Professore di fisica all'Università di Roma. Fondatore del Dac dell'Unione delle Comunità Ebraiche. Rabbino al "Tempio dei Giovani" di Roma

Scialom Bahbout

Tzedakà

La giustizia ebraica

Indice

Le regole sui doni ai poveri (capp.7 -10) - Maimonide

CAPITOLO 7

1. E' un precetto positivo dare la Tzedakà ai poveri in ragione di quanto è dovuto al povero, se chi dà ne ha la facoltà, come è detto (Deut. 15: 8) "Aprirai la tua mano", ed è detto (Lev. 25: 35) "Manterrai il forestiero, il residente e colui che vive con te", ed è detto inoltre (Lev. 25: 36) "Vivrà con te il tuo fratello".

2. Chiunque veda un povero che mendica e fa finta di niente e non gli dà la Tzedakà contravviene ad un precetto negativo ed è detto (Deut. 15: 7) "Non indurire il tuo cuore e non chiudere la tua mano verso il tuo fratello povero".

3. Si è obbligati a dare al povero secondo quanto gli manca: se non ha vestiti, lo si veste; se non ha utensili per la casa gli si comprano; se non ha una moglie, lo si fa sposare; ugualmente se è una donna la si fa sposare ad un uomo. Perfino se questo povero aveva in precedenza l'abitudine di andare a cavallo con un servo che lo precedeva, e si è impoverito e ha perso i suoi beni, gli si compra un cavallo ed un servo che lo preceda, come è detto (Deut. 15: 15): "A seconda di quanto gli è venuto a mancare". E tu sei obbligato a ricostituire ciò che gli manca, ma non sei obbligato ad arricchirlo.4. Ad un orfano che si deve sposare gli si affitta una casa, gli si fa trovare un letto e tutto il corredo, dopodiché lo si fa sposare.

5. Se un povero viene a chiedere ciò che gli manca, e il donatore non ne ha la possibilità, gli dà a seconda delle sue facoltà; e quanto gli deve dare? Fino a un quinto1 dei suoi averi è l'optimum della mizvà; un decimo dei suoi averi è una quantità media; meno di questo significa dare di malavoglia. In ogni caso non si deve dare meno di un terzo di siclo all'anno. Chi dà meno di questa cifra non adempie al precetto. Perfino il povero che vive di Tzedakà deve dare Tzedakà ad un altro.

6. Un povero che non si conosce e dice: "Ho fame! Datemi da mangiare", non si controlla se è un truffatore, ma gli si dà immediatamente del cibo. Se invece è nudo e dice "rivestitemi!" si controlla che non sia un truffatore. Ma se lo si conosceva, lo si riveste a seconda del suo status, senza fare alcun controllo.

7. Si dà cibo e vestiti ai poveri non ebrei come agli ebrei, in segno di pace. Al povero che mendica di porta in porta non si dà un dono grande ma piccolo, ed è vietato mandarlo via a mani vuote, anche a costo di dargli solo l'equivalente di un fico secco come è detto (Salmi 74: 21): "il misero non tornerà rosso per la vergogna".

8. Al povero che vagabonda da un posto all'altro per chiedere l'elemosina, non si dà meno dell'equivalente di una pagnotta venduta alla locanda quando il grano costa quattro se'in per sela, e già abbiamo spiegato queste misure 2. E se deve dormire gli si fornisce un giaciglio, un cuscino da mettere sotto la testa, olio e legumi. Se è sabato gli si fornisce cibo per tre pasti, olio, legumi, pesce e verdura. E se lo si conosce gli si fornisce a seconda del suo status.

9. Al povero che non vuole prendere la Tzedakà lo si inganna e gliela si dà a titolo di dono o di prestito. Al ricco avaro che è pronto a soffrire la fame e la sete per non disperdere i suoi beni non si presta attenzione.

10. A chi non vuole dare Tzedakà o ne dà meno di quanto deve, Il tribunale lo obbliga e lo condanna alla fustigazione come ribelle finchè non ne dà quanto hanno stabilito che dia. E gli si pignorano i beni in ragione di quanto deve, e si può pignorare per Tzedakà perfino alla vigilia del Sabato.

11. Se un uomo benestante dà Tzedakà più di quanto deve, o se, per non vergognarsi, si sacrifica per dare agli esattori, è vietato andare a cercarlo per esigere da lui la Tzedakà. L'esattore che gli chiede qualcosa e così facendo lo offende, deve aspettarsi una giusta punizione secondo quanto è detto (Geremia 30: 20): "E Mi ricorderò di tutti i suoi oppressori".

12. Non si obbligano gli orfani a dare Tzedakà perfino per il riscatto dei prigionieri, e perfino se hanno molti beni, ma se il giudice li obbliga per dar loro onore è permesso. Gli esattori di Tzedakà devono prendere poco e non molto dai servi, dalle donne e dai minori, poiché verrebbe considerato un furto o peggio una rapina. E quanto è poco? Tutto dipende dalla ricchezza o la povertà dei rispettivi padroni o mariti o tutori.

13. Il parente povero ha la precedenza su ogni altro uomo. I poveri della propria casa precedono i poveri della propria città. I poveri della propria città precedono i poveri delle altre città. Come è detto (Deut. 15: 11): "Al tuo fratello, al tuo povero, e al misero del tuo paese" 3.

14. Chi viaggia per fare del commercio, e giunge in una città i cui abitanti gli impongono la Tzedakà, la dà ai poveri di quella città. Se [i viaggiatori] sono più di uno e [gli abitanti della città] impongono loro la Tzedakà, la danno; e quando tornano alla propria città, se la portano con loro e con quella mantengono i poveri della loro città 4. E se lì c'è un compaesano, la danno al compaesano e lui la distribuisce a suo giudizio.

15. Se uno dice 5 "date duecento dinari alla sinagoga" o "date un sefer torà alla sinagoga" la si dà alla sinagoga [in cui lui prega] abitualmente, e se ne frequenta due, li si dà a tutte e due. Se dice "date duecento dinari ai poveri" li danno ai poveri della città in cui abita.

CAPITOLO 8

1.La Tzedakà rientra nella regola dei nedarim (voti). Perciò se uno dice: "Mi impegno che questo sela sia per Tzedakà" o "Questo sela è per Tzedakà", ha l'obbligo di darlo ai poveri immediatamente; e se ritarda a darlo, contravviene al precetto negativo "Non ritardare", poiché ha la possibilità di dare subito e i poveri non mancano. E se non ci sono poveri, lo mette da parte finchè non trova dei poveri. E se ha posto la condizione che non lo darà finchè non trova un povero, non ha bisogno di metterlo da parte. E così se, quando ha fatto il voto di Tzedakà, ha posto la condizione, o ha espresso il voto che sia permesso agli esattori di "spicciolarlo" o di cambiarlo con monete più grandi, ciò è permesso agli esattori.

2. Chi fa un voto di Tzedakà indiretto è obbligato esattamente come per qualsiasi altro voto. Com'è il caso? Se ha detto: "Questo sela' è come quell'altro" anche questo è Tzedakà. Chi mette da parte un sela' e dice "questo è per Tzedakà", poi ne prende un altro e dice: "anche questo", anche il secondo è per Tzedakà nonostante che non abbia specificato [che è per Tzedakà].

3. Chi fa un voto di Tzedakà e non sa quanto ha deciso di dare, dia finchè non dice: "Non era questo quanto mi ero prefisso".

4. Chi dice "questo sela' è per Tzedakà" o dice "darò un sela' in Tzedakà" e lo mette da parte: se lo vuole cambiare con un altro, può farlo. Ma se è già arrivato in mano all'esattore, è vietato. Se gli esattori vogliono unire le monete per farne dinari non possono, a meno che non ci siano lì dei poveri a cui distribuirle, in tal caso possono unirle con altre monete [della Tzedakà], ma non con le loro.

5. Se per costringere la gente a dare Tzedakà, l'esattore trattiene il denaro e questo procura un vantaggio ai poveri, all'esattore è permesso prendere in prestito i soldi dei poveri e ripagarli, dato che la Tzedakà non è come l'hekdesh [oggetto consacrato al Santuario] dal quale è proibito godere.

6. Se uno offre una lampada o un lume alla sinagoga, è vietato cambiarla. Ma se è per il compimento di una mizvà, si può cambiare. Anche se il nome del donatore non è inciso su di essa, ma semplicemente viene detto "questa è la lampada (o il lume) del tal dei tali". Ma se è caduto da essa il nome del donatore, la si può cambiarla anche per una cosa facoltativa.

7. Tutto ciò è valido se il donatore è ebreo, ma se è un gentile è vietato cambiarla finche non cada il nome del donatore da essa, affinché non dica il gentile: "ho donato qualcosa alla sinagoga degli ebrei e loro l'hanno venduta per loro tornaconto!".

8. A priori non si accetta l'offerta di un gentile per la manutenzione del Tempio, ma se la si è già presa non si restituisce. Se era una cosa specifica, come una trave o un mattone, la si restituisce affinché non ci sia qualcosa di loro propietà nel santuario, come è detto (Ezra 4: 50): "non [spetta] a voi e a noi [insieme costruire il Santuario]...". Però per la sinagoga si accetta anche a priori, a patto che dica: "Ho donato secondo la volontà di Israele", e se non l'ha detto si deve comunque mettere da parte [l'offerta] perché la sua intenzione poteva essere giusta. Ugualmente non si accetta da loro [un'offerta] nè per le mura di Gerusalemme nè per le cisterna, come è detto (Nechemia, 2,20): "E non ci sarà parte vostra, nè ricordo in Gerusalemme".

9. E' vietato all'ebreo prendere Tzedakà dal gentile in pubblico. Ma se non può vivere con la sola Tzedakà degli ebrei, e non può prenderla dai gentili in privato, gli è permesso. E se un re o un principe dei gentili ha mandato una somma agli ebrei per Tzedakà, non la si restituisce per evitare contrasti con il governo, ma la si prende e la si ridistribuisce ai poveri gentili senza che il governo lo venga a sapere.

10. Il riscatto dei prigionieri precede il sostentamento e il vestimento dei poveri. E non c'è mizvà più grande del riscatto dei prigionieri, poichè il prigioniero rientra nella categoria degli affamati, degli assetati, degli ignudi ed è in pericolo di vita. Chi si disinteressa di un riscatto infrange i seguenti precetti negativi: "Non indurire il tuo cuore e non chiudere la tua mano..." (Deut. 15: 7), "non restare immobile di fronte al sangue del tuo prossimo" (Lev. 19: 16), "non farlo soffrire duramente davanti ai tuoi occhi" (Lev. 25: 53). E trasgredisce i seguenti precetti positivi: "Aprirai a lui la tua mano" (Deut. 15: 8), "E il tuo fratello vivrà con te" (Lev. 25: 36), "amerai il prossimo tuo come te stesso" (Lev. 19: 18). E anche "salva coloro che sono condotti a morte" (Prov. 24: 11). E molti altri ancora. E non c'è mizvà maggiore del riscatto dei prigionieri.

11. Se i cittadini hanno raccolto del denaro per la costruzione di una sinagoga, e vengono a sapere di una mizvà da compiere, spendano i soldi per la mizvà. Se hanno già comprato travi e mattoni non li vendano per compiere una mizvà se non per il riscatto dei prigionieri. Ma se hanno già finito di costruire, non vendano la sinagoga, ma esigano il riscatto dalla collettività.

12. Non si riscattano le persone rapite pagando un prezzo superiore al loro valore, per il buon andamento della società, in modo che i nemici non li perseguitino per rapirli. Allo stesso modo, sempre per il buon andamento della società, non si cerca di far fuggire le persone rapite, in modo che i nemici non aumentino il giogo o appesantiscano la sorveglianza.

13. Chi ha venduto se stesso e i suoi figli ai gentili, o ha contratto debiti per i quali li hanno imprigionati, la prima e la seconda volta è mizvà riscattarli, la terza no. Però si riscattano i figli dopo la morte del padre. Ma se lo hanno condannato a morte, lo si riscatta anche dopo molte volte.

14. Lo schiavo che sia stato rapito, dato che ha fatto il bagno rituale per diventare schiavo, ed ha accettato le mizvoth, lo si riscatta come un ebreo prigioniero. Ma un prigioniero [ebreo] che si è convertito al paganesimo anche per una sola cosa, come per esempio per mangiare carne non kasher di proposito, o cose simili, è vietato riscattarlo.

15. La donna ha la precedenza sull'uomo per quanto riguarda la nutrizione, il vestimento, e la liberazione dalla prigionia. Poiché è costume dell'uomo cercare le donne, mentre non è così per la donna e il suo disagio è più grande. E se sono entrambi prigionieri e costretti a prostituirsi, bisogna riscattare l'uomo perché [la prostituzione dell'uomo] è meno comune 6.

16. Se si devono far sposare sia un'orfano che un orfana, si fa sposare prima la donna perché il suo disagio è più grande. E non gli diano meno dell'equivalente di sei dinari e un quarto d'argento puro. E se nella cassa di Tzedakà c'è abbastanza gli si dà secondo il suo status.

17. Se si hanno di fronte molti poveri o molti prigionieri, e non si ha abbastanza per nutrirli, vestirli o riscattarli tutti, Il Cohen precede il Levi, il Levi [precede] l'Ebreo, l'Ebreo [precede] il Cohen decaduto, il Cohen decaduto [precede] il figlio di padre ignoto, il figlio di padre ignoto [precede] il figlio di madre ignota, il figlio di madre ignota [precede] il mamzer 7, il mamzer [precede] il Gabaonita, il Gabaonita [precede] il proselita, in quanto il Gabaonita è cresciuto assieme a noi in santità, il proselita [precede] lo schiavo liberato perché quest'ultimo è incluso nella maledizione di Cam.

18. Quando si applica tutto ciò? quando sono entrambi uguali in saggezza, ma se un gran sacerdote è un ignorante e un mamzer uno studioso, lo studioso ha la precedenza. E chiunque sia più grande in saggezza precede il suo compagno. E se uno di loro era suo padre o il suo maestro, nonostante ci sia lì una persona che è più grande in saggezza [del padre o del maestro], il padre o il maestro di colui hanno la precedenza.

CAPITOLO 9

1. In ogni città dove ci siano ebrei c'è l'obbligo di nominare tra loro dei gabbaim (esattori) di Tzedakà, persone conosciute e di fiducia che corrano dietro al popolo da una vigilia del Sabato all'altra e prendano da ognuno quanto spetta ed è stabilito. E loro distribuiscono i denari ogni vigilia di Sabato e danno ad ogni povero alimenti sufficienti per una settimana. Questa è chiamata Kuppà (Cassa).

2. E inoltre si nominano degli esattori che prendono di giorno in giorno da ogni cortile pane ed altri cibi o frutta o denaro dalle persone pronte ad offrire, e alla sera dividono la raccolta tra i poveri e danno ad ogni povero gli alimenti giornalieri. Questo è chiamato Tamchui (Sostentamento).

3. Mai e poi mai abbiamo visto o sentito di una comunità di Israele che non abbia una Kuppà di Tzedakà. Però per quanto riguarda il Tamchui ci sono posti dove si usa e posti in cui non si usa. Ed oggi l'uso comune è che gli esattori della Kuppà raccolgano ogni giorno e dividano alla vigilia del Sabato.

4. Durante i digiuni si distribuisce il cibo ai poveri. E per ogni digiuno in cui la gente ha mangiato e si è trattenuta dal distribuire la Tzedakà ai poveri, è considerata come gente assassina, com'è scritto nei libri dei Profeti (Isaia 1,21): "La giustizia (Zedeq) pernottava in essa, mentre ora vi sono assassini". A quando si applica ciò? Quando non gli si è dato il pane e la frutta che si accompagna al pane come, ad esempio, datteri o uva. Ma se hanno ritardato [a dare] del denaro o del grano non vengono considerati assassini.

5. La Kuppà deve essere raccolta almeno da due persone, poiché non si fa una imposizione riguardante beni al pubblico in meno di due persone. E' permesso affidare ad uno solo i soldi della Kuppà. E si distribuisce in tre perché [per la Tzedakà] si applicano le regole del diritto civile, poiché si dà a ciascuno quanto gli manca per quella settimana. E il Tamchui si esige in tre perché non è una cosa fissa e si distribuisce in tre.

6.Il Tamchui si esige ogni giorno, la Kuppà di settimana in settimana. Il Tamchui è per tutti i poveri del mondo, la Kuppà solo per quelli della città.

7. I cittadini hanno il diritto di trasformare il Tamchui in Kuppà e la Kuppà in Tamchui. E di variare a loro piacimento secondo i bisogni della collettività, anche se queste non erano le condizioni al momento dell'esazione. E se c'è nel paese un grande Maestro si esige secondo il suo giudizio e lui distribuisce ai poveri a sua discrezione. Egli ha la facoltà di variare a suo piacimento secondo i bisogni della collettività.

8. Gli esattori non possono separarsi l'uno dall'altro quando sono per la strada, però possono stare uno sulla porta e l'altro all'interno della bottega mentre esigono.

9. Se un esattore trova dei soldi al mercato non li metta in tasca sua ma nel borsello della Tzedakà, li prenderà poi, quando torna a casa.

10. Se un esattore riscuote un suo debito da un suo compagno al mercato non metta i soldi nella propria tasca, ma nel borsello della Tzedakà, li prenderà poi, una volta tornati a casa. E non conti i soldi della Kuppà a due a due bensì a uno a uno, a causa del sospetto [che potrebbe generare questo modo di contare], come è detto (Numeri 32:22): "Siate limpidi nei confronti di D-o e di Israele"

11. Degli esattori di Tzedakà che non hanno poveri a cui distribuire cambiano le monete in dinari agli altri, ma non a loro stessi. Degli esattori di Tamchui che non hanno poveri a cui distribuire, possono vendere [i cibi raccolti] ad altri, ma non a loro stessi. E non si controlla la Tzedakà agli esattori, nè le donazioni ai cassieri della sinagoga come è detto (II Re 22: 7): "Tuttavia non si esiga resoconto da loro dell'argento rimesso nelle loro mani, poichè essi agiscono onestamente".

12. A chi risiede in una città per trenta giorni, lo si obbliga a dare Tzedakà per la Kuppà assieme agli abitanti della città. Se risiede per tre mesi lo si obbliga a dare Tzedakà per il Tamchui. Se risiede per sei mesi, lo si obbliga a dare Tzedakà per i vestiti con cui si vestono i poveri. Se risiede per nove mesi, lo si obbliga a dare Tzedakà per la sepoltura dei poveri e per tutto ciò che è connesso alla sepoltura.

13. Chi ha cibo per due pasti non può prendere dal Tamchui. Chi ha cibo per quattordici pasti non può prendere dalla Kuppà. Chi ha duecento zuzim, nonostante non li usi per commercio, (o ne ha cinquecento con cui commercia) non prenda nè la spigolatura, nè l'angolo del campo, nè la decima del povero. Se ne ha duecento meno un dinaro, perfino se mille persone gli danno tutte insieme, gli è permesso prendere. Se ha dei soldi che deve restituire o che sono impegnati nella ketubà di sua moglie, gli è permesso prendere [nonostante siano ipotecati].

14. Un povero bisognoso che possiede un abitazione e utensili per la casa, perfino se possiede utensili d'argento o d'oro non può essere obbligato a vendere la casa o gli oggetti di uso comune, e gli è permesso prendere [la Tzedakà]. Ed è mizvà dargliela. Quand'è che si applica questa regola? Per gli oggetti che servono a mangiare, bere, vestirsi, dormire o cose del genere. Ma se gli oggetti preziosi sono per esempio una spazzola da bucato o una macina o cose del genere, li deve vendere e comprarne di più economici. Ciò è valido prima che venga a prendere la Tzedakà dalla gente, ma dopo che ha già preso della Tzedakà, lo si obbliga a vendere i suoi utensili e a comprarne di più economici. Dopodiché può prendere la Tzedakà.

15. Una persona non povera che va di città in città e finisce i soldi per strada e non ha più di che mangiare, ha il permesso di prendere dalla 'spigolatura' , dall' angolo del campo', dalla decima dei poveri, e di godere della Tzedakà. E quando torna a casa non deve pagare perché in quel momento era povero. Ciò è analogo al caso del povero che si è successivamente arricchito e non deve ripagare [la Tzedakà].

16. Se uno possiede case, campi e vigne, che vendendoli nel periodo della pioggia gli vengono sottovalutati, mentre, invece, vendendoli nel periodo estivo, li vende al loro giusto prezzo, non lo si può obbligare a vendere, ma lo si alimenta con la decima del povero fino a metà del valore [dei suoi campi...], affinché non sia costretto a vendere nel periodo sfavorevole.

17. Se tutti comprano a un prezzo alto, e lui non trova a chi vendere, se non a un prezzo basso, perché è costretto e preoccupato, non lo si obbliga a vendere, ma continua a mangiare dalla decima del povero finché non vende, in modo che tutti sappiano che non è costretto a vendere.

18. Un povero per il quale sia stato raccolto ciò che gli manca, ma hanno raccolto più di quanto lui avesse bisogno, il sovrappiù è suo. E il sovrappiù dei poveri va ai poveri. E il sovrappiù dei prigionieri va ai prigionieri. E il sovrappiù di un prigioniero va a lui stesso. E il sovrappiù dei morti va ai morti. E il sovrappiù di un morto va ai suoi eredi .

19. Se un povero dà una monetina al Tamchui o una monetina alla Kuppà, la si accetta. E se non la dà, non lo si obbliga a darla. Se gli hanno dato dei vestiti nuovi, e lui dà indietro quelli usati, li si accetta. E se non li dà, non lo si obbliga a darli.

CAPITOLO 10

1. Dobbiamo stare attenti al precetto della Tzedakà più di ogni altro precetto affermativo, perché la Tzedakà è il simbolo del giusto, discendenza di Abramo nostro padre, come è detto (Gen. 18: 19): "Poiché Io l'ho prescelto per ordinare ai suoi figli di fare giustizia (Tzedakà)". E né il Trono d'Israele è stabile, né la vera fede si sorregge, senza Tzedakà, com'è detto(Isaia 54: 14): "Con la giustizia (Tzedakà) sarai stabile". E Israele non può essere redento senza Tzedakà, come è detto (Isaia 1: 27): "Sion sarà riscattata col diritto, e i suoi esuli con la giustizia (Tzedakà)".

2. Un uomo non si impoverirà mai per la Tzedakà, né può essere una cosa cattiva, nè viene danneggiato dalla Tzedakà, come è detto (Isaia 32: 17):"E l'opera di Tzedakà sarà di pace". E chiunque abbia pietà, è a sua volta degno di pietà, come è detto (Deut 13: 18): "E ti darà pietà, avrà pietà di te e ti moltiplicherà". E chiunque sia crudele, e non abbia pietà deve temere per i suoi beni, perché la crudeltà si trova solo presso i gentili, com'è detto (Geremia 50: 42): "Loro sono crudeli e non hanno pietà", e tutti gli israeliti e chi si unisce a loro sono fratelli, come è detto (Deut. 14: 1):"voi siete figli del Signore vostro D-o". E se il fratello non avrà pietà del fratello, chi avrà pietà di lui? E verso chi guardano pieni di speranza i poveri di Israele? Forse verso i gentili che li odiano e li perseguitano? No! Guardano pieni di speranza solo verso i loro fratelli!

3. Chiunque si sottragga alla Tzedakà è chiamato malvagio, com'è chiamato malvagio l'idolatra. A proposito degli idolatri Lui dice (Deut. 13: 14): "Uscirono degli uomini malvagi", e a proposito di chi si sottrae alla Tzedakà Lui dice (Deut 15: 9): "Sta bene attento a che non ci sia nulla di malvagio nel tuo cuore". E viene chiamato cattivo, come è detto (Prov. 12: 10): "La pietà dei cattivi è crudeltà". E viene chiamato peccatore, come è detto (Deut 15: 9): "E invocherà il Signore, e in te ci sarà peccato". E il Santo, Benedetto Egli sia, è vicino al lamento dei poveri, come è detto (Giobbe 34: 28): "Il lamento dei poveri Tu ascolterai". Perciò bisogna stare attenti al loro grido, dato che un patto è stabilito per loro, come è detto (Esodo 22: 26):"E avverrà che quando griderà a Me lo ascolterò, perché Io sono pietoso".

4. Chi dà la Tzedakà ad un povero con il viso accigliato e lo sguardo in basso, anche se dà mille monete d'oro, perde il merito della mizvà. Invece gliele dia col viso gradevole e con gioia, e si lamenti con lui della sua disgrazia, come è detto (Giobbe 30: 25):"Non piangevo forse per chi passava giorni duri? La mia persona non si angustiava per il misero?". E gli dica parole di conforto e consolazione, come è detto (Giobbe 29: 13): "il cuore della vedova rallegrerò"

5. Se un povero ti chiede, e non hai nulla in mano da dargli, consolalo con le parole. Ed è vietato maltrattare o sgridare un povero. Perché gli si romperebbe e gli si opprimerebbe il cuore, mentre Lui dice (Salmi 51: 19): "D-o non disprezzerà il cuore oppresso e rotto". E inoltre dice (Isaia 57: 15): "Per ravvivare lo spirito degli umili, e per ravvivare il cuore degli oppressi". E guai a chi fa arrossire il povero! Guai a lui!, Ma sia compassionevole sia nei sentimenti che nei fatti, come è detto (Giobbe 29: 16): "Io sono un padre per i miseri".

6. Chi spinge gli altri a dare Tzedakà ha una ricompensa più grande di chi dà, com'è detto (Isaia 32: 17): "E l'opera di Tzedakà sarà di pace". E a proposito degli esattori di Tzedakà e dei loro simili dice (Daniele 12: 50): "Coloro che fanno giustizia a molti, sono come le stelle".

7. Ci sono otto livelli successivi di Tzedakà. Il più alto di tutti è quello di chi prende per mano un ebreo povero e gli dà un dono o un prestito, o fa una società con lui, o gli trova un lavoro, in modo che lo rafforza, fino a che non abbia più bisogno di chiedere agli altri. e a proposito di questo è detto (Lev. 25: 35): "Manterrai il forestiero, il residente e colui che vive con te", cioè mantienilo affinché non cada più né abbia più bisogno.

8. Il livello inferiore a questo è quello di chi dà Tzedakà ai poveri, senza sapere a chi vanno, nè il povero sa chi ha dato. Perché questa è una mizvà fatta senza alcun secondo fine. Come ad esempio la sala dei segreti' che c'era nel Santuario, nella quale i giusti davano in segreto, e i poveri di buona famiglia 8 ne traevano sostentamento in segreto. Simile a questo è il dare alla Kuppà di Tzedakà. E' bene non dare alla Kuppà di Tzedakà, se non si è sicuri che il responsabile è fidato e saggio e sa ben amministrare come rabbì Chananià figlio di Teradion.

9. Il livello inferiore a questo è quello in cui il donatore sa a chi dà, ma il povero non sa da chi prende, come facevano i più grandi maestri che andavano in segreto ad infilare le monete sotto le porte dei poveri. Ed è una buona cosa da farsi, quando gli incaricati della Tzedakà non si comportano come si deve.

10. Il livello inferiore a questo è quello in cui il povero sa da chi prende, ma il donatore non sa a chi da , come facevano i più grandi maestri che mettevano le monete dentro dei teli e le facevano cadere dietro di loro cosicché i poveri venissero a prenderle senza vergognarsi.

11. Il livello inferiore a questo è quello in cui si dà prima che venga chiesto.

12. Il livello inferiore a questo è quello in cui si dà dopo che viene chiesto.

13.Il livello inferiore a questo è quello in cui si dà meno del dovuto, ma con buon viso.

14. Il livello inferiore a questo è quello in cui si dà con rammarico.

15. I più grandi maestri usavano dare una monetina al povero prima di ogni preghiera, e solo dopo pregavano, come è detto (Salmi 17: 15): "guarderò la Tua faccia con giustizia(Zedeq)".

16. Chi passa gli alimenti ai suoi figli e figlie maggiorenni, ai quali non è tenuto a passare alimenti, per insegnare Torà ai maschi, o perchè le figlie si comportino bene e non vengano disprezzate; parimenti chi passa gli alimenti al padre e alla madre, tutti questi casi rientrano nella regola della Tzedakà. Ed è una grande Tzedakà, perché il parente ha la precedenza. E chiunque faccia mangiare e bere i poveri e gli orfani alla sua tavola, invoca il Signore che gli risponde, e ne ha godimento, come è detto (Isaia 55: 9): "Allora invocherai e il Signore risponderà".

17. Hanno ordinato i Maestri che i familiari poveri o orfani di un uomo vengano al posto dei servi. E' preferibile per lui servirsi di quelli, in modo che i discendenti di Abramo, Isacco e Giacobbe godano dei suoi beni, e non ne godano i discendenti di Cam. Poiché chiunque esageri quotidianamente in servitù, aggiunge colpa e peccato al mondo, mentre se sono i poveri della sua casa, aggiunge meriti e mizvoth.

18. Non si metta mai un uomo nella condizione di rovinarsi, da aver bisogno degli altri, nè lo si metta a carico della collettività. E così hanno ordinato i Maestri: "Fai del tuo sabato un giorno feriale, ma non ricorrere all'aiuto degli altri" 9. E perfino se è saggio e onorato, ma povero, cerchi un lavoro, anche un lavoro umile, ma non abbia bisogno degli altri. E' preferibile che scuoi la pelle delle carogne di animali , piuttosto che dica: "io sono un grande saggio, sono un sacerdote, mantenetemi!". Così hanno ordinato i Maestri. Tra i più grandi Maestri c'erano taglialegna, portatori di travi, attingitori d'acqua ai giardini, fabbri e carbonai, e non chiedevano nulla alla collettività, né accettavano nulla quando gli veniva offerto.

19. Chiunque non abbia bisogno e inganni il popolo prendendo [la Tzedakà], non muore di vecchiaia finché non abbia veramente bisogno. E rientra nella categoria di "maledetto l'uomo che ha fede nell'uomo" (Geremia 17: 5), ma chiunque abbia bisogno di prendere e non può vivere senza prendere, come ad esempio l'anziano, o il malato, o l'handicappato, e fa il superbo, e non prende, costui è uccide se stesso, e fa diventare la sua disgrazia una colpa. E chiunque ha il diritto di prendere ma si dispiace e rinvia l'ora, e fa una vita disgraziata per non disturbare la collettività, non morrà di vecchiaia finche non avrà alimentato gli altri coi suoi beni. A proposito di lui e di casi simili è detto (Geremia 17: 7): "benedetto l'uomo che ha fede in D-o".

Tzedakà e Mishpàt - Aron Barth

Gli ebrei hanno sempre dato Tzedakà in proporzioni molto più elevate di quello che si immaginerebbe dall'entità della popolazione. Secondo il Talmud10, l'atto di dare Tzedakà è parte essenziale del carattere ebraico (non che i non-ebrei non siano caritatevoli, ma è comunque propria dell'indole ebraica). L'U.J.A, la Federazione degli ebrei americani che coordina le opere di Tzedakà, è una delle più grandi organizzazioni di beneficienza negli Stati Uniti, se non la più grande in assoluto, malgrado il fatto che gli ebrei rappresentino meno del due per cento della popolazione americana. Rispetto ad altri gruppi gli ebrei danno in Tzedakà in proporzione maggiore in rapporto al loro reddito. Questo sradica la nozione che gli ebrei donano in grandi quantità solo per via di una loro presunta ricchezza.

Perché dovrebbe essere così? Perché questa mizvà è così importante da essere parte fondamentale del carattere dell'ebreo? Per quale motivo una persona qualsiasi, e particolarmente quelli che appartengono alla cosiddetta "me generation" degli ultimi anni, caratterizzati da una forte spinta egoistica, dovrebbero dare ad altri una parte del proprio denaro, guadagnato con il sudore della fronte? Oltre a queste domande generali, ci sono altre problematiche, più pragmatiche, da discutere a proposito della Tzedakà, perché molti ebrei, per quanto siano caritatevoli, non ne sono al corrente. Per esempio, a quali organizzazioni bisogna dare priorità nel dare Tzedakà? Qual è il metodo migliore? Proprio perché la Tzedakà è così importante nell'ebraismo, le fonti ne hanno discusso a lungo.

L'importanza della Tzedakà

Non a caso, gli ebrei hanno sempre dato un significato particolare a questa mizvà, cosa che si vede chiaramente con un'analisi delle fonti. Per esempio, secondo il Talmud11, la Tzedakà è la forza più forte nel mondo, capace di prevalere su tutte le altre. Nell'opinione di Maimonide12, questa mizvà è più importante di tutte le altre mizvot (positive) e aggiunge che dovremmo stare molto attenti a metterla in pratica in modo corretto. Spiega poi che la Tzedakà è il simbolo del primo ebreo, Abramo, e che è stata tramandata da allora a tutte le generazioni. Chiunque non adempia a questa mizvà di Tzedakà viene chiamato peccatore e persona malvagia.13 Secondo il Talmud14, è meglio dare Tzedakà che portare tutti i sacrifici del Tempio, affermazione questa basata sul verso15 che dice specificamente che si preferisce la Tzedakà ai sacrifici.

Tzedakà è una delle tre azioni dell'uomo che possono rovesciare un decreto sfavorevole16, affermazione basata sul verso17 che dice che la Tzedakà ha il potere di salvare una persona anche dalla morte. Dice anche il Talmud18 che la Tzedakà è pari a tutte le altre mizvot messe insieme. Nel Talmud è anche scritto 19 che ogni volta che una persona dà Tzedakà, è come se avesse ricevuto personalmente la Presenza Divina, e che la Tzedakà aiuta a portare la redenzione.

La Tzedakà è unica in quanto è la sola mizvà che si possa fare ponendo una condizione. Un ebreo non può dire, per esempio, osserverò lo Shabbat, ma solo se avrò un certo lavoro, perché l'osservanza dello Shabbat è un obbligo per tutti gli ebrei. Ma può benissimo dire, darò questa certa somma in Tzedakà se otterrò un certo lavoro (o qualsiasi altra condizione); poi, nel caso che non ottenga il lavoro, non sarà tenuto a dare quella somma. Certo, esiste una quantità minima di Tzedakà che tutti sono obbligati a dare, ma oltre a questo minimo, si può porre delle condizioni per farla, e questo appunto non ha un parallelo in tutto l'ebraismo.

Il gabbai di Tzedakà (la persona incaricata a gestire la Tzedakà della comunità) viene paragonata alle stelle.20 Il Maharshà 21 spiega il paragone dicendo che così come le stelle hanno un'influenza sul mondo, anche se non le si vedono sempre, così pure colui che distribuisce Tzedakà è come un insegnante che ha un impatto sul mondo anche se raramente si riesce a rendersene conto. Si può comprendere in queste categorie tutti coloro che, senza essere visti, danno Tzedakà di un certo livello, cambiando il mondo in meglio e incidendo su di esso per molto tempo dopo la fine dell'atto iniziale di Tzedakà, con una forza duratura. Forse, è in questo senso che possiamo interpretare il fatto che la Tzedakà salva l'uomo dalla morte: chi la riceve, in quanto rimane in vita per l'influenza che ha avuto la Tzedakà; il donatore in quanto può veramente diventare "immortale" poichè l'effetto della sua Tzedakà perdura dopo che cessa la vita fisica. Rashi22 allude proprio a questo quando dice che gli atti buoni dei giusti sono eterni perché continuano a rappresentare una persona anche dopo la morte.

La Tzedakà ebraica non è la carità cristiana

Si potrebbero anche scambiare le due parole Tzedakà e carità, e a chi non ha dimestichezza né con la parola ebraica né con i concetti di Tzedakà, potrebbero sembrare uguali. In realtà i due termini sono molto diversi, non solo dal punto di vista psicologico, ma anche da quello filosofico. E' sufficiente fare un'analisi delle due parole per rendersi conto delle grandi differenze. La parola carità viene dalla parola latina caritas, che vuol dire amore, benevolenza; la parola filantropia deriva dalla parola greca philo, che vuol dire amore, e anthropos che vuol dire uomo. Così, filantropia vuol dire l'amore per l'uomo. In questo modo scopriamo che la base non-ebraica o cristiana di carità è l'amore: solo quando sento amore e compassione per l'altro, faccio la carità.

La parola Tzedakà viene dalla parola ebraica zedek, che vuol dire giustizia23 oppure la cosa giusta da fare.24 L'ebreo allora è obbligato a dare Tzedakà perché è la cosa giusta da fare, non perché ha un sentimento particolare per il destinatario.

Una differenza di approccio può essere vista nell'obbligatorietà che ha un ebreo a dare Tzedakà anche a un mendicante puzzolente, imprecante, offensivo che esige la carità, anche se non si prova amore e compassione.25

Da dove deriva quest'obbligo ebraico di dare Tzedakà? Perché l'ebreo non può dire, se quella persona impreca, non darò un premio per un simile comportamento? Perché l'ebreo non può dire, ho lavorato per i miei soldi e anche egli dovrebbe lavorare per i suoi? Una risposta è che prima di tutto, i soldi non gli appartengono. Il Signore dice chiaramente26 che tutti i soldi, l'oro e l'argento del mondo appartengono a Lui, e non all'uomo. Dice il Salmista27 che nel mondo tutto appartiene a Dio, alludendo al fatto che nulla appartiene all'uomo. Nell'atto di dare Tzedakà, dunque, l'ebreo restituisce a Dio ciò che è già Suo. La Mishnah ci insegna precisamente questo,28 basandosi su un verso del libro delle Cronache.29 Poiché il mondo già Gli appartiene, Egli ci dice di restituirne una piccola parte, dopodiché possiamo utilizzare il resto, che ancora Gli appartiene. Abbiamo l'obbligo di dare danaro, dunque, proprio perché non è nostro, e Dio ci impone di darne il 10 o il 20 per cento in Tzedakà. come condizione per tenere il rimanente 80 o 90 per cento. E' per questo motivo che alcuni ebrei aprono dei conti correnti bancari di Tzedakà, dove, prima di versare il denaro nel conto corrente personale, depositano una percentuale del proprio reddito. Oltre al vantaggio psicologico (la persona non sente di dover prendere i soldi dalla propria tasca), anche dal punto di vista filosofico, questo è il modo più corretto di comportarsi, in quanto i soldi non appartengono mai alla persona. Possiamo capire adesso perché un ebreo deve dare Tzedakà a quella persona sciatta, imprecante, malgrado i propri sentimenti: Dio, il padrone di tutto e quindi anche delle nostre ricchezze ci ha ordinato di dare. L'Abarbanel30 dice che dobbiamo considerare il nostro ruolo come quello di un intermediario che gestisce i soldi altrui. Quando il nostro lavoro consiste nell'usare i fondi di un altro, dobbiamo stare molto attenti ogni volta che decidiamo come investire e spendere i soldi. Se il proprietario ci ordina di investirli in un certo modo, dobbiamo obbedire alla richiesta, altrimenti il proprietario ci toglierà il danaro per darlo a un altro intermediario. La ricchezza che il Signore elargisce deve essere investita in parte in Tzedakà., altrimenti Egli potrebbe servirsi di un altro intermediario.

Questo si può comprendere se accettiamo la premessa iniziale, ma si può anche metterla in discussione: Perché infatti, i soldi non appartengono alla persona? Tutto il mondo funziona come se il denaro fosse di proprietà dell'individuo che lo possiede, e anche nella legge ebraica, una persona non può rubare al compagno, affermando che il denaro appartiene a Dio. Allora, se una persona lavora per ottenere il proprio salario, perché questo non è suo, tanto da poterne fare ciò che vuole? Per capirlo, dobbiamo individuare perché e come una persona guadagna il suo stipendio dal punto di vista ebraico. Ci sono solo tre modi per ottenere i soldi con mezzi legali: o il denaro proviene dal duro lavoro, o dalla fortuna, come per esempio una lotteria, oppure da un eredità o da un regalo. Se una persona lavora sodo per il suo denaro, è facile dire che sia stato ottenuto per il duro lavoro, ma tutti noi conosciamo persone che lavorano tanto o più degli altri e guadagnano comunque molto poco. Perché una persona laboriosa può accumulare grande ricchezza, mentre un'altra non ci riesce? Allora non è solo il lavoro stesso, la fatica, che fa guadagnare grandi quantità di soldi. L'individuo ricco è stato dotato di più talento, un fiuto più acuto per gli affari, l'abilità di correre più veloce con una palla o un'intelligenza più grande, dandogli un vantaggio che gli fa guadagnare di più. Secondo l'ebraismo, questi talenti vengono dal Signore, e mentre è vero che senza il duro lavoro, gli uomini non avrebbero potuto sviluppare questi talenti, il lavoro da solo sarebbe inutile per accumulare soldi. Così, secondo l'ebraismo anche i soldi ottenuti in questo modo appartengono a Dio.

E mentre generalmente la persona che vince una lotteria che si trova "nel posto giusto al momento giusto" si ritiene sia stata toccata dal caso, per l'ebraismo il caso non esiste. Secondo l'ebraismo Dio, per qualche ragione sconosciuta, voleva che questa persona avesse dei soldi, quindi, ancora una volta, il denaro risale alla volontà di Dio. Infine, un'eredità o un regalo differiscono poco dalle situazioni precedenti perché o è stato guadagnato attraverso il talento (e il duro lavoro) o era dovuto alla "fortuna". Così tutto il denaro accumulato in questo modo è dovuto, in qualche modo, a Dio. Quando Egli ci chiede, dunque, di restituire il 10 o il 20 per cento dei soldi, abbiamo qualcosa di più di un obbligo morale: abbiamo un obbligo legale, perché in pratica Gli appartengono.

Perché ci sono i poveri?

Se è vero che il Signore vuole che i soldi guadagnati vadano ai poveri, perché non ha fatto in modo che essi avessero dei soldi sin dall'inizio? Perché esistono i poveri? Sarebbe un mondo migliore, senza così tanta sofferenza. Il malvagio Turnus Rufus ha fatto propria questa domanda31 e la risposta è che Dio vuole fare di noi i Suoi emissari nel mondo. Una parte della missione dell'uomo è di continuare la creazione iniziata da Dio. Rabbì Akivà ha risposta a questa stessa domanda nel Midrash32, dicendo che questo è il motivo per il quale non ci sono alberi di pane, anche se ogni cultura ne fa uso e sarebbe stato logico per Dio di creare degli alberi di pane. Dio vuole che l'uomo lotti e che sia creativo, vivendo il processo arduo che comportano le undici azioni, dall'arare all'infornare, che servono per la produzione del pane. Ecco parte della missione dell'uomo: essere creativo nel mondo e completare la creazione iniziata da Dio. Inoltre, l'uomo ha il compito di migliorare il mondo, di "perfezionare il mondo".33 Parte di questa perfezione ha luogo quando l'uomo tenta di restaurare almeno un po' l'equilibrio, dando Tzedakà. Così, ora, uno dei versi34 più strani della Torà acquista un senso. Dio dice che "non cesserà di esserci il povero nel mondo", e che, dunque, l'uomo deve aprire le sue mani e dare. Se la povertà esisterà sempre, perché cercare di dare ai poveri - tanto non aiuterà a risolvere la situazione? Tuttavia, possiamo comprendere ora che Dio ci sta dicendo che, siccome la condizione della povertà nel mondo esisterà sempre, ancheil nostro compito per migliorarlo non cesserà.

Come dare Tzedakà

Per quanto sia importante dare Tzedakà, ancora più importante dell'atto stesso di dare è come la si dà. E' particolarmente difficile e imbarazzante per una persona chiedere e dipendere da un altro essere per la sua sussistenza. Ecco perché preghiamo il Signore35 di non metterci mai in una situazione in cui dobbiamo dipendere dall'uomo, ma solo da Dio. Maimonide dice36 che una persona che si trova a dover chiedere Tzedakà già si sente senza dignità e depressa e quindi bisogna fare del tutto per non compromettere ancora di più la dignità di questa persona. Questo aspetto cruciale della Tzedakà si riflette in tutte le leggi in materia.

L'ottavo gradino di Tzedakà, quello più basso, secondo Maimonide,37 è di dare mostrandosi scuri in volto. Ancora secondo Maimonide,38 si può salire di livello dando meno di quanto richiesto ma con faccia cordiale, cioè è preferibile dare di meno di quello di cui ha bisogno una persona, ma con buon umore, piuttosto che dare la soma intera ma con espressione cupa. L'atteggiamento e il metodo per dare Tzedakà dunque sono più importanti della somma data.

Ogni passo successivo nell'ordine stabilito da Maimonide è una funzione della dignità di chi riceve Tzedakà. E' molto più dignitoso per il povero sapere chi gli ha dato Tzedakà, purchè il donatore non conosca il destinatario, perché altrimenti sofrirebbe d'imbarazzo ogni volta che incontra il donatore per strada.39 Rimane tuttavia un certo grado di vergogna perché il destinatario sarà comunque consapevole della persona che ha dato ogni volta che lo incontra per strada. La situazione crea meno disagio quando il donatore conosce il destinatario, ma il destinatario non sa da chi ha ricevuto Tzedakà perché in questo modo, il bisognoso non si sente in imbarazzo ogni volta che incontra il donatore.40 Rimane sempre però, una piccola misura di ignominia per il povero nel sapere che esiste una persona che sa di averle dato sostenimento. Molto più dignitosa è la situazione in cui né il donatore, né il destinatario si conoscono. Così si evita completamente un imbarazzo specifico e si ha solo l'imbarazzo generale di dover comunque accettare Tzedakà.41 Questo concetto ha dato l'impulso per l'invenzione del bossolo, la scatola di Tzedakà presente in ogni casa, tramite la quale né il donatore, né il destinatario si conosceranno mai.

Secondo Maimonide, il livello più alto di Tzedakà non è la scatola della Tzedakà ma dare alla persona un lavoro o un prestito.42 Per quale motivo questo è preferibile all'elemosina - quando a fine settimana i soldi sono sempre quelli? Perché questo è un metodo superiore di dare Tzedakà? Quando una persona fa un lavoro, si sente produttivo e contribuisce alla società, non riceve da essa. Accettare denaro per un lavoro completato non è per nulla imbarazzante; è un atto di orgoglio, come l'orgoglio provato nel prendere la busta paga. Il fattore dignità nell'accettare questo tipo di soldi è molto alto e dunque il modo migliore di distribuire soldi ai poveri. Nello stesso modo, dare un prestito a una persona segnala la fiducia della banca o di chi dà il prestito che la persona lo ripagherà. E' segno di rispetto per se stessi ricevere un prestito, in quanto a molti i prestiti vengono negati perché sono considerate soggetti a rischio (E' un vecchio detto che le banche prestano i soldi solo se si può provare di non averne bisogno). Gli individui che prendono i prestiti più alti sono i più ricchi del mondo, quegli imprenditori che investono in enormi progetti. Dunque, ricevere un prestito piuttosto che l'elemosina fa sì che il beneficiato accresca la fiducia in sé: ecco perchè questo è il livello più alto di Tzedakà. (Naturalmente il prestito va restituito senza interessi). Certo, è anche una forma valida di Tzedakà se si può invogliare una persona a prendere Tzedakà dando un "prestito" senza chiedere di essere ripagati,43 al patto che la persona creda veramente che è un prestito e che la dignità individuale non venga compromessa.

Ci sono molte altre leggi ebraiche che rafforzano il concetto primario che lo scopo della Tzedakà è di preservare o di elevare la dignità della persona. Secondo il Talmud,44 un individuo che soddisfa una persona povera, accogliendola nella giusta forma, riceve una benedizione più grande di uno che soddisfa la stessa persona dandole del denaro. Anche il povero ha l'obbligo di dare Tzedakà.45 Perché? Dopotutto, i suoi soldi sono venuti dalla Tzedakà. Ma si accresce la sua dignità quando lui dà a un altro povero. Tutti hanno un'opinione più alta di sé quando danno piuttosto che quando ricevono. Inoltre, nel dare a un altro individuo, il povero si rende conto che c'è sempre qualcuno che sta peggio, una consapevolezza che aiuta sempre a non far pesare troppo la propria situazione.

Quando, negli Stati Uniti, la gente era costretta a fare la fila per avere l'assegno di sussidio, ci furono molti anziani, ebrei e non-ebrei che rifiutavano questi soldi, pur avendone molto bisogno, semplicemente perchè sentivano negata la loro dignità umana. Per molte persone fare la fila per un sussidio era molto imbarazzante. Un tempo aGerusalemme46 (che aveva anche essa i suoi poveri) vigeva un'usanza che tentava di risolvere questo problema. All'ora di cena, ognuno metteva una "bandierina" sulla propria porta per far vedere che in casa si stava mangiando e i poveri di tutta la città potevano entrare e cenare con le famiglie. Dopo cena le "bandierine" venivano tolte. Anche se è sempre possibile distribuire del cibo organizzando una mensa per i poveri o ricevendoli in maniera discreta dalla porta di servizio delle case, vi è un'enorme differenza fra questi metodi di distribuzione e invitare le persone a cenare insieme alle famiglie. Nessun ospite sente che sta togliendo del cibo al padrone di casa e quando si trattano i poveri come ospiti, la loro dignità non è compromessa. Ancora una volta, non è determinante l'entità della somma, ma la maniera con cui viene data.

Sinora abbiamo discusso della dignità del destinatario della Tzedakà, ma il Talmud47 descrive il modo migliore per dare, e cioè di non dare per niente! E' meglio convincere un altro a dare Tzedakà, che darla di persona. Ancora una volta, è una questione di dignità personale perché è molto più facile per una persona distribuire i propri soldi che persuadere gli altri che la causa è meritevole. Un individuo che spinge gli altri a contribuire sente la soddisfazione di aver compiuto un'azione importante.

A chi, quanto e quando dare

Nell'Ebraismo c'è un chiaro ordine di priorità riguardante chi deve ricevere la Tzedakà:: il principio fondamentale è che i familiari bisognosi di aiuto hanno la precedenza48; seguono in ordine di priorità i vicini e poi i propri concittadini. I poveri d'Israele e quelli di Gerusalemme in particolare, hanno una priorità speciale, perchè Gerusalemme è considerata come la città natia.49 Oggigiorno, un ebreo ha l'obbligo di dare anche ai poveri non-ebrei e alle istituzioni non-ebraiche della sua città.50 I moderni esperti di halakhà discutono sulle priorità da dare ai vari enti. Quando è possibile è chiaramente preferibile dare direttamente a una persona povera, secondo le modalità succitate, piuttosto che alle organizzazioni ebraiche, come la UJA, gli ospedali, le scuole e le sinagoghe, anche se ciascuna di queste istituzioni aiuta individui indigenti.

Quale percentuale del proprio reddito bisogna dare in Tzedakà? Anche se si crede erroneamente che la cifra ottimale sia il 10 per cento, cioè la decima, dal punto di vista ebraico, una persona dovrebbe dare il 20 per cento del proprio reddito in Tzedakà.51 La cifra del 10 per cento è solo per la persona media, ma non è questo il modo per adempiere completamente alla mizvà, mentre la persona che dà meno del 10 per cento di Tzedakà è considerato avaro. Ma come si calcola il 10 per cento, cioè, che cosa viene considerato come il reddito reale? Si possono togliere le tasse? Si può dedurre il mutuo ed altre spese? Quando comincia l'anno fiscale ebraico? Esiste il concetto di media annuale di reddito? Alcuni Maestri di Halakhà discutono sul come adempiere a questa mizvà. Tali discussioni sono molto tecniche, e suonano come le istruzioni del modello 740 e vanno ben oltre i limiti di questa discussione.52

E' preferibile dare piccole quantità di Tzedakà ogni giorno piuttosto che una somma grande una tantum, anche se le cifre totali sono le stesse, perché ogni atto di Tzedakà è una mizvà in sè, e perché ogni volta che una persona adempie a una mizvà, un nuovo "difensore" di quella persona è creato in cielo.53 Inoltre, ogni mizvà e ogni colpa commessa da un individuo lo precedono nel mondo da venire.54 E, come abbiamo detto prima, ogni volta che una persona dà Tzedakà, la Presenza Divina si posa su di lui.

Si può mai rifiutare di dare Tzedakà a una persona che la chiede?

Purtroppo, anche nella comunità ebraica ci sono stati individui che hanno approfittato della generosità altrui e hanno cercato di defraudare chi dà Tzedakà, affermando di essere bisognosi o di rappresentare organizzazioni inesistenti. Qual è il corretto approccio ebraico verso una persona di cui si ha il sospetto che non sia onesta? Si può rifiutare una donazione a questa persona?

Ancora una volta, la nostra preoccupazione principale dev'essere quella di preservare la dignità di chi ha veramente bisogno. Dice Maimonide55 che una persona non può mai opporre un rifiuto a un povero. Certo, se si è certi che la persona che chiede del denaro sia un imbroglione ci si può rifiutare di dare a questa persona, però, in caso di dubbio, secondo Maimonide,56 se il bisogno è immediato, cioè, se la persona ha bisogno di cibo per sopravvivere, non lo si può mai rifiutare. Ma se il bisogno è meno immediato, come, per esempio, una richiesta di vestiario, lo si può fare aspettare mentre si fanno indagini sul suo conto, senza, però farlo sentire a disagio e in imbarazzo. In pratica, se una persona viene alla porta, si può andare rapidamente nell'altra stanza per fare una telefonata senza che quello se ne accorga. Però, se una simile operazione non è possibile, è preferibile dare Tzedakà, perché è meglio darla a nove individui, sospettati di essere disonesti piuttosto che rifiutarla alla decima che ne ha bisogno. Se regna l'incertezza, non si deve mandare via una persona a mani vuote, come dice Maimonide. Bisogna dire anche che se si dà una somma che viene restituita perché ritenuta insufficiente, si ha comunque adempiuto all'obbligo di Tzedakà e non c'è bisogno di darne altra.

In sintesi, la mizvà della Tzedakà è fondamentale nell'Ebraismo ed è molto complessa e spesso difficile da mettere in pratica. Ciò nonostante, se tutti gli ebrei dovessero seguire l'approccio di Abarbanel e trattare il denaro che guadagnano come se fosse di qualcuno altro, non solo sarebbe più facile adempiere all'obbligo di questa mizvà, ma anche la nostra sensibilità su come utilizzare i fondi in nostro possesso ne trarrebbe un grande beneficio.

Tzedakà: più della carità- Nachum Amsel

E' impossibile definire e descrivere nei limiti di questo libro tutte le mete verso le quali vuole guidarci l'Eterno. I punti principali possono però essere sufficienti a mostrare la strada e a condurci a conoscenze di vasta portata.

Importanza straordinaria è data dall'Ebraismo ai precetti di Tzedakà e Mishpàt. Nel capitolo sulla profezia abbiamo citato alcuni ammonimenti dei Profeti a non deviare dalla strada di Tzedakà e Mishpàt. Essi si soffermarono anche sul legame esistente tra la ricerca di una vita facile e comoda e la trasgressione delle norme di Tzedakà e Mishpàt. Tuttavia, dato che in questo capitolo intendiamo parlare del posto che questi precetti occupano nella concezione ebraica del mondo, è bene che definiamo prima i due concetti. Essi sono molto simili l'uno all'altro; però non si identificano. Soltanto se comprendiamo ciò che li distingue, possiamo comprenderne la profondità. Effettivamente, dal giorno in cui l'Eterno disse ad Abramo di praticare Tzedakà e Mishpàt fino all'ultimo dei libri del Tanach che predica questi principi, trascorsero 1500 anni, durante i quali il significato di queste parole avrà assunto sfumature differenti. Tuttavia si possono dare queste definizione generali: il Mishpàt richiede tre azioni:

a) svelare i fatti come sono senza alcuna deviazione dalla verità;

b) stabilire se questi fatti siano consoni a ciò che richiede la legge;

c) trarne le conclusioni.

Apparentemente, se tutto il popolo seguisse il Mishpàt preso in questo senso, la situazione della società dovrebbe essere in perfetta regola; tuttavia ciò non è esatto. Il popolo romano sviluppò il diritto in grande misura; e ciò nonostante affermò: Summum jus, summa iniuria, e nell'affermare ciò aveva ragione per due motivi: prima di tutto perché qualsiasi legge, perfino una legge divina, deve necessariamente stabilire regole generali, dall'osservanza delle quali dipendono determinati effetti giuridici; altrimenti sarebbe impossibile che gli uomini mettessero ordine nella propria vita e in quella della società. Tuttavia quegli stessi effetti non si attagliano talvolta a una particolare situazione. Il furto è sempre un furto; ciò nonostante colui che ruba per arricchirsi non può essere paragonato a una donna che ruba per sfamare i propri figli; c'è chi falsifica un passaporto per sfuggire a una dura battaglia e c'è chi lo falsifica per partecipare a quella stessa battaglia; c'è chi distrugge una casa per danneggiare il padrone e c'è chi compie la stessa azione allo scopo di salvare delle vite umane; la maggior parte dei proprietari di terre proibisce agli estranei di passare attraverso i propri campi; come si deve però considerare una persona che impedisce al vicino il transito per l'unica strada da cui si acceda alla sua casa? La difesa dei diritti di proprietà è generalmente un'azione giuridica legale; tuttavia non bisogna eccedervi e ostinarvisi senza prendere in considerazione i bisogni del prossimo. E' quindi evidente che non si può giudicare con giustizia senza entrare nei minimi particolari di ogni singolo caso.

In secondo luogo, talvolta la pena comminata per una trasgressione non colpisce in effetti il vero colpevole. In ogni singolo caso dobbiamo porci il problema se non siano state le condizioni di vita nel mondo in generale, o in un dato paese in particolare, a causare quella determinata trasgressione. Alcune trasgressioni vengono commesse per malvagità, altre sono conseguenza di uno stato morboso della società. Alcune cause civili nascono da differenti opinioni su determinati fatti e leggi; altre testimoniano della situazione morbosa della società. Che cosa si può fare per mutare questo stato di cose?

La Tzedakà si differenzia dal Mishpàt in quanto appunto essa tenta di modificare il Mishpàt nel caso che questo porti a ingiustizie; inoltre la Tzedakà si sforza di impedire la formazione di quelle condizioni che portano all'ingiustizia. La Tzedakà è ciò che in italiano può essere chiamata giustizia equilibratrice, equità.

Alla comprensione del rapporto esistente tra Mishpàt e Tzedakà siamo giunti per tre vie. Prima di tutto, ricercando l'etimologia delle due parole: come vengono chiamate quelle persone che mettono in pratica il Mishpàt e la Tzedakà? Colui che esegue il Mishpàt si chiama Shofet (giudice), l'altro Zadik (giusto).

In secondo luogo, osservando il parallelismo in versi come: Tzedakà e Mishpàt sono la base del Tuo trono, Chesed ed Emèth (benignità e verità) vanno davanti alla Tua faccia (Salmi, 89, 15). Qui la Tzedakà corrisponde al Chesed, il Mishpàt all'Emeth (cfr. anche: Seminate secondo la Tzedakà, mietete secondo il Chesed - Osea, 10, 12). Questo si deduce anche dal senso: di verità, ne esiste una sola: sia gradita o no, sia amara o lieta, non c'è alcuna possibilità di cambiarla; così è anche la via del Mishpàt; i fatti sono fatti, la legge è legge, e dato che esistono non si possono mutarne gli effetti. Al contrario, il Chesed è ricco e pieno di sfumature; esso vede le disgrazie del misero e si sforza di aiutarlo; Il Chesed non solo cura le ferite, ma impedisce anche che siano inferte: e questa è anche la via che la Tzedakà deve seguire.

In terzo luogo, alla comprensione di tale rapporto siamo giunti studiando l'evoluzione del significato della parola Tzedakà, il cui concetto ora abbraccia tutto ciò che presso gli altri popoli va sotto il nome di assistenza sociale. Con questa parola si indica non solo l'aiuto che si deve prestare in determinate situazioni sociali, ma anche ciò che si deve fare per evitare che nuove disgrazie avvengano e altre ingiustizie si aggiungano a quelle già esistenti. Come motto adatto alla Tzedakà si può prendere il verso di Isaia (35, 3): Fortificate le mani infiacchite, raffermate le ginocchia vacillanti!

Chi tenga presenti unitamente queste tre spiegazioni, comprenderà il significato generale delle parole Tzedakà e Mishpàt, sebbene in alcuni altri versi i precetti di Tzedakà e Mishpàt assumano un significato più vasto.

Ora possiamo tornare a sottolinearne l'importanza, attraverso citazioni testuali. Come primo esempio porteremo ciò che l'Eterno stesso ha detto di Abramo: Ed Abramo deve diventare una nazione grande e potente e in lui saranno benedette tutte le nazioni della terra. Poiché Io l'ho prescelto affinché ordini ai suoi figli e dopo di sé alla sua casa, che s'attengano alla via dell'Eterno per praticare la "Tzedakà" e il "Mishpàt" (la giustizia e il diritto), onde l'Eterno ponga ad effetto a pro' di Abramo ciò che gli ha promesso (Genesi, 17, 18-19). Da questo verso noi vediamo che fu promesso ad Abramo che sarebbe stato il progenitore di un grande popolo e causa di benedizione per tutti gli altri popoli affinché i suoi discendenti praticassero la Tzedakà e il Mishpàt; concetti che il verso identifica esplicitamente con la via dell'Eterno. Possiamo perciò senz'altro affermare che, anche se questo fosse l'unico verso della Bibbia sull'argomento, sarebbe sufficiente a darci un'idea chiara del posto che questi due principi occupano nella concezione ebraica. Ma nella stesso senso troviamo nella Torà il comando: La giustizia, solo la giustizia seguirai, affinché tu viva e possegga il paese che l'Eterno tuo Dio ti dà (Deut., 16, 20). Anche qui questo precetto condiziona l'esistenza stessa del popolo e la conquista della Terra Promessa.

In Geremia (22, 15-16) troviamo: Tuo padre forse non mangiava e non beveva? Ma faceva ciò che è retto e giusto (Mishpàt e Tzedakà) e tutto gli prosperava. Egli giudicava la causa del povero e del bisognoso e tutto gli prosperava. Non è questo conoscerMi?, dice l'Eterno Come più sopra abbiamo trovato identità di significato tra la via del Signore e Tzedakà e Mishpàt, così qui troviamo identità di significato tra conoscenza dell'Eterno e Tzedakà e Mishpàt.

Questi due precetti sono anche condizione per la Gheullà (la redenzione): Rispettate il diritto ("Mishpàt") e fate ciò che è giusto ("Tzedakà"), poiché la Mia salvezza sta per venire e la Mia giustizia sta per essere rivelata (Isaia, 56, 1); Ecco, i giorni vengono dice l'Eterno, quand'Io farò sorgere da David un germoglio giusto il quale regnerà e prospererà e farà Mishpàt e Tzedakà nel paese. Ai suoi giorni Giuda sarà salvato e Israele starà sicuro nella sua dimora (Geremia, 23, 5-6); Sion sarà redenta mediante il Mishpàt e quelli che a lei torneranno mediate la Tzedakà (Isaia, I, 27). Ricordiamo che la trasgressione di questi due precetti costituisce una delle cause del Churban (distruzione di Gerusalemme) e dell'esilio; è naturale quindi che il ritorno alla loro osservanza sia condizione delle Gheullà.

Qualche lettore potrebbe sostenere che questi precetti non sono esclusivamente della Bibbia e che non dovrebbe neanche esserci bisogno di comandarli. La realtà, tuttavia, è purtroppo ben differente: tutti i popoli, non escluso il nostro, hanno peccato contro queste norme; mentre i nostri capi spirituali non hanno mai cessato di predicare che ciò costituisce una colpa ed un peccato, dopo più di 3000 anni da quando la parola divina espresse questi precetti, gli Stati totalitari seguono la regola che l'interesse dello Stato ha più importanza di qualsiasi richiesta di Tzedakà e di Mishpàt. Anche molti altri Stati agiscono in questo spirito, sebbene non lo dichiarino apertamente; e quanti peccano contro la norma prima e basilare di Tzedakà e Mishpàt, contro la norma dell'uguaglianza di ognuno dinanzi alla legge! Differenze di razza, di colore, di religione e di ceto servono perfino ai legislatori come base per discriminazioni, e tanto più ai giudici e alla burocrazia! In molti paesi la procedura giuridica è diventata così lenta e cara che molte persone rinunciano ai loro diritti piuttosto che ricorrere ai tribunali. Nei paesi anglo-sassoni il Mishpàt assume talvolta l'aspetto di competizione sportiva tra gli avvocati, invece che di sforzo teso alla ricerca della verità; essi impiegano un'arte particolare in richieste formali; con penetrante acutezza hanno tanto trasformato la procedura, che essa è divenuta, da mezzo, la dominatrice del giudizio. Hanno dimenticato completamente che è vero, sì, che il giurista deve essere un artista, ma che l'arte del diritto non deve consistere nel vincere a qualsiasi costo, bensì deve servire a raggiungere la giustizia e la verità. Un solo scopo deve avere il giudizio: ricercare la verità e trarne le conseguenze.

Un esempio di come gli uomini si perdano nella foresta della giustizia e dimentichino per quale ragione esistano i tribunali è il seguente: durante il periodo dell'inflazione in Israele, alcune persone cercavano il modo di annullare i contratti di vendita che avevano già firmato, dato che ogni annullamento avrebbe permesso loro di vendere la merce a prezzo più vantaggioso; un avvocato tra i più famosi, un avvocato che godeva di una posizione ragguardevole, accettò di difendere in giudizio uno di questi profittatori; quando gli feci notare l'immoralità di tale procedimento, mi rispose: Secondo tutti i principi dell'etica professionale, io ho non solo il permesso, ma il dovere di accettare di difendere questa causa: va' pure a consultare la letteratura giuridica inglese e vi troverai che l'avvocato non è tenuto altro che a ricercare esclusivamente il lato giuridico; se trova che, per un qualsiasi vizio di forma, il contratto può essere impugnato, non gli è più lecito rifiutare il suo servizio al convenuto. A ciò io risposi: Che c'entra l'etica professionale inglese con l'Ebraismo? A questo proposito i nostri Maestri hanno già detto: "Non comportarti come gli avvocati" (Avoth, I, 8), come quegli avvocati cioè, che ricercano pretesti giuridici per giustificare una posizione immorale. L'Ebraismo richiede fedeltà alla promessa, anche se è possibile sostenere che il contratto non è valido per un qualsiasi vizio di forma. L'Halakhà stabilisce infatti: "Quando è stato dato il denaro, anche se non è stato preso possesso dell'oggetto, sebbene giuridicamente non sia compiuto il passaggio di proprietà e quindi la compra-vendita possa essere annullata, tuttavia la parte contraente, sia il compratore sia il venditore, che ritorna sulla sua promessa, non si comporta secondo le usanze del popolo d'Israele; viene quindi invocata su di lui, dal Tribunale, la maledizione divina secondo la formula consueta: 'chi ha punito la generazione del diluvio e quella della Torre di Babele... punisca chi non mantiene la sua promessa'" (Mishné Torà, Hilchoth Mechirà, cap. 7, halakhà I e II). E questa non è soltanto una disposizione morale, bensì una halakhà ben definita, una legge.

Noi non pretendiamo che nella nostra storia si siano sempre osservate fedelmente le norme di Tzedakà e Mishpàt; al contrario: i Profeti di Israele non si sarebbero certamente dilungati nei loro discorsi su questo argomento, se non fosse stato necessario raddrizzare ingiustizie sociali. Sosteniamo soltanto che nella nostra legislazione ne esiste la chiara esigenza, e che in ogni tempo vi sono stati capi che sapevano e ci insegnavano che questa era la retta via da seguire. Inoltre noi non ci siamo mai vantati di un comportamento iniquo, di un comportamento che fosse contrario alla Tzedakà ed al Mishpàt. E non c'è neanche da temere che un giorno, sia pur lontano, potremmo essere portati a seguire i metodi degli Stati totalitari; ma c'è senz'altro da temere che potremmo seguire i metodi ingiusti di paesi civili, metodi a prima vista comodi. Per questo diciamo: Abbiamo il dovere di sradicare completamente la tradizione formalistica della procedura, che svisa la giustizia del diritto; ed a questo proposito lo Stato d'Israele ha avuto una cattiva eredità sia dai turchi sia dagli inglesi: la procedura deve servire la giustizia e non dominarla; in ogni caso di dubbio di procedura, si deve giudicare con benevolenza e non con severità; specialmente nell'escussione dei testi la procedura deve essere completamente elastica e tener presente che ha soltanto uno scopo: la ricerca della verità; si deve dare la possibilità al giudice e alle parti in causa di dedurre i fatti dalle parole dei testimoni e di chiarirli per mezzo di un'indagine intelligente. Limitazioni formalistiche non debbono ostacolare e svisare questa azione. Abbiamo il dovere di disprezzare quell' "etica professione" che contrasta con le basi morali della Tzedakà e del Mishpàt. Abbiamo il dovere di essere consapevoli che i tribunali esistono per sostenere la verità, il diritto e la giustizia. "Che la legge spezzi le montagne!", e certamente spezzi la procedura e tutto ciò che, creato in principio per servire e aiutare la giustizia, alla fine è diventato un ostacolo ad essa.

Non è questo il luogo per passare in rassegna il diritto ebraico e mostrare che vi si attuano i principi della giustizia. Tuttavia, possiamo dare alcuni esempi. Ecco degli ammonimenti contro qualsiasi discriminazione:

Non maltrattare lo straniero e non opprimerlo, poiché anche voi foste stranieri nella terra d'Egitto. Non affliggere alcuna vedova né alcun orfano (Esodo, 22, 20-21);

Non favorire il povero nel suo processo (Esodo, 23, 3);

Non conculcare il giudizio del forestiero e dell'orfano e non prendere in pegno l'abito della vedova (Deut., 24, 17);

Non aver riguardo alla persona del povero, non tributare speciale onore al potente (Levitico, 19, 15);

Imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, rialzate l'oppresso, fate ragione all'orfano, difendete la causa della vedova (Isaia, I, 17);

Non difendono la causa dell'orfano, eppur prosperano, e non fanno giustizia nei processi dei poveri. E non dovrei punire Io queste cose - dice l'Eterno - E l'anima mia non dovrebbe fare giustizia di una simile nazione? (Geremia, 5, 28-19.

Nel capitolo 7 di Geremia il monito Non opprimete il forestiero, l'orfano e la vedova è in parallelismo al precetto E non verserete il sangue dell'innocente (7, 6).

Vedi anche in Zaccaria (7, 10): Non opprimete la vedova, l'orfano e il forestiero e il povero; e in Numeri (15, 16): Una sola legge e un solo giudizio sia per voi e per il forestiero che abita presso di voi.

Questi versi mostrano il senso fondamentale della morale ebraica; qui diamo ora alcuni esempi più particolareggiati:

Non defraudare il salariato povero e bisognoso, sia egli uno dei tuoi fratelli o uno degli stranieri che stanno nel tuo paese, entro le tue porte. Gli darai il suo salario nel giorno che gli spetta e non attenderai che tramonti il sole, poiché egli è povero e l'aspetta con impazienza; così egli non griderà contro di te all'Eterno e tu non commetterai un peccato.

A questo verso è parallelo un passo del Levitico (19, 13): Non opprimere il tuo prossimo e non gli rapinare ciò che è suo: non ti resti in mano la notte fino al mattino il salario dell'operaio al tuo servizio .

Su questi due versi si basa l'halakhà fissata da Maimonide: Chiunque si appropri del salario dell'operaio è come se gli togliesse la sua anima... e trasgredisce quattro precetti negativi e un precetto affermativo (Hilchoth Sechiruth, 11, 2).

In quale Stato del mondo i diritti del lavoratore sono difesi in modo così energico? Non soltanto li difende il diritto civile, ma una violazione ai diritti del lavoratore è considerata un gravissimo crimine!

La maggior parte dei popoli, se non tutti, sono caduti in una grave colpa: durante le indagini riguardanti dei delitti usavano tormentare gli accusati allo scopo di farli confessare; così usano i popoli anche ai nostri giorni. E' il terzo grado escogitato proprio in un paese libero, dimostra che torture di questo genere non sono monopolio degli Stati totalitari. Il popolo di Israele è forse l'unico che non sia incorso in questa stortura e ciò per merito di una norma giuridica semplice ma elevata. Nel diritto civile la confessione di una parte in causa, vale come cento testimoni, ma nel diritto penale vale invece la norma che nessun uomo può accusare se stesso (Sanhedrin, 9). La confessione dell'accusato non ha quindi alcun valore e ne deriva necessariamente che non vi saranno torture nel suo interrogatorio. Questa halakhà, secondo Rav Zalman Baruch, z"l, è uno dei segni del rispetto di sé che fu comandato all'uomo di avere, in quanto creato a immagine divina, rispetto al quale nessun uomo ha il diritto di rinunciare. Seppure possano sorgere dubbi su questa opinione, certo non si può negare in modo assoluto l'ipotesi che la Suprema Sapienza abbia voluto impedire per mezzo di questa halakhà la tortura degli accusati. Ed ancora un'altra conseguenza importante: ogni uomo portato in giudizio è innocente fino a che non sia dimostrata la sua colpevolezza; questa regola è seguita, sì, anche da altri popoli, ma quale vera forza può avere se la confessione dell'accusato non è priva di ogni valore?

Ammirevole è il diritto in Israele e molto più progredito dei diritti moderni anche in quanto non esige dal teste di giurare che la sua testimonianza è vera. Il teste viene interrogato e i giudici indagano; ma se si ammette che senza giuramento il teste può mentire, neppure col giuramento gli si deve prestar fede (Kiddushin, 43). In questo modo il diritto ebraico evita quel vilipendio del giuramento, così diffuso nella maggior parte degli Stati moderni. Come è degradante la forma con la quale, a nostra vergogna, nel diritto attuale in Israele, si ascoltano testimoni e si accettano dichiarazioni sotto giuramento! Di fronte a ciò, il metodo seguito dal nostro diritto rafforza il senso dell'onore e della responsabilità del teste. Il teste che sa che, a priori, gli si presta fiducia e si ha rispetto di lui, non può essere paragonato a quel teste che sa che, a priori, non gli si presta fiducia altro che in virtù di un giuramento.

Ora dalla procedura passiamo al diritto civile.

E' proibito guadagnare nella compra-vendita più di una determinata percentuale, a meno che il compratore non sia d'accordo. Tuttavia ciò non basta: occorre ancora una salvaguardia nel caso di carestia, quando cioè i compratori possono essere costretti ad accettare, contro la propria volontà, di pagare qualsiasi prezzo; perciò l'halakhà stabilisce che i tribunale fissino, nel momento del bisogno, i prezzi massimi per le merci di importanza vitale (Hilkhoth Mekhirà, 14, 1-2). Secondo la nostra definizione, questo non è soltanto diritto, bensì insieme diritto (Mishpàt) e equità (Tzedakà). La halakhà si sforza di assicurare che determinate merci vitali siano vendute sempre a un prezzo che ogni uomo possa pagare.

Così la Tzedakà si intreccia col Mishpàt anche nelle halakhot riguardanti i prestiti: E' un precetto affermativo prestare ai poveri di Israele, poiché è detto: "Se presterai del denaro al Mio popolo, al povero che si trova presso di te..." (Esodo, 22, 24). Non pensare però che sia soltanto un precetto facoltativo; infatti è scritto anche: "Gli aprirai largamente la mano e gli presterai quanto gli bisognerà" (Deut. 15, 8). E questo precetto è più importante di quello che impone di dare Tzedakà al povero che domanda, poiché questi si trova già nella condizione di chiedere, mentre quegli non è ancor giunto a questa necessità; e la Torà è particolarmente severa verso colui che ha evitato di prestare al povero, poiché è scritto: "Guardati dall'accogliere in cuor tuo un cattivo pensiero che ti faccia dire: - Il settimo anno, l'anno di remissione, è vicino! - e ti spingerà ad essere spietato verso il tuo fratello bisognoso, sì da non dargli nulla; poiché egli griderebbe contro di te all'Eterno e ci sarebbe del peccato in te".

Questa halakhà costituisce l'introduzione a tutte le leggi che stabiliscono ciò che è permesso e ciò che è proibito nell'esigere un credito. Le leggi sul prestito si basano sul principio: Se presti del denaro... non comportarti da usuraio (Esodo, 22, 24), e i doveri di colui che presta derivano dal verso che afferma Non dire al tuo prossimo: Va' e torna (Proverbi, 3, 28).

Sarebbe bene che i lettori apprendessero i particolari delle halakhot che regolano i prestiti: questi precetti hanno educato gli Ebrei in ogni generazione. E' vero sì che è stato stabilito lo etter 'iskà (autorizzazione di commercio), che ha permesso di prendere interessi; tuttavia si tenga presente che è permesso ricorrervi solo nel caso di persone che prendano in prestito del denaro non perché ne manchino completamente, ma proprio perché ne hanno; cioè, per quei proprietari di capitali o mercanzie, che cercano di accrescere i propri guadagni aumentando la propria disponibilità di denaro o di merce. In questo caso ci troviamo di fronte a una speculazione, e colui che presta una parte del capitale, investendo il proprio denaro, ha il diritto di chiedere la sua parte di guadagno. Chi invece chiede in prestito perché è veramente indigente, ha diritto alla ghemiluth chesed, prestito senza interesse; e in ogni generazione sia dei singoli, privatamente, sia casse di soccorso appositamente istituite, hanno contribuito, con prestiti elargiti a persone bisognose, ad evitare che queste si riducessero alla mendicità. E così ci è stato comandato: Se presterai denaro (e hai l'obbligo di prestarlo) al Mio popolo, al povero che si trova presso di te.

In modo particolare la legge ebraica si preoccupa della Tzedakà nel senso di giustizia equilibratrice. Il diritto romano definì la proprietà come la prerogativa di disporre dei propri beni secondo la propria volontà. Il diritto ebraico non riconosce la proprietà in un senso così lato; e questo è forse uno dei segni più notevoli della supremazia della nostra Torà su tutte le altre leggi, sia del suo tempo sia di molto posteriori. Il padrone non può fare con i propri beni ciò che vuole. Ogni bene - dice la Torà - deve innanzi tutto servire ai bisognosi (tra questi si trovano i Cohanim e i Leviti, che non posseggono beni immobili e quindi non hanno entrate normali; ma non è questo il luogo di trattare tale argomento, perchè qui ci interessano le limitazioni di proprietà istituite in favore dei poveri).

Quattro limitazioni sono stabilite per le vigne: il lèket (spigolatura), le oleloth (resti di raccolto), la peà (estremità del campo) e la shichkhà (parti dimenticate); tre per i prodotti della terra: il lèket, la shichkhà e la peà; due per i prodotti degli alberi: la shichkhà e la peà (Maimonide: Hillkhoth mattenoth 'anyim, I, 1). Inoltre spetta ai poveri la decima del secondo e del sesto anno di ogni periodo di sette anni o shemittà (Deut., 14, 28; Hilkhoth mattenoth 'anyim, 6, 4).

Dal punto di vista della filosofia del diritto è molto importante notare che tutti questi contributi il povero non li riceve come regalo, né il proprietario li dà per bontà di cuore: spettano al povero di diritto, proprio come allo Stato spettano di diritto le tasse e i contributi dei cittadini. Il proprietario il dà perché la proprietà che egli ha dei suoi beni è, a priori, limitata: le sue terre sono soggette a un controllo legale; egli non ha il diritto di usarne a volontà e di sottrarsi alle limitazioni legali.

Un'altra dura limitazione ai privilegi dei proprietari è costituita dalle leggi riguardanti l'anno del Giubileo, leggi che impedirono completamente la vendita dei beni immobili (escluse le case delle città cinte di mura), trasformandola in un affitto fino all'anno del Giubileo.

La questione ha tre aspetti importanti: il primo è, come abbiamo detto sopra, la fondamentale differenza di significato che ha assunto il concetto di proprietà; il padrone della terra non è libero di fare con i propri beni ciò che vuole; l'interesse della collettività ha la precedenza su quello del privato. A parte le conseguenze pratiche, questa legge ha anche un valore educativo: ogni limitazione e assoggettamento a vantaggio della collettività insegna sempre al proprietario che non è il suo egoismo a determinare i limiti del suo dominio; il bene della collettività prevale, quindi come in tutti gli altri casi, sui privilegi del privato.

In secondo luogo nessuna famiglia può cadere in povertà in modo definitivo: dopo un determinato periodo le viene sempre restituita la sua proprietà fondiaria; questa legge quindi impedisce l'esistenza nel paese di persone ridotte in miseria senza speranza.

In terzo luogo i prezzi dei terreni non potranno mai salire a dismisura: chiunque compri dovrà prendere in considerazione gli anni che rimangono fino al Giubileo, poiché sa che allora la proprietà gli verrà tolta; necessariamente non pagherà un prezzo esagerato. Il prezzo dei terreni ha influenza sui prezzi dei prodotti; per cui questo sistema ha anche la forza di impedire il rincaro dei prodotti.

Finché tutte le tribù d'Israele non saranno in possesso di tutto il territorio di Erez Israel, le norme riguardanti il Giubileo non entreranno in vigore; questa halakhà deriva dal modo in cui è formulata nella Torà. Non sappiamo perché la Torà l'abbia formulata in questo modo, ma un motivo semplicissimo possiamo comprenderlo: queste leggi possono essere osservate fin tanto che ogni ebreo può tornare al campo che egli o suo padre furono costretti a vendere. Il giusto principio su cui si fonda questa norma perde ogni valore, se una parte del popolo deve abbandonare ciò che ha acquistato, senza però poter tornare in possesso di quanto apparteneva in passato alla sua famiglia. E finché soltanto una parte della Terra d'Israele è nelle nostre mani, è evidente che chi lascia i beni immobili acquistati (allo scopo di permettere ad altri di prenderne possesso), non può tornare in possesso del patrimonio immobiliare della sua famiglia, in quanto esso si trova al di fuori dei confini dello Stato d'Israele. Noi comprendiamo quindi almeno una ragione per la quale le leggi del Giubileo non sono oggi in vigore. Se vogliamo, tuttavia, costruire lo Stato d'Israele sulle basi dell'Ebraismo, dobbiamo adattare la nostra legislazione fondiaria in modo da raggiungere le mete che quelle leggi si prefiggono. E ciò finché non giunga il Redentore e non riporti tutto il popolo nella Terra d'Israele, entro quei confini che essa aveva in origine; e allora Egli rimetterà in vigore anche le leggi del Giubileo in tutta la loro grandezza e in tutta la loro bellezza.

Vediamo ora quali siano le leggi riguardanti la Tzedakà che hanno valore anche ai nostri giorni. Abbiamo già visto che è nostro dovere di impedire, con mezzi costruttivi, il prodursi della povertà; ma finché esisteranno poveri ci è stato imposto di sostenerli con denaro e di procurare loro un tetto, vitto e vestiario: Aprigli largamente la tua mano (Deut. 15, 8); Se il tuo fratello che è presso di te è impoverito e i suoi mezzi vengono meno, tu lo sosterrai, anche se è forestiero e avventizio, onde possa vivere presso di te (Lev.; 25, 35). E subito dopo: E viva il tuo fratello presso di te (verso 36). Questi tre versi sono la base di tutta la successiva legislazione; molti altri versi Maimonide riporta nel corso del suo trattato.

Fino ad oggi sia gli uomini di scienza sia quelli di azione sono d'accordo nel riconoscere che il soddisfacimento delle tre necessità fondamentali, cioè un tetto sotto cui dormire, il vitto e il vestiario costituiscono la base di ogni assistenza sociale; e così ci ha anche comandato l'Eterno per bocca di Isaia: Non è questo (ciò di cui Io mi compiaccio)? che tu divida il tuo pane con chi ha fame, che tu porti a casa tua gli infelici senza asilo, che quando vedi una persona nuda che tu la copra e che tu non ti nasconda a colui che è carne della tua carne (Isaia, 58, 7).

Da ciò si è sviluppata tutta la complessa rete della Tzedakà presso il popolo di Israele: la cassa per la distribuzione di aiuti in denaro, cucine popolari per il vitto, case di riposo per vecchi, orfanotrofi, ricoveri, depositi di vestiario. Tutto ciò non viene considerato come una elargizione di favore ai poveri, come presso gli altri popoli (pur quando essi fanno Tzedakà - nel senso della Charitas latina), sebbene, Tzedakà, giustizia equilibratrice, che ognuno è tenuto a compiere; e il povero non la riceve come un regalo ma come un diritto. L'ebreo compie una grave trasgressione se si sottrae all'obbligo di dare al povero ciò che gli spetta; noi non abbiamo il permesso di dimorare in una casa, di vestirci e di mangiare se non abbiamo fatto, ognuno nel limite delle proprie possibilità, in modo che altri non rimangano privi di un tetto, di un vestito e del cibo: Abbiamo l'obbligo di adempiere scrupolosamente al precetto della Tzedakà più che a qualsiasi altro precetto affermativo, poiché la Tzedakà è un segno della Zadik (giusto), stirpe di Avrahàm, come è detto: "Poiché l'ho conosciuto affinché comandi ai suoi figli di praticare la Tzedakà". E il trono di Isarele non è stabile e la religione della verità non si mantiene se non per merito della Tzedakà, come è detto: "Nella Tzedakà rendimi stabile". E Israele non sarà redento se non per merito della Tzedakà, come è detto "Sion col Mishpàt sarà riscattata, e i suoi esuli per merito della Tzedakà". Queste parole non costitutiscono solamente un ammonimento morale, bensì una halakhà ben stabilita (Maimonide: Hilkhoth mattenoth 'anyim, cap. 10, 1).

L'insegnamento che dobbiamo trarre da tutto ciò è oggi ben differente che nel passato: mentre un tempo il nostro dovere si limitava a due osservanze, cioè ad eseguire i precetti sia scritti sia insegnatici dalla legge orale e a comportarci secondo lo spirito degli statuti divini, anche in quei casi non esplicitamente da essi contemplati, oggi abbiamo un ulteriore compito: adattare la legislazione dello Stato d'Israele a questi principi, conformando le basi dell'economia moderna e della società moderna allo spirito degli statuti della Torà, sia scritta sia orale. Non è compito di questo libro scrivere una simile legislazione in tutti i suoi particolari: gli esempi citati possono indicare solo in misura limitata in quale direzione si debba procedere; ma gà da tempo è giunta l'ora non solo di elaborare le leggi generali, ma anche di soffermarsi su tutti i loro minimi particolari. Nessuna legislazione sarà completa se non sarà costruita sui due fondamenti della Tzedakà e del Mishpàt.

Un Mishpàt uguale per ogni individuo senza discriminazioni; un Mishpàt attuato da giudici e da avvocati che lavorino insieme allo scopo di scopire la verità e di fondare su di essa, e solo su di essa, le loro decisioni. Un Mishpàt senza vittorie formali e senza sconfitte formali; un Mishpàt la cui procedura aiuti a raggiungere questa meta e non la travisi.

E accanto al Mishpàt, la Tzedakà, giustizia equilibratrice che impedisca all'individuo di abusare dei prorpri diritti tanto da ledere i diritti degli altri; che sottometta i privilegi del singolo al bene della collettività e stabilisca un sistema di vita economica nel quale per ora siano alleviate le sofferenze dei poveri, e in fine non vi sia posto per la povertà.

Tuttavia la legislazione da sola non può tanto: il fattore decisivo è l'educazione del singolo; Tzedakà e Mishpàt non avranno predominio nello Stato se non quando ogni singolo sarà pienamente consapevole che essi sono le pietre basilari della Casa d'Israele.

Non diamoci tregua, continuiamo a studiare e sapremo che senza Tzedakà e Mishpàt, la vita non ha valore. Abbiamo il preciso compito di far dominare innanzi tutto Tzedakà e Mishpàt nella nostra vita privata, di fare tutto il possibile affinché Tzedakà e Mishpàt governino tutto il paese: nella vita del privato, nella società e nello Stato.

NOTE

1 Secondo il Talmud palestinese si tratta di un quinto dei suoi beni solo per il primo anno, dopodiché, è un quinto del suo reddito.

2 Cfr. Mishnè Torà, Eruvin 12,13.

3 Cioè in questordine di priorità.

4Cioè sono molti e si portano con loro i poveri della propria città.

5Agli esattori di Tzedakà

6 Per luomo si tratterebbe di prostituzione omosessuale.

7 Il mamzer è il figlio di un rapporto adulterino o tra consanguinei.

8 Che altrimenti si sarebbero vergognati.

9 E chiaro che si tratta di ridurre le spese in onore del sabato e non un invito alla profanazione.

10 Yevamot 79a

11 Bava Batra 10a.

12 Maimonide, Hilchot Matanot Aniyim 10:1.

13 Maimonide, Hilchot Matanot Aniyim 10:3.

14 Sukkah 49b.

15 Proverbi 21:3.

16 Alla fine della preghiera Untane Tokef nel Mussaf dei giorni di Rosh Hashanà e Jom Kippur.

17 Proverbi 10:2.

18 Bava Batra 9a.

19 Bava Batra 10a.

20 Bava Batra 8b

21 Commento del Maharsha a Bava Batra .

22 Rashi, Commento su Genesi 6:9.

23 Deuteronomio 16:20.

24 Levitico 19:36.

25 Maimonide, Hilchot Matanot Aniyim 10:3.

26 Haggai 2:8.

27 Salmi 24:1

28 Avot 3:7

29 1 Cronache 29:14.

30 Il Commento di Abarbanel a Deuteronomio 15:7-8.

31 Bava Batra 10a.

32 Midrash, Tanchuma, Tazria 5.

33 Secondo verso della preghiera Alenu, che si dice alla fine di ogni tefillà.

34 Deuteronomio 15:11.

35 Terza benedizione della Birkat Hamazon.

36 Maimonide, Hilchot Matanot Aniyim 10:5.

37 Maimonide, Hilchot Matanot Aniyim 10:14.

38 Maimondie, Hilchot Matanot Aniyim 10:13.

39 Maimonide, Hilchot Matanot Aniyim 10:12.

40 Maimonide, Hilchot Matanot Aniyim 10:11.

41 Maimonide, Hilchot Matanot Aniyim 10:10.

42 Maimonide, Hilchot Matanot Aniyim 10:9.

43 Maimonide, Hilchot Matanot Aniyim 7:9.

44 Bava Batra 9b.

45 Maimonide, Hilchot Matanot Aniyim 7:5.

46 Bava Batra 93b.

47 Maimonide, Hilchot Matanot Aniyim 10:6.

48 Maimonide, Hilchot Matanot Aniyim 7:13.

49 Shulchan Aruch Yoreh De'ah 251:3 e Shulchan Aruch Yoreh De'ah 75:1-4 dove un coniuge può "forzare" l'altro ad andare a vivere in Israele e/o a Gerusalemme, come un coniuge può "forzare" l'alro a vivere nella sua città nativa.

50 Maimonide, Hilchot Matanot Aniyim 7:7.

51 Maimonide, Hilchot Matanot Aniyim 7:5.

52 Esiste un libro su queste problematiche in inglese: Maaser Kesafim, Cyril Domb, ed., Gerusalemme, Feldheim, 1980.

53 Avot 4:11.

54 Sotah 3b.

55 Maimonide, Hilchot Matanot Aniyim 7:2.

56 Maimonide, Hilchot Matanot Aniyim 7:6.


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