.
  3. P.F. Fumagalli-B. Richler, Manoscritti e frammenti ebraici nellArchivio di Stato di Cremona, Roma 1995.
  4. M. Perani - S. Campanini, I frammenti ebraici di Bologna. Archivio di Stato e collezioni minori, Inventari dei Manoscritti delle Biblioteche d’Italia, vol. 108, Firenze 1997; M. Perani - S. Campanini, I frammenti ebraici di Modena. Archivio Storico Comunale, Inventari dei Manoscritti delle Biblioteche d’Italia, vol. 110, Firenze 1997.
  5. U. Cassuto, Frammenti ebraici in archivi notarili, in "Giornale della Società Asiatica Italiana", 27 (1915) pp. 147-157.
  6. Si veda B. Richler, I frammenti di manoscritti ebraici negli archivi e nelle biblioteche d’Europa e d’Italia, cit., pp. 49-63: 52-53.
  7. Per questo si può vedere M. Perani, Frammenti di manoscritti e libri ebraici a Nonantola, Nonantola-Padova 1992, pp. 33-43; Id., Confisca e censura di libri ebraici a Modena fra Cinque e Seicento, in M. Luzzati (a cura di), L’Inquisizione e gli ebrei in Italia, Bari 1994, pp. 287-320.
  8. Yosef ha-Kohen, ‘Emeq ha-Bakah, edizione di Vienna 1852, pp. 111s.
  9. Y. Boksenboim, Letters of Jewish Teachers in Renaissance Italy (1555-1591), in ebraico, Tel Aviv 1985, pp. 276s.
  10. Vedi M. Perani, Documenti sui processi dell’Inquisizione contro gli ebrei di Bologna e sulla loro tassazione alla vigilia della prima espulsione (1567-1568), in M.G. Muzzarelli, a cura, Gli ebrei a Bologna nel XVI secolo. Verso l’epilogo di una convivenza, Firenze 1996, pp. 245-284.
  11. Si veda il catalogo pubblicato dallo scrivente citato alla nota 5, Frammenti B.I.1 e 2.
  12. Si veda B. Chiesa, Il testo biblico dei frammenti di Nonantola (secc. XI-XIII), in Vita e cultura ebraica, cit., pp. 101-108, le cui conclusioni restano valide in generale anche per i frammenti biblici rinvenuti negli altri archivi.
  13. E. Fernández Tejero, La Masora dei frammenti biblici di Nonantola, ibid., pp. 109-121.
  14. Si veda la sua prefazione al catalogo dei frammenti di Bologna pubblicato da M. Perani e S. Campanini, Frammenti di manoscritti ebraici a Bologna. Archivio di Stato, Archivio della Curia, Biblioteca Universitaria, in "Inventari dei manoscritti delle Biblioteche d’Italia", vol. CVIII, Firenze 1996.
  15. Per maggiori informazioni su questa importante collezione, assieme ad altri archivi minori della città, si veda il catalogo pubblicato da M. Perani e S. Campanini, Frammenti di manoscritti ebraici a Bologna. Archivio di Stato, Archivio della Curia, Biblioteca Universitaria, citato alla nota precedente.
  16. Per questo si veda M. Beit-Arié, Hebrew Codicology, Jerusalem 1981; Id., The Makings of the Medieval Hebrew Book. Studies in Palaeography and Codicology, Jerusalem 1993; Id., Hebrew Manuscripts of East and West. Towards a Comparative Codicology, The Panizzi Lectures 1992, London 1993.
  17. S. Baruchson, Books and Readers. The Reading Interests of Italian Jews at the Close of the Renaissance, Bar-Ilan University, Ramat-Gan 1993 (in ebraico).
  18. Ecco come lo storico ebreo menzionato Yosef ha-Kohen, descrive la vicenda nella sua opera Emeq ha-bakah [La valle del pianto], edizione di Vienna 1852, p. 111s: "In questi giorni alcuni uomini figli di Belial uscirono fuori dalla nostra comunità ed inventarono delle calunnie e delle menzogne contro la Torah del Signore nostro Dio, (...) si presentarono con discorsi calunniosi al cospetto di papa Giulio dicendo: ‘C’è un Talmud diffuso fra gli ebrei e le sue credenze sono diverse da quelle di tutti gli altri popoli (Cfr. Ester 3, 8); esso dice calunnie riguardo al vostro Messia, per cui non c’è alcun motivo ragionevole perché il papa lo permetta’. Allora Giulio si adirò con grande impeto, la sua ira arse in lui ed egli disse: ‘Confiscatelo e bruciatelo’. Come queste parole uscirono dalla sua bocca, le guardie si precipitarono in fretta e andarono nelle case degli ebrei e sequestrarono i libri trovati, ammassandoli nella piazza della città e li arsero col fuoco il giorno di Sabato della nostra festa di Capodanno dell’anno 5314, ossia l’anno 1553 (del computo cristiano). I figli di Israele piansero questo rogo appiccato dai nemici del Signore. (...). Degli inviati giunsero veloci da un popolo alto e abbronzato (Is. 18, 2) per tutta la Romagna, e a Bologna e Ravenna furono bruciati libri senza numero nel giorno di Sabato. (...) E anche a Ferrara e Mantova furono bruciati (i libri) su ordine del pontefice che aveva scritto lettere riguardo ai libri che dovevano essere distrutti". Un altro storico ebreo di poco posteriore, Gedalyah ibn Yahyah, nella sua opera Shalshelet ha-qabbalah [La catena della tradizione] così riferisce degli stessi fatti: "Nell’anno 5314 (=Sabato 9 settembre 1553), essendo papa Giulio del Monte, alcuni apostati sollevarono obiezioni contro le haggadot della Gemara (ossia il Talmud) e l’idolatria, ed esso fu condannato al rogo. (Il Talmud) fu bruciato a Roma il giorno del Capodanno (ebraico) del 5314, e così pure a Bologna nello stesso mese (di settembre) e in Romagna nel mese di Hesvan (ottobre), ad Ancona nel mese di Shevat (dicembre-gennaio 1554) e così in tutta l’Italia in quell’anno", edizione di Venezia 1586, p. 117. Sappiamo, da altre fonti sopra menzionate, che a Bologna ci furono altri roghi negli anni 1566-68, dove furono bruciati i pochi libri scampati alle confische precedenti.
  19. Ad un esame critico rigoroso, scevro da intenti apologetici, sono pochissimi i passi della letteratura rabbinica in cui siano ravvisabili riferimenti polemici al cristianesimo. Solo la polemica medievale cristiano-ebraica ha prodotto delle interpolazioni in chiave anti-cristiana nei testi rabbinici, le quali servono più allo studio dei rapporti polemici fra le due religioni in epoca successiva, che non alla caratterizzazione del giudaismo come "anti-cristiano" fin dal suo sorgere. È la conclusione a cui arriva J. Maier alla fine della sua indagine Gesù Cristo e il cristianesimo nella tradizione giudaica, Brescia 1994 (traduzione dall’originale tedesco apparso a Brühl nello stesso anno).
  20. La lista completa dei frammenti talmudici è presentata da M. Perani, Inventario dei frammenti di manoscritti medievali della Mishnah, della Tosefta e del Talmud rinvenuti negli archivi italiani, in G. Busi (ed.), We-zo’t le-Angelo, Raccolta di studi giudaici in memoria di A. Vivian, Associazione Italiana per lo Studio del Giudaismo, Bologna 1993, pp. 369-394.
  21. I frammenti nonantolani di questo manoscritto sono stati pubblicati G. Ben-Ammi Zarfati, Dappim mi-tokh Ketav-yad shel ha-Mishnah mi-"Genizat Italia" [Pagine di un manoscritto della Mishnah dalla "Geniza Italiana"] (in ebraico), in "Italia" 9 (1990), pp. 7-36; Id., Dappim nosafim mi-tok ketav-yad shel ha-Mishnah be-Italia [Nuove pagine dal manoscritto della Mishnah (rinvenuto) in Italia] (in ebraico), in "Italia" 11 (1994), pp. 9-38.
  22. Vedi M. Perani e G. Stemberger, Nuova luce sulla tradizione manoscritta della Tosefta: i frammenti rinvenuti a Bologna, in "Henoch" 16 (1994) pp. 227-252.
  23. Per questo vedi più avanti in questo volume i due studi di M. Perani, Il più antico frammento della "Genizah italiana": la Tosefta di Norcia (ca. 1000 e.v.). Rilievi codicologici e paleografici e di G. Stemberger, I frammenti della Tosefta di Norcia e il loro contributo allo studio della tradizione testuale
  24. Di questo frammento ho pubblicato una traduzione italiana e il testo ebraico, si veda rispettivamente: M. Perani-A. Somekh, Frammenti ebraici di un commento medievale sconosciuto a Proverbi e Giobbe, in "Annali di storia dell'esegesi", 9/2 (1992), pp. 589-610 e M. Perani, Frammenti di un commento medievale sconosciuto a Proverbi e Giobbe nell'Archivio di Stato di Imola [testo ebraico], in "Henoch", 15 (1993) pp. 47-64.
  25. Per questo vedi lo studio di A. Grossman, L’importanza della "Genizah italiana" per lo studio dei commenti biblici di Yosef Qara, più avanti in questo volume.
  26. Si veda Id., Mi-‘Genizat Italia’. Seridim mi-Perush Rabbi Yosef Qara la-Torah [Dalla "Genizah italiana". Resti del Commento di Rabbi Yosef Qarah alla Torah] (in ebraico), in "Peamim", 52 (1992), pp. 16-36; Id., Genuze Italia u-ferushaw shel Rabbi Yosef Qara la-Miqra [I rinvenimenti della "Genizah italiana" ed i commenti alla Bibbia di Rabbi Yosef Qara] (in ebraico), in S. Japhet (ed.), Ha-Miqra be-re’i mefareshaw. Sefer zikkaron le-Sarah Qamin [La Bibbia nel riflesso dei suoi commentatori. Studi in memoria di Sarah Qamin] (in ebraico), Yerushalayim 1994, pp. 335-340.
  27. Per questo si veda M. Perani, Frammenti del commento originale di Yosef ben Shim‘on Qara a Osea e Michea, in "Annali di storia dell'esegesi", 10/2 (1993) pp. 615-625.
  28. Il testo ebraico di questi frammenti, con una versione italiana, è stato pubblicato da chi scrive: M. Perani, Frammenti del commento perduto a Geremia ed Ezechiele di Abraham ibn Ezra o di un suo discepolo dalla "Genizah" di Bologna, in "Henoch"18 (1996), pp. 283-326.
  29. Ibid., p. 286.
  30. U. Simon, Qit'e ha-perush le-Yirmeyah wi-Yehzeqel she-yuhasu le-R. Abraham ibn Ezra haynam le-R. Menahem b. Shimon mi-Posquières [I frammenti del commento a Geremia ed Ezechiede attribuiti ad Abraham ibn Ezra sono in realtà di Menachem ben Shimon da Posquières] (in ebraico), in "Tarbiz" 67 (1998), pp. 563-572.
  31. Questi frammenti sono stati inclusi nella lista completa di tutti i manoscritti contenenti i Midrashim halakici recentemente pubblicata a Gerusalemme da M. Kahana, Manuscripts of the Halakhic Midrashim. An Annotated Catalogue, The Israel Academy of Sciences and Humanities - Yad Izhak ben-Zvi, Jerusalem 1995, pp. 100-101 (Hebrew); il loro testo è vicino a quello del Ms. di Berlino e del Midrash Hakamin.
  32. Si veda S. Emanuel, "Genizat Eropa" u-terumatah le-madda‘e ha-Yahadut, cit., p. 18, dove l’A. riteneva trattarsi probabilmente del commento originale perduto di Rashi a questo trattato talmudico. In seguito, dopo aver potuto leggere anche le due pagine del lato interno grazie allo stacco del manoscritto, Emanuel ha ritenuto più probabile che si tratti di una delle versioni dei commenti di Magonza al trattato Nazir. Si veda in questo volume lo studio di Emanuel, La "Genizah europea" e il suo contributo agli studi giudaici, nota 49.
  33. Per questo si veda M. Zonta, I frammenti filosofici di Nonantola, in E. Fregni e M. Perani (edd.), Vita e cultura ebraica nello stato estense, cit., pp. 123-147.
  34. B. Richler, Targum nosaf shel Sefer ha-Shorashim me’et R. Yonah ibn Janach [Una nuova traduzione del Libro delle radici di R. Yonah ibn Ganah] (in ebraico), in "Qiryath Sefer", 63 (1990/91), pp. 993-995; Id., Qeta‘im mi-kitve-yad nosafim shel targum ha-bilti yadua‘ shel Sefer ha Shorashim le-R. Yonah ibn Janach [Nuovi frammenti di manoscritti della traduzione sconosciuta del Libro delle radici di Yonah ibn Gianah] (in ebraico), ibid., pp. 1327-1328. Ho pubblicato il testo ebraico di questi frammenti nello studio M. Perani, I manoscritti ebraici della "Genizah italiana" , sopra citato.
  35. W. Popper, The Censorship of Hebrew Book, New York 1969, Tav. III, p. 131.
  36. Si tratta di papa Pio IV, che nel 1564 promulgò l’Indice dei libri proibiti, noto come "Indice tridentino", nel quale abbandona le precedenti proibizioni e permette agli ebrei il Talmud con le sue glosse ed interpretazioni, purché purgato dalle ingiurie anticristiane e a condizione che appaia senza titolo, norma che solo due anni dopo sarà abbrogata da Pio V; cfr. M. Perani, Confisca e censura di libri ebraici a Modena fra Cinque e Seicento, in M. Luzzati, (a cura di), L’Inquisizione e gli ebrei in Italia, Bari 1994, pp. 287-320: 290. Il registro avvolto con questo bifoglio appartiene al fondo delle "Giusdicenze" e contiene atti datati 1714 -16. Dato per scontato che la nota di possesso non deve essere necessariamente contemporanea alla datazione del manoscritto, e che le date del reimpiego possono essere pure posteriori alla data di riferimento delle annotazioni, ossia la menzione di Pio V del 1565, - che peraltro rimane il terminus post quem - non ci sono motivo cogenti per escludere in senso assoluto che il Salomone Melli possessore del manoscritto e abitante a Viadana, sita in provincia di Mantova, sia l’omonimo ebreo mantovano che, assieme ad altri sei correligionari, il 13 agosto 1602 fu impiccato su ordine del duca Vincenzo Gonzaga per aver schernito la predica del francescano fra Bartolomeo che propugnava la segregazione degli ebrei. L’identificazione mi pare assai probabile se si considera che Simone (Shemu’el) e Sara Melli - due nomi della lista di parenti - sono noti come conduttori di un banco di prestito proprio a Viadana, con concessione loro rinnovata rispettivamente nel 1616 e nel 1626. Simone (Shemu’el) compare in un altro documento a Viadana nel 1632, mentre un Giuseppe Melli tiene banco a Reggiolo nel 1626. Per questo si veda S. Simonsohn, History of the Jews in the Duchy of Mantua, Jerusalem 1977, pp. 34 e illustrazione fuori testo immediatamente precedente, 66, 236s e alla voce "Melli" nell’indice dei nomi. Mi sono dilungato in questa nota - che potra forse poco interessare alcuni lettori - per mostrare un esempio concreto di quante e quali implicazioni, non solo interessanti per la filologia, la storia del testo, la paleografia e codicologia ebraiche, la storia della Literacy ebraica, ma anche per la storia, possa avere la scoperta di una sola pagina tra i frammenti della "Genizah italiana".
  37. Per queto vedi lo studio di M. Beit-Arié, I frammenti ebraici della "Genizah" di Bologna, nelle appendici all’edizione italiana di questo volume.
  38. Per questa particolare forma d’arte ebraica si veda L. Avrin, Hebrew Micrography. One Thousand Years of Art in Script, Jerusalem 1981 e Ead., Micrography as Art, Paris-Jerusalem 1981.
  39. D. Carpi, The Account Book of a Jewish Moneylender in Montepulciano (1409-1410), in "The Journal of European Economic History", published every four months by the Banco di Roma, Volume 14, Number 3, Winter 1985, pp. 501-513.
  40. I due registri fiorentini sono brevemente descritti da U. Cassuto, Gli ebrei a Firenze nell’età del Rinascimento, Firenze 1918, pp. 160-171.
  41. A questi frammenti è stato dedicato un convegno a Nonantola ed un volume di G. Pomaro, Frammenti di un discorso dantesco, Archivio Storico Nonantolano n. 3, Modena 1994.

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