Riccardo Di Segni © David Piazza

Primario di radiologia all'ospedale San Giovanni di Roma. Rabbino capo di Roma

Isaac Luria

Nella storia del pensiero ebraico Isaac Luria rappresenta una pietra miliare. Luria fu l’autore di una rivoluzione di pensiero e il promotore di un movimento culturale che cambiò il volto all’ebraismo, lasciando dei segni che ancora oggi sono profondamente presenti, persino nella realtà politica quotidiana. Nella sua vicenda personale Luria fu un personaggio ascetico e riservato, l’ elaboratore di una dottrina mistica nuova che solo in minima parte mise personalmente per iscritto. Ma l’impatto delle sue idee sul mondo ebraico fu violento e decisivo. Fino ai suoi tempi la qabbalàh, la mistica ebraica, era stata patrimonio di circoli riservati e di cultori specialistici, costituendo, per quanto sempre più rispettata nel passare dei secoli, una dottrina marginale nell’ esperienza religiosa ebraica; con Luria la qabbalàh diventò la dottrina quasi ufficiale dell’ebraismo, la cornice teorica nella quale era necessario inserire, affinchè potesse ricevere un senso più profondo, reale e compiuto, tutta la vita rituale che gli ebrei conducevano. La qabbalàh secondo gli insegnamenti di Luria dette agli ebrei la possibilità di riconoscere nella loro vita religiosa una forza di trasformazione del mondo, e lo strumento pratico e potente dato ad ognuno per affrettare la palingenesi messianica. Come teoria interpretativa della storia e della realtà ebraica, in un momento storico di transizione particolarmente difficile, il pensiero di Luria si impose su tutto il mondo ebraico dando luogo ora alla formazione di gruppi di élite di studiosi mistici, ora accendendo speranze messianiche di violenza sinora inaudita, e quindi -dalla disillusione e dal ripensamento sugli effetti di questi movimenti- a intensi fenomeni di rinascita religiosa, come il Hassidismo. Come dottrina dinamica e potenzialmente rivoluzionaria il pensiero di Luria è probabilmente uno dei maggiori responsabili delle pulsioni e delle tensioni al rinnovamento religioso e politico che hanno agitato l’ebraismo in questi ultimi secoli, e non ultimo nella maturazione di molte coscienze al problema del sionismo politico, sia nel senso dell’accettazione che nel senso del suo rifiuto radicale.

Isaac Luria Ashkenazi (= "il tedesco", per sottolineare un’origine piuttosto atipica nella terra d’Israele del suo tempo), è noto anche con l’acronimo ‘A.R.I. (= "il leone", forse sigla di ‘Ashkenazi Rabbì Isaac, oppure, al posto del primo termine, ‘Adonenu, "il nostro signore", o addirittura ‘Eloqì, "il divino", nel senso che riuscì a svelare i segreti della realtà divina). Nacque a Gerusalemme nel 1534; il padre Salomone Luria, morì precocemente; della madre si sa che era di origine italiana. Il fratello della madre, Mordekhai Franses, viveva in Egitto e si era arricchito appaltando l’esazione delle tasse; la madre lo portò in casa dello zio in Egitto quando era ancora bambino, forse a sette anni, e qui fu educato da maestri illustri come David ibn Zimra e Betzalel Ashkenazi. Si distinse presto per il suo ingegno negli studi. A quindici anni sposò la cugina e cominciò a mantenersi con dei commerci; sono stati trovati recentemente dei documenti che provano che anche negli ultimi anni della sua vita Luria proseguì alcune attività commerciali; stranamente l’unico testo autografo di Luria pervenutoci non riguarda la mistica, ma la vendita di un carico di grano. Intanto maturò la sua passione per gli studi cabalistici, che lo portarono ad esperienze di progressivo isolamento (un dato biografico piuttosto atipico nella tradizione religiosa ebraica). Arrivò ad appartarsi in una piccola abitazione in un isoletta del Nilo, che era di proprietà del suocero, riunendosi alla famiglia soltanto di Sabato, quando, secondo i racconti agiografici, si limitava a parlare solo con sua moglie, e in lingua ebraica. Questo comportamento creò subito intorno a lui un alone di leggenda, che talora rende difficoltosa la ricostruzione esatta della biografia. Ad esempio, si dice che questo isolamento, si protrasse per sette anni, ma è difficile verificarne la durata reale e la collocazione esatta nel periodo del soggiorno egiziano. Alcune fonti ulteriormente leggendarie parlano di apparizioni e rivelazioni personali del profeta Elia; ma in fonti più aderenti alla realtà Luria stesso spiega la profondità della sua dottrina non come rivelazione superiore, ma come risultato di una applicazione intellettuale più intensa. Altre leggende attribuiscono a Luria, fin dall’età giovanile la capacità di riconoscere in ognuno dei suoi interlocutori "le radici della sua anima", cioè le tracce di precedenti trasmigrazioni. A trentacinque anni Luria decise di abbandonare il suo riserbo e di tornare in terra di Israele dove si unì al gruppo dei mistici che avevano creato a Safed, in Galilea, un centro vitalissimo di studio e di elaborazione dottrinale. Sembra che in particolare Luria fosse interessato a conoscere MoshèCordovero, il grande cabalista di origine spagnola, e di apprenderne personalmente la sua interpretazione al libro fondamentale della tradizione mistica, lo Zohar, che già era stato al centro degli interessi culturali di Luria per molti anni; il rapporto con Cordovero fu però molto breve, per la morte precoce di quest’ ultimo. Dopo la morte di Cordovero, e dopo aver superato resistenze personali e un’ iniziale opposizione dello stesso suo maestro ibn Zimra, anch’egli trasferitosi a Safed, Luria iniziò con cautela e lentezza a divulgare la sua teoria. Soltanto negli ultimi mesi della sua vita, cioè nel breve spazio di tempo tra l’arrivo a Safed e la sua morte (durante un’ epidemia, il 15 Luglio del 1572), rivelò la sua dottrina ai suoi discepoli. Talora teneva omelie pubbliche nella sinagoga ashkenazita di Safed, ma preferiva diffondere il suo insegnamento a un gruppo più ristretto di discepoli, che si valuta intorno alla trentina di persone. In realtà furono in molti ad accorrere ad acoltarlo, ma pochi a seguirlo fino in fondo; una leggenda un pò ironica racconta del grande ritualista e cabalista Josef Caro -con il quale peraltro Luria aveva ottimi rapporti personali - che si addormentava appena Luria iniziava a parlare; il che veniva spiegato da Luria come una incompatibilità dell’ anima di Caro a penetrare in determinati livelli della dottrina nascosta. Un elemento distintivo della personalità di Luria è la scarsità di opere scritte da lui stesso; ci rimangono solo degli scritti mistici relativamente marginali, come un commento a un libro dello Zohar, e una raccolta di meditazioni sulle preghiere, che non espongono i fondamenti della sua dottrina successiva. Peraltro Luria fu anche poeta religioso, e scrisse in lingua aramaica alcuni canti che in forma semplice e suggestiva espongono alcuni concetti mistici essenziali (non specificamente la sua dottrina), e che ancora oggi accompagnano le celebrazioni liturgiche (del Sabato in particolare), anche domestiche. Luria preferiva invece trasmettere la sua dottrina oralmente, riconoscendo la sua incapacità a mettere per iscritto le idee che gli nascevano in forma esplosiva e prorompente, senza ordine logico, talora in evoluzione e in contraddizione (il che almeno in parte spiega l’origine di sistemi differenti tra i suoi discepoli). Tra gli allievi scelti che prendevano appunti ebbe un’ importanza particolare Chajim Vital Calabrese (di una famiglia di recente immigrazione italiana) che raccolse e ordinò per iscritto la dottrina di Luria.

I discepoli di Luria lo considerarono come un operatore di miracoli; un’opera dettagliata, "le lodi dell’ARI" ne raccoglie le storie. Fu identificato dagli allievi, probabilmente sulla base di sue ammissioni personali, come il "messia figlio di Giuseppe", una figura mitica della tradizione ebraica, che deriva da uno sdoppiamento della figura messianica. La leggenda dice che lo stesso Luria era cosciente di questa sua identità, e ne aveva fatto cenno ai suoi discepoli, che però non avevano colto l’allusione in quel momento. Il concetto di "messia figlio di Giuseppe" nacque storicamente sotto il peso delle sconfitte dagli ebrei da parte dei Romani; l’idea è che prima del trionfo del messia definitivo, appartenente alla stirpe di David, un altro messia, della stirpe di Giuseppe, avrà lo scopo di preparare la redenzione, ma verrà ucciso dalle forze del male. In sostanza l’attributo di messia figlio di Giuseppe è una sorta di titolo eccezionale che nel corso della storia fu autoattribuito, o attribuito da fedeli entusiasti a particolari personalità cui si riconobbe un ruolo decisivo nella preparazione e nell’avvento dell’era messianica.

Tutto questo si spiega tenendo presente il ruolo storico del pensiero lurianico. La sua dottrina mistica si presenta infatti come una novità sostanziale rispetto al pensiero precedente e anche rispetto a quello contemporaneo, con particolare riferimento agli insegnamenti di Mosè Cordovero, di cui Luria stesso era stato discepolo. Il pensiero successivo generalmente si astenne dal tentativo di trovare un accordo tra Cordovero e Luria, e la contraddizione fu risolta tenendo gli ambiti separati nettamente: come se i due pensatori si fossero occupati di diversi piani della realtà, o come se Cordovero avesse presentato una sorta di interpretazione "semplice" della realtà, a differenza di quella di Luria, che invece costituiva la dottrina più interiore e profonda.

Il pensiero mistico di Luria si esprime in forma di mito, con rappresentazioni e avvenimenti che mostrano in forma simbolica la realtà astratta dei mondi superiori. Il nucleo della dottrina lurianica è nella interpretazione della storia universale, dalla creazione del mondo all’opera rigenerativa finale dell’uomo; si condensa in un processo in tre tempi essenziali, che sono espressi da tre parole chiave: tzimtzùm, sheviràh, tiqqùn. Lotzimtzùm, o contrazione, rappresenta il momento iniziale e primordiale della creazione. La realtà divina originaria che riempiva tutto con la sua luce, dovette contrarsi, ridursi, lasciare una sorta di vuoto centrale per consentire al mondo uno spazio. La diffusione dell’energia creatice avvenne attraverso stadi di materializzazione progressiva, nel corso dei quali la luce fu in parte riflessa e in parte trasmessa verso i mondi in creazione. Diversi "contenitori" riuscirono a frenare a vari livelli e solo in parte questo processo, fino al punto della loro rottura (sheviràh) che produsse frammenti che si sparsero in tutto il creato, divenendo preda dell’ "altro lato", il male, con il quale si mescolarono. Questo incidente cosmico primordiale non fu dovuto al caso, ma un evento deciso intenzionalmente. Una creazione fatta di pura emanazione avrebbe prodotto un mondo tutto buono e uomini simili a creature angeliche. In un mondo siffatto non vi sarebbe stato posto per la responsabilità dell’ uomo, nessuno spazio di scelta tra bene e male, e quindi nessuna possibilità di elevazione umana ai massimi livelli di perfezione. Invece, spiega Luria, la rottura dei "contenitori" mescolò il bene al male, in modo che nulla al mondo fosse privo dei due opposti. Scopo dell’ uomo a questo punto è di selezionare le scintille buone sparse dovunque e riportarle alla loro radice perfetta. Ciò si realizza mediante un retto comportamento, che per l’ebreo si identifica nell’ osservanza delle norme tradizionali, nella forza rigeneratrice del pentimento, nel forza collettiva di riscatto dalla colpa. Il ruolo personale si rispecchia e confluisce in quello collettivo, con particolare riferimento alla comunità d’Israele, che proprio per questo motivo è dispersa in tutto il mondo, allo scopo di poter recuperare ovunque le scintille divine sparse per il creato. Questa analisi della creazione si ripropone in termini analoghi nella concezione di Luria sulla natura dell’anima umana. Il sistema lurianico ha semplificato l’ antica concezione cabalistica delle 10 Sefiròth, gli aspetti della realtà divina che si rivela progressivamente al mondo, semplificando in cinque livelli le configurazioni sefirotiche. Da questi cinque livelli emanano cinque livelli diversi di anima, presenti in ogni persona. Tutte le anime sono state create contemporaneamente, ma la loro discesa nel mondo materiale è stata confusa dal peccato di Adamo; per cui ovunque vi è una confusione di anime a tutti i livelli e di tutte le qualità; la parte inferiore o negativa dell’anima viene definita la "scorza". Le anime poi passano di corpo in corpo, in un lungo processo di purificazione: Luria in questo modo ripropone la teoria della trasmigrazione delle anime, che nell’ ebraismo antico non fu mai espressa esplicitamente, mentre a partire dal Medioevo venne sostenuta ed esposta da diversi autori, per quanto in modi e con finalità molto differenti. Nasce da questa impostazione anche un tipo particolare di kabbalàh che viene detta "pratica", termine che altrove è sinonimo di magia, ma che qui identifica soltanto le speculazioni e le procedure (come ordini particolari di preghiere) che devono identificare in ognuno le radici delle proprie anime e la possibilità di liberarle dalle loro "scorze". Attraverso le due direttrici primarie, quella del comportamento, che opera la selezione delle scintille divine, e quella della liberazione delle anime, si promuove e si accellera il grande processo di redenzione. La restaurazione (tiqqùn) dell’ordine primitivo è lo scopo finale di questo processo, che porta redenzione al popolo d’ Israele, all’umanità e al creato intero. In questa chiave la dottrina di Luria collega in un’unica sequenza le speculazioni teoriche sulla creazione del mondo con il problema dell’ origine del male e con la realtà esistenziale del popolo ebraico e del suo ruolo nella creazione. Si viene ad attribuire all’ impegno religioso di una comunità un ruolo che va ben aldilà dell’ accettazione di una disciplina morale, o di un patto religioso con il Creatore; si passa ad un impegno essenziale per ricomporre l’unità della creazione. Per questo Luria semina i germi di una irrequietezza religiosa e politica, riproponendo e spiegando in termini radicali di rigenerazione cosmica l’antico concetto ebraico di salvezza politica.

Nota bibliografica

G. Scholem, Le grandi correnti della mistica ebraica, Il Saggiatore , Milano 1965, in particolare il capit. VII; id. La Cabala, Ediz. Mediterranee, Roma 1984, in particolare pp. 132-147, e 422-430.


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