Mauro Perani

Professore ordinario di Lingua e letteratura ebraica
Alma Mater Studiorum, UNIVERSITA' DI BOLOGNA
Sede di Ravenna
Dipartimento di Storie e Metodi per la Conservazione dei Beni Culturali

Direttore del "Progetto Ghenizà italiana"
Segretario dell'Associazione Italiana per lo Studio del Giudaismo (AISG)

Le testimonianze archeologiche sugli ebrei in Sardegna

Le prime notizie sulla presenza degli ebrei in Sardegna risalgono agli storici Giuseppe Flavio (I sec. e.v.), Tacito (che scrive nel 114), Svetonio (75-150 e.v.) e Dione Cassio (fra il II e il III sec. e.v.). Tutti sono concordi nell'affermare che un considerevole numero (se non 4.000 come è detto da alcuni) di ebrei residenti a Roma fu inviato in Sardegna dall'imperatore Tiberio nel 19 e.v. per combattere il brigantaggio e lavorare nelle miniere di metallo nell'isola. L'espulsione di questo nucleo costituiva nella versione degli storici romani una punizione per disordini causati da nuclei di ebrei residenti nella capitale dell'impero. La speranza era che, a motivo del clima insalubre dell'isola, vi perissero. Le fonti storiche devono aspettare l'epistolario di papa Gregorio Magno al volgere del sec. VI e.v. per avere altre informazioni sugli ebrei nell'isola, la cui presenza sembra essere stata continua per tutti questi secoli. Il silenzio delle fonti storiche è, in parte, colmato da quelle archeologiche, che ci hanno lasciato una significativa documentazione per il periodo che va dalla fine del III al V secolo.1 Quelle più rilevanti sono costituite dalle catacombe di Sant'Antioco, nella costa meridionale, che ci hanno restituito interessanti iscrizioni funerarie in ebraico e latino. Le due catacombe ebraiche finora scoperte, rinvenute accanto ad un sistema catacombale cristiano, molto verosimilmente non sono le sole. Altre iscrizioni marmoree e alcune lucerne funerarie con sopra la menorah ci aprono uno squarcio sulla vita degli ebrei nell'isola, che ritroviamo ancora a medioevo inoltrato nel periodo aragonese fino all'epulsione del 1492. Tutto lascia pensare che se fossero intraprese indagini archeologiche sistematiche, queste potrebbero restituire nuove interessanti testimonianze sulla presenza ebraica nell'isola in epoca romana e nel tardoantico.
La documentazione archeologica ed epigrafica relativa agli ebrei in Sardegna non è mai stata raccolta e presentata in uno studio organico2. E quello che ci proponiamo di fare in questa seconda parte del nostro contributo, Dopo un breve cenno alla storia delle scoperte.

1. Storia delle scoperte di antichità giudaiche in Sardegna

Nel 1859 G. Spano dava notizia di un anello d'oro con iscrizione ebraica rinvenuto nel territorio di Macomer nel 18553 e nel 1861 segnalava un altro anello di bronzo con incisi simboli ebraici, mostratogli da L. Gouin che lo aveva scoperto in S. Antioco, l'antica Sulcis. Nello stesso anno lo sempre lo Spano riferiva di un talismano ebraico con nomi cabbalistici scoperto nel 1843 dal conte di Boyl, e nel 1864 dava notizia di un altro talismano cabbalistico in oro.
Ancora lo Spano parla di alcuni tefillim di cui uno conservato nel Museo di Cagliari, e un altro trovato nel villaggio di Perfugas nel 1860, all'epoca in suo possesso e oggi conservato nello stesso museo; egli inoltre, nella sua Storia degli ebrei in Sardegna4 (p. 29) afferma di aver visto in Oristano una Megillat Ester presso un certo Nicolò Mura.
I. Sanfilippo in uno studio del 1894 illustra una catacomba scoperta in S. Antioco lo stesso anno e la descrive accuratamente, senza tuttavia rendersi conto del suo carattere ebraico, riconosciuto invece da A. Taramelli in una nota del 1908.
Quest'ultimo studioso ha anche descritto nel 1922 una seconda catacomba ebraica scoperta due anni prima poco distante dalla prima. G. Maetzke nel 1964 dà notizia di due lapidi marmoree erratili con iscrizioni funerarie ebraiche, rinvenute lo stesso anno in terreno di riporto a Porto Torres (Sassari). Egli inoltre nella stessa nota riferisce anche di alcune lucerne funerarie con impressa sopra la menorah rinvenute pochi anni prima durante alcuni scavi presso la stazione ferroviaria della stessa località.
Di analoghe lucerne funerarie ebraiche riferisce pure E. Benetti nel 1933, affermando che se ne rinvengono molte a Perfugas e in Chiaromonti, dove a suo dire sarebbero state trovate diverse tombe ebraiche; egli parla inoltre dell'esistenza a Macomer di una lapide marmorea con iscrizione ebraica, riutilizzata come architrave. Diverse lucerne funerarie ebraiche sono oggi conservate nei musei archeologici di Sassari e Cagliari: alcune di quelle appartenenti alla collezione cagliaritana sono state illustrate nel 1981 da M. Marinone.

Passeremo ora ad illustrare i singoli oggetti e monumenti, prendendo in esame anche alcuni di essi che, per la datazione tarda, non rientrano nell'arco cronologico di cui ci occupiamo.

2. La catacomba ebraica di Beronice in S. Antioco5

Non molto distante dalla catacomba cristiana, in direzione nord, in terreno all'epoca del rinvenimento di proprietà di certa Virginia Mei, fu scoperta nel 1894 una catacomba sul pendio del colle ove sorge la chiesa parrocchiale. La descrisse per primo il Sanfilippo, senza tuttavia comprenderne il carattere ebraico (egli parla di segni arabici e interpreta le tre menorot stilizzate come clessidre), riconosciuto invece più tardi dal Taramelli. L'ipogeo (Fig. 1a: pianta) è a pianta irregolare: l'ingresso, che è dal lato est, immette in una camera sepolcrale maggiore con tombe scavate nelle pareti e nel piano roccioso. L'ambiente nella parete di fondo rispetto all'ingresso si divide in due nicchie separate da una parete di roccia lasciata come divisoria. La nicchia di destra presenta una tomba ad arcosolio, mentre quella di sinistra, alquanto più ampia, ne presenta tre, tutte con arcosolio: quella di sinistra è doppia, presentando due tombe parallele. Sul fondo dell'arcosolio della nicchia di sinistra appare un'iscrizione dipinta in rosso (Fig. 1): preceduta a sinistra da una menorah stilizzata, segue il nome della defunta Beronice con la duplice invocazione in pace. Nel mezzo corre la breve iscrizione in caratteri latini corsivi “iuvenis morit[ur]” (?). Attorno all'arcosolio corre un'altra iscrizione dipinta sull'intonaco (Fig. 2): l'iscrizione è aperta e chiusa da due candelabri eptalicni stilizzati sormontati entrambi dalla scritta Shalom in caratteri ebraici, mentre nel mezzo in caratteri latini la scritta Vivus6 bonus in pace bonus. L'arcosolio di destra, ad una sola sepoltura, presenta (Fig. 3) sul fondo un'iscrizione in caratteri latini corsivi, posta al centro, con alle due estremità alcune parole in caratteri ebraici; dalla riproduzione del Sanfilippo si riesce a leggere al centro bonus .[?]. in pace bonus, a destra Shalom al e a sinistra altre lettere ebraiche riprodotte male dal Sanfilippo: si riesce a leggere le tre lettere dell'ultima parola, che sembra essere amen, mentre la penultima potrebbe forse essere mishkavo o Yisra'el, che si unirebbe alle due parole della prima parte dell'iscrizione in ebraico Shalom al, dando rispettivamente le formule ben note Shalom al mishkavo amen, ossia “Pace sul suo giaciglio, amen” equivalente a requiescat in pace, amen, oppure Shalom al Yisra'el amen, formule che si ritrovano anche nelle catacombe ebraiche del continente. Il Taramelli ha tentato invano una ricostruzione più completa di questa iscrizione assai mal conservata; a suo avviso, in base ai caratteri paleografici delle lettere latine e all'analogia con la disposizione delle catacombe ebraiche di Venosa, questa catacomba va datata tra il sec. IV e il V dell'e.v..
Essa conterrebbe in questo caso alcune delle più antiche iscrizioni della diaspora occidentale ebraica7. Il formulario segue gli schemi stereotipi dell'epigrafia sepolcrale ebraica di questi secoli, dove come ha mostrato Colorni l'uso dell'ebraico è relativamente raro, mentre predomina largamente il greco, seguito dal latino.

3. La seconda catacomba ebraica di S. Antioco 8

Poco lontano dalla catacomba di Beronice, durante una esplorazione compiuta nel 1920 venne alla luce una seconda catacomba ebraica. L'ipogeo risultò spoglio e violato: rimaneva intatto solo un loculo dell'arcosolio di destra, con un'iscrizione dipinta sulla fronte. La disposizione (Fig. 1b: pianta) è la stessa di altri ipogei della necropoli: scavato nel tufo, presenta una pianta irregolarmente quadrangolare, divisa in due parti da un diaframma di roccia mediano che avanza dal fondo, in quella sinistra rispetto all'ingresso è scavata nella parete una tomba bisoma ad arcosolio, ed un'altra iniziata ma non finita nella parete del diaframma. Nel pavimento sono scavate tre fosse terragne, mentre nella parte destra si nota un altro arcosolio con sepoltura bisoma di cui un loculo era ancora chiuso al momento del rinvenimento; sulla fronte era conservata dipinta in rosso ed incorniciata in una specie di cartello un'iscrizione su tre linee in caratteri latini corsivi con ai due lati alcune parole ebraiche e a sinistra una specie di alberello che è verosimilmente una stilizzazione del candelabro ebraico. In questa tomba inviolata c'erano anche i resti della deposizione, senza tuttavia reperire alcun oggetto significativo per la datazione. L'iscrizione, dipinta sulla fronte dell'arcosolio in rosso cupo slavato a largo pennello, si sgretolò all'apertura dell'ipogeo, ma il Taramelhi riuscì prima a fotografarla (Fig. 4). A destra si legge Shalom al Yisra'el e a sinistra Amen Amen: un fatto abbastanza singolare è che le lettere ebraiche sono scritte in senso destrorso procedendo alla rovescia rispetto all'ebraico da sinistra verso destra9, la ayin inoltre è anche speculare e le due mem di amen sembrano scritte nella forma finale chiusa; la grafia delle lettere è simile a quella delle iscrizioni di Venosa10. La parte scritta in latino è stata così interpretata dall'editore:


Iud(a)... onti / T(v/a)anoroplusm / enusanoroLX.


Egli però ritiene che chi ha dipinto l'iscrizione abbia erroneamente ripetuto la parola “annorum” al posto di “annorum plus minus LX”. La catacomba è datata tra la fine del sec. III e l'inizio del IV. La scrittura dei caratteri ebraici da sinistra a destra si spiega con la poca familiarità che a quell'epoca le comunità ebraiche della diaspora occidentale avevano con la lingua dei padri, forse meccanicamente riprodotta da un modello, senza una conoscenza adeguata della stessa.

4. Due lapidi funerarie marmoree con epigrafi ebraiche da Porto Torres (Sassari)11

Durante una esplorazione compiuta nel 1964 del grande edificio termale noto come “Palazzo di re Barbaro” sono state rinvenute, erratili nel terreno di riporto accumulato sui ruderi, due tavole marmoree ebraiche con iscrizioni funerarie; le due lapidi si trovavano ad una profondità di cìrca cm. 60 dal piano del pavimento del palazzo e potrebbero provenire da un non lontano cimitero, andato distrutto con la decadenza della città romana. Dell'esistenza di una comunità ebraica a Porto Torres, l'antica città romana di Turris Libisonis, sono testimonianza anche diverse lucerne fittili con impresso il candelabro eptalicne scoperte nei primi anni 60 durante gli scavi menzionati nei pressi della stazione ferroviaria. Queste due lapidi attualmente sono conservate presso il Museo Archeologico di Sassari.
La prima lapide (Fig. 5), di marmo lunense, misura cm. 16x18x4 e reca incisa una iscrizione a lettere latine di cm. 1,3; nella parte inferiore chiudono lepigrafe l'augurio Shalom in caratteri ebraici ed una menorah scolpita al centro. La lapide è datata tra il sec. IV-V e.v.. Ecco il testo dell'iscrizione:

[H]ic iacet Gaudiosa infantula qui bissit annor[u]m plus minu(s) tres,
requiebit in pacem
(sic!) ????.


La seconda lapide (Fig. 6), pure di marmo lunense e di forma pressoché trapezoidale, misura cm. 21x36x3 con lettere incise profondamente. Vi si legge la seguente iscrizione:

Memoria Aniani fil[ii] / Iacotuli nepus pate/ris Aniani mortus / dein gen (itus ?) vixit anni/s XVII mense(m) unu(m) dies XV / iacet in pace.

Il segno in basso a sinistra, che in un primo tempo non era stato identificato, è una menorah. Il nome Anianus è una forma di Ananias (Colorni) o di Annianus (Ferrua); se si unisce la I di Iacotuli al precedente Fil, si avrebbe il nome Acotulus per Acutulus, attestato in altre epigrafi latine; se si tiene la forma Iacotuli, potrebbe allora trattarsi di un diminutivo di Iacob, Iacobtulus con caduta della b. La qualifica di “pater” data al nonno del defunto potrebbe forse indicare il “pater sinagogae”, ossia un personaggio illustre della comunità; l'espressione “mortus dein genitus” è intesa dall'editore come morto quindi generato alla vita eterna, mentre recentemente altri hanno proposto la lettura, peraltro poco convincente, “mortus de ing(ui)n(e)”, che sarebbe un'allusione alla causa del decesso12. La cifra XV dopo “dies”, parrebbe a prima vista un inspiegabile XVX: si tratta molto probabilmente di un errore del lapicida che ha corretto una precedente cifra errata, a meno che non siano due XX i cui prolungamenti superiori delle aste oblique convergenti al centro sembrano una V rialzata, secondo una forma che si può vedere in alcune epigrafi latine contemporanee rinvenute in Sardegna, ora al Museo di Cagliari. L'analisi paleografica del ductus fa pensare ad una datazione tarda, comunque anteriore al sec. V, epoca in cui si è formato il materiale di riporto in cui le lapidi furono rinvenute.

5. Lucerne ebraiche con menorah dal Museo di Cagliari13

Delle lucerne ebraiche conservate presso il Museo di Cagliari, tre sono state descritte da M. Marinone. Una prima (Fig. 7), che corrisponde al n. d'inventario 82095, in argilla arancione a grana fine, misura cm. 9x6,2x2,2. Il recipiente è a forma ovoidale e il disco leggermente concavo a due infundibula; la base è concava e sormontata da tre incisioni e sul disco è impressa una menorah su base trifida, mentre sull'orlo presenta un motivo a doppia palmetta estremamente stilizzato. La datazione è tra il sec. IV e il V. La lucerna corrisponde al tipo n. 2a della classificazione di Pohl e 1b di quella di Hayes14.

Una seconda lucerna ebraica corrisponde al n. d'inventano 82096 (Fig. 8). Anch'essa in argilla arancione a grana fine, misura cm. 7,8x5,1x2,4; il recipiente è ovoidale con disco leggermente concavo a due infundibula, mentre nella base è inciso un anello contenente un motivo ad ancora; il beccuccio è leggermente frammentato; sul disco il candelabro ebraico su base trifida e sull'orlo motivo ornamentale a cerchietti concentrici alternati a linee parallele con trattini trasversali. Tipo: Hayes 1b; datazione: secc. IV-V.

La terza lucerna (Fig. 9) corrisponde al n. d'inventano 34327, in argilla rosata a grana fine, vernice rosata con incrostazioni. Misura cm. 8,4x5,7x2,8, in buon stato di conservazione, proviene dalla collezione Gouin. La forma è simile alle due precedenti; nella base presenta un'incisione a forma di lira con all'interno un cerchio in cui è iscritta la lettera P; i bracci della menorah, che è su base trifida, sono a struttura rettangolare; sull'orlo motivo a doppia palmetta assai stilizzato. Tipo:
Pohl 2a; Hayes 1b. Datazione: secc. IV-V15.

Altre tre lucerne fittili, di cui ho pubblicato le fotografie nel mio studio apparso nel 1991,16 presentano caratteristiche simili.
Una prima (Fig. 10) presenta le stesse caratteristiche della precedente e, pur essendo in uno stato di conservazione meno buono a causa di una erosione subita che ha parzialmente levigato le ornamentazioni del disco, potrebbe essere del medesimo tipo, con motivo a doppia palmetta, base della menorah trifida e struttura rettangolare dei sette bracci.
La seconda (Fig. 11) è ovoidale con disco leggermente concavo a due infundibula e il candelabro ebraico su base trifida mentre sull'orlo corre un motivo ornamentale a trattini obliqui paralleli.
La terza (Fig. 12), di fattura più grezza, presenta una forma più tonda, con due infundibula e il candelabro pentalicne su base ad anello.
Resta, infine, (Fig. 13) un oggetto fittile a forma circolare con iscritta in rilievo una menorah con i sette bracci a struttura rettangolare, mutila nella base, che risulta mancante. Verosimilmente si tratta di un sigillo.


6. Altri oggetti

Anello di bronzo con simbolt ebraici da S. Antioco17

L'anello (Fig. 14), attualmente conservato presso il Museo Archeologico Nazionale di Cagliari (n. inventano 34925), apparteneva alla collezione Gouin. Nel castone è rappresentata una menorah al centro con un ramo di palma (lu/av) a sinistra e il corno d'ariete (shofar) a destra18; sotto la scritta in caratteri latini “IVDA” che verosimilmente si riferisce al nome del possessore. La datazione è incerta, ma pare essere tarda.

Anello d'oro con iscrizione ebraica da Macomer19

Questo secondo anello, proveniente dalla collezione Spano, e attualmente al museo di Cagliari (n. inventano 9449), reca una iscrizione con lettere ebraiche nella parte interna del cerchio; lo Spano ipotizza come più probabile una provenienza da Tharros. Le lettere ebraiche sono le seguenti: chayyim smch' s''t, che il medesimo A. interpreta come Chayyim sameach siman tov, ossia “Vita felice, segno buono”; ma il termine Chayyim in ebraico è plurale e l'aggettivo “felice” dovrebbe essere semech[im]. La seconda espressione equivale di fatto all'augurio “Buona fortuna”. Il Frey nota come la seconda parola sia abbreviata, poiché dovrebbe essere al plurale: in base a ciò egli propende per una datazione abbastanza tarda.

Talismani cabbalistici20

Si tratta di cinque talismani, dei quali due in piombo, due in bronzo e uno in oro, dei quali non è sicuro il carattere ebraico. Uno di quelli in piombo, della raccolta Spano, fu trovato in Cornus nelle vicinanze della chiesa di Pittinuri in un sito chiamato Sisiddu. Presenta un doppio foro nella sommità, verosimilmente per portarlo appeso al collo, è di forma quadrata con iscrizioni da entrambe le parti: da un lato porta dei numeri divisi da linee, dall'altro oltre a numeri anche nomi in caratteri latini come “Tirtel. Asboga. Eloim. Sabaoth. Boni”21. Un secondo talismano in piombo, simile al precedente, fu a detta dello Spano trovato in Tharros. Reca in alto il disco solare, nel mezzo alcuni numeri e in basso l'iscrizione in caratteri latini Tsere Abraham.
Di carattere cabalistico è più probabilmente un terzo talismano rotondo in bronzo dorato con lettere ebraiche: da un lato presenta angoli e quadrati simmetricamente disposti, con nomi dell'angelologia cabalistica come “Ayla, Petha, Metathròn, Tzasarchach, Tapthaphiach, Navriròn, Uriròn”; accanto ad essi il tetragramma sacro più volte ripetuto e nel mezzo il nome e la figura di Gesù, il che potrebbe fare pensare a forme di religiosità sincretistica; si tratterebbe di un amuleto Lilit che si riteneva tenesse lontani gli spiriti del male. Un altro talismano bronzeo di forma rotonda simile al precedente fu trovato nel 1843 dal conte di Boyl: presenta da un lato una figura umana coronata dal nome “Sol”, al cui piedi sta un leone accovacciato; dall'altro lato una tabella numerica di otto caselle le cui cifre sommate sia verticalmente, sia orizzontalmente danno sempre il numero 366, con probabile riferimento ai giorni dell'anno. Infine un quinto talismano in oro, rinvenuto in Oristano nel 1863, è di forma quadrata e presenta ancora varie combinazioni numeriche; secondo lo Spano sarebbe posteriore al sec. XIV. Incerta resta invece la datazione degli altri, che comunque va posta in epoca tarda.


Come si è potuto vedere dalla presentazione delle testimonianze archeologiche, la presenza degli ebrei in Sardegna risale ad un'epoca assai remota e si colloca tra i più antichi insediamenti della diaspora occidentale. Per il periodo antico sarebbe auspicabile una ricerca sistematica ed accurata sul piano archeologico, che sicuramente, come del resto è già accaduto, riserverà nuove scoperte; altrettanto utile sarebbe un censimento ed una descrizione di tutti i materiali noti e conservati nei musei dell'isola. Se poco o nulla di nuovo si potrà scoprire sul piano della documentazione storica antica ed alto-medievale, ritengo invece che nuovi dati si aggiungeranno molto probabilmente su quello delle scoperte archeologiche.

La Sardegna, per la sua posizione caratterizzata al tempo stesso da una cultura autonoma ma anche aperta ad influssi diversi provenienti dalle direttrici culturali che si diffondevano sulle rotte del Mediterraneo, ha accolto sul suo suolo anche gli ebrei; questi vi hanno lasciato tracce quanto mai significative della loro presenza, ininterrotta dagli inizi dell'era volgare fino all'espulsione del 1492, quando la grande maggioranza di essi lasciò l'isola per non farvi mai più ritorno, prendendo le rotte dell'Italia meridionale e dell'oriente.

NOTE

1 Ho raccolto le fonti storiche e la documentazione archeologica fino a papa Gregorio Magno nel mio studio: M. Perani, Gli ebrei in Sardegna fino al sec. VI: testimonianze storiche e archeologiche, in “La rassegna mensile di Israel”, 57 (1991), pp. 305-344 che qui ampiamente riprendo, mentre mi sono occupato del periodo aragonese in uno studio precedente: M. Perani, Appunti per la storia degli ebrei in Sardegna durante la dominazione aragonese, in “Italia”, 5 (1985), pp. 104-144. Alcune indicazioni bibliografiche riguardanti le testimonianze archeologiche relative agli ebrei nell'isola erano state raccolte nel 1981 da C. Colafemmina, Archeologia ed epigrafia ebraica nell'italia meridionale, in “Italia Judaica” I, Atti del I Convegno internazionale, Bari 18-22 maggio 1981, Roma 1983, p. 199-210: 210.

2 Alcune indicazioni bibliografiche riguardanti le testimonianze archeologiche relative agli ebrei nell'isola sono raccolte da C. Colafemmina, Archeologia ed epigrafia ebraica nell'Italia meridionale, in “Italia Judaica” I, Atti del I Convegno internazionale, Bari 18-22 maggio 1981, Roma 1983, p. 199-210: 210.

3 I riferimenti bibliografici saranno dati in seguito durante l'illustrazione dei singoli documenti. Non ha alcun rilievo di natura archeologica per il nostro tema la notizia data dallo Spano relativa ad un nuraghe esistente nella zona di Campida chiamato “Nuraghe de su Judeu”: spesso i nuraghi venivano ribattezzati col nome di personaggi illustri o dei proprietari delle terre su cui si trovavano; per questa notizia vedi G. Spano, I nuraghi di Sardegna, Cagliari 1854, p. 15.

4 Apparsa nella “Rivista Sarda” 1 (1875), I parte: pp. 23-52, II parte: pp. 325-373 con una postilla alle pp. 505-508, è stata successivamente ristampata anche ne “Il Vessillo Israelitico” 27 (1879-80), passim.

5 I. Sanfilippo, Memorie su di una grotta funeraria in S. Antioco, Iglesias 1894; Id., Catacombe di S. Antioco, Iglesias 1901; A. Taramelli, S. Antioco. Scavi e scoperte di antichità puniche e romane nell'antica Sulcis, in “Notizie degli Scavi” 33 (1908), pp. 150-152 [NB. questa indicazione bibliografica in quasi tutta la letteratura relativa è erroneamente indicata come avente per autore P. Orsi; ad es. Frey, Leclercq, Goodenough, Juster...]; J.B. Frey, Corpus of Jewish Inscriptions Jewish Inscriptions from the Third Century B.C. to the Seventh Century A.D., vol. I Europe, Prolegomenon by B. Lifshitz, New York 1975 (ristampa con aggiornamenti dell'ed. di Roma 1936), nn. 658-660; G. Sotgiu, Iscrizioni latine della Sardegna, vol. I, Padova 1961, pp. 28-29, nn. 30-32; E. Diehl, Inscriptiones Latinae Christianae Veteres, Berolini rist. 1961, nn. 2790a e 2790b; V. Colomi, L'uso del greco nella liturgia del giudaismo ellenistico, in “Annali di Storia del Diritto” 8 (1964), pp.17s ora in Judaica minora, Milano 1983, pp. 1-65: 18s; A.M. Rabello, s.v. Catacombs, in Encyclopaedia Judaica, 5, coll. 251s; Goodenough, Jewish Symbols in the greco-roman Period, New York 1953-54, vol. II, p. 56; H. Leclercq, s.v. Judaisme in Dictionnaire d'Archeologie Chrétienne et de Liturgie, VIII/I, coll. 70s.

6 Non “virus” come leggono Taramelli, Frey e Sotgiu.

7 Cosi ritiene anche il Goodenough. La bibliografia aggiornata al 1981 sulle catacombe ebraiche di Venosa si può vedere in Colafemmina, Archeologia ed epigrafla ebraica nell'Italia meridionale, cit., pp. 202s e, per gli anni successivi, vedi dello stesso A., Tre iscrizioni ebraiche inedite di venosa e Potenza, in “Vetera Christianorum” 20 (1983), pp. 446-447, e Tre nuove iscrizioni ebraiche a Venosa, ibid., 24 (1987), pp. 201-209. Per il candelabro eptalicne come simbolo della vita nell'al di là vedi W. Wirgin, The Menorah as Symbol of After-Life, in “Israel Exploration Journal” 14 (1964), pp. 102-104.

8 Riferimenti: A. Taramelli, Ipogeo con sepoltura giudaica dalla necropoli sulcitana, S. Antioco (Cagliari), in “Notizie degli Scavi” 47 (1922), pp. 335-338; Sotgiu, Iscrizioni latine della Sardegna, I, n. 33 [l'iscrizione è sfuggita al Frey]; Colorni, L'uso del greco, cit., p. 17s.

9 Gli esempi di iscrizioni ebraiche con andamento destrorso non sono rari; il Taramelli ne menziona uno in un ossuario di Gerusalemme, riportato da Clermont-Ganneau, Répertoire d'epigraphie sémitique, p. 702.

10 Le lettere ebraiche sono assai simili a quelle di una iscrizione di Venosa illustrata da G.I. Ascoli, Iscrizioni inedite o mal note, greche, latine, ebraiche di antichi sepolcri giudaici del Napolitano, Torino-Roma 1880, n. 12; l'iscrizione è riportata anche da S.A. Birnbaum, The Hebrew Script, London 1954-57, voI. II, The Plates, n. 286 e vol. I, n. 289; si tratta del tipo di caratteri che l'A. definisce come corsivo greco (yevanic cursive), molto simili a quelli dell'iscrizione di Beronice.

11 G. Maetzke, Porto Torres (Sassari). Iscrizioni funerarie romane, in “Notizie degli Scavi” 89 (1964), pp. 323-330; Id., Scavi e scoperte nel campo dell'archeologia cristiana negli ultimi dieci anni in Toscana e in Sardegna, in Atti del II Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana (Matera 25-31 maggio 1969), Roma 1971, p. 323 n. 13a e 13b; Colorni, L'uso del greco, cit., p. 17s, nota 85; A. Mastino in A. Boninu-M.Le Gay-A. Mastino, Turris Libisonis Colonia Julia, Sassari 1984, p. 67s; Frey, Corpus, Prolegomenon di B. Lifshitz, p. 55, nn. 660a e 660b; “L'Année épigraphique” 1966, p. 46, nn. 174-175.

12 Così gli editori in “L'Année épigraphique”, cit., p. 46.

13 Cfr. L. Pani Ermini - M. Marinone, Museo Archeologico Nazionale di Cagliari. Catalogo dei materiali paleocristiani e altomedievali, Roma 1981, pp. 152-153, nn. 268-270 con riproduzioni fotografiche - alle tavole corrispondenti, da cui riprendiamo la descrizione.

14 G. Pohl, Die früchristliche Lampe vom Lorenzberg bei Epfach, Lankreis, Schongau. Versuch einer Gliederung der Lampen von mediterranen Typus, in “Scriftenreihe zur Bayerischen Landesgeschichte” 62 (1962), pp. 219ss.; J.W. Hayes, Late Roman Pottery, London 1972.

15 Non è sicura la natura ebraica di tre fibbie di cintura, opera di botteghe bizantine databili al sec. VII, che recano incisa una stella a cinque punte, forse aggiunta da un possibile possessore; per questo vedi L. Pani Ermini - M. Marinone, Catalogo, cit., pp. 108, 112 e 116, nn. 173, 184 e 193 con riproduzioni ai nn. corrispondenti.

16 Citato a nota 1.

17 G. Spano, Anello ebreo di bronzo, in “Bullettino Archeologico Sardo” (d'ora in poi B.A.S.), 7 (1861), pp. 161-163 e fig. 9 a p. 160 con riproduzione in facsimile; Id., Storia degli ebrei in Sardegna, cit., p. 30, nota 2; R. Garrucci, Storia dell'arte cristiana, VI, Prato 1880, p. 164 con riproduzione in fac-simile alla fig. 491, n. 2; Goodenough, Jewish Symbols, cit., II, p. 56 e riproduzione nel vol. III, fig. n. 1013; Frey, Corpus, I, n. 657. Il Taramelli in “Notizie degli Scavi” 47 (1922), p. 337, nota 1 afferma che questo anello proverrebbe da tombe ebraiche di Capoterra presso Cagliari.

18 Per il significato di questi simboli ebraici, legati alla festa di Sukkot, si veda Goodenough, Jewish Symbols, cit., IV, pp. 71-98 e 144-194; W. Wirgin, The Menorah as Symbol of Judaism, in “Israel Exploration Journal” 12 (1962), pp. 140-142.

19 G. Spano, Catalogo della raccolta archeologica sarda del canonico Giovanni Spano da lui donata al Museo d'Antichità di Cagliari, Cagliari 1860, p. 7 n. 40; Id., in B.A.S. 5 (1859). p. 56 e Id., Anello ebreo di bronzo, B.A.S. 7 (1861), p. 162, nota 2; Id., Storia degli ebrei in Sardegna, cit., p. 30; Frey, Corpus, n. 656; Amat di San Fiippo, Indagini e studi sulla storia economica della Sardegna, memoria postuma, in “Miscellanea di Storia Italiana”, XXXIX (1903), pp. 297-506: 353 nota 2.

20 G. Spano, Abraxidi sardi, o pietre gnostiche, in B.A.S. 7 (1861), pp. 91-93; Id., Talismano cabalistico in oro, B.A.S., 10 (1864), pp. 26-29. La descrizione che segue è desunta da questo autore.

21 Su questi oggetti magici cfr. H. Leclerq, s.v. Abraxas, in Dictionnaire d'Archeologie Chrétienne ed de Liturgie, voI. 1/1, Paris 1924, coll . 127-155; Id., s .v. Amulettes, ibid., coll . 1784-1860 e, dello stesso A., la voce Talisman, ibid., vol. XV/2, Paris 1953, coll. 1969-1972.


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